Ratzinger ricorda il Concilio Vaticano II: una splendida giornata

Nei giorni scorsi all’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana di Roma è stato presentato da Inos Biffi, Dario Vitali e dal curatore dell’edizione italiana, Pierluca Azzaro, il volume ‘L’insegnamento del Concilio Vaticano II’ (tomo 1 del volume 7 dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI). Il prof. Azzaro ha spiegato il contenuto del volume: “Il volume 7 dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger raccoglie i testi da lui dedicati al Concilio Vaticano II suddividendoli in due parti.

La prima, corrispondente al primo tomo del volume, raccoglie quanto scritto da Joseph Ratzinger fra l’annuncio del Concilio, il 25 gennaio 1959, e i primi anni successivi alla sua chiusura, il 7 dicembre 1965, passando per tutto quanto da lui prodotto durante il Concilio: sia come perito conciliare e membro di diverse commissioni, sia come consigliere del cardinale Joseph Frings che egli, ancora da papa, definirà come ‘un padre’. Proprio sulla base della profonda amicizia e della consuetudine sviluppatasi tra il giovane teologo e l’anziano arcivescovo di Colonia, l’ultima parte del primo tomo del volume 7 raccoglie tutti gli scritti di Joseph Ratzinger in onore del cardinale Frings.

Il secondo tomo è invece dedicato alla ricezione e all’ermeneutica del Concilio sino alla vigilia della elezione di Ratzinger al Soglio di Pietro. Al contrario di quello che, ad un primo sguardo, potrebbe far immaginare la suddivisione in due tomi, il volume 7/1 rappresenta un’opera in sé conchiusa: qui, infatti, è come se il giovane Ratzinger invitasse il lettore a rivivere e ripercorrere insieme a lui tutta intera la sua straordinaria avventura al Concilio: dal momento della preparazione della valigia, all’arrivo a Roma, dalla grande celebrazione di apertura a quella di chiusura.

Con il volume 7/1 degli Insegnamenti del Concilio Vaticano II è come se il giovane perito conciliare ci facesse entrare insieme a lui nell’Aula conciliare, per percepire insieme a lui le sue attese e le speranze, ma anche le ‘segrete preoccupazioni’, che insieme a lui pervadono anche i Padri e che fanno le differenti ‘atmosfere’ al Concilio nelle sue diverse fasi”.

Insomma per il curatore, Ratzinger è un ‘figlio del Concilio’ per il suo linguaggio: “Emerge così quello che, al di là delle singole questioni, il giovane Ratzinger ben presto identifica come l’autentico centro del contendere, la vera battaglia per la quale si spende; e che poi, a un tempo, è come la bussola per leggere tutte le singole questioni teologiche che egli tratta nelle varie fasi del Concilio, i documenti conciliari che egli contribuisce a stendere in quegli anni, dunque il filo rosso che attraversa l’intero volume:

bisogna continuare a contrapporsi al nuovo che ovunque si desta, col rischio, tuttavia, insieme alla zizzania, di sradicare anche il grano, oppure tentare ‘di uscire dalla difensiva e di divenire cristianamente offesivi, di pensare e agire in positivo?’ Bisogna mantenere la linea della chiusura, della condanna, ‘della difesa che giunge quasi al timoroso rifiuto’, oppure ‘la Chiesa, dopo avere operato la necessaria demarcazione, vuole aprire una pagina nuova, entrando in un dialogo positivo con le sue origini, con i suoi fratelli, con il mondo di oggi?’ chiederà ai suoi studenti nel gennaio del 1963”.

L’intervento di mons. Inos Biffi si è concentrato sulla parte del libro dedicata alla centralità dell’eucarestia ed ha affermato: “E’ fondamentale il tema della Chiesa come corpo eucaristico, le persone che vivono la comunità come corpo di Cristo diventando esse stesse corpo di Cristo”.

E nella prefazione del libro lo stesso Ratzinger ha definito l’apertura del Concilio Vaticano II ‘una splendida giornata’: “Fu una giornata splendida quando, l’11 ottobre 1962, con l’ingresso solenne di oltre duemila Padri conciliari nella Basilica di San Pietro a Roma, si aprì il Concilio Vaticano II. Nel 1931 Pio XI aveva dedicato questo giorno alla festa della Divina Maternità di Maria, in memoria del fatto che millecinquecento anni prima, nel 431, il concilio di Efeso aveva solennemente riconosciuto a Maria tale titolo, per esprimere così l’unione indissolubile di Dio e dell’uomo in Cristo.

Papa Giovanni XXIII aveva fissato per quel giorno l’inizio del concilio, al fine di affidare la grande assemblea ecclesiale, da lui convocata, alla bontà materna di Maria, e ancorare saldamente il lavoro del concilio nel mistero di Gesù Cristo. Fu impressionante vedere entrare i vescovi provenienti da tutto il mondo, da tutti i popoli e razze: un’immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo, nella quale i popoli della terra si sanno uniti nella sua pace. Fu un momento di straordinaria attesa.

Grandi cose dovevano accadere. I concili precedenti erano stati quasi sempre convocati per una questione concreta alla quale dovevano rispondere. Questa volta non c’era un problema particolare da risolvere. Ma proprio per questo aleggiava nell’aria un senso di attesa generale: il cristianesimo, che aveva costruito e plasmato il mondo occidentale, sembrava perdere sempre più la sua forza efficace.

Appariva essere diventato stanco e sembrava che il futuro venisse determinato da altri poteri spirituali. La percezione di questa perdita del presente da parte del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunta dalla parola ‘aggiornamento’. Il cristianesimo deve stare nel presente per potere dare forma al futuro.

Affinché potesse tornare a essere una forza che modella il domani, Giovanni XXIII aveva convocato il concilio senza indicargli problemi concreti o programmi. Fu questa la grandezza e al tempo stesso la difficoltà del compito che si presentava all’assemblea ecclesiale”.

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