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Papa Leone XIV: il Vangelo invita a farsi aprire gli occhi
“Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, che cosa rappresenta? L’amore, la carità, l’espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone. E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell’espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare. E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha ultimato le visite pastorali in avvicinamento alla Pasqua nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, in cui ha sottolineato il valore dell’inclusione che questa comunità promuove da tanti anni.
Inoltre ha ringraziato gli anziani per l’accoglienza: “E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio. Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per (non so) la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ di comunità, persone che ricevono qualcosa. Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine. Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita”.
Per questo ha sottolineato il significato del nome della parrocchia: “Ed allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia. Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna”.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica il papa ha preso spunto dall’invito evangelico di questa domenica ‘in laetare’: “Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”.
E’ una domenica ‘in laetare’ in quanto il vangelo racconta un gioco di sguardi: “Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista… Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio””.
Ecco il gesto di Gesù che ricorda la creazione: “Nel ‘segno’, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione (il fango, la saliva) torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce”.
Ma molti scelgono di non vedere e di ‘chiudersi’nella legge: “Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale.
Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è ‘sabato’ che possa ostacolare un atto d’amore. Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele (e per noi della domenica, giorno del Signore) è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono”.
Al termine della celebrazione eucaristica il papa ha incontrato il consiglio pastorale, sottolineando l’importanza del fonte battesimale: “Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia. E’ la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce!
Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi. E poi davanti all’altare (non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa) però c’è il fonte battesimale proprio davanti. E’ un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo”.
(Foto: Santa Sede)
Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda
Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.
Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.
Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.
Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti. La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.
L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato! I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.
Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.
Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.
Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.
Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.
Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.
Seconda domenica di Pasqua: Tommaso ‘mio Signore e mio Dio’
Gesù visita la sua Chiesa (i suoi discepoli) il giorno stesso della sua risurrezione: l’indomani del sabato. In verità né i Romani né i Greci conoscevano la settimana: per i Romani il mese si divideva in calende, idi e none; per i Greci il mese era costituito da tre decadi. La settimana è di origine ebraica: in essa il settimo giorno era il sabato. Nel mondo cristiano è festa l’indomani del sabato detto ‘dies Domini’: il giorno in cui i discepoli esultarono per il Cristo risorto, come Egli stesso aveva detto.
La giornata era iniziata all’insegna della paura; paura per i discepoli ancora traumatizzati per la passione e morte di Gesù in croce; paura per i Giudei che temevano Gesù vivo perché tutti andavano da Lui; di Gesù morto perchè aveva assicurato: dopo tre giorni risusciterò. La risurrezione di Gesù è stata la novità sconvolgente: mentre tutti temono, Gesù risorge e la sua risurrezione appare l’evento reale, storico, attestato subito da molti ed autorevoli testimoni.
Gesù risorto lo stesso giorno va a trovare i suoi discepoli nel cenacolo e conferisce loro tre doni. la pace, la gioia, e la missione da compiere: ‘Pace a voi; come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’: Io sono, dice Gesù, l’alfa e l’omega; il primo e l’ultimo, il Vivente; ero morto ora vivo per sempre. Gesù si presenta vivo ai suoi discepoli, chiusi nel cenacolo per la paura, e presenta loro le sue piaghe.; dona ai suoi discepoli la pace come frutto della sua vittoria sulla morte e sul peccato.
Chi crede avrà la vita eterna e può invocare Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La risurrezione di Gesù, dirà sant’Agostino, è la nostra speranza perchè ci introduce in un nuovo futuro. La sua risurrezione non è un semplice ritorno alla vita precedente; è il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova che interesserà ciascuno di noi, l’umanità; perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Questo evento introduce l’uomo alla vita eterna. La risurrezione di Gesù è l’evento che intere generazioni hanno accolto con fede sincera e testimoniato con il sangue.
Quel giorno Tommaso non era presente quando Gesù venne ed entrò a porte chiuse; informato dell’avvenimento, incredulo, disse: ‘Se non vedo lo con i miei occhi e non metto il dito nelle sue piaghe, non credo’. Tommaso esige una esperienza personale, chiede l’incontro con il Risorto: non una fede per sentito dire ma una fede illuminata; non chiede di vedere il viso di Gesù ma toccare le sue piaghe. La liturgia bizantina la definisce: ‘felice incredulità’; infatti servì a Gesù per dare a tutti ancora una prova della sua risurrezione già precedentemente annunziata.
Otto giorni dopo Gesù viene incontro all’incredulità di Tommaso invitandolo a toccare le sue piaghe. E’ certo un insegnamento per tutti; è come se Gesù dicesse oggi: non sei in pace? tocca le mie piaghe, da esse scaturisce la misericordia divina. Le paghe di Gesù sono un vero tesoro: sei triste?, sei angosciato?, hai problemi di qualsiasi natura?; dalle piaghe di Gesù scaturisce la pace; attraverso le sue piaghe riacquisti la vera gioia; quella che solo Gesù può donarci. Con la pace e la gioia nel cuore sei chiamato a vivere la tua missione di cristiano e di figlio di Dio.
Gesù infatti oggi affida a me, a te, a ciascuno di noi il compito di attuare e perpetuare la sua missione: ‘Come il Padre ha mandato me, Io mando voi!’ Essere cristiano oggi significa essere testimoni credibili della sua passione, morte e risurrezione: ‘Mio Signore e mio Dio’, disse Tommaso toccando le piaghe di Gesù. Amico che ascolti, gioisci , oggi è Pasqua perchè Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Affidiamoci con fede vera all’intercessione di Maria, regina del cielo e della terra, e nostra dolcissima mamma.
Papa Francesco invita ad ‘imitare’ Zaccheo
Anche oggi in occasione dell’udienza generale papa Francesco, ancora convalescente, ha fornito il testo scritto della catechesi, che prende in esame alcuni personaggi evangelici, concentrandosi su Zaccheo: “Questa volta vorrei soffermarmi sulla figura di Zaccheo: un episodio che mi sta particolarmente a cuore, perché ha un posto speciale nel mio cammino spirituale. Il Vangelo di Luca ci presenta Zaccheo come uno che sembra irrimediabilmente perso. Forse anche noi a volte ci sentiamo così: senza speranza. Zaccheo invece scoprirà che il Signore lo stava già cercando”.
Il papa ha sottolineato che nel Vangelo si descrive il modo con cui Gesù ‘scende’ per ‘cercare’ la gente: “Gesù infatti è sceso a Gerico, città situata sotto il livello del mare, considerata un’immagine degli inferi, dove Gesù vuole andare a cercare coloro che si sentono perduti. E in realtà il Signore Risorto continua a scendere negli inferi di oggi, nei luoghi di guerra, nel dolore degli innocenti, nel cuore delle madri che vedono morire i loro figli, nella fame dei poveri”.
L’evangelista è abile nel tratteggiare le sue ‘caratteristiche’, che lo hanno escluso: “Zaccheo in un certo senso si è perso, forse ha fatto delle scelte sbagliate o forse la vita l’ha messo dentro situazioni da cui fatica a uscire. Luca insiste infatti nel descrivere le caratteristiche di quest’uomo: non solo è un pubblicano, cioè uno che raccoglie le tasse dei propri concittadini per gli invasori romani, ma è addirittura il capo dei pubblicani, come a dire che il suo peccato è moltiplicato.
Luca aggiunge poi che Zaccheo è ricco, lasciando intendere che si è arricchito sulle spalle degli altri, abusando della sua posizione. Ma tutto questo ha delle conseguenze: Zaccheo probabilmente si sente escluso, disprezzato da tutti”.
Proprio per queste caratteristiche Zaccheo ha un desiderio di poterlo vedere: “Quando viene a sapere che Gesù sta attraversando la città, Zaccheo sente il desiderio di vederlo. Non osa immaginare un incontro, gli basterebbe guardarlo da lontano. I nostri desideri però trovano anche degli ostacoli e non si realizzano automaticamente: Zaccheo è basso di statura!”
Ed il suo desiderio non si arresta nemmeno davanti alle difficoltà: “E’ la nostra realtà, abbiamo dei limiti con cui dobbiamo fare i conti. E poi ci sono gli altri, che a volte non ci aiutano: la folla impedisce a Zaccheo di vedere Gesù. Forse è anche un po’ la loro rivincita”.
Il desiderio vince la paura: “Ma quando hai un desiderio forte, non ti perdi d’animo. Una soluzione la trovi. Occorre però avere coraggio e non vergognarsi, ci vuole un po’ della semplicità dei bambini e non preoccuparsi troppo della propria immagine. Zaccheo, proprio come un bambino, sale su un albero. Doveva essere un buon punto di osservazione, soprattutto per guardare senza essere visto, nascondendosi dietro le fronde”.
Questa ‘caparbietà’ è premiata, nonostante le ‘chiacchiere’ di paese: “Ma con il Signore accade sempre l’inaspettato: Gesù, quando arriva lì vicino, alza lo sguardo. Zaccheo si sente scoperto e probabilmente si aspetta un rimprovero pubblico. La gente magari l’avrà sperato, ma resterà delusa: Gesù chiede a Zaccheo di scendere subito, quasi meravigliandosi di vederlo sull’albero, e gli dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua!’ Dio non può passare senza cercare chi è perduto”.
Quindi da un incontro con Gesù nasce la gioia per avere ricevuto misericordia: “Luca mette in evidenza la gioia del cuore di Zaccheo. E’ la gioia di chi si sente guardato, riconosciuto e soprattutto perdonato. Lo sguardo di Gesù non è uno sguardo di rimprovero, ma di misericordia. E’ quella misericordia che a volte facciamo fatica ad accettare, soprattutto quando Dio perdona coloro che secondo noi non lo meritano. Mormoriamo perché vorremmo mettere dei limiti all’amore di Dio”.
Ed avviene il cambiamento di vita: “Nella scena a casa, Zaccheo, dopo aver ascoltato le parole di perdono di Gesù, si alza in piedi, come se risorgesse dalla sua condizione di morte. E si alza per prendere un impegno: restituire il quadruplo di ciò che ha rubato”.
Infatti la misericordia cambia la vita nel concreto: “Non si tratta di un prezzo da pagare, perché il perdono di Dio è gratuito, ma si tratta del desiderio di imitare Colui dal quale si è sentito amato. Zaccheo si prende un impegno a cui non era tenuto, ma lo fa perché capisce che quello è il suo modo di amare. E lo fa mettendo insieme sia la legislazione romana relativa al furto, sia quella rabbinica circa la penitenza. Zaccheo allora non è solo l’uomo del desiderio, è anche uno che sa compiere passi concreti. Il suo proposito non è generico o astratto, ma parte proprio dalla sua storia: ha guardato la sua vita e ha individuato il punto da cui iniziare il suo cambiamento”.
La catechesi si conclude con l’invito a nutrire il desiderio di Dio: “Cari fratelli e sorelle, impariamo da Zaccheo a non perdere la speranza, anche quando ci sentiamo messi da parte o incapaci di cambiare. Coltiviamo il nostro desiderio di vedere Gesù, e soprattutto lasciamoci trovare dalla misericordia di Dio che sempre viene a cercarci, in qualunque situazione ci siamo persi”.
XXX Domenica Tempo Ordinario: Coraggio, alzati! Gesù ti chiama
Gerico, dopo Gerusalemme, era la città più importante della Palestina: ‘Paese divino dove nascono le cose più belle e più rare’, così la descrive lo storico Giuseppe Flavio. Seduto a mendicare lungo la strada che va verso Gerusalemme, mentre Gesù passava con i suoi discepoli e una grande folla, si era fermato Bartimeo: un uomo triste, che aveva perduto la vista e con essa ogni fiducia e speranza.
Avuto sentore che stava passando nella stessa via Gesù di Nazareth, Bartimeo, il povero cieco, raccoglie tutte le sue forze per gridare: ‘Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me’. E’ il grido di aiuto che nasce dalla angoscia naturale di chi non vede perchè cieco, mentre la gente attorno è serena, non tollera sentire le sue grida e lo invita a stare zitto. Il cieco non si rassegna e nel suo cuore nutre la speranza di incontrarsi personalmente con Gesù, di cui aveva sicuramente sentito parlare. non si abbandona alla disperazione, ma una luce nel suo cuore lo invita a sperare.
Non conosce Gesù ma il suo udito, reffinato dalla sofferenza, gli fa cogliere il momento propizio; Gesù stava passando, era vicino, e Bartimeo grida: ‘Abbi pietà di me’! Gesù si ferma, guarda attorno e lo chiama. Bartimeo, resosi conto del momento propizio, rinsalda la sua speranza e, gettato via il mantello, si presenta davanti a Gesù. ‘Cosa vuoi che io faccia per te?’, chiede Gesù e il cieco risponde subito: ‘Rabbunì, che io veda di nuovo!’
Gesù di rimando: ‘Vai, la tua fede ti ha salvato’. Bartimeo ci insegna a non disperare mai, ma ad aver fede vera. Guai nella vita a fermarsi dietro una sterile litania di lamentazioni; guai a perdere la speranza di un incontro con Dio.
Ma, come Bartimeo, è necessario gettare il mantello, l’uomo vecchio; avere il coraggio di balzare in piedi nella piena consapevolezza che niente è impossibile a Dio e Gesù è misericordioso ed amabile. Ringraziamo sempre Dio per la vista che ci ha donato non solo del corpo ma anche quella dell’anima e, come il cieco di Gerico, riacquistata la vista, ‘prese a seguirlo’, così chi ha fede vera deve seguire Cristo Gesù, deve aiutare gli altri fratelli a vedere: essere un apostolo di Gesù testimoniando la propria fede con le parole e le opere.
Noi oggi ringraziamo Dio per la vista dell’anima, per la nostra fede in Cristo Gesù; ma è necessario l’impegno di aiutare i fratelli a vedere, scoprire e seguire Gesù. Quanti ciechi forse incontriamo ogni giorno nella via: sono ciechi che con il loro grido inconscio gridano contro lo stesso Cristo; hanno perduto ogni speranza, hanno solo bisogno di testimonianza viva.
Il cristiano vero non può e non deve soffocare tale grido e, come Gesù si è fermato nella via di Gerico, così io, tu, amico che leggi o ascolti, dobbiamo testimoniare l’amore misericordioso di Dio con la parola e la testimonianza della vita. Dobbiamo imparare, in questo anno del sinodo popolare, a riscoprire la dimensione sacerdotale di popolo del Signore. Il Vangelo oggi ci interpella sulla nostra dimensione personale ma anche sociale, ecclesiale, politica ed economica.
Non sono energie sprecate, né risorse buttate al vento quando ci scopriamo ‘Chiesa viva, popolo di Dio nella dimensione sacerdotale’. Guai a me se non predico, se non evangelizzo, se non annuncio con la parola e la testimonianza di vita l’amore di Dio per l’uomo. Il vero cristiano è chiamato ad essere vero apostolo, come ha chiaramente evidenziato Gesù agli Apostoli dicendo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi’.
Sulla via di Gerico, sulle nostre vie, ieri come oggi, quanti ciechi gridano implorando aiuto: sono uomini e donne, giovani ed adulti che hanno perduto la vista, la vista dell’anima, e da qui la disperazione che si coglie dai loro occhi e il ricorso spesso alla droga, all’alcool, al giuoco, alla perversione e talvolta anche al suicidio. Non si può rimanere sordi o fingere di non vedere.
Il sacerdozio comune legato al Battesimo di tutti i fedeli e il sacerdozio ministeriale anche se cose distinte non sono separabili per cui sant’Agostino poteva dire: ‘per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano’. E’ necessario oggi più che mai aprire il cuor, l’udito, la vista verso il fratello, che incontriamo sulla via di Gerico, ed implora con gli occhi pieni di tristezza. Se tu sei in alto devi fare luce e non puoi fare i tuoi comodi; la gente ti guarda, ti osserva, ti scruta; se qualcuno è stato generoso con te, tu non puoi essere avaro con gli altri.
Come vuoi che la gente non si lamenta se tu invece di fare luce sei un buio pesto?. Se una lucerna non fa luce, non serve a nulla e si butta; se un fiore è solo appassito, lo si calpesta e si butta nella pattumiera, se una bandiera è solo un cencio, si butta via. Suvvia, siamo oggi tutti mendicanti di gioia, di pace , di amore; allora vogliamoci bene: questo è incontrare Cristo Gesù sulla via di Gerico. La Madonna, la Vergine orante e madre nostra cara, ci insegni a rivolgerci a Dio con piena fiducia, sicuri che Egli ascolta con infinito amore la nostra preghiera.
Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda
Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.
Papa Francesco: Gesù annuncia la liberazione
“Dopodomani, 27 gennaio, si celebra la Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Il ricordo di quello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi non può essere né dimenticato né negato. Non può esserci un impegno costante nel costruire insieme la fraternità senza aver prima dissipato le radici di odio e di violenza che hanno alimentato l’orrore dell’Olocausto.
Papa Francesco: la missione nasce dallo stare con Gesù
Lunedì 28 novembre papa Francesco ha incontrato i membri del Pontificio Collegio Pio Latino Americano, sottolineando che ‘il clericalismo è una forma di mondanità, è una delle peggiori perversioni’. Infatti nel discorso ‘a braccio’ papa Francesco ha ribadito che è necessario “stare con i poveri, con i migranti, con i malati, con i più piccoli e dimenticati della società, per condividere con loro la vita ed annunciare l’amore incondizionato di Dio”.
Mons. Iannuzzi ai fedeli di Castellaneta: vengo a voi con la bisaccia
‘Patris Corde’ è il motto di mons. Sabino Iannuzzi, nuovo vescovo di Castellaneta, appartenente all’ordine dei Frati minori, rettore della Basilica della Santissima Annunziata e Sant’Antonio a Vitulano (Benevento) e vicario episcopale per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Benevento, consacrato sabato scorso dall’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, che nell’omelia ha indicato alcuni punti che potranno essere di aiuto nel suo ministero:
Papa Francesco alle associazioni francesi: guardare il mondo con bellezza
Sabato scorso papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri dell’associazione ‘Voir Ensemble’ durante il pellegrinaggio a Roma. Il nome significa vedere insieme ed è proprio questo lo scopo dell’associazione francese, gestendo stabilimenti e servizi basati su un approccio umanistico che mira a promuovere l’avanzamento sociale e lo sviluppo delle persone con disabilità sensoriali, dalla prima infanzia all’anziano.


























