Il Papa chiede discepoli in cammino

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Papa Francesco ha concluso i lavori del convegno internazionale sulla ‘Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis’, promosso dalla Congregazione per il clero, ricevendo in udienza i partecipanti che si sono confrontati sul documento. Il Prefetto della Congregazione per il Clero, card. Beniamino Stella, ha sottolineato che il testo è un ottimo documento “per la vita reale dei sacerdoti, e per le domande, le difficoltà, le sfide e le speranze del loro ministero”.

Nell’accogliere i partecipanti papa Francesco ha affermato in apertura di udienza: “Il tema della formazione sacerdotale è determinante per la missione della Chiesa: il rinnovamento della fede e il futuro delle vocazioni è possibile solo se abbiamo preti ben formati”. Però la formazione non dipende dal singolo sacerdote, ma è ispirata da Dio:

“La formazione sacerdotale dipende in primo luogo dall’azione di Dio nella nostra vita e non dalle nostre attività. E’ un’opera che richiede il coraggio di lasciarsi plasmare dal Signore, perché trasformi il nostro cuore e la nostra vita”. Il papa ha richiamato l’episodio del profeta Geremia (Ger 18,1-10), invitato da Dio ad osservare il lavoro di un vasaio:

“Il profeta va e, osservando il vasaio che lavora l’argilla, comprende il mistero dell’amore misericordioso di Dio. Scopre che Israele è custodito nelle mani amorevoli di Dio, che, come un vasaio paziente, si prende cura della sua creatura, mette sul tornio l’argilla, la modella, la plasma e, così, le dà una forma. Se si accorge che il vaso non è venuto bene, allora il Dio della misericordia getta nuovamente l’argilla nella massa e, con tenerezza di Padre, riprende nuovamente a plasmarla”.

Tale immagine, ha spiegato il papa, aiuta a comprendere che l’azione principale nella formazione sacerdotale è opera di Dio: “E’ Dio l’artigiano paziente e misericordioso della nostra formazione sacerdotale e, come è scritto nella Ratio, questo lavoro dura per tutta la vita.

Ogni giorno scopriamo, con san Paolo, di portare ‘questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi’, e quando ci distacchiamo dalle nostre comode abitudini, dalle rigidità dei nostri schemi e dalla presunzione di essere già arrivati, e abbiamo il coraggio di metterci alla presenza del Signore, allora Lui può riprendere il suo lavoro su di noi, ci plasma e ci trasforma”.

Concludendo il punto della formazione il papa ha ribadito che il sacerdote deve rifuggire dal ‘salotto’ ed essere tra il popolo: “Dobbiamo dirlo con forza: se uno non si lascia ogni giorno formare dal Signore, diventa un prete spento, che si trascina nel ministero per inerzia, senza entusiasmo per il Vangelo né passione per il Popolo di Dio.

Invece, il prete che giorno per giorno si affida alle mani sapienti del Vasaio con la ‘V’ maiuscola, conserva nel tempo l’entusiasmo del cuore, accoglie con gioia la freschezza del Vangelo, parla con parole capaci di toccare la vita della gente; e le sue mani, unte dal Vescovo nel giorno dell’Ordinazione, sono capaci di ungere a loro volta le ferite, le attese e le speranze del Popolo di Dio”.

Così nell’affrontare l’aspetto della collaborazione il papa ha esaminato tre ‘protagonisti’ del racconto biblico, riprendendo il n^ 82 del documento papale: “Il primo siamo noi stessi. Nella Ratio è scritto: ‘Il primo e principale responsabile della propria formazione permanente è il presbitero stesso’.

Proprio così! Noi permettiamo a Dio di plasmarci e assumiamo ‘gli stessi sentimenti di Cristo Gesù’, solo quando non ci chiudiamo nella pretesa di essere un’opera già compiuta, e ci lasciamo condurre dal Signore diventando ogni giorno sempre più suoi discepoli”.

Ed ha esortato alla chiarezza: “Per essere protagonista della propria formazione, il seminarista o il prete dovrà dire dei ‘sì’ e dei ‘no’: più che il rumore delle ambizioni umane, preferirà il silenzio e la preghiera; più che la fiducia nelle proprie opere, saprà abbandonarsi nelle mani del vasaio e alla sua provvidente creatività; più che da schemi precostituiti, si lascerà guidare da una salutare inquietudine del cuore, così da orientare la propria incompiutezza verso la gioia dell’incontro con Dio e con i fratelli.

Più che l’isolamento, cercherà l’amicizia con i fratelli nel sacerdozio e con la propria gente, sapendo che la sua vocazione nasce da un incontro d’amore: quello con Gesù e quello con il Popolo di Dio”. L’altro protagonista sono i formatori e i Vescovi: “La vocazione nasce, cresce e si sviluppa nella Chiesa.

Così, le mani del Signore che modellano questo vaso d’argilla, operano attraverso la cura di coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a essere primi formatori della vita sacerdotale: il Rettore, i Direttori Spirituali, gli educatori, coloro che si occupano della formazione permanente del Clero e, sopra tutti, il Vescovo, che giustamente la Ratio definisce come ‘primo responsabile dell’ammissione in Seminario e della formazione sacerdotale’…

Ciò esige una cura speciale per le vocazioni al sacerdozio, una vicinanza carica di tenerezza e di responsabilità verso la vita dei preti, una capacità di esercitare l’arte del discernimento come strumento privilegiato di tutto il cammino sacerdotale… Abbiate un cuore largo e un respiro ampio perché la vostra azione possa valicare i confini della diocesi ed entrare in connessione con l’operato degli altri fratelli Vescovi.

Sulla formazione dei preti occorre dialogare di più, superare i campanilismi, fare scelte condivise, avviare insieme buoni percorsi formativi e preparare da lontano formatori all’altezza di questo compito così importante”. Il terzo protagonista descritto dal papa è il Popolo di Dio:

“Non dimentichiamolo mai: la gente, con il travaglio delle sue situazioni, con le sue domande e i suoi bisogni, è un grande ‘tornio’ che plasma l’argilla del nostro sacerdozio. Quando usciamo verso il Popolo di Dio, ci lasciamo plasmare dalle sue attese, toccando le sue ferite, ci accorgiamo che il Signore trasforma la nostra vita. Se al Pastore è affidata una porzione di popolo, è anche vero che al popolo è affidato il sacerdote.

E, nonostante le resistenze e le incomprensioni, se camminiamo in mezzo al popolo e ci spendiamo con generosità, ci accorgeremo che esso è capace di gesti sorprendenti di attenzione e di tenerezza verso i suoi preti”.

Ed ha concluso l’incontro lasciando ai presenti alcune domande: “Carissimi, la domanda che deve scavarci dentro, quando scendiamo nella bottega del vasaio, è questa: che prete desidero essere? Un ‘prete da salotto’, uno tranquillo e sistemato, oppure un discepolo missionario a cui arde il cuore per il Maestro e per il Popolo di Dio? Uno che si adagia nel proprio benessere o un discepolo in cammino? Un tiepido che preferisce il quieto vivere o un profeta che risveglia nel cuore dell’uomo il desiderio di Dio?”

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