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Papa Leone XIV: trasmettere la Parola di Dio nella Tradizione

“Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone. In questa annuale occasione di doloroso ricordo, chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune”: al termine dell’udienza generale, papa ha ricordato la Giornata della Memoria, celebrata ieri, chiedendo la fine dell’antisemitismo e di ogni persecuzione.

Inoltre ha pregato per gli sfollati a causa delle inondazioni in Mozambico: “Care sorelle e cari fratelli, il mio pensiero va soprattutto all’amato popolo del Mozambico colpito da devastanti inondazioni. Mentre prego per le vittime, esprimo la mia vicinanza agli sfollati e a tutti quelli che offrono loro il sostegno. Il Signore vi aiuti e vi benedica”.

Mentre nell’udienza generale il papa ha proseguito le catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’, in quanto la Sacra Scrittura è connessa alla Tradizione ecclesiale: “Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: ‘…Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’.

La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato’. In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli”.

Questo è affermato anche dal Concilio Vaticano II: “La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: ‘La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali’, cioè nel testo sacro”.

La Tradizione progredisce nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo, afferma la Costituzione conciliare: “Questo avviene con la comprensione piena mediante ‘la riflessione e lo studio dei credenti’, attraverso l’esperienza che nasce da ‘una più profonda intelligenza delle cose spirituali’ e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto ‘un carisma sicuro di verità’.

 In sintesi, ‘la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede’…  La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia”.

Questo si chiama ‘deposito della fede’: “Il ‘deposito’ della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza”.

E’ stato un invito all’approfondimento di questa Costituzione conciliare: “In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse, afferma, sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”.

(Foto: Santa Sede)

Con p. Messa alla scoperta della devozione mariana di p. Carlo Balić

“La devozione mariana del francescano padre Carlo Balić (1899-1977) si è manifestata non solo nello studio e nelle prestigiose pubblicazioni ma in molti altri modi compresa la fondazione della Pontificia Accademia Mariana. Ha avuto un ruolo non secondario in occasione della proclamazione del dogma di Maria Assunta il 1° novembre 1950 e approfondì tale dottrina soprattutto mediante i congressi mariani internazionali preceduti da quelli ‘mariologici’ con un carattere prettamente scientifico”: da questa descrizione iniziamo un dialogo con fra Pietro Messa, docente di ‘Storia del francescanesimo’ alla Pontificia Università Antonianum di Roma, per farci illustrare la figura di p. Carlo Balić in correlazione alla sua devozione alla Madonna.

P. Carlo Balić è stato un religioso, teologo e francescano croato, appartenente all’Ordine dei frati minori; fu fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI), consultore della Congregazione del Sant’Uffizio, rettore del Pontificio ateneo Antonianum, presidente della Commissione scotista internazionale e fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI). Fece parte anche della Commissione pontificia incaricata alla stesura della Costituzione dogmatica ‘Munificentissimus Deus’ per la proclamazione del dogma dell’Assunta nel 1950; inoltre da quest’anno fu l’organizzatore dei congressi mariologici mariani internazionali e fu promotore dell’ecumenismo in tema mariologico:

“Fedele anche alla tradizione francescana p. Balić, apprezzato dal card. Alfredo Ottaviani, approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione del Figlio e pertanto termini che esprimevano tale realtà (quale ad esempio quello di mediatrice) gli erano molto cari”.

A p. Pietro Messa abbiamo chiesto di delinearci brevemente la figura di p. Carlo Balić: “Nato in Croazia nel 1899 divenne frate e dopo gli studi teologici fu inviato a studiare a Lovanio dove approfondì gli studi del pensiero medievale. Al termine trascorse un periodo in Croazia per trasferirsi presso l’attuale Pontifica Università Antonianum, dove rimase fino alla morte sopravvenuta nel 1977”.

Quale è stata l’opera di p. Balić nell’approfondimento del culto mariano?

“Studiò e diffuse i testi francescani medievali inerenti a Maria, soprattutto quelli di Giovanni Duns Scoto. In un clima in cui la teologia era dominata non tanto dal pensiero di san Tommaso d’Aquino ma dal tomismo questa volontà di valorizzare la teologia scotista gli procurò delle incomprensioni. L’esigenza di riferirsi a edizioni attendibili lo costrinse a fare ricerche direttamente sui manoscritti per farne le dovute trascrizioni. Proprio per questo riferimento alle fonti primarie ossia non mediate da interpretazioni spesso erronee la sua autorevolezza aumentò e divenne un riferimento sicura”. 

In quale modo approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione di Gesù?

“P. Carlo Balić ebbe sempre come principale riferimento il pensiero e la spiritualità di Giovanni Duns Scoto che sarà beatificato da papa san Giovanni Paolo II nel 1993. E la teologia scotista è fortemente cristocentrica riconoscendo a Gesù il primato; tuttavia non dimentica Maria intimamente unita al figlio”.

Per quale motivo era molto devoto alla Madonna?

“La devozione mariana fu instillata in lui soprattutto dalla tradizione francescana che lungo i secoli diffuse in modo particolare il culto all’Immacolata mediante scritti ma anche opere d’arte, santuari e quant’altro”.

Perché ‘rinunciò’ ad usare la parola corredentrice?

