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Nella Roma incasinata dagli uomini, la Chiesa saluta papa Francesco
Una sosta di preghiera in sedia a rotelle davanti all’effige della ‘Salus Populi Romani’ per affidare alla Vergine Maria il cammino della Chiesa nella Settimana Santa iniziata con la Domenica delle Palme. Questa foto, scattata il 12 aprile, merita a mio parere di rappresentare e di far imprimere nella memoria questa Pasqua 2025, alla luce della triste notizia della morte stamane alle ore 7.35 del Santo Padre.
Una visita non prevista quella del Pontefice, che ha sorpreso romani e pellegrini commuovendo ancora una volta gli e uni e gli altri perché, come sappiamo, il Papa era sofferente sia nel corpo sia nello spirito per non aver potuto celebrare la Messa in cui si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù (lo ha fatto per lui il cardinale argentino Leonardo Sandri, Prefetto emerito del Dicastero per le Chiese Orientali). Il periodo di convalescenza che Bergoglio ha diligentemente osservato da quasi un mese dopo le dimissioni il 23 marzo dal lungo ricovero al Policlinico Gemelli, purtroppo, non è stato proficuo in quanto il Signore l’ha chiamato a sé…
Il Santo Padre, che aveva i naselli per l’ossigeno, è rimasto davanti alla venerata icona mariana circa un quarto d’ora e, ne siamo sicuri, ha chiesto l’intercessione della Madre di Dio anche per i romani e tutti i visitatori della Città Eterna. Quella della preghiera davanti all’effige della Salus Populi Romani, del resto, è una consuetudine per papa Francesco, intrapresa sin dal 14 marzo 2013, all’indomani della sua elezione al soglio di Pietro.
‘Salus Populi Romani’, che significa ‘salvezza del popolo romano’ (nel senso di ‘protettrice’) è il titolo dato nel XIX secolo all’icona bizantina raffigurante la Madonna col Bambino che si trova esposta alla venerazione dei fedeli nella cappella Paolina o Borghese della Basilica di Santa Maria Maggiore, una delle più antiche chiese di Roma, situata in piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle.
A pochi metri da lì, fuori della Basilica e in tutta la zona che circonda la stazione Termini, l’incubo del traffico, gli schiamazzi dei vagabondi, la sporcizia delle strade con il frastuono delle mille manifestazioni che annunciano scioperi, boicottaggi e ‘lotte’ incombono. Ma Roma in questi giorni è anche bellezza. Bellezza delle Chiese, dei monumenti e delle innumerevoli opere d’arte che non smettono d’incantarci. Ma è anche bellezza ispirata da una città millenaria, nella quale lo spirito non è né sarà mai annegato dal caos, dai disordini e dai vizi degli uomini.
Lo conferma, fra i tanti esempi, la rassegna concertistica di Musica Sacra ospitata in questo ‘museo a cielo aperto’ che è Roma. Anzitutto nell’ambito del ‘Festival di Pasqua’, la prestigiosa manifestazione fondata nel 1998 dal regista e scenografo di teatro musicale Enrico Castiglione. Si tratta del principale frutto dei concerti promossi nelle più importanti chiese e basiliche di Roma in occasione del Grande Giubileo del 2000 e che, ancora oggi, sono un appuntamento atteso e partecipato.
Il Festival, che ha appena superato i 28 anni di ininterrotta ed assidua programmazione, offre oggi una straordinaria esibizione di Musica Sacra proprio con il ‘Concerto per il Lunedì dell’Angelo’, che si terrà nella maestosa ‘cornice’ del Pantheon (piazza della Rotonda, nel centro di Roma) a partire dalle ore 17.15 (ingresso libero).
