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Papa Leone XIV ai gesuiti: essere annunciatori di speranza
“A pochi mesi dall’inizio del Pontificato, sono contento di accogliere voi, membri del Collegio degli scrittori e collaboratori della rivista ‘La Civiltà Cattolica’. Saluto il Preposito Generale, che gentilmente ci accompagna in questa udienza”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il collegio degli scrittori della ‘La Civiltà Cattolica’, la rivista dei Gesuiti, ringraziandoli per il servizio alla Sede apostolica, in occasione del 175^ anniversario di fondazione.
Durante l’udienza il papa ha evidenziato il loro contributo: “Il vostro lavoro ha contribuito, e continua a farlo, a rendere la Chiesa presente nel mondo della cultura, in sintonia con gli insegnamenti del Papa e con gli orientamenti della Santa Sede”.
Ed ha apprezzato lo stile: “Qualcuno ha definito la vostra rivista ‘una finestra sul mondo’, apprezzandone l’apertura, e davvero una sua caratteristica è quella di sapersi accostare all’attualità senza temere di affrontarne le sfide e le contraddizioni.
Potremmo individuare tre aree significative del vostro operato su cui soffermarci: educare le persone a un impegno intelligente e fattivo nel mondo, farsi voce degli ultimi, essere annunciatori di speranza”.
Riprendendo le parole di san Giovanni Paolo II il papa ha sottolineato lo sguardo sulla realtà: “E ciò li metterà in grado di dare apporti validi, anche a livello politico, su temi fondamentali come l’equità sociale, la famiglia, l’istruzione, le nuove sfide tecnologiche, la pace. Con i vostri articoli, voi potete offrire a chi legge strumenti ermeneutici e criteri d’azione utili, perché ognuno possa contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno, nella verità e nella libertà”.
Inoltre la rivista si fa voce dei poveri: “Farsi voce dei piccoli è dunque un aspetto fondamentale della vita e della missione di ogni cristiano. Esso richiede prima di tutto una grande e umile capacità di ascoltare, di stare vicino a chi soffre, per riconoscere nel suo grido silenzioso quello del Crocifisso che dice: ‘Ho sete’. Solo così è possibile farsi eco fedele e profetica della voce di chi è nel bisogno, spezzando ogni cerchio di isolamento, di solitudine e di sordità”.
Infine sono ‘messaggeri di speranza’, con particolare riferimento a papa Benedetto XVI: “Si tratta di opporsi all’indifferentismo di chi rimane insensibile agli altri e al loro legittimo bisogno di futuro, come pure di vincere la delusione di chi non crede più nella possibilità di intraprendere nuove vie, ma soprattutto di ricordare e annunciare che per noi la speranza ultima è Cristo, nostra via. In Lui e con Lui, sul nostro cammino non ci sono più vicoli ciechi, né realtà che, per quanto dure e complicate, possano fermarci e impedirci di amare con fiducia Dio e i fratelli… E’ un messaggio importante questo, specialmente in un mondo sempre più ripiegato su sé stesso”.
Infine li ha congedati con due frasi di papa Francesco: “E in un’altra occasione disse, riferendosi al nome del vostro periodico: ‘Una rivista è davvero ‘cattolica’ solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia’. Ecco la vostra missione: cogliere lo sguardo di Cristo sul mondo, coltivarlo, comunicarlo, testimoniarlo”.
E domani inizia il Giubileo dei catechisti che si apre con un convegno sulla trasmissione della fede, che si svolgerà sabato 27 settembre all’Aula Magna dell’Università Santa Croce a Roma con il titolo ‘Proclamare la propria fede, 1700 anni dopo Nicea’.
(Foto: Santa Sede)
Livia Maurizi racconta la ‘rinascita’ delle donne afghane
“Lavorare come donne sotto il governo talebano è molto difficile. C’è una nuova restrizione per le donne ogni giorno e sono costantemente preoccupata di cosa accadrà dopo: cos’altro vieteranno? Il prossimo divieto potrebbe riguardare i ristoranti guidati da donne. Potrebbero proibire del tutto alle donne di svolgere attività commerciali”. Madina Hassani, fuggita dall’Afghanistan nel 2021 con il ritorno dei taleban al potere ed ora, dopo un periodo in Italia, in Germania, racconta la sua esperienza e quella dei suoi famigliari rimasti in un Paese dove ci sono divieti, per chi in generale ha lavorato con il governo precedente, di lavorare per le istituzioni, nelle organizzazioni non governative, negli ospedali e non solo, e dove vige la volontà di cancellare le donne dalla società, tanto da impedire loro di muoversi senza essere accompagnate da un uomo.
Le donne afghane però non si arrendono, sostenute anche da associazioni come ‘Nove – Caring Humans’, la stessa che ha consentito l’evacuazione di Madina Hassani (che con loro lavora) e che continua a essere presente in Afghanistan con progetti di sviluppo e umanitari.
Partiamo da questa storia per farci raccontare, nel tempo della festa della donna, da Livia Maurizi, responsabile ‘Programmi Nove – Caring Humans’, la situazione della donna in Afghanistan: “Oggi le donne in Afghanistan vivono una delle più gravi oppressioni al mondo. Private del diritto all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, sono cancellate dalla vita pubblica. La crisi economica ha colpito più duramente le famiglie guidate da donne: l’84% non riesce a garantire un’alimentazione sufficiente ai propri figli.
La sanità è al collasso e l’accesso alle cure è sempre più ridotto. Le restrizioni imposte dai Talebani hanno eliminato ogni possibilità di denuncia delle violenze, aumentando i casi di abusi e matrimoni forzati. L’impatto di questa esclusione sarà devastante anche nel lungo termine, con una generazione di donne prive di istruzione e senza prospettive di autonomia economica”.
Per quale motivo la situazione dell’Afghanistan è invisibile in Occidente?
“Nonostante il grande potenziale in termini di risorse primarie e di patrimonio culturale, la distanza e l’assenza di rapporti commerciali diretti con l’Occidente hanno marginalizzato fortemente l’interesse nei confronti del paese. Questa invisibilità si associa ad una sorta di stigma di ‘Paese senza qualità’, arretrato e tribale senza possibilità di cambiamento”.
Cosa significa per la donna ‘sopravvivere’ in Afghanistan?
“Resistere nonostante tutto. Continuare a vivere è la più grande forma di resistenza. Le donne cercano quotidianamente spiragli all’interno delle costrizioni fondamentaliste per continuare a lottare, a studiare a lavorare. Anche se vittime di ogni forma di abuso non sono vittimiste, resistono con determinazione e forza, studiano e continuano a formarsi, in silenzio e in segreto, comunicano attraverso i social per combattere l’invisibilità”.
Sono possibili ‘semi di rinascita’?
“Sì. Nonostante le restrizioni, le donne continuano a giocare un ruolo attivo nei settori consentiti, soprattutto in agricoltura, artigianato e nel tessile. Tuttavia, le difficoltà di accesso ai mercati, al credito e alle materie prime limitano il loro sviluppo. L’ong ‘NOVE’ ha attualmente 14 progetti attivi in diverse province, anche nelle aree più remote. Ogni progetto è pensato per favorire non solo la sopravvivenza, ma lo sviluppo a lungo termine.
Un esempio è il progetto ‘Semi della Rinascita’, che non si limita a fornire animali da latte, ma forma intere comunità in allevamento, agricoltura e trasformazione alimentare per il commercio. La formazione è centrale: fornire competenze alle donne significa dare loro strumenti indispensabili per costruire un futuro. Abbiamo ottenuto il permesso del governo de facto di continuare le attività di imprenditoria femminile, sviluppando anche progetti innovativi come quelli legati al riciclo della plastica.
L’Afghanistan produce milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno: trasformare questo problema in un’opportunità significa creare lavoro per le donne e promuovere un modello di economia circolare. Tuttavia, il drastico taglio ai fondi umanitari imposto dall’amministrazione Trump sta rendendo sempre più difficile finanziare le attività. Per questo è urgente trovare nuovi sostegni economici per garantire continuità ai progetti”.
In quale modo si può dare voce alle donne?
“E’ fondamentale l’azione dei media per mantenere continuativa l’attenzione sul paese, informare l’opinione pubblica e fare pressione sui governi. Con il CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) abbiamo appena lanciato ‘NEDA’ (che in dari significa ‘Voce’), un’iniziativa che vede un gruppo di attiviste rifugiate in Italia impegnate in attività di sensibilizzazione sulla condizione femminile in Afghanistan e sulle sfide legate all’integrazione in Italia, valorizzando l’esperienza della diaspora afghana”.
Perché ‘Nove’?
“Nove rappresenta un valore generativo, ‘Caring Humans’, perché ogni nostro progetto è una storia di inclusione che comprende tutti. Alla fine di ogni progetto c’è una virgola, non un punto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita a lasciarsi convertire dalla misericordia di Gesù
“Il Giubileo è per le persone e per la Terra un nuovo inizio; è un tempo dove tutto va ripensato dentro il sogno di Dio. E sappiamo che la parola ‘conversione’ indica un cambiamento di direzione. Tutto si può vedere, finalmente, da un’altra prospettiva e così anche i nostri passi vanno verso mete nuove. Così sorge la speranza che mai delude. La Bibbia racconta questo in molti modi. E anche per noi l’esperienza della fede è stata stimolata dall’incontro con persone che nella vita hanno saputo cambiare e sono, per così dire, entrate nei sogni Dio. Infatti, anche se nel mondo c’è tanto male, noi possiamo distinguere chi è diverso: la sua grandezza, che coincide spesso con la piccolezza, ci conquista”.
Oggi nella seconda udienza giubilare papa Francesco, incontrando pellegrini e fedeli, ha offerto loro la figura di Maria Maddalena, ‘guarita’ dalla misericordia di Gesù: “Nei Vangeli, la figura di Maria Maddalena emerge per questo su tutte le altre. Gesù l’ha guarita con la misericordia e lei è cambiata. Sorelle e fratelli, la misericordia cambia, la misericordia cambia il cuore. E Maria Maddalena, la misericordia l’ha riportata nei sogni di Dio e ha dato nuove mete al suo cammino”.
Il papa ha sottolineato un verbo, quello del voltarsi, come suggerisce il racconto evangelico: “Il Vangelo di Giovanni racconta il suo incontro con Gesù Risorto in un modo che ci fa pensare. Più volte è ripetuto che Maria si voltò. L’Evangelista sceglie bene le parole! In lacrime, Maria guarda dapprima dentro il sepolcro, quindi si volta: il Risorto non è dalla parte della morte, ma dalla parte della vita. Può essere scambiato per una delle persone che incontriamo ogni giorno”.
Il voltarsi è legato al nome: “Poi, quando sente pronunciare il proprio nome, il Vangelo dice che di nuovo Maria si volta. E’ così che cresce la sua speranza: ora vede il sepolcro, ma non più come prima. Può asciugare le sue lacrime, perché ha ascoltato il proprio nome: solo il suo Maestro lo pronuncia così. Il mondo vecchio sembra ci sia ancora, ma non c’è più”.
Attraverso una domanda il papa ha invitato i fedeli a riconoscere la voce di Gesù: “Quando noi sentiamo che lo Spirito Santo agisce nel nostro cuore e sentiamo che il Signore ci chiama per nome, sappiamo distinguere la voce del Maestro? Cari fratelli e sorelle, da Maria Maddalena, che la tradizione chiamò ‘apostola degli apostoli’, impariamo la speranza.
Si entra nel mondo nuovo convertendosi più di una volta. Il nostro cammino è un costante invito a cambiare prospettiva. Il Risorto ci porta nel suo mondo, passo dopo passo, a condizione che non pretendiamo di sapere già tutto”.
E’ un invito a lasciarsi convertire: “Un io troppo sicuro, troppo orgoglioso ci impedisce di riconoscere Gesù Risorto: anche oggi, infatti, il suo aspetto è quello di persone comuni che rimangono facilmente alle nostre spalle. Persino quando piangiamo e ci disperiamo, lo lasciamo alle spalle. Invece di guardare nel buio del passato, nel vuoto di un sepolcro, da Maria Maddalena impariamo a voltarci verso la vita. Lì il nostro Maestro ci attende. Lì il nostro nome è pronunciato”.
Ed ha assicurato che nella vita ognuno ha un ‘posto’: “Perché nella vita reale c’è un posto per noi, sempre e dovunque. C’è un posto per te, per me, per ciascuno. Nessuno può prenderlo, perché è stato pensato da sempre per noi. È brutto, come si dice nel parlato volgare, è brutto lasciare la sedia vuota. Questo posto è per me, se io non ci vado… Ognuno può dire: io ho un posto, io sono una missione! Pensate questo: qual è il mio posto? Qual è la missione che il Signore mi dà? Che questo pensiero ci aiuti a prendere un atteggiamento coraggioso nella vita”.
(Foto: Santa Sede)
IV Domenica di Pasqua: Gesù è il buon Pastore
Nel primo discorso al popolo ebreo l’apostolo Pietro evidenzia a chiare parole: ‘Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso’. All’udire queste parole la folla chiede a Pietro: ‘Cosa dobbiamo fare?’ L’apostolo Pietro risponde con una parola: ‘Convertitevi, cioè pentitevi del passato e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo’.
Papa Francesco: il Signore va cercato nei poveri
Papa Francesco ha concluso la giornata della visita pastorale nella Repubblica democratica del Congo incontrando i rappresentanti delle Opere Caritative: Telema Ongenge, i Lebbrosi dell’ospedale del la Rive, l’Associazione Fasta, il Centro Dream con i Sordomuti del villaggio Bondeko, i ciechi delle Scuole di Petite Flamme del Movimento dei Focolari e le Monache Trappiste di Mvanda.
Dal dialogo ebraico cristiano un invito a consolare il popolo
Oggi, 17 gennaio, si svolge la XXXIV Giornata del dialogo ebraico cristiano sul tema tratto dal brano del profeta Isaia sulla consolazione, ‘Consolate, consolate il Mio popolo’. Tale Giornata si colloca proprio alla vigilia della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani (SPUC), che rappresenta un importante momento ecumenico e interconfessionale.
4^ domenica di Pasqua: Gesù è il buon Pastore
Gesù ci propone il Regno con l’immagine dl buon pastore. Nel suo messaggio tre verbi evidenziano il rapporto tra il pastore e le sue pecore: io le conosco, mi ascoltano, mi seguono. Dio conosce le sue pecorelle nei misteri dolorosi e gaudiosi, nelle debolezze e fragilità e nelle virtù e valori insiti nel cuore di ciascuno.
Da Betlemme mons. Pizzaballa invita ad udire la voce di Dio
Nella benedizione ‘Urbi et Orbi’ natalizio papa Francesco ha chiesto pace nel Medio Oriente e soprattutto per la Terra Santa: “Non dimentichiamoci di Betlemme, il luogo in cui Gesù ha visto la luce e che vive tempi difficili anche per le difficoltà economiche dovute alla pandemia, che impedisce ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa, con effetti negativi sulla vita della popolazione. Pensiamo al Libano, che soffre una crisi senza precedenti con condizioni economiche e sociali molto preoccupanti”.
Giustizia e misericordia nel beato Rosario Livatino
Oggi è il giorno della beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, del giudice Rosario Livatino, socio dell’Azione Cattolica, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Il 22 dicembre papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce il martirio ‘in odio alla fede’, come ha affermato il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, prima della proiezione del docufilm sul ‘giudice ragazzino’ (‘Picciotti, che cosa vi ho fatto?’) alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella:





























