Dal Santuario di San Nicola il Natale della speranza

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«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Carissimi, il Natale che stiamo per celebrare è veramente un periodo anomalo. Nel tempo in cui la liturgia fa celebrare la nascita del Bambino Gesù vero Dio e vero uomo, lo sguardo della persona viene portato forzatamente verso un’altra realtà, quella della paura e dell’instabilità.

Per questo motivo ho voluto scegliere tre parole bibliche, tenebre, camminare e luce, suggerite dal profeta Isaia, che accompagnino la riflessione su questo evento centrale per la fede di ogni cristiano, con il desiderio previo di cercare Colui che si pone sempre come il contemporaneo di ciascuno. Infatti, l’Emmanuele del profeta Isaia (Is 7,14) è il ‘Dio con noi’ così come Gesù, dopo la risurrezione, afferma che sarà sempre con i suoi fino alla fine dei tempi (Mt 28,20).

TENEBRE. La prima parola ad attirare la nostra attenzione e che la sacra scrittura suggerisce è tenebra. “Il popolo che camminava nelle tenebre…”. Si, perché una terra che invece di accogliere e dare segni di speranza diviene inospitale, nemica dell’uomo, pericolosa, fa pensare a qualcosa di oscuro.

Questa situazione di disagio può essere interpretata alla luce del destino del popolo eletto verso il quale Dio si china. Anche Israele ha vissuto le su instabilità! Ma c’è ancora di più, la parola della rivelazione viene a rappresentare il centro che oltre ad assumere il fatto particolare si rivolge anche verso il mondo intero pieno di drammi!

In questo nostro tempo sembra che ci sia una concentrazione di tutto il male; dagli eventi drammatici quali terremoti, inondazioni si passa alla corruzione morale e spirituale per assistere al dominio di varie potenze politiche e sociali che solo in apparenza danno sicurezza. Le tenebre sembrano prendere realmente il sopravvento!

Scrive il libro dell’esodo: «Poi il Signore disse a Mosè: ‘Stendi la mano verso il cielo: verranno tenebre sul paese di Egitto, tali che si potranno palpare!’» (Es 10,21). Il buio emerge là dove l’Egitto non vuole lasciar partire Israele e si pone come la nona piaga quella che precede la morte dei primogeniti, quella morte che è proprio il flagello contrario alla vita che invece emerge nel Natale.

CAMMINARE. Il popolo cammina! È nelle tenebre, ma cammina! È questa la seconda parola, una condizione che afferma la necessità di protendersi in avanti, di procedere verso una mèta. Ho ancora vivo il ricordo della giornata mondiale della gioventù svoltasi a Parigi nell’agosto del 1997, nella quale gruppi di persone si muovevano insieme, stanchi, ma lodando e cantando a Dio.

La nostra vita è un camminare. Anche per la vita spirituale esiste l’adagio che chi si arresta retrocede, non può stare fermo in una specie di limbo. Ma quando si appesantisce il nostro camminare? Quando il cammino è strettamente congiunto alle tenebre? Quando l’umanità, per varie situazioni, perde la capacità di amare, smarrisce il senso dell’amore.

Sentiamo l’evangelista Giovanni che per questo aspetto sembra avere le idee molto chiare: «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1Gv 2,8-11).

Cammina verso la mèta colui che ama. Scrive il nostro santo padre Agostino: “Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l’Apostolo, alcuni che progrediscono si, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. Canta e cammina” (Discorso 256).

LUCE. In tal modo il profeta Isaia abbina il cammino alle tenebre, per poi mettere in relazione le tenebre alla luce. Infatti, la terza parola è proprio luce. Dio manda l’amore, attraverso il suo Figlio, in mezzo al suo popolo, anzi Gesù che nasce, germoglia proprio dalla terra da quello stesso suolo che come anticipato dal libro della Genesi, è divenuto maledetto a causa del peccato (Gen 3,17-18).

La luce dell’amore incarnato diviene il fulgore di ogni notte. Per questo il Natale è attuale. Nelle tenebre del mondo la luce di Dio risplende con maggior fulgore, e nella fede l’uomo vede in un bambino che nasce la risposta data da Dio a tutta l’umanità. Dio opera veramente, non dimentica la sua creatura, ma vive la propria paternità donando alle attese umane il Salvatore, calando nell’oscurità la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

È bello pensare a questa paternità di Dio. Lui, il Padre fa dono del suo Figlio, per farci diventare pienamente suoi figli. Non solo ce lo dà come dono del suo amore, ma ce lo offre perché in lui possiamo anche noi diventare suoi veri figli. «In questo sta l’amore – scrive san Giovanni – non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).

Allora, di fronte a questo evento, non smettiamo di alzare lo sguardo al cielo perdendo gli occhi semplici e meravigliati. Le ‘grotte’ presenti nei presepi delle nostre case siano il luogo dell’incontro adorante di Dio che sorprende le stesse attese dell’uomo. Anche nei vari drammi della vita la luce rifulge perché Dio gratuitamente la dona, amando la sua creatura incondizionatamente, come incondizionatamente l’ha già creata.

Che questo Natale sappia farci riscoprire questo volto sempre giovane del Padre che annuncia la novità della salvezza, tuttavia già inscritta nello stesso dono della vita. Il Natale è nascita di Dio nella vita terrena che fa nascere l’uomo alla vita divina. Buon Natale!

*Priore del Santuario di San Nicola da Tolentino (MC)

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