Benny Lai, un anno dopo

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“Non è più il mio Vaticano”. Benny Lai lo ripeteva spesso, negli ultimi anni di vita. Seguiva il Vaticano da una vita, era accreditato – tra i primissimi nella storia – alla Sala Stampa della Santa Sede nei tempi in cui era ancora l’ufficio stampa dell’Osservatore Romano, e aveva raccontato il suo Vaticano in libri tradotti in molte lingue. Ma quel suo Vaticano non c’era più, e non esitava a riconoscerlo, con una punta di amarezza.

Lo aveva capito, Benny Lai, già quando era cominciato a scoppiare lo scandalo di Vatileaks. Con la curiosità che lo ha sempre contraddistinto si era buttato a capofitto nella storia, nella lettura dei documenti. Cercava di capire. Perché – diceva – “ai miei tempi, i documenti venivano anche dati a noi giornalisti. Ma non ne uscivano così tanti. E soprattutto, non li usavamo tutti. Noi raccoglievamo anche le chiacchiere. Ma giusto un po’. Cercavamo i fatti. Eravamo pagati per raccontare i fatti.”

Ma ancora prima dello scandalo di Vatileaks, si interrogava su come il Vaticano fosse cambiato. Stava scrivendo il suo secondo libro di storia delle finanze vaticane, e lo faceva con la solita pignoleria. Da ogni singolo fatto, cercava di estrapolare un senso universale, di comprendere in che modo andavano le cose. A un certo punto, sentenziò: “Il problema è che la Chiesa si sta progressivamente secolarizzando. La Chiesa ha perso il senso della sua missione, e molta istituzionalità. Ha perso l’idea di quella forma che è anche sostanza. Molti dei dibattiti che si fanno oggi sono tipici di un mondo secolare, non del mondo ecclesiastico”.

Un mondo nel quale lui era stato catapultato giovanissimo. Al suo attivo, una intervista al capo della Massoneria italiana e una ad Evita Peron, ottenuta in modo rocambolesco. “Avevo saputo dove alloggiava a Roma, e mi ero riuscito a nascondere nella sua stanza. Quando lei entrò nella stanza, mi alzai in piedi e dissi: ‘C’è un detto a Roma: donna bella, donna gentile. Lei è bellissima, dunque gentilissima’. Sorrise, e mi diede l’intervista”.

Quando aveva cominciato a lavorare come vaticanista, la parola vaticanista nemmeno esisteva. La inventò lui, salvo poi convertirla in un più appropriato “vaticanologo”, perché in fondo quello faceva: parlava di Vaticano. Si era approcciato al Vaticano con la curiosità dell’agnostico, anzi piuttosto dello scettico che non crede in nulla. Era rimasto affascinato dal potere dei simboli, un potere che andava oltre la cronaca spicciola. Quando Giovanni XXIII tenne il suo primo discorso da pontefice, iniziò il suo articolo raccontando i motivi profondi che avevano portato il Papa a fare alcune scelte irrituali per il tempo: per lui, quella era la notizia. E lo era!

Ma non si faceva ingannare. Se un gesto non aveva un senso profondo, non lo apprezzava. Lo ponderava, piuttosto, per il suo reale peso. Era l’eredità del disincanto scettico, che gli era rimasta nonostante tutto e della quale aveva fatto una cifra del suo lavoro. Ma questo disincanto lo aveva fatto approcciare al Vaticano con rispetto.

Suo mentore era stato il Cardinal Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, per anni presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Stimatissimo dai Papi e dai cardinali, per quattro volte candidato al Conclave, non fu mai eletto Papa. A lui, Benny Lai ha dedicato il suo libro più importante, “Il Papa non eletto”. Ogni fine settimana andava a Genova, e passava due giorni con Siri. Parlavano di tutto. Siri lo introdusse all’importanza dei simboli e dell’istituzionalità. Gli raccontò retroscena che Benny Lai utilizzava con sottigliezza nei suoi articoli.

Registrava  tutto, Benny Lai. Le sue conversazioni con Siri sono un capolavoro di sfumature e silenzi, più che di parole. Si ascoltano le pause dei due interlocutori. Benny Lai che vuole che il cardinale finisca i concetti, ma glielo chiede sempre con deferenza. Il cardinale che a poco a poco si apre. In una registrazione, Siri sottolinea che “c’è chi nasce già Papa e chi lo diventa in conclave”. E lo sottolineava con forza.

Benny Lai non parlava solo con Siri. Aveva rapporti diretti con tutti i segretari dei Pontefici, “tranne che con Dziwisiz, il segretario di Giovanni Paolo II, con il quale “era difficilissimo avere un rapporto”. Si lamentava di quando Paolo VI spostò la sede della  Sala Stampa dall’interno delle mura vaticane, negli edifici dell’Osservatore Romano, all’attuale sede. “Paolo VI ha cacciato i giornalisti dal Vaticano”, diceva.

Quello che più gli mancava era il poter girare liberamente all’interno delle Sacre Mura, parlando con questo o con quel monsignore, andandolo a trovare personalmente a casa. Certo, lui – diceva – non avrebbe mai pubblicato un libro come quello di Vatileaks. “Ora i giornalisti vivono di documenti trafugati e dettature delle notizie. Si può dire che l’informazione è più trasparente, oggi. Io direi che è più controllata”, commentava. E aggiungeva che “ci sono anche alcuni officiali vaticani che cercano di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica”, usando i media per “diffondere le informazioni,” mentre i giornalisti allo stesso tempo “cercano di giocare la loro partita”.

Per Benny Lai, il Vaticano era “un mondo pieno di sussurri, e ogni sussurro è un venticello da seguire”. Spiegava ai giornalisti più giovani: “Quando scrivi una storia, la devi riempire di sfumature. Quando parli con un monsignore, devi capire le sfumature del suo linguaggio, e renderle in qualche modo al lettore. Devi dare informazione reale, cercando allo stesso tempo di fare una analisi approfondita. È l’unico modo in cui l’informazione che dai non venga influenzata dal parere della fonte”.

E aggiungeva: “Uno scoop vaticano non è anticipare una notizia. È piuttosto dare la giusta lettura di una notizia. Oggi, in pochi sono in grado di capirlo”.

A un anno esatto dalla scomparsa di Benny Lai, è bello ricordarlo con la forza delle sue parole. Una forza che io ed Angela Ambrogetti, direttore di Korazym.org abbiamo potuto sperimentare e vivere insieme a lui. Perché Benny Lai ci ha fatto da maestro. Ma è stato soprattutto un amico.

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