“Per p. Carlo Balić, come per altri quale ad esempio il p. Gabriele Allegra, il titolo corredentrice non fu secondario e nelle note di una redazione del primo schema di quello che diverrà il capitolo VIII della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ vi appare. Ma negli schemi successivi non è più presente e anche il titolo di mediatrice da numerosi vescovi fu accolto con fatica perché vi vedevano uno sminuire che Gesù è l’unico mediatore. Significativamente il recente documento inerente al titoli mariani rimanda alla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, ‘Dominus Jesus’, che riafferma l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo, firmata dall’allora card. Josep Ratzinger e pubblicamente sostenuta da papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000 in occasione della canonizzazione anche dei martiri uccisi in Cina. Fa riflettere che a 25 anni di distanza, sempre in occasione di un giubileo, si percepisce l’urgenza di riaffermare la centralità di Cristo rinviando al testo al testo del futuro papa Benedetto XVI”.

Per quale motivo diede vita al PAMI?

“Un vero e proprio vulcano di idee e iniziative fu il padre Balić, tutte volte ad approfondire e far conoscere soprattutto la Vergine Maria Immacolata e tra queste non meraviglia che vi fosse pure la Pontificia Accademia Mariana Internazionale che si rese benemerita negli anni soprattutto mediante i convegni mariologici e mariani internazionali”.

Le scuole paritarie cattoliche sono di buona qualità

Le scuole paritarie cattoliche in Italia sono ampiamente promosse per l’impegno profuso nell’aggiornamento didattico e nella cura della comunità educativa, così come è stato certificato dal Quarto monitoraggio della qualità della scuola cattolica italiana, elaborato dal Centro Studi per la Scuola Cattolica della CEI (in riferimento all’anno scolastico 2021/2022), a partire dai dati dell’Invalsi utilizzati per documentare le prassi educative e i risultati ottenuti, che in conclusione sintetizza alcuni ‘divari’:

“Il presente monitoraggio conferma una serie di divari che caratterizzano le scuole cattoliche. Il primo è purtroppo di carattere economico, visto che i costi favoriscono l’iscrizione di alunni appartenenti a fasce socio-culturali tendenzialmente più elevate (e questo può spiegare almeno in parte anche i buoni risultati scolastici). Il secondo divario è di carattere territoriale, con una condizione migliore delle scuole cattoliche nelle regioni del Nord e più problematica al Sud. Il terzo divario da ricordare è quello ordinamentale tra le scuole dell’infanzia, numericamente maggioritarie, e gli altri ordini di scuola.

Si tratta più in generale di due segmenti del sistema che presentano dinamiche differenti: nel medio periodo sono soprattutto le scuole dell’infanzia a manifestare un preoccupante calo numerico nel numero di scuole e di iscritti, mentre nella secondaria si registrano timidi segnali di ripresa negli ultimi anni. I due segmenti risultano diversi anche dal punto di vista gestionale, dove si conferma, soprattutto nell’infanzia, la crescita dell’iniziativa laicale, pur in presenza di una faticosa tenuta delle congregazioni religiose”.

In compenso nella scuola cattolica ci sono molte risorse per l’offerta formativa: “Le risorse delle scuole cattoliche sono senz’altro buone, soprattutto sul piano materiale, con un patrimonio edilizio solido ed abbondante. Le risorse umane sono meno stabili, ma hanno il loro punto di forza nella formazione permanente. Tra gli obiettivi qualificanti delle scuole cattoliche viene confermato l’impegno per la costituzione di una comunità educativa, che riesce a coinvolgere positivamente alunni e genitori.

L’offerta formativa è buona e spesso arricchita da attività e servizi integrativi. L’attenzione all’inclusione di alunni stranieri e con disabilità è condizionata dai costi, ma c’è uno sforzo costante di aumentare progressivamente queste componenti della scolaresca. I risultati scolastici possono apparire un punto di forza delle scuole cattoliche, visti gli esiti quasi sempre migliori del resto del sistema di istruzione, ma le scuole cercano di mantenere anche un’identità ecclesiale, sebbene non sia questo il principale fattore di attrazione”.

Nell’arco di questi anni le scuole cattoliche possono vantare una lunga tradizione, anche se non mancano scuole di nuova istituzione. In media, sulla base dell’indagine campionaria del 2022, l’età delle scuole si aggira intorno al secolo di vita: 78,8 anni per le scuole dell’infanzia, 93 anni per le scuole primarie, 98 anni per le secondarie di I grado e 108 anni per le secondarie di II grado.

L’andamento delle iscrizioni nel breve-medio periodo costituisce comunque l’indicatore più importante per valutare la vitalità di una scuola. A  partire dal picco del 2010-11, nell’arco di 13 anni sono scomparse in tutto 1.843 scuole (-19,7%), con una media di oltre 140 all’anno, ma con sensibili variazioni da un anno all’altro, non solo in negativo, come mostrano le colonne che per ogni ordine e grado di scuola evidenziano la variazione percentuale rispetto all’anno precedente.

Disaggregando l’analisi per singolo livello scolastico si può notare che il grosso delle chiusure sono concentrate nella scuola dall’infanzia (-1.568 = -22,2%), mentre per il resto si perdono 149 scuole primarie (-13,2%), 79 scuole secondarie di I grado (-13,4%) e 47 scuole secondarie di II grado (-7,8%), precisando però che tra queste ultime l’andamento è molto più irregolare per via di aumenti e diminuzioni sensibili anche nel breve periodo.

