‘Nostra Aetate’: la nuova relazione della Chiesa con le religioni

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“Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità”:

così si apre la Dichiarazione Conciliare ‘Nostra Aetate’, pubblicata il 28 ottobre del 1965, sui rapporti della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane ed approvata con 2221 voti favorevoli, 88 voti contrari e 1 voto nullo. A 50 anni dall’evento papa Francesco ha concesso una straordinaria Udienza generale interreligiosa a cui hanno preso parte i rappresentanti di molti religioni:

“Il Concilio Vaticano II è stato un tempo straordinario di riflessione, dialogo e preghiera per rinnovare lo sguardo della Chiesa Cattolica su se stessa e sul mondo. Una lettura dei segni dei tempi in vista di un aggiornamento orientato da una duplice fedeltà: fedeltà alla tradizione ecclesiale e fedeltà alla storia degli uomini e delle donne del nostro tempo”.

Il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontifico Consiglio per il dialogo interreligioso, nel convegno precedente l’udienza papale ha ricordato che con la promulgazione della Dichiarazione Conciliare la Chiesa ha cominciato in modo deciso a invitare i suoi membri a promuovere relazioni di rispetto, amicizia e dialogo con persone di altre religioni:

“Credo di potere affermare che gli anni a venire vedranno la Chiesa ancor più impegnata a rispondere alla grande sfida del dialogo interreligioso. Esso è, fra l’altro, presupposto per quella pace che è un bene indispensabile per tutti e anelito di ogni essere umano e alla quale ogni religione, con il proprio bagaglio religioso e umano, può contribuire grandemente”.

Il grande merito di questa Dichiarazione Conciliare è stato quello di aprire un dialogo con gli ebrei: “E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo”.

A tal proposito il vicario patriarcale di Gerusalemme, padre David M. Neuhaus, ha ricordato che grazie alla Dichiarazione conciliare in Terra Santa si può vedere un positivo contributo dei cristiani: “Sono il nuovo volto della Chiesa di Terra Santa. La vita di questi cristiani incorporati nella popolazione ebraica apre nuove prospettive per il dialogo tra gli ebrei e le minoranze cristiane che vivono nel cuore della società ebraica, e che sono culturalmente adattati e parlanti la lingua.

Questi cristiani sono impegnati in un dialogo nuovo e affascinante con gli ebrei di Israele. Gli israeliani cristiani di lingua ebraica che vivono all’interno della società ebraica hanno sviluppato una pratica della fede cristiana che non risiede solo nell’uso della lingua ebraica. Questa fede si vive ogni giorno nella cultura e nella società ebraica. Essa offre un modo particolarmente creativo e innovativo per capire che Gesù Cristo era un ebreo e che le radici della Chiesa sono ebraiche”.

Questo nuovo rapporto è divenuto possibile grazie ai migranti cristiani che si stabiliscono in Terra Santa dall’Africa e dall’Asia: “Attraverso i lavoratori migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Asia e dall’Africa, gli ebrei hanno di fronte un Cristianesimo diverso da quello che hanno conosciuto in Europa, e che si solleva dallo spettro di un passato traumatico in Europa in cui gli ebrei hanno sofferto per mano dei cristiani.

La cura amorevole donata da un lavoratore migrante filippino, indiano, cingalese o un nigeriano agli israeliani anziani, malati o disabili, può anche trasformare la memoria che gli ebrei hanno dei cristiani. Senza dubbio, i cristiani di Terra Santa sono profondamente colpiti dalle espressioni di disprezzo che possono esprimere ebrei o musulmani contro di loro.

Tuttavia, queste manifestazioni contro i cristiani stanno aumentando la loro determinazione a costruire rapporti con ebrei e musulmani al fine di guarire le lesioni insite in questo territorio che gli abitanti della Terra Santa sono chiamati a condividere. Con coraggio e determinazione, i cristiani di Terra Santa sono chiamati a costruire relazioni con chi ha una fede diversa. Pertanto, essi partecipano alla costruzione di una società costruita sui valori della giustizia, della pace, della riconciliazione e del perdono”.

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