Carmelo Musumeci e la storia di un Angelo SenzaDio

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“Il SenzaDio da tanti anni viveva in carcere, dentro una cella, con davanti una porta blindata e un cancello, e una finestra con le sbarre di dietro. La vita gli aveva sempre voltato le spalle, ma lui era sempre riuscito a trovare una ragione per continuare a vivere. E, negli ultimi tempi, aveva trovato nel suo cuore e nella sua mente un Angelo che riusciva vedere solo lui.

Al suo arrivo, vide il nuovo carcere dai fori della parete del blindato che lo trasportava. Poi lo vide da dentro le mura e gli sembrò ancora più brutto. Il pesante portone scrostato e umido si chiuse come le fauci di una belva su una preda ed emise un rugginoso scricchiolio.

Il SenzaDio scese dal blindato sul cortile interno del carcere con le manette ai polsi. Fu subito colpito da una ventata di freddo sul viso e il gelo gli punse le labbra. Si guardò intorno. Lasciò vagare lo sguardo e vide muri possenti con in cima alti vetri blindati. In ogni angolo del muro di cinta c’era una torretta con dentro una guardia armata. Al centro, c’era un alto e massiccio edificio”.

Così inizia ‘Angelo SenzaDio’, il nuovo libro di Carmelo Musumeci, che, condannato all’ergastolo, si trova nel carcere di Perugia, in regime di semilibertà. Attualmente durante il giorno opera in una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, in quanto nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi, condividendone il progetto ‘Oltre le sbarre’.

Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto dal titolo ‘Vivere l’ergastolo’. Nel maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al corso di laurea specialistica in diritto penitenziario, con una tesi dal titolo ‘La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità’.

Perché questo titolo?
“Il titolo originale era ‘Il SenzaDio’. Poi un prete, dopo averlo letto, mi ha consigliato di modificarlo in ‘Angelo SenzaDio’”.
Come vive un angelo senza Dio?
Alla ricerca di Dio. Ecco cosa mi ha scritto don Antonio Ferri, direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto e dell’Ufficio pastorale per lavoro, giustizia, pace e salvaguardia del Creato, dopo aver letto il mio libro: ‘Non mi aspettavo che tu fossi così esperto in teologia. Anzi, a questo punto la laurea te la potrebbero dare ‘honoris causa’.

Ho letto il tuo libro: c’è dentro più teologia di quello che tu pensi. Ma se anche tu non lo pensi o immagini, non vuol dire che non ci sia. Soprattutto perché è un tipo di teologia che nasce ‘sul campo’ e non nelle biblioteche. E in fin dei conti è quella che dà i risultati più veri… E se sei fuori del mondo non puoi parlare davvero di Dio, compito serissimo e difficilissimo.

Ma tu, un ‘SenzaDio’ (ma è poi vero?), ci sei riuscito molto bene. L’università che hai frequentato per tantissimi anni, ci ha pensato lei a incatenarti ai contenuti veri della vita. Da quello spessore è maturato in te la capacità di stare nell’essenziale della vita. E al di fuori dell’essenziale della vita Dio non lo si incontra mai’”.

Cosa vuol dire la parola speranza per chi ha vissuto in carcere?
“Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime: spesso, infatti, è meglio non avere speranza che nutrirne di false. Con la condanna all’ergastolo la vita non vale più nulla perché ciò che ti rimane è solo il passato.

E ogni giorno che passa non è un giorno in meno da scontare. Una volta, nel carcere di Volterra, trovai scritto sul muro della cella di un ergastolano che s’era tolta la vita: ‘La morte è la nostra unica speranza’. E’ difficile avere speranza per chi ha scritto nel suo certificato di detenzione fine pena nell’anno 9.999.

Ecco una poesia che avevo scritto nei primi anni della mia lunga carcerazione dopo la condanna all’ergastolo: Il sole tramonta senza speranza/ in attesa di un’alba che arriverà troppo presto/ per dimostrare che oggi sarà uguale a ieri/ per giorni inesistenti/ per notti inutili/ giorni uguali come le notti/ per sempre./ Il buio/ il nulla/ fino all’ultimo dei giorni/ di nuovo l’alba di un altro vecchio giorno”.

Come si vive da uomo ‘semi’ libero?
“In 26 anni di carcere ho sempre scritto un diario giornaliero e sto continuando anche da semilibero ecco alcuni brani: ‘Questa notte ho sognato di essere detenuto ancora nell’isola dell’Asinara, nella solita cella dove ho passato un anno e sei mesi d’isolamento senza scambiare una parola con un essere umano. Quando mi sono svegliato ho tirato un sospiro di sollievo, ma ho pensato che ancora non riesco a togliermi dalla mente gli anni che ho trascorso in quella maledetta ‘isola degli ergastolani senza scampo’.

‘Per molto tempo ho pensato che nella mia vita ho fatto quello che non sono riuscito ad evitare, ma a sessantadue anni e con un fine pena mai mi sto invece redendo conto che forse non ho fatto abbastanza per non trovarmi in queste condizioni’.

‘Questa mattina il cielo era di un azzurro intenso e mi sono sentito l’uomo più felice e fortunato della terra, perché per 26 anni ho sempre pensato che per tutta la vita l’avrei potuto vedere solo fra le sbarre della finestra della mia cella’.

‘L’autobus che prendo al mattino è sempre pieno di gente ma, non so perché, a me sembra di essere ugualmente solo, forse perché sento di essere diverso da loro. E credo di esserlo sia perché sono un sopravvissuto, sia perché sono un ergastolano in regime di semilibertà’”.

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