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Papa Leone XIV chiede di risvegliare il mondo

“Sono contento di trovarmi con voi, che rappresentate tutti i consacrati e le consacrate del mondo, in questa settimana del vostro Giubileo a Roma. Vi accolgo con un abbraccio che parte dal cuore e che desidero arrivi fino agli angoli più remoti della terra, dove so di potervi trovare. In particolare, ricordando ciò che già vi disse papa Francesco, voglio a mia volta dichiararvi che la Chiesa ha bisogno di voi e di tutta la diversità e la ricchezza delle forme di consacrazione e di ministero che rappresentate”: accogliendo i partecipanti al giubileo della Vita Consacrata papa Leone XIV ha sottolineato la necessità della Chiesa della ricchezza del loro ministero.

La Chiesa ha necessità di loro perché risvegliano il mondo: “Con la vostra vitalità e con la testimonianza di una vita dove Cristo è il centro e il Signore, voi potete contribuire a ‘svegliare il mondo’. Questo lo abbiamo sentito stamattina: che potete svegliare il mondo! In questo senso, va sempre ribadito quanto sia importante per tutti voi essere radicati in Cristo. Solo in questo modo, infatti, potrete compiere la missione in modo fecondo, vivendo la vocazione come parte della meravigliosa avventura di seguire più da vicino Gesù”.

Però è possibile risvegliare il mondo solo se si è uniti a Gesù: “Uniti a Lui, e in Lui tra di voi, le vostre piccole luci diventano come il tracciato di un sentiero luminoso nel grande progetto di pace e di salvezza che Dio ha sull’umanità. Per questo motivo, a voi, figlie e figli di Fondatori e Fondatrici, rivolgo una calorosa esortazione a ‘ritornare al cuore’, come il luogo in cui riscoprire la scintilla che ha animato gli inizi della vostra storia, consegnando a chi vi ha preceduto una missione specifica che non passa e che oggi vi è affidata”.

E citando l’enciclica ‘Dilexit nos’ il papa ha invitato a coltivare la preghiera: “E’ infatti nel cuore che si produce la ‘paradossale connessione tra la valorizzazione di sé e l’apertura agli altri, tra l’incontro personalissimo con sé stessi e il dono di sé agli altri’. E’ nell’interiorità, coltivata nella preghiera e nella comunione con Dio, che mettono le radici i migliori frutti di bene secondo l’ordine dell’amore, nella piena promozione dell’unicità di ciascuno, nella valorizzazione del proprio carisma e nell’apertura universale della carità”.

Quindi ha ripreso il motto scelto per questo giubileo (‘Pellegrini di speranza, sulla via della pace’): “C’è un bisogno profondo di speranza e di pace che abita il cuore di ogni uomo e donna del nostro tempo e voi, consacrate e consacrati, volete farvene portatori e testimoni con la vostra vita, come divulgatori di concordia attraverso la parola e l’esempio, e prima ancora come persone che portano in sé, per grazia di Dio, l’impronta della riconciliazione e dell’unità.

Solo così potrete essere, nei vari ambienti in cui vivete e operate, costruttori di ponti e diffusori di una cultura dell’incontro, nel dialogo, nella conoscenza reciproca, nel rispetto per le differenze, con quella fede che vi fa riconoscere in ogni essere umano un solo volto sacro e meraviglioso: quello di Cristo”.

Citando papa san Paolo VI ha richiamato il valore della sinodalità: “E’ la descrizione di una missione entusiasmante: un ‘domestico dialogo’ che oggi è affidato anche a voi, anzi a voi in modo speciale, per un continuo rinnovamento del Corpo di Cristo nelle relazioni, nei processi, nei metodi. La vostra vita, il modo stesso in cui siete organizzati, il carattere di fatto frequentemente internazionale e interculturale dei vostri Istituti, vi pongono infatti in una condizione privilegiata per poter vivere quotidianamente valori come l’ascolto reciproco, la partecipazione, la condivisione di opinioni e capacità, la ricerca comune di cammini secondo la voce dello Spirito”.

E’ questa la testimonianza di cui ha bisogno la Chiesa: “Di tutto ciò la Chiesa oggi vi chiede di essere testimoni speciali nelle diverse dimensioni della vostra vita, in primo luogo camminando in comunione con tutta la grande famiglia di Dio, sentendola come Madre e Maestra, condividendo in essa la gioia della vostra vocazione e anche, dove necessario, superando divisioni, perdonando ingiustizie subite, chiedendo perdono per le chiusure dettate dall’autoreferenzialità. Lavorate a diventare, giorno per giorno, sempre più ‘esperti di sinodalità’, per esserne profeti al servizio del popolo di Dio”.

Precedentemente il papa aveva ricevuto una delegazione della fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, ricordando la loro missione di aiutare i cristiani, ricordando le parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Al contrario, la vostra missione proclama che, come unica famiglia in Cristo, non abbandoniamo i nostri fratelli e sorelle perseguitati. Piuttosto, li ricordiamo, siamo al loro fianco e ci adoperiamo per garantire le loro libertà donate da Dio… Queste parole riecheggiano oggi nei nostri cuori, perché la sofferenza di qualsiasi membro del Corpo di Cristo è condivisa da tutta la Chiesa”.

Inoltre ha ribadito la necessità della libertà religiosa: “La libertà religiosa, pertanto, non è meramente un diritto giuridico o un privilegio che ci è concesso da governi; è una condizione fondante che rende possibile la riconciliazione autentica. Quando questa libertà viene negata, la persona umana è privata della capacità di rispondere liberamente alla chiamata della verità. Ciò che ne consegue è un lento disgregarsi dei vincoli etici e spirituali che sostengono le comunità; la fiducia lascia spazio alla paura, il sospetto sostituisce il dialogo e l’oppressione genera violenza.

Per questa ragione la Chiesa cattolica ha sempre difeso la libertà religiosa per tutti. Il Concilio Vaticano II, in ‘Dignitatis humanaeì, ha affermato che tale diritto deve essere riconosciuto nella vita giuridica e istituzionale di ogni nazione. La difesa della libertà religiosa, dunque, non può rimanere astratta; deve essere vissuta, protetta e promossa nella vita quotidiana degli individui e delle comunità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: nelle differenze l’unità delle Chiese

“Oggi è la grande festa della Chiesa di Roma, generata dalla testimonianza degli Apostoli Pietro e Paolo e fecondata dal loro sangue e da quello di molti altri martiri. Anche ai nostri giorni, in tutto il mondo, vi sono cristiani che il Vangelo rende generosi e audaci persino a prezzo della vita. Esiste così un ecumenismo del sangue, una invisibile e profonda unità fra le Chiese cristiane, che pure non vivono ancora tra loro la comunione piena e visibile. Voglio pertanto confermare in questa festa solenne che il mio servizio episcopale è servizio all’unità e che la Chiesa di Roma è impegnata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo a servire la comunione tra tutte le Chiese”: con queste parole prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato ‘la grande festa della Chiesa di Roma’ nella solennità dei santi Pietro e Paolo, sottolineando che anche in questo tempo ci sono cristiani che muoiono per i valori del Vangelo.

Questa persecuzione avviene ancora oggi perché la visione proposta da Gesù è un ‘rovesciamento’ di prospettiva: “La pietra, da cui Pietro riceve anche il proprio nome, è Cristo. Una pietra scartata dagli uomini e che Dio ha reso pietra angolare. Questa Piazza e le Basiliche Papali di San Pietro e di San Paolo ci raccontano come quel rovesciamento continui sempre. Esse si trovano ai margini della città antica, ‘fuori le mura’, come si dice fino ad oggi.

Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione”.

Ma il giubileo ricorda che la persecuzione è vinta con la speranza, nonostante i nostri errori: “Cari fratelli e sorelle, sulle tombe degli Apostoli, meta millenaria di pellegrinaggio, anche noi scopriamo che possiamo vivere di conversione in conversione. Il Nuovo Testamento non nasconde gli errori, le contraddizioni, i peccati di quelli che veneriamo come i più grandi Apostoli. La loro grandezza, infatti, è stata modellata dal perdono. Il Risorto, più di una volta, è andato a prenderli per rimetterli sul suo cammino. Gesù non chiama mai una volta sola. E’ per questo che tutti possiamo sempre sperare, come ci ricorda anche il Giubileo”.

E prima, nella celebrazione eucaristica della solennità dei santi Pietro e Paolo papa Leone XIV ha ricordato due aspetti fondamentali della Chiesa, quali la comunione ecclesiale e la vitalità della fede: “Anzitutto, la comunione ecclesiale. La liturgia di questa Solennità, infatti, ci fa vedere come Pietro e Paolo sono stati chiamati a vivere un unico destino, quello del martirio, che li ha associati definitivamente a Cristo”.

Con una sottolineatura importante, quella di una fede non ‘pacifica’: “Tuttavia, questa comunione nell’unica confessione della fede non è una conquista pacifica. I due Apostoli la raggiungono come un traguardo a cui approdano dopo un lungo cammino, nel quale ciascuno ha abbracciato la fede e ha vissuto l’apostolato in modo diverso.

La loro fraternità nello Spirito non cancella le diversità dalle quali sono partiti: Simone era un pescatore di Galilea, Saulo invece un rigoroso intellettuale appartenente al partito dei farisei; il primo lascia subito tutto per seguire il Signore; il secondo perseguita i cristiani finché viene trasformato da Cristo Risorto; Pietro predica soprattutto ai Giudei; Paolo è spinto a portare la Buona Notizia alle genti”.

Quindi una fede non ‘pacifica’, ma ‘comunionale’: “Carissimi, la storia di Pietro e Paolo ci insegna che la comunione a cui il Signore ci chiama è un’armonia di voci e di volti e non cancella la libertà di ognuno. I nostri Patroni hanno percorso sentieri diversi, hanno avuto idee differenti, a volte si sono confrontati e scontrati con franchezza evangelica. Eppure ciò non ha impedito loro di vivere la concordia apostolorum, cioè una viva comunione nello Spirito, una feconda sintonia nella diversità”.

La vita di questi due santi è un insegnamento di comunione: “Tutto questo ci interroga sul cammino della comunione ecclesiale. Essa nasce dall’impulso dello Spirito, unisce le diversità e crea ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri. E’ importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata nella confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo”.

E’ un cammino a cui tutti siamo chiamati: “Su questa strada siamo chiamati a camminare, proprio guardando a Pietro e Paolo, perché di tale fraternità abbiamo tutti bisogno. Ne ha bisogno la Chiesa, ne hanno bisogno le relazioni tra laici e presbiteri, tra i presbiteri e i Vescovi, tra i Vescovi e il Papa; così come ne hanno bisogno la vita pastorale, il dialogo ecumenico e il rapporto di amicizia che la Chiesa desidera intrattenere con il mondo. Impegniamoci a fare delle nostre diversità un laboratorio di unità e di comunione, di fraternità e di riconciliazione perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri”.

Tale cammino interpella la vitalità della ‘nostra’ fede: “Nell’esperienza del discepolato, infatti, c’è sempre il rischio di cadere nell’abitudine, nel ritualismo, in schemi pastorali che si ripetono senza rinnovarsi e senza cogliere le sfide del presente. Nella storia dei due Apostoli, invece, ci ispira la loro volontà di aprirsi ai cambiamenti, di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, dagli incontri e dalle situazioni concrete delle comunità, di cercare strade nuove per l’evangelizzazione a partire dai problemi e dalle domande posti dai fratelli e dalle sorelle nella fede”.

Infatti la fede è incentrata sulla domanda che Gesù pone agli apostoli su sé stesso (‘Ma voi, chi dite che io sia?’): “Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda. Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo? Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?”.

Ed ha concluso l’omelia con un invito al discernimento, che dipende da come la comunione è vissuta: “Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo. Questo, insieme alla comunione, deve essere il nostro primo desiderio. In particolare, oggi vorrei rivolgermi alla Chiesa che è in Roma, perché più di tutte essa è chiamata a diventare segno di unità e di comunione, Chiesa ardente di una fede viva, Comunità di discepoli che testimoniano la gioia e la consolazione del Vangelo in tutte le situazioni umane”.

Al termine ha salutato gli arcivescovi che hanno ricevuto il pallio ed i membri delle Chiese ortodosse presenti alla celebrazione eucaristica: “Nella gioia di questa comunione, che il cammino dei santi Pietro e Paolo ci invita a coltivare, saluto i fratelli Arcivescovi che oggi ricevono il Pallio. Carissimi, questo segno, mentre richiama il compito pastorale che vi è affidato, esprime la comunione con il Vescovo di Roma, perché nell’unità della fede cattolica, ciascuno di voi possa alimentarla nelle Chiese locali a voi affidate.

Desidero poi salutare i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina: grazie per la vostra presenza qui e per il vostro zelo pastorale. Il Signore doni la pace al vostro popolo! E con viva riconoscenza saluto la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, qui inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione

“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.

Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.

Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.

Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”

In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.

Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.

Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.

Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.

La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.

Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.

Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.

E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.

Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.

E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.

A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.

(Foto: Santa Sede)

Rapporto IREF: l’associazionismo è vitale

“Il rapporto Iref 2024 offre una visione di un’Italia in trasformazione, capace di reinventare la partecipazione e l’impegno civico per rispondere a una società in continuo cambiamento. Nonostante le difficoltà, l’associazionismo italiano si dimostra ancora un tessuto vitale e dinamico, capace di adattarsi ai nuovi bisogni dei cittadini e di costruire, in maniera inclusiva, una cittadinanza attiva e solidale”: lo ha affermato il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, durante la presentazione decimo Rapporto sull’associazionismo sociale dell’Istituto di ricerche educative e formative delle Acli (Iref), intitolato ‘La prospettiva civica’ svoltasi al Circolo Acli Lambrate.

Il volume descrive l’associazionismo come un fenomeno che resiste alle logiche di mercato, cercando soluzioni mutualistiche e di condivisione che favoriscono il benessere collettivo. Dalle reti di supporto tra genitori, alla tutela di lavoratori precari, fino al supporto nei settori della salute mentale e dell’educazione, il volontariato italiano crea connessioni significative che offrono alternative a modelli economici basati solo sull’efficienza e il profitto.

Sebbene la partecipazione civica tradizionale sia in calo, esistono numerose piccole associazioni tematiche, spesso animate da giovani e dotate di una struttura flessibile e digitalizzata, che rispondono ai bisogni specifici delle comunità locali, diventando punti di riferimento per la coesione sociale e affrontando tematiche come l’inclusione, la sostenibilità ambientale e il supporto alle fasce più vulnerabili.

Tale ‘reinvenzione del locale’ dimostra come l’associazionismo sia in grado di adattarsi alle sfide contemporanee, colmando le lacune istituzionali e offrendo soluzioni concrete ai problemi del territorio, offrendo un’analisi innovativa e approfondita del mondo associativo italiano, che si pone come un importante strumento di riflessione su come l’associazionismo stia evolvendo in Italia, esplorando le nuove forme di partecipazione e il ruolo delle organizzazioni sociali in un contesto di profonde trasformazioni economiche e politiche.

La ricerca si è basata su due anni di studio e include contributi di ventiquattro autori, arricchiti da statistiche inedite e da una mappatura della partecipazione civica in Italia. A differenza dei precedenti rapporti, che si focalizzavano sull’impatto sociale e culturale delle associazioni, ‘La prospettiva civica’ esamina il funzionamento interno delle nuove realtà associative e le motivazioni di coloro che scelgono di impegnarsi attivamente, spesso in modo informale, all’interno delle proprie comunità.

Un altro tema centrale analizzato è la difficoltà che molte micro-associazioni informali incontrano nell’adeguarsi ai requisiti introdotti dalla recente ‘Riforma del Terzo settore’, che ha stabilito norme più rigide per il riconoscimento delle associazioni. Ciò ha creato una spaccatura: da un lato, gli Ets (Enti del Terzo settore) formalmente riconosciuti e in grado di co-progettare con le istituzioni; dall’altro, gruppi e micro-associazioni più informali, che rimangono esclusi dal Registro nazionale e, di conseguenza, dai benefici della riforma.

Il documento descrive anche l’associazionismo come un fenomeno che resiste alle logiche di mercato, cercando soluzioni mutualistiche e di condivisione che favoriscono il benessere collettivo. Dalle reti di supporto tra genitori, alla tutela di lavoratori precari, fino al supporto nei settori della salute mentale e dell’educazione, il volontariato italiano crea connessioni significative che offrono alternative a modelli economici basati solo sull’efficienza e il profitto.

Il rapporto esplora il ruolo delle associazioni come canali alternativi di partecipazione politica per chi è deluso dai partiti tradizionali. Sebbene la sfiducia verso la politica istituzionale sia crescente, il mondo associativo si conferma un ponte vitale per la cittadinanza attiva, dando voce a chi è spesso escluso dai processi decisionali, come giovani, migranti e persone in difficoltà economica e sociale.

L’incontro è stato aperto da Paolo Petracca, presidente dell’IREF ed ha visto l’intervento di numerosi esponenti del terzo settore e amministratori locali, con la conclusione di Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli: “L’associazionismo ha oggi la responsabilità di andare oltre le sue stesse definizioni e categorie autoimposte, per riscoprire il suo ruolo di ponte tra i cittadini e le istituzioni. In un tempo di grandi tensioni sociali e politiche, ciò che conta è costruire spazi di partecipazione, affinché tutti possano sentirsi parte di un progetto comune di coesione e solidarietà”.

(Foto: Acli)

Papa Francesco: l’Amore è edificante

Con una celebrazione eucaristica davanti a 50.000 fedeli papa Francesco ha concluso la giornata a Singapore, prendendo spunto dalle parole dell’apostolo Paolo, secondo cui solo l’Amore edifica: “Proprio per questo, vorrei commentare le stesse parole prendendo spunto dalla bellezza di questa città, e dalle grandi e ardite architetture che contribuiscono a renderla così famosa e affascinante, cominciando dall’impressionante complesso del National Stadium, in cui ci troviamo.

E vorrei farlo ricordando che, in ultima analisi, anche all’origine di queste imponenti costruzioni, come di ogni altra impresa che lasci un segno positivo in questo mondo, non ci sono, come molti pensano, prima di tutto i soldi, né la tecnica e nemmeno l’ingegneria (tutti mezzi utili, molto utili), ma c’è l’amore: ‘l’amore che edifica’, appunto”.

Perciò ha sottolineato che la frase paolina non è banale: “Non c’è opera buona, infatti, dietro cui non ci siano delle persone magari geniali, forti, ricche, creative, ma pur sempre donne e uomini fragili, come noi, per i quali senza l’amore non c’è vita, né slancio, né motivo per agire, né forza per costruire.

Cari fratelli e sorelle, se qualcosa di buono c’è e rimane in questo mondo, è solo perché, in infinite e varie circostanze, l’amore ha prevalso sull’odio, la solidarietà sull’indifferenza, la generosità sull’egoismo. Senza questo, anche qui nessuno avrebbe potuto far crescere una metropoli così grande, gli architetti non avrebbero progettato, gli operai non avrebbero lavorato e nulla si sarebbe potuto realizzare”.

E’ stato un invito a leggere queste storie d’amore, perché senza esso non c’è vitalità: “Allora ciò che noi vediamo è un segno, e dietro ciascuna delle opere che ci stanno di fronte ci sono tante storie d’amore da scoprire: di uomini e donne uniti gli uni agli altri in una comunità, di cittadini dediti al loro Paese, di madri e padri solleciti per le loro famiglie, di professionisti e lavoratori di ogni genere e grado, onestamente impegnati nei loro diversi ruoli e mansioni.

E ci fa bene imparare a leggerle, queste storie, scritte sulle facciate delle nostre case e sui tracciati delle nostre strade, e tramandarne la memoria, per ricordarci che nulla di duraturo nasce e cresce senza l’amore. A volte succede che la grandezza e l’imponenza dei nostri progetti possono farcelo dimenticare, illudendoci di potere, da soli, essere gli autori di noi stessi, della nostra ricchezza, del nostro benessere, della nostra felicità, ma alla fine la vita ci riporta sempre ad un’unica realtà: senza amore non siamo nulla”.

Ma è la fede che illumina l’amore: “La fede, poi, ci conferma e ci illumina ancora di più circa questa certezza, perché ci dice che alla radice della nostra capacità di amare e di essere amati c’è Dio stesso, che con cuore di Padre ci ha desiderati e portati all’esistenza in modo totalmente gratuito e che in modo altrettanto gratuito ci ha redenti e liberati dal peccato e dalla morte, con la morte e risurrezione del suo Figlio Unigenito. E’ in Lui, in Gesù, che ha origine e compimento tutto ciò che siamo e che possiamo diventare”.

Ed ha ripreso l’omelia che papa san Giovanni Paolo II fece nel 1986 proprio in quello stadio: “Fratelli e sorelle, questa è una parola importante per noi perché, al di là dello stupore che proviamo davanti alle opere fatte dall’uomo, ci ricorda che c’è una meraviglia ancora più grande, da abbracciare con ancora maggiore ammirazione e rispetto: e cioè i fratelli e le sorelle che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino, senza preferenze e senza differenze, come ben testimoniano la società e la Chiesa singaporiane, etnicamente così varie e al tempo stesso così unite e solidali!”

L’amore di Dio è stato già sperimentato dalla Madonna: “La prima è Maria, del cui Nome Santissimo oggi celebriamo la memoria. A quante persone hanno dato e danno speranza il suo sostegno e la sua presenza, su quante labbra è apparso e appare il suo Nome in momenti di gioia e anche di dolore! E questo perché in Lei, in Maria, noi vediamo l’amore del Padre manifestarsi in uno dei modi più belli e totali: quello della tenerezza (non dimentichiamo la tenerezza!) la tenerezza di una mamma, che tutto comprende, che tutto perdona e che non ci abbandona mai. Per questo ci rivolgiamo a Lei!”

Concludendo l’omelia ha citato anche l’ardore missionario di san Francesco Saverio: “Il secondo è un santo caro a questa terra, che qui ha trovato ospitalità tante volte durante i suoi viaggi missionari. Parlo di San Francesco Saverio, accolto in questa terra in molte occasioni, l’ultima il 21 luglio 1552.

Di lui ci è rimasta una bellissima lettera indirizzata a Sant’Ignazio e ai primi compagni, in cui manifesta il suo desiderio di andare in tutte le università del suo tempo… perché si sentano spinti a farsi missionari per amore dei fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Verso la Settimana Sociale: un processo di democrazia

Si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio del prossimo anno la 50ª Settimana Sociale dei Cattolici sul tema ‘Al cuore della democrazia, come deciso dal Consiglio Episcopale Permanente, nella sessione dello scorso gennaio, sottolineando la necessità di favorire la riflessione sulle nuove forme di partecipazione e l’elaborazione di strumenti comuni per costruire e far crescere alleanze.

Mons. De San Martin: il Sinodo è l’unione in Cristo

“La Chiesa di Dio è convocata in Sinodo. Il cammino, dal titolo ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione’, si aprirà solennemente il 9-10 ottobre 2021 a Roma e il 17 ottobre seguente in ogni Chiesa particolare. Una tappa fondamentale sarà la celebrazione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nell’ottobre del 2023, a cui farà seguito la fase attuativa, che coinvolgerà nuovamente le Chiese particolari…

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