Gli strumentisti e il Coro della Cappella Musicale del Pantheon, Capitolo di S. Maria ad Martyres, con Alessio Pacchiarotti all’organo e sotto la direzione di Michele Faustino Loda, eseguiranno musiche di Giovanni Pierluigi da Palestrina, in occasione del 500° anniversario della sua nascita, di Georg Friedrich Handel, Dietrich Buxtehude e numerosi altri grandi compositori di Musica Sacra, ‘un ambito che è molto importante per la liturgia e l’evangelizzazione’, come affermato da papa Francesco.
Da oltre duemila anni Roma ci abbraccia con il suo calore e la sua bellezza senza tempo: nel corso dei secoli, la Pasqua ha richiamato nella città eterna folle di turisti e pellegrini, poeti, musicisti e scrittori. E’ la festa cristiana per eccellenza, accompagnata da riti e consuetudini in parte tramandati fino ai nostri giorni. Nella Roma incasinata dagli uomini, entriamo quindi nell’Ottava di Pasqua assieme alla Chiesa guidata (dal cielo) da papa Francesco.
Pasqua di risurrezione: Alleluia! Cristo è risorto!
Sulla solennità di Pasqua, sulla risurrezione di Gesù si fonda tutta la nostra fede. E’ Gesù la pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra d’angolo. L’evangelista ci dà il lieto annuncio della risurrezione: il primo giorno dopo il sabato il sepolcro è vuoto. I discepoli di Gesù si trovarono all’improvviso di fronte ad una realtà nuova, umanamente incredibile, sconvolgente; la prima ad accorgersi è stata Maria di Magdala, che si era recata di buon mattino con due amiche portando aromi per imbalsamare il corpo di Gesù.
Preoccupate per come rimuovere la pietra della sepoltura, trovarono la pietra già rimossa mentre due angeli dicono loro: ‘Chi cercate?, Gesù è risorto, come vi aveva annunziato. Anzi avvertite i suoi discepoli perché presto verrà a trovarvi’. Pietro e Giovanni accorsero subito al sepolcro e costatarono la verità, come avevano detto le donne. La risurrezione di Gesù non è una favola ma un evento unico ed irrepetibile: lo afferma anche Paolo, dopo la sua conversione: ‘Se Cristo non è risorto, vana e vuota è la nostra fede, la nostra predicazione’.
Sant’Agostino aggiunge: ‘La risurrezione di Gesù è la nostra speranza: anche noi, destinati alla morte, non disperiamo perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo!’ La morte non sarà l’ultima parola perché a trionfare sarà la vita. La nostra speranza non si fonda su vani ragionamenti o desideri umani, ma su un fatto storico: Cristo è davvero risorto. La risurrezione di Cristo è la pietra fondamentale della nostra fede.
Il Sinedrio aveva voluto la condanna a morte di Gesù ma mostra di avere paura di Gesù vivo e morto; di Gesù vivo perché tutti correvano da Lui, di Gesù morto perché aveva chiaramente affermato: ‘dopo tre giorni risusciterò’. I Sommi Sacerdoti e il Sinedrio avevano perciò convinto Pilato a fare custodire la sepoltura con due picchetti armati di soldati ebrei e romani. Nessuno poteva avvicinarsi per trafugare il corpo di Gesù. Nessuno vide Gesù nel suo risorgere: gli angeli scesero, tolsero la pietra, ostruirono la sepoltura per dire a tutti: ‘Chi cercate? cercate il vivo in mezzo ai morti? E’ risorto, come Egli stesso aveva detto’.
I discepoli avrebbero dovuto credere alla risurrezione sulla parola di Gesù; essi invece si decidono a credere solo quando Gesù appare loro nel cenacolo; credono dopo avere visto Gesù vivo, che esce ed entra a porte chiuse, si ferma con loro e dà le prove più eclatanti della sua risurrezione. Sono costretti dall’evidenza ad accettare la realtà. La risurrezione non è una teoria ma un evento; è una realtà storica già rivelata da Gesù stesso. Gesù mette gli Apostoli davanti all’evidenza: ‘Toccatemi e guardate! il fantasma non ha carne ed ossa come vedete Io ho’.
Paolo di Tarso, che incontrò Cristo Gesù, scriverà poi ai cristiani di Corinto esortandoli a rimanere saldi nella fede ricevuta. Il nostro cammino talvolta è frenato, è ostruito da una pietra tombale che bisogna rimuovere: è la pietra della sfiducia in chi confida solo nelle proprie forze ed è chiuso nel proprio egoismo che non permette di guardare fuori, oltre il proprio io. Talvolta è la pietra del peccato che ferma il nostro cammino: il peccato che prima seduce e poi lascia solo l’amaro in bocca e spinge alla solitudine e alla morte.
E’ la Pasqua di risurrezione, amico che leggi o ascolti, è veramente Pasqua di risurrezione se ti decidi e togli la pietra tombale che non ti permette di guardare la luce divina: Giuda tradì il Signore e, disperato, andò ad impiccarsi; Pietro rinnegò il Maestro divino, pianse il suo peccato e Gesù lo costituì ‘capo’ della sua Chiesa: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle!’ Ritornare all’amore vivo verso Gesù è essenziale: allora è veramente pasqua.
La fede in Cristo Gesù crocifisso e risorto è il cuore del messaggio della santa Pasqua. Ai piedi della croce Gesù ci ha offerto anche un’ancora di salvezza: è Maria sua madre. ‘Donna, disse Gesù a Maria, ecco tuo figlio’: Giovanni, l’uomo che ha bisogno del tuo amore materno; l’uomo amareggiato dalla vita e sfiduciato; l’uomo vittima della povertà o della guerra spietata. Maria, rivolgi a noi la tua mano pietosa; soccorrici nelle traversie della vita, portaci a Cristo, frutto benedetto del tuo seno.
Venerdì Santo: sulla croce l’amore di Dio salva
Nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore nella basilica di San Pietro, presieduta dal prefetto del dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, delegato del Papa, il predicatore della Casa Pontificia, fra Roberto Pasolini, ha ricordato che il cammino di salvezza indicato da Cristo è aperto a chiunque disposto a ‘fidarsi fino in fondo del Padre, lasciandosi guidare dalla sua volontà anche nei passaggi più oscuri’:
“Al centro del Triduo Pasquale palpita un cuore, quello del Venerdì Santo. Tra il bianco della Cena del Signore e quello della sua Risurrezione, la liturgia interrompe la continuità cromatica tingendo di rosso tutti i paramenti e invitando i nostri sensi a sintonizzarsi sulle tonalità intense e drammatiche dell’amore più grande”.
Nella Lettera agli Ebrei san Paolo scrive che le preghiere di Gesù furono da Dio esaudite per il suo ‘pieno abbandono’: “Dio non ha risparmiato a Cristo la sofferenza, ma ha sostenuto il suo cuore, rendendolo capace di consegnarsi alle esigenze dell’amore più grande, quello che non si ferma neppure davanti ai nemici”.
Il primo momento sottolineato riguarda la frase ‘Sono io’: “Nei momenti in cui la nostra vita subisce qualche battuta d’arresto (un imprevisto doloroso, una grave malattia, una crisi nelle relazioni) anche noi possiamo provare ad abbandonarci a Dio con la stessa fiducia, accogliendo ciò che ci turba e ci appare minaccioso”. Così facendo, “il peso della vita si fa più leggero, e la sofferenza, pur restando reale, smette di essere inutile e inizia a generare vita”.
Il secondo momento è la manifestazione del bisogno da parte di Gesù in croce, il suo “Ho sete”, prima di morire: “Gesù muore non prima di aver manifestato, senza alcuna vergogna, tutto il suo bisogno. Si congeda dalla storia compiendo uno dei gesti più umani e insieme più difficili: chiedere ciò che da soli non siamo in grado di darci. Il corpo di Cristo, spogliato di tutto, manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, accolto, ascoltato”.
Il suo corpo ‘manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, ascoltato, accolto’. Anche noi “possiamo prendere bene quegli istanti in cui emerge con chiarezza che non bastiamo a noi stessi”, quando “il dolore, la stanchezza, la solitudine o la paura ci mettono a nudo”.
Infine con le ultime parole, ‘è compiuto’, Gesù dona la sua vita e il suo Spirito mostra che “non è la forza a salvare il mondo, ma la debolezza dell’amore, che non trattiene nulla”. In un tempo segnato dalla prestazione, è difficile “riconoscere i momenti di sconfitta o di passività come luoghi possibili di compimento, perché quando la croce ci toglie il fiato e ci immobilizza, tendiamo a sentirci sbagliati”.
Quindi seguire l’esempio e le parole di Cristo non è semplice, “quando il male ci raggiunge, quando la sofferenza ci visita, quando ci sentiamo soli o abbandonati”. Aiuta allora ‘accostarci con piena fiducia alla croce’. Oggi, in questo Giubileo, “nel quale il papa ci ha ricordato che ‘Cristo è l’ancora della nostra speranza’, noi cristiani scegliamo la via della croce come unica direzione possibile della nostra vita”.
(Foto: Santa Sede)
Messa crismale per una Chiesa giubilare
Questa mattina nelle chiese cattoliche di tutto il mondo la Messa crismale, in cui il clero rinnova le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione e durante la quale vengono benedetti gli oli santi del crisma; a Milano mons. Mario Delpini ha proposto una riflessione sul ministero ordinato, facendo un chiaro riferimento ad alcuni recenti fatti di cronaca:
“La nostra Chiesa è ferita, il nostro presbiterio è ferito. Il comportamento scandaloso di alcuni di noi preti diventa una ferita per tutto il presbiterio, e tutti ne siamo umiliati e in qualche modo avvertiamo che è incrinata la fiducia verso tutti noi. Anche se non ogni comportamento scandaloso, che riguardi il potere, il sesso, l’uso del denaro, è un delitto perseguito dall’ordinamento canonico o civile, è però sempre una ferita per la gente che si aspetta una parola e una vita di vangelo”.
Nell’omelia l’arcivescovo ha sottolineato il desiderio di Dio nel mandare il Figlio a salvare il mondo: “L’ostinato desiderio di Dio di salvare il mondo e di seminare consolazione, libertà e sollievo si compie con la presenza di Gesù che associa a sé i discepoli perché siano come lui consacrati con l’unzione e mandati”.
Quindi la ‘grazia’ consiste nella proclamazione della salvezza da parte di Dio: “La consacrazione nel battesimo e la grazia e la missione di proclamare questo ‘oggi’ del compimento incompiuto sono il dono che ogni battezzato riceve. Il ministero ordinato, la nostra condizione di vescovi, preti, diaconi, ha una missione irrinunciabile. Non da soli, non come fossimo una casta privilegiata, ma come dei servi che insieme con tutto il popolo cristiano compie la missione di proclamare questo ‘oggi’ della salvezza”.
E di fronte ai molti abusi compiuti dai sacerdoti mons. Delpini ha ringraziato quelli che di fronte agli scandali continuano ad essere onestamente tra la gente: “I motivi di speranza per la nostra Chiesa siete voi, preti e diaconi consacrati per la missione. Non siamo perfetti e nessuno mai è sottratto alle tentazioni. Ma voi siete un motivo per avere fiducia perché vi sdegnate per gli scandali, vi arrabbiate per il discredito che ci ferisce, ma avete una riserva inesauribile di generosità, di compassione, di creatività…
Voi siete motivo di fiducia e la gente sa che può fidarsi di voi, che ha bisogno di voi, che senza i preti la nostra Chiesa non può continuare la sua missione secondo quell’inconfondibile tratto ambrosiano di cui sono così fiero e grato”.
Mentre a Catania mons. Luigi Renna ha celebrato il giubileo del presbiterio: “Guardiamo alla ricchezza dei carismi e dei ministeri che sono presenti tra noi: nel cammino sinodale la voce di ciascuno ha espresso sé stessa non per creare una ‘nuova Babele’, una costruzione che vuole sfidare il Signore e la comunione, ma un edificio spirituale, in cui le pietre vive delle nostre esistenze siano bene connesse e cementate dal perdono e dall’amore fraterno, per testimoniare la luce di Cristo”.
Ed il giubileo si concretizza attraverso le azioni: “Il giubileo annunciato dal Messia si concretizza anche in un gesto, quello di ‘fasciare le piaghe dei cuori spezzati’, che per noi diventa un felice richiamo ad uno degli oli che tra poco andremo a benedire, quello degli infermi. Forse è quel sacramentale di cui parliamo meno, così come anche del sacramento in cui viene utilizzato, l’Unzione degli infermi, spesso ancora relegata al ruolo di unzione ‘estrema’, della quale si ha persino timore e si dilaziona il più possibile, perdendone il senso di grazia e di speranza che dona agli ammalati gravi. Sarà il primo olio che benedirò, invocando lo Spirito Santo sul frutto dell’olivo, che già di per sé nutre e dà sollievo: quanti medicinali sono a base di olio, e servono per lenire le ferite!”
Dalla diocesi di Macerata mons. Nazzareno Marconi ha invitato a non ragionare in maniera ‘mondana’: “Se come ministri del Signore, consacrati e mandati per il bene del Suo Popolo, vogliamo capire chi siamo non possiamo conformaci alla mentalità di questo secolo in cui ogni diversità è pensata secondo una logica di potere, come se fondasse una superiorità ed una sopraffazione. Mentre agli occhi di Dio la consacrazione dovrebbe piuttosto fondare una chiamata, ad immagine di Cristo il consacrato dal Padre, a farci minori e servitori generosi dei fratelli”.
E’ stato un invito a non ‘desacralizzare’ il sacerdozio: “Dio è amore, per questo il suo primo pensiero è: amare e donare. Perciò quando Dio, con il suo Spirito consacra e pervade un cuore umano, lo fa perché questo cuore umano ami di più e si doni di più. Non, come pensiamo noi mondani, per metterlo sul piedistallo del potere. Se per combattere il clericalismo, desacralizziamo e sconsacriamo il nostro sacerdozio, non faremo altro che distruggere la nostra identità spirituale, senza aver sconfitto una più subdola logica di potere, che è la pianta maligna da cui germoglia ogni clericalismo, sia dei preti che dei laici”.
Mentre da Torino il card. Roberto Repole ha incentrato l’omelia sul ministero ‘cristico’: “Che cosa guarda Cristo del nostro ministero? Non i successi o gli insuccessi secondo le logiche funzionaliste del nostro mondo. L’unica cosa che guarda è che noi manteniamo con Lui e come Lui la libertà di donarci senza sosta, senza trattenere nulla, anche là dove troviamo degli ostacoli, anche là dove troviamo il rifiuto. Potremmo dire che il nostro ministero ecclesiale è un ministero autentico e fecondo, a misura che sia anche un ministero cristiano, cristico, pasquale.
Quello che conta agli occhi di Cristo è soltanto questo, è unicamente questo: che noi ci doniamo fino in fondo con estrema generosità, senza trattenere nulla, lasciando a Lui e soltanto a Lui di misurare l’efficacia del nostro ministero. E quando viviamo così, lo sappiamo molto bene, cadono tutti i motivi di piccole o grandi competizioni tra di noi. Quello che conta è l’amore con cui ci doniamo: è ciò che siamo invitati a vedere in questa Pasqua in Gesù ed è ciò che siamo invitati a vivere in questa Pasqua con Gesù”.
Dalla diocesi di Cremona mons. Antonio Napolioni ha ricordato il ‘valore’ dell’olio sacro ai “Sacerdoti del Signore, consacrati da un olio di letizia, di cui tutto il popolo attende di sentire e portare il profumo… La Pasqua non viene per darci un’illusoria pausa di spensieratezza primaverile, rispetto ai drammi e alle paure che ci affliggono. Viene piuttosto a ridestare ragioni di speranza, aprire vie di cambiamento, prospettive di vita nuova… Perciò la via da riprendere è quella del dialogo, non del monologo arrogante, ed è il rispetto delle diversità che accredita la diplomazia e rinsalda la democrazia. Stili che i cristiani riassumono oggi nella ‘sinodalità’, ossia nel camminare insieme, come popolo in cui anche i più piccoli e fragili hanno la medesima dignità, e diventano corresponsabili del bene e del futuro di tutti. In modo che nessuno si erga a padrone del mondo, spacciandosi per il suo salvatore”.
(Foto: diocesi di Milano)
Luigi Ferraiuolo racconta un Giubileo per convertirsi
“C’è la porta santa delle quattro basiliche vaticane a Roma, c’è il percorso dei pellegrini a via della Conciliazione e Bibbia e Vangelo ai quali attingere per prepararsi all’Anno Santo. Ma ci può essere anche un altro Giubileo: quello da vivere con i poveri, con i migranti, sui passi delle oasi spirituali disseminate in tutta Italia e addirittura sotto terra, nelle catacombe, che in fondo sono state il primo luogo di raduno dei cristiani a Roma”: è questo il giubileo raccontato dal giornalista Luigi Ferraiuolo nel libro ‘I percorsi del Giubileo. Cammini di pellegrinaggio che portano alla conversione’.
Anche in questo Anno santo ordinario si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo proclamato da papa Francesco, come invita l’autore nell’introduzione del libro: “La prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: andare in cerca dei poveri e capire come vivono, perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli… Il Giubileo sembra essere diventato un momento di svago, culturale più che religioso, mai rivoluzionario come lo intendeva la Chiesa delle origini”.
Allora quali sono i percorsi del Giubileo che sono invitati a percorrere i fedeli?
“Se il Giubileo è un cammino, è possibile approfittare del pellegrinaggio verso Roma per riscoprire le profonde tradizioni del Paese che hanno radici religiose ma che segnano anche la storia e la cultura di un territorio. E quindi c’è Casal di Principe di don Peppe Diana o Pietrelcina di padre Pio o i ‘Rulli Frulli’ a Finale Emilia o la Comunità ‘Progetto Sud’ di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme: persone che non ci sono più, martiri, o persone pienamente attive, capaci di cambiarti la vita. In questa particolare guida al Giubileo, poi, lo sguardo è rivolto alle persone più fragili tra i fragili.
Il nostro ultimo itinerario di viaggio non può non essere Lampedusa il luogo dove papa Francesco ha cominciato il suo cammino. E quindi il pellegrinaggio può approdare proprio in Contrada Imbriacola, tra i migranti che approdano nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. Fermatevi a parlare con loro: sarà un bellissimo Giubileo, di ritorno da Roma. Ma poi ci sono ovviamente i luoghi santi di Roma, i luoghi dell’anno Santo, ma anche tanti altri andando verso Roma e tornando da Roma. Solo leggendolo per intero, I percorsi del Giubileo svelerà la sua trama”.
Per quale motivo i cammini di pellegrinaggio portano alla conversione?
“Perché ti permettono di toccare con occhi e vedere con mano l’altro. I cammini, il pellegrinaggio, sono un incontro con l’altro o con un luogo dell’anima. Solo camminando con se stessi e in se stessi, si può incontrare l’altro e dunque Dio”.
Perché tali cammini sono costellati da luoghi di carità?
“Anche in un Anno santo ordinario, come questo del 2025, si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo del pontificato di papa Francesco, dove i poveri sono stati sempre al centro. Perciò, anche se qualcuