Perché non possiamo non dirci luterani? (2^ parte)

I nostri fratelli luterani non solo ci possono aiutare a capire come riformare la Chiesa perché sia più evangelica, ma anche quali contenuti dare a questa riforma. I tre principi luterani –‘sola Scriptura’, ‘sola fide’, ‘sola gratia’ – riletti in modo opportuno possono dirci come Martin Lutero sia padre comune e non patrimonio esclusivo di una delle due confessioni.

Il primato della Scrittura –‘sola Scriptura’ – dovrebbe, come cattolici, interrogarci su come la Parola di Dio e non altro sia alla base di ogni nostra prassi ecclesiale, sia in senso comunitario sia in senso individuale. Il rischio, infatti, sempre esistente, è quello di perdere quella linfa vitale che rende autentica la nostra Tradizione, con il suo complesso di norme, di dottrine, di riti.

Se la Tradizione esiste è perché c’è un grembo che l’ha generata e, per questo, va capito se è stata irrorata o meno dalla Parola di Dio. In questo senso si possono comprendere anche i recenti tentavi di aprire nuove prassi ecclesiali – pensiamo, per esempio ai divorziati risposati – che non possono essere visti come un andare contro la Tradizione.

Il primato della fede – ‘sola fide’ – ci ricorda come nelle opere, in particolar modo nelle opere della misericordia, si dia la fede. E’ impensabile una fede slegata dalle opere e questo è possibile perché nell’altro, nel prossimo si è riconosciuto il volto di Cristo. La fiducia riposta sulla roccia che è Cristo consente di vedere nel più piccolo, nel più bisognoso, nel vicino un fratello e non una minaccia.

Una fede che non si rende visibile non è una fede. Il primato della fede, che costituisce un pilastro per i nostri fratelli luterani, sta a ricordarci che, se vogliamo essere Chiesa, se vogliamo essere la famiglia di coloro che seguono Gesù, dobbiamo chiedere il dono della fede senza la quale le opere sono impossibili.

Infine il primato della grazia – ‘sola gratia’ – sta a ricordarci che, nella dinamica del dono, un dono ricevuto non può non trasformarsi in un dono dato, offerto. Il cristiano non è una persona che tiene per sé i doni che il Signore, per sua grande misericordia, elargisce, ma li ridona. Se uno riceve misericordia, usa misericordia.

Se uno riceve amore, ama. Se uno riceve fiducia, ha fede. Se uno riceve speranza, spera. Se uno riceve gesti di carità, dona altrettanti gesti di carità. Il cristiano si fa amministratore dei doni ricevuti tanto da non esserne geloso o peggio avido, ma da esserne abile nel frali fruttificare. Le parabole evangeliche sta a ricordarci che, nella logica e nella dinamica della grazia, nulla può essere conservato ma tutto deve essere investito, fatto fruttificare.

Ben venga, pertanto, il Giubileo della Riforma! Ben vengano i festeggiamenti per i 500 anni della Riforma perché anche ai cattolici, in questo periodo di riforma della Chiesa, sia data una volta in più la possibilità di riflettere sull’essenziale della vita cristiana. L’essenziale è ciò che, in questo tempo di cambiamenti, deve rimanere. Il resto è il superfluo di cui fare a meno!

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