Myanmar e la tragedia dei rohingya

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La foto di un bambino di 16 mesi, annegato in un fiume mentre con i familiari cercava di fuggire dal Myanmar verso il Bangladesh, ha riacceso i riflettori sulla tragedia della popolazione di etnia rohingya.

Come ha riferito la Cnn, il bambino si chiamava Mohammed Shohayet ed è annegato insieme alla mamma, al fratellino di tre anni e allo zio mentre, sotto il fuoco dei militari, la sua famiglia tentava la traversata del fiume Naf, confine fra lo stato di Rakhine, dove vivono i rohingya in Myanmar, e il Bangladesh, verso il quale stavano fuggendo, come ha raccontato il padre:

“Nel nostro villaggio gli elicotteri ci hanno sparato contro. Non potevamo restare nella nostra casa, siamo dovuti scappare. I miei nonni sono stati bruciati vivi. Il nostro villaggio è stato incendiato dai militari. Non è rimasto nulla. Siamo scappati e abbiamo camminato per sei giorni senza mangiare e dormire perché i soldati ci davano la caccia”. Il padre ha chiesto aiuto ad un pescatore bengalese, che ha raccolto troppe persone nella propria barca, la quale è affondata insieme alla famiglia.

Secondo stime dell’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni, negli ultimi mesi sono fuggiti in Bangladesh ben 34.000 rohingya, che sono musulmani, di lingua affine al bengalese. In Myanmar, paese a maggioranza buddista, vivono oltre 1.000.000 di musulmani, che non sono riconosciuti come cittadini e li si considera immigrati privi di diritti. Già nell’agosto 2015 papa Francesco aveva chiesto di difendere i rohingya: “Pensiamo a quei nostri fratelli cacciati da un Paese e poi da un altro. Vanno sul mare, quando arrivano a un porto gli danno un pò d’acqua e poi li cacciano ancora. Questo è un conflitto non risolto. Si chiama guerra, violenza, uccidere”.

Sono trascorsi quasi due anni dall’appello senza una soluzione. Ora, dopo che la fotografia ha fatto il ‘giro del mondo’ anche i premi Nobel per la pace hanno scritto ad Aung San Suu Kyi, che ora è consigliere di Stato e ministro degli Esteri: “Vengono discriminati e sono oggetto di una repressione dura e indiscriminata. Certo, la Birmania è stata retta a lungo, e tuttora lo è nonostante alcune limitate riforme politiche, da un duro regime militare, ma attribuire esclusivamente il problema a un regime dittatoriale sarebbe troppo ottimista e falsamente consolatorio.

Purtroppo l’esclusione e la discriminazione nei confronti di chi è diverso non è monopolio di una sola cultura o di una sola religione. Condanniamo giustamente l’intolleranza del radicalismo islamico nei confronti dei cristiani, ma in questo caso i musulmani sono gli oppressi, mentre gli oppressori appartengono alla religione che più viene associata alla pace e alla comprensione universale: il buddismo. Tutte le religioni hanno avuto storicamente una versione intollerante, quando non fascista, e il buddismo evidentemente non fa eccezione.

Nel caso della Birmania, poi, risulta particolarmente scoraggiante constatare che anche una vera eroina del dissenso, Aung San Suu Kyi, nel 1991 Premio Nobel per la pace, non è capace di sottrarsi a una visione sostanzialmente settaria.

Ha lottato con coraggio, pagandolo con lunghi anni di reclusione a domicilio coatto, per la libertà del proprio popolo, ma evidentemente per lei i musulmani non fanno parte del suo popolo e il perimetro della sua solidarietà e del suo impegno politico e morale non si estende oltre a quelli che lei considera affini per cultura e religione. Lo stesso limite e lo stesso problema, ovunque. Se non sapremo affrontarlo con intelligenza e coraggio politico il disordine e la violenza continueranno, e non basterà certo a salvarci la commozione di fronte all’immagine di bambini morti”.

Ed anche una nuova ricerca di Amnesty International ha accusato le forze di sicurezza di Myanmar di uccisioni illegali, stupri di massa e incendi di abitazioni e di interi villaggi commessi nel corso di un campagna di violenze contro la minoranza rohingya, che potrebbero costituire crimini contro l’umanità.

Nel rapporto anche la denuncia di decine di arresti arbitrari eseguiti negli ultimi due mesi durante le feroci e sproporzionate operazioni di sicurezza portate a termine nello stato di Rakhine, come ha dichiarato Rafendi Djamin, direttore per l’Asia sudorientale e il Pacifico di Amnesty International:

“L’esercito di Myanmar ha preso di mira la popolazione civile rohingya con una spietata e sistematica campagna di violenze. Uomini, donne, bambini, famiglie e interi villaggi sono stati attaccati e sottoposti a una punizione collettiva. Queste deplorevoli azioni dell’esercito potrebbero essere intese come parte di un attacco massiccio e sistematico contro una popolazione civile e dunque costituire crimini contro l’umanità. Temiamo che gli orribili racconti che abbiamo rivelato siano solo la punta dell’iceberg.

Se da un lato l’esercito è direttamente responsabile di queste violazioni, Aung San Suu Kyi è venuta meno alla responsabilità politica e morale di fermare e condannare quanto sta accadendo nello stato di Rakhine”. I militari e la polizia di frontiera hanno arrestato centinaia di rohingya, soprattutto uomini e in particolare gli anziani, gli uomini d’affari e i leader locali.

Il rapporto di Amnesty International ha documentato almeno 23 casi in cui rohingya sono stati arrestati senza che in seguito siano emerse informazioni sul luogo di detenzione o sulle accuse a loro carico. Nel rapporto anche le prove che l’esercito ha incendiato oltre 1200 abitazioni ed edifici dei rohingya, in alcuni casi dando fuoco a interi villaggi usando, secondo numerose testimonianze, dei lanciagranate portatili.

Secondo Amnesty International la vita di decine di migliaia di persone è a rischio a causa della crisi umanitaria generata dalla decisione delle autorità di Myanmar di impedire quasi del tutto l’accesso degli aiuti nello stato di Rakhine. Negli ultimi tre mesi, decine di migliaia di rohingya hanno oltrepassato il confine col Bangladesh in cerca di salvezza.

Purtroppo, dopo questi ingressi, il Bangladesh ha rafforzato la sua abituale politica di chiusura del confine, arrestando o respingendo migliaia di rohingya, in violazione del principio internazionale di non respingimento, che vieta assolutamente i ritorni forzati in luoghi o paesi dove le persone respinte potrebbero subire gravi violazioni dei diritti umani.

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