Più interessante (e critico) è l’andamento del numero di iscrizioni, che mostra nell’arco dello stesso periodo la perdita complessiva di 225.501 alunni (-30,4%), derivante da un calo di 175.615 bambini nella scuola dell’infanzia (-38,7%), di 34.815 alunni nella scuola primaria (-22,2%), di 5.291 alunni nella scuola secondaria di I grado (-8,0%) e di 9.780 studenti nella secondaria di II grado (-15,3%).

Quindi la secondaria di II grado sta facendo registrare sistematicamente dal 2018-19 una tendenza all’aumento delle iscrizioni, che va a temperare il calo più grave subito negli anni precedenti. Se si confronta questa leggera ripresa con la diminuzione del numero di scuole, si può parlare di una sorta di ottimizzazione del settore con la scomparsa delle scuole più piccole e la maggiore capacità attrattiva delle scuole rimaste (almeno nel caso delle secondarie di II grado): “In ogni caso, viste le motivazioni economiche che condizionano in genere le iscrizioni, il mantenimento di un discreto numero di alunni può essere già un primo indicatore di qualità, dato che le famiglie ritengono di continuare a investire in queste scuole”.

Quindi l’offerta formativa è buona e spesso arricchita da attività e servizi integrativi. I contenuti che riguardano la costruzione di una comunità educativa si colloca al terzo posto con il 35,1% delle scelte (ma nelle secondarie di II grado è al primo posto con il 57,7%). Inoltre dall’analisi emerge che le scuole cattoliche sono inclusive:

“Il 6% degli iscritti non sono italiani e questa percentuale, sui rispettivi iscritti, nelle scuole statali nell’insieme si attesta al 10,8%. Va notato che nel corso degli anni è andata progressivamente crescendo nelle scuole cattoliche la quota di alunni stranieri, parallelamente al tasso di immigrazione”, ha rilevato Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Educazione, la scuola e l’università,  ricordando che “una maggiore presenza di stranieri è impedita dai costi, ma la distanza non è incolmabile e le scuole cattoliche sono per loro natura aperte all’accoglienza e al dialogo interculturale”.

Un dato significativo è inoltre quello riguardante l’alleanza scuola-famiglia: i genitori partecipano in misura più che doppia alle elezioni degli organi collegiali interni rispetto a quanto accade nel resto delle scuole italiane. Il 93% dei genitori partecipa ai colloqui periodici con gli insegnanti (93,0%), prende parte a attività ricreative di vario genere (33,6%), collabora concretamente alla gestione della scuola (20,9%) e alla promozione di iniziative culturali in accordo con il gestore (15,0%).

Il monitoraggio mette in luce anche alcuni ‘gap’, di cui il primo è quello di carattere economico, visto che i costi favoriscono l’iscrizione di alunni appartenenti a fasce socio-culturali tendenzialmente più elevate (e questo può spiegare almeno in parte anche i buoni risultati scolastici). Il secondo è di carattere territoriale, con una condizione migliore delle scuole cattoliche nelle regioni del Nord e più problematica al Sud. Il terzo è quello ordinamentale tra le scuole dell’infanzia, numericamente maggioritarie, e gli altri ordini di scuola.

Le risorse delle scuole cattoliche sono senz’altro buone, soprattutto sul piano materiale, con un patrimonio edilizio solido e abbondante. Alle aule ordinarie, infatti, si aggiungono gli spazi per attività speciali: il 97,7% delle scuole posseggono cortili, il 95,6% palestre, il 94,9% un laboratorio di informatica, l’84,9% un laboratorio scientifico ed il 74,3% una mensa. Le risorse umane sono meno stabili, ma hanno il loro punto di forza nella formazione permanente: il 7% del personale presta servizio a titolo gratuito; il 57% è assunto con contratto a tempo indeterminato mentre il 35,9% a tempo determinato.

Storia, miti e tradizioni, la verità su Santa Lucia  per non farsi rovinare la festa

Si avvicina un periodo difficile: le feste in cui i bambini ricevono doni. Insegnanti solerti e compagni invidiosi potrebbero rovinare la festa dicendo che Babbo Natale, Santa Lucia, San Basilio e San Nicola (alcuni lo chiamano col suo vero nome e non Babbo Natale, figura mitologica a lui ispirata) non esistano o sono i genitori.  Potrebbero anche insinuare il dubbio che i genitori mentano a figli che ancora credono in queste figure. Cosa peggiore, che essi lo facciano perché non vogliono bene alla loro prole.

Ebbene, mettiamo in chiaro che la tradizione è una cosa e la religione è un’altra. Le tradizioni vengono portate avanti dagli uomini , ma la religione c’entra con Dio e i santi sono davvero esistiti. Può essere, come in alcuni casi viene detto dalla loro vera storia, che questo santi abbiano aiutato bambini e ragazzi, per questo essi possono vederli come loro protettori; quindi non è tutto falso. Molti genitori tengono alla tradizione e la portano avanti, altri, invece, la seguono perché i figli ne sentono parlare dai compagni e desiderano anche loro festeggiare queste date.

Essendo stata coinvolta in una diatriba tipo quella citata all’inizio, solo per gelosia circa i miei regali di Natale,  che ero disponibile a dividere con la persona che a, suo modo, mi svelò una parte della verità, desidero proteggere gli altri. La cosa migliore sarebbe dire tutto ai bambini prima che qualcun lo faccia al posto dei genitori, ma non si può sapere quando potrebbe accadere, perciò difendiamoci in un altro modo. Spieghiamo bene ai nostri figli che i santi esistono, parlate dei santi e della loro storia, dimostrando che è vera. Anche se non si è cattolici, ma si segue la tradizione,si può dire che sono persone che hanno  fatto cose grandi in nome del loro credo .

L’importante è fare del bene a prescindere dalla religione che si ha. Sì, alcune storie contengono ingiustizie, ma  il bambino imparerà che esistono e che, a volte, anche se si ha ragione, si perde. Tuttavia, il mondo ricorda, festeggiandoli, i buoni, non i cattivi. Perciò una giustizia, prima o poi, c’è sempre. Questo servirà alle nuove generazioni quando dovranno affrontare momenti difficili e vivranno l’ingiustizia.

Ho analizzato già il rapporto tra Santa Claus/Babbo Natale e San Nicola. Ora vorrei trattare quello tra Santa Lucia, la santa della luce e Santa Lucia , la portatrice di doni.

Il 13 dicembre, Santa Lucia,in groppa al suo asinello, porta doni ai bambini. Anche a lei si possono scrivere letterine. I genitori lasciano, nella stanza dove lei arriverà, una fetta di pane a forma di occhio, per scongiurare le malattie alla vista o pezzi di pane e latte.

C’è anche ci prepara un piatto di biscotti e un bicchiere di vin santo. La leggenda narra che, dopo la sua conversione al cristianesimo, Santa Lucia perse la vista, solitamente è detto che le vennero  strappati gli occhi, perché non voleva cedere al ricatto che le venne posto davanti. Credette alle idee cristiane e non mollò. Quanto al motivo per cui porta doni ai bambini, la tradizione si intreccia con un gesto di generosità attribuito alla Santa. Secondo la tradizione popolare di Brescia e provincia, la Santa lasciò dei sacchi di grano per il popolo alle porte della città, proprio nella notte tra il 12 e il 13 dicembre.

A Verona, invece,  tutto risale al 1200 quando, dopo un’epidemia che fece ammalare agli occhi molti bambini, i loro genitori andarono in processione a Sant’Agnese promettendo loro di tornare con dolci e giocattoli. Per tradizione, infatti, si danno via giochi in buone condizioni da donare ai bambini bisognosi per il giorno de Santa Lucia. Le chiese fanno ancora le raccolte, anche se nell’epoca dei millennials era più frequente. In Sicilia la festa di Santa Lucia è molto sentita. Qui, addirittura, si decide cosa si può mangiare o meno. Sono accetti il granoi e i legumi, soprattutto a pranzo, vietati,invece,pane e pasta.

Ecco delle informazioni storiche  sulla Santa. Le fonti più antiche e attendibili su Santa Lucia sono gli atti greci e latini degli inizi del V secolo,in particolare, la ricerca scientifica più recente in campo agiografico ha ribadito l’autenticità della “Passio” latina, giudicando veritieri il testo, l’esattezza terminologica del linguaggio giuridico e la congruenza dei dati storici. Santa Lucia (Siracusa, III secolo – Siracusa, 13 dicembre 304) è una Vergine e martire che si festeggia il 13 dicembre.

E’ patrona della città di Siracusa e dei ciechi, degli oculisti e degli elettricisti. Protegge dalle malattie degli occhi. L’emblema, ciò con cui viene raffigurata, può essere: Occhi su un piatto, Giglio, Palma, Libro del Vangelo: “La vergine e martire Lucia è una delle figure più care alla devozione cristiana. Come ricorda il Messale Romano è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano. Vissuta a Siracusa, sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304).

Gli atti del suo martirio raccontano di torture atroci inflittele dal prefetto Pascasio, che non voleva piegarsi ai segni straordinari che, attraverso di lei, Dio stava mostrando. Proprio nelle catacombe di Siracusa, le più estese al mondo dopo quelle di Roma, è stata ritrovata un’epigrafe marmorea del IV secolo che è la testimonianza più antica del culto di Lucia. Una devozione diffusasi molto rapidamente: già nel 384, sant’Orso le dedicava una chiesa a Ravenna, papa Onorio I, poco dopo un’altra a Roma. Oggi in tutto il mondo si trovano reliquie di Lucia e opere d’arte a lei ispirate” (cit. da santtiebeati.it.)

Circa il legame con sant’Agata, si deve parlare dei miracoli. Santi e Beati racconta che, un giorno, la giovane ‘Lucia propose alla madre, di nome Eutichia, di recarsi insieme a lei in pellegrinaggio nella vicina città di Catania’ per visitare ‘il sepolcro dell’illustre vergine martire Sant’Agata’. Li avrebbero. Chiesto a Dio “la grazia della guarigione di Eutichia, da molto tempo gravemente ammalata. Giunte in quel luogo, il 5 febbraio dell’anno 301, pregarono intensamente fino alle lacrime implorando il miracolo.

Lucia consigliò alla madre di toccare con fede la tomba della Santa patrona di Catania, confidando nella sua sicura intercessione presso il Signore. Ed ecco, Sant’Agata apparve in visione a Lucia dicendole: ‘Sorella mia Lucia, vergine consacrata a Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi ottenere per tua madre? Ecco che, per la tua fede, ella è già guarita! E come per me è beneficata la città di Catania, così per te sarà onorata la città di Siracusa’. Subito dopo la visione, Eutichia constatò l’effettiva guarigione miracolosa”.

A questo punto, Lucia decise di svelare ‘alla madre il proprio desiderio di donare tutta la propria vita a Dio, rinunciando a uno sposo terreno ed elargendo tutte le proprie ricchezze ai poveri, per amore di Cristo’. Lucia decise di dare in beneficenza i suoi averi. L’uomo che avrebbe dovuto sposarla, però, si vendicò accusandola di essere cristiana.  Era l’epoca di Diocleziano e i cristiani venivano perseguitati. A processo, la Santa citò le Sacre Scritture, ma  a nulla valse il suo sforzo: dopo torture a cui sopravvisse, fu uccisa.

Non è chiaro se davvero le furono strappati gli occhi , magari durante le torture, oppure no, ma la chiesa così la raffigura. Avendola scelta come patrona della vista, è possibile. Santi e Beati non cita nel dettaglio le torture che subì la Santa.

Questa è la sua storia e può essere raccontata si bambini per ricordare che i figli possono amare i genitori e viceversa.  L’esempio di Lucia, che vuole guarire la madre malata, e della donna che  accetta un cambiamento radicale nella vita della figlia, dovrebbero fare riflettere molte famiglie.

Fonti :club med, la gazzetta dello sport,veneziatoday,todis, santi e beati

Mons. Muser racconta 60 anni della diocesi di Bolzano-Bressanone

Giovedì 6 agosto 1964 a Castel Gandolfo papa Paolo VI firmava tre bolle pontificie, riguardanti le diocesi di Trento e di Bolzano: la bolla ‘Quo aptius’ stabiliva che i territori dell’arcidiocesi di Trento situati nella Provincia di Bolzano fossero uniti alla diocesi di Bressanone, che da allora porta il nome di Bolzano-Bressanone; la bolla ‘Tridentinae Ecclesiae’ fissava Trento sede metropolitana e Bolzano-Bressanone diocesi suffraganea; infine la bolla ‘Sedis Apostolicae’ trasformava l’amministratura apostolica Innsbruck-Feldkirch in diocesi di Innsbruck.

Infatti dal 1964 i confini della diocesi di Bolzano-Bressanone e dell’arcidiocesi di Trento coincidono con i confini delle due Province e Innsbruck e la diocesi è diventata una diocesi autonoma, come ha ricordato in una lettera pastorale mons. Ivo Muser, vescovo di Bolzano e Bressanone:

“Sono passati 60 anni: un motivo per ricordare e riflettere. Ben tre volte la nostra diocesi ha cambiato nome nel corso della sua lunga storia: Sabiona, Bressanone, Bolzano-Bressanone. Questo fatto da solo dimostra quanto gli sconvolgimenti, la tradizione e il cambiamento, la continuità e la discontinuità caratterizzeranno sempre il cammino della Chiesa nella storia. Il nostro Dio è un Dio della storia: è sempre in cammino con il suo popolo, e quindi con noi, la sua Chiesa”.

Per quale motivo è stata istituita la diocesi di Bolzano – Bressanone?

“Quando il 6 agosto 1964 la bolla papale “Quo aptius” annunciò quello che molti attendevano da tempo, cioè la costituzione della diocesi di Bolzano-Bressanone, l’entusiasmo fu grande. L’unificazione di tutto l’Alto Adige in una diocesi fu un evento gioioso, a lungo desiderato e sperato. La diocesi di Bolzano-Bressanone nasce dal desiderio di fornire vicinanza spirituale a tutta la popolazione dell’Alto Adige nella maniera più equa possibile.

La sua erezione è stata realizzata, nonostante le tensioni politiche, in primo luogo grazie all’azione pastorale del vescovo Gargitter, che allo stesso tempo rese merito all’arcivescovo di Trento come a colui che ‘con amore pastorale disinteressato e lungimirante non solo ha reso possibile il nuovo ordinamento diocesano, ma l’ha anche promosso con tutte le sue forze’”.

‘Questo fatto da solo dimostra quanto gli sconvolgimenti, la tradizione e il cambiamento, la continuità e la discontinuità caratterizzeranno sempre il cammino della Chiesa nella storia. Il nostro Dio è un Dio della storia: è sempre in cammino con il suo popolo, e quindi con noi, la sua Chiesa’: ha scritto nel messaggio ai fedeli. In quale modo la diocesi coniuga tradizione e cambiamento?

“Nel corso della sua lunga esistenza, la nostra diocesi ha cambiato denominazione tre volte: da Sabiona a Bressanone e infine a Bolzano – Bressanone. Questo cambiamento stesso evidenzia come l’inizio, la trasformazione, la tradizione e la continuità, insieme ai mutamenti, influenzino costantemente il percorso della Chiesa nella storia. Cambiamento e trasformazione sono parte integrante dell’essenza della Chiesa. Il nostro Dio è un Dio che vive la storia.

Egli cammina sempre insieme alle sue persone, e quindi con noi, la sua Chiesa. I cristiani credono in un Dio che si è fatto storia in Gesù Cristo. Pertanto, la nostra storia umana non è solo una serie di eventi anonimi, ciechi, banali e spesso contraddittori e crudeli, ma rappresenta il luogo in cui le persone possono incontrare Dio”.

Come la Chiesa di Bolzano e Bressanone si prepara ad ‘essere’ nel mondo?

“La società, con le sue dimensioni sociali e politiche, affronta oggi sfide e tensioni significative. La preoccupazione per la salvaguardia del Creato e le angosce sollevate dai conflitti e dalle guerre in corso nel mondo destano ansia e scoraggiamento in molti. Emergono interrogativi sociali e antropologici, le cui risposte tendono a divergere sempre di più. Le nostre comunità celebranti hanno vissuto un radicale ridimensionamento; la Chiesa appare meno rilevante e meno accettata socialmente.

Abbiamo imparato a convivere con questa realtà, interpretandola alla luce del Vangelo. Abbiamo compreso che è in questo contesto che Dio ci incontra, ci chiama e ci invia. Man mano che diventiamo più umili e impotenti, ci rendiamo conto che Dio è il nostro sostegno e la nostra forza. La diminuzione della nostra influenza sociale ci ha portato a trasformarci in una Chiesa delle Beatitudini, che trae credibilità dalla sua vulnerabilità”.

‘La lunga storia della nostra diocesi di Sabiona, Bressanone e Bolzano-Bressanone non ha donato solo grandi momenti, santi e martiri, tra cui vorrei citare Josef Freinademetz e Josef Mayr Nusser a nome di tutti loro. Ci sono anche ore e periodi bui, colpe e fallimenti. Anche questo fa parte della nostra memoria, della nostra identità.’: cosa significa per la Chiesa locale fare memoria di Josef Freinademetz e Josef Mayr Nusser? 

“San Giuseppe Freinademetz ci insegna ad avere il vangelo come punto di riferimento anche nelle questioni quotidiane, a porre Cristo al centro della nostra vita e a vivere nella patria terrena con fede convinta e profonda nella patria celeste, per la quale siamo voluti e creati.

Il beato Josef Mayr-Nusser ha vissuto la sua identità cristiana fino in fondo. È una figura coraggiosa e scomoda, che ci spinge a confrontarci con un capitolo assai doloroso della nostra storia, caratterizzato da fascismo, nazionalsocialismo e opzioni. Il nostro Beato rimane uno stimolo attuale, scomodo e profondamente cristiano per tutti noi in mezzo alle domande, alle sfide, alle discussioni e alle posizioni contrastanti del nostro tempo”.

Pochi giorni fa è terminata la seconda sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. In quale modo la diocesi vive la sinodalità?

“Quando pensiamo alla Chiesa, pensiamo innanzitutto alla comunità viva che noi stessi sperimentiamo a livello locale: siamo ispirati dal Vangelo, troviamo nella fede la nostra gioia e condividiamo un’esperienza positiva di comunione ecclesiale. Se saremo in grado di comprendere il vero significato di sinodalità saremo anche capaci di superare le lamentele su ciò che manca, affrontando ed elaborando apertamente problemi ed errori, grandi e piccoli condividendo la responsabilità. La sinodalità è il nostro stile pastorale e ci aiuterà a superare i blocchi, le polarizzazioni e i circoli viziosi che in passato hanno talvolta distolto lo sguardo dalla bellezza del Vangelo”.

Allora, cosa significa ‘festeggiare’ 60 anni di diocesi?

“Festeggiare i 60 anni della nostra diocesi significa rivolgere uno sguardo credente sulla sua storia passata e uno sguardo pieno di speranza su quella a venire. Allora sarà chiaro quanto il nostro Dio si impegni con noi esseri umani, quanto egli desideri e abbia bisogno di noi, fino a quale grandezza siano capaci le persone credenti e quanto Dio possa scrivere dritto anche su righe storte e umane. Possa alla nostra Chiesa locale, all’Arcidiocesi di Trento ed alla Diocesi di Innsbruck, con le quali siamo legati da una lunga tradizione storica, non mancare mai la presenza di persone pronte a scrivere insieme il piano di salvezza di Dio per noi”.

(Foto: Diocesi Bolzano – Bressanone)

Don Maurizio Girolamo è il nuovo preside della Facoltà teologica del Triveneto

Don Maurizio Girolami è il nuovo Preside della Facoltà teologica del Triveneto. Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione lo ha nominato per il quadriennio 2024-2028. Il primo settembre don Girolami succede a don Andrea Toniolo, giunto al termine del suo mandato. A don Andrea Toniolo la Facoltà esprime un grazie sincero per il servizio svolto con grande dedizione e competenza in questi anni. A don Maurizio Girolami esprime vivissime congratulazioni e porge l’augurio di un proficuo lavoro a favore della comunità accademica.

Don Maurizio Girolami, 52 anni, presbitero della Diocesi di Concordia-Pordenone, ha conseguito la licenza in Scienze bibliche al Pontificio Istituto Biblico di Roma; il diploma di magistero in Scienze per la formazione all’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana di Roma; il diploma di archivista presso la Scuola vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica; il dottorato in Teologia e Scienze patristiche all’Istituto Patristico Augustinianum di Roma.

Dal 2013 insegna Patristica al ciclo istituzionale della Facoltà teologica del Triveneto, dove dal 2021 è titolare di cattedra come docente stabile straordinario nella sede di Padova e dal 2024 è docente congiunto con lo Studio teologico “Card. Celso Costantini” di Concordia-Pordenone. Insegna inoltre all’Istituto di Studi ecumenici di Venezia; è docente invitato di Ermeneutica e Teologia del Nuovo Testamento allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.

È vicepreside (dal 2023) e direttore della Biblioteca (dal 2021) della Facoltà teologica del Triveneto.

Dal 2023 è vicepresidente dell’Associazione Biblica Italiana. E’ membro dei comitati scientifici di Rivista Biblica ed Ephemerides Liturgicae; del comitato di redazione di Augustinianum. Numerose le pubblicazioni di articoli e contributi in riviste e miscellanee. Fra le pubblicazioni: Il giorno degli inizi. Un percorso biblico e storico per riscoprire la domenica, San Paolo 2022; Le prime vie per seguire Gesù. Introduzione alla Patrologia (I-III secolo), Emp-Fttr 2021. Ha curato ‘Il cristianesimo in Anatolia tra Marco Aurelio e Diocleziano. Tradizione asiatica e tradizione alessandrina a confronto. Atti del XVI Convegno Internazionale di Studi’, promosso dalla Facoltà Teologica del Triveneto e dal Gruppo Italiano di Ricerca su Origene e la Tradizione Alessandrina (Portogruaro, 27 – 28 aprile 2018). Studi in onore di mons. Luigi Padovese (1947-2010), Morcelliana 2019; L’Oriente in Occidente. L’opera di Rufino di Concordia. Atti del convegno internazionale promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto e dal Gruppo italiano di ricerca su Origene e la tradizione alessandrina (Portogruaro, 6-7 dicembre 2013), con Omaggio a Maria Ignazia Danieli per il suo 75 genetliaco, Morcelliana 2014.

Un’intervista al nuovo preside è pubblicata nel sito della Facoltà teologica www.fttr.it, di cui si riporta una parte. Partiamo dalla comunione, dunque: “Nata dalla volontà dei quindici vescovi del Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino Alto Adige, ritengo che oggi la Facoltà sia non solo una realtà accademica che offre il suo specifico contributo alla ricerca universitaria, ma anche un laboratorio di vita ecclesiale, capace non solo di incidere nella vita delle nostre chiese, ma anche di diventare promotrice di rinnovamento sociale. L’impegno formativo di docenti e studenti è opera di comunione, perché lo studio della teologia è un gettare ponti nel tempo e nello spazio per conoscere meglio i cammini di fede di donne e uomini che prima di noi, accanto o lontano da noi, hanno imparato a seguire Cristo”.

Lo studio della teologia è anche uno spazio di partecipazione?

“È partecipazione innanzitutto come voglia di esserci e di stare nella storia e nella vita delle persone in questo nostro tempo; in modo particolare, lo studio della teologia è uno spazio perché i giovani, che si affacciano alla vita con i loro desideri, mettano a frutto il dono dell’intelligenza ricevuta per dare un senso pieno alla storia personale in un contesto di legami ecclesiali che valorizzano il dono di ciascuno. Studiare teologia non significa solo accostare la Bibbia e i documenti della fede cattolica, ma volgersi alla vita delle persone nella loro concretezza”.

Ed in ambito ecclesiale?

“La Facoltà vuole partecipare in modo sempre più intenso alla vita delle nostre chiese locali, perché è per esse che esiste: i progetti di ricerca che in questi anni si sono avviati, e quelli che verranno aperti nel prossimo futuro, vogliono essere un luogo di riflessione sulla vita delle comunità cristiane, perché si possa pensare la fede con ogni intelligenza possibile, in un continuo dialogo con il tesoro della tradizione e in una inesausta ricerca di sapienza nei molti ambiti in cui si spiega la storia umana.

Lo studio della teologia non è un tempo dedicato a una qualche teoria da applicare alla prassi, ma – ben radicati alla fonte della rivelazione e guidati da acuto spirito critico – un imparare modelli e criteri per capire, per discernere e per agire, affinché ogni generazione possa vivere la gioia del vangelo dando il proprio specifico apporto a creare un mondo più giusto e fraterno”.

La vista ad Limina della Chiesa nelle Marche, come far tornare i giovani alla fede?

‘Parole sincere, schiette, dirette, da uomo vicino alle problematiche concrete della nostra vita’: così a conclusione della visita ad limina dei vescovi marchigiani mons. Nazzareno Marconi, presidente della Conferenza Episcopale marchigiana, ha definito l’incontro dei vescovi marchigiani con papa Francesco, che aveva espresso solidarietà ‘per la situazione che le nostre diocesi vivono per il terremoto, l’alluvione… Situazioni acuite durante il tempo del Covid’, riferendo che il dialogo si era concentrato sulle ‘sfide pastorali di questo tempo di grandi cambiamenti’, in modo particolare la vicinanza alle famiglie e ai giovani e la difficoltà di trasmettere la fede tra le generazioni.  

Parole ribadite anche nel comunicato dalla Conferenza Episcopale delle Marche: “Papa Francesco ha risposto alle domande, incoraggiando il cammino comune delle Chiese marchigiane, solidarizzando con i nostri problemi, in particolare la complessa ricostruzione materiale e soprattutto sociale dopo terremoto, pandemia ed alluvione. Il papa ha confermato i vescovi nella coscienza del compito complesso di traghettare la Chiesa marchigiana, da un passato di tradizione e fede vissuto soprattutto nelle piccole parrocchie, ad un futuro molto diverso”.

Inoltre mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata, ha definito ‘arricchente’ l’incontro con il papa: “E’ stato indubbiamente positivo ed arricchente che in una settimana tutti i vescovi delle Marche abbiano guardato insieme al presente e al futuro delle nostre Chiese, sotto molteplici punti di vista. Ciò che la Chiesa insegna; ciò che celebra; ciò che dona al mondo: dall’azione in favore dei poveri a quella di accoglienza ed accompagnamento all’incontro con Dio e con l’umanità di bambini, ragazzi, giovani, famiglie, lavoratori ed anziani. Ogni età della vita è preziosa per la Chiesa e mai, neppure da vecchi o da malati, le persone sono per noi meno importanti, o peggio, da scartare”.

Per i vescovi marchigiani il papa è stato attento al racconto dei vescovi marchigiani: “Il papa si è mostrato attento e interessato su tutto, davvero partecipe della fatica di trasmettere la fede alle nuove generazioni che, come vescovi, è la nostra prima e più grande preoccupazione. Perché siamo certi che il mondo e quello giovanile in particolare, ha un gran bisogno della ‘gioia del Vangelo’ dell’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, per vivere nel bene e per operare bene. Tanta insoddisfazione, tristezza, costante lamentela, ha la sua radice più profonda in vite che si sono allontanate da Dio e dalla vita buona del Vangelo, e non riescono a ritrovare la strada di casa”.

Nell’udienza papa Francesco ha esortato i vescovi marchigiani a ‘traghettare’ la Chiesa marchigiana verso un futuro diverso: mons. Nazzareno Marconi, qual è questo futuro di fede?

“In occasione della Visita ad Limina il papa, e anche i suoi più stretti collaboratori, hanno incontrato tutti i Vescovi Ordinari della Regione Ecclesiastica Marchigiana. In quell’occasione tutti abbiamo avuto un forte incoraggiamento a vedere la nostra Chiesa con uno sguardo verso il futuro. Ciò che abbiamo potuto constatare in quei giorni è che la Chiesa non può chiudersi in sé stessa ma ha una vocazione universale soprattutto con i più lontani.

In un tempo in cui tutti erano cresciuti in una cultura cristiana si poteva stare in chiesa ad aspettare perché si sapeva che qualcuno sarebbe arrivato, in una cultura secolarizzata come la nostra bisogna adoperarsi e rimparare ad evangelizzare in modo nuovo. La Pasqua appena trascorsa insegna che la Risurrezione cambia il futuro, ma anche il presente. Tutti siamo chiamati a vivere il presente in modo nuovo. Invece di immaginare di andare verso la morte e farci trascinare verso la disperazione possiamo camminare con fede ogni giorno. Piccoli passi possibili”.

Come è la fede dei marchigiani?

“La fede delle nostre zone è simile a tante altre parti d’Italia. Tante persone sono smarrite a causa degli eventi negativi che vive il nostro tempo. In questo disorientamento le persone cercano di aggrapparsi a delle certezze a volte, purtroppo, estremizzando la propria posizione, questo accade anche nella relazione con Dio. Già il Concilio Vaticano II aveva esortato a un impegno di tutti i cristiani verso l’evangelizzazione con la propria testimonianza. L’uomo ha bisogno di scoprire la relazione d’amore che Dio a nei suoi confronti attraverso un accompagnamento personale, possiamo scordarci le grandi massa di persone”.

A quali sfide pastorali è chiamata la Chiesa marchigiana?

“La Visita ad Limina Apostolorum, da poco conclusa, si è svolta dopo circa 10 anni dall’ultimo incontro. In questi anni la Chiesa marchigiana ha dovuto affrontare numerose sfide che hanno colpito tutto il territorio regionale in particolare: il terremoto e le alluvioni, sfide acuite durante il tempo del Covid. Papa Francesco, come un padre amorevole, ha intercettato queste nostre preoccupazioni esprimendo solidarietà e vicinanza. Anche con il papa il dialogo si è concentrato sulle sfide pastorali di questo tempo di grandi cambiamenti, in modo particolare la vicinanza alle famiglie e ai giovani e la difficoltà di trasmettere la fede tra le generazioni”.

Perché la messa non è più un fenomeno di massa?

“Nel mondo globalizzato in cui viviamo la cultura non è più cristiana. L’uomo di oggi pretende di avere sempre, tutto e subito, sono cambiati i tempi e i modi di relazionarci con l’altro e di conseguenza è cambiata anche la relazione con l’Altro. In questo contesto la Chiesa è chiamata ad essere lievito che, seppur piccolo, insignificante addirittura invisibile fa fermentare la massa”.

Quale formazione offre la Chiesa marchigiana alla luce dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’?

“Nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Francesco pone di nuovo al centro la persona di Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, che oggi chiama ognuno di noi a partecipare con lui all’opera della salvezza. In quel documento papa Francesco si rivolge alle Chiese particolari perché conoscono il contesto, le sfide e le opportunità ma chiede anche a tutta la Chiesa un cammino partecipato e condiviso secondo una metodologia comune.

La nostra regione ecclesiastica sta cercando di camminare verso queste due direzioni: lasciando ad ogni Diocesi la libertà di proporre un cammino diversificato in relazione al proprio contesto ma allo stesso tempo insieme stiamo cercando di condividere un cammino formativo comune. Nell’ultimo anno pastorale evidenzio solamente un frutto di questo cammino: l’unificazione dell’insegnamento teologico in Ancona in cui laici e seminaristi provenienti da più centri di formazione, secolare e religiosa, stanno condividendo un percorso comune. Questo processo sta portando ottimi frutti di conoscenza, collaborazione e aiuto reciproco”.

(Tratto da Aci Stampa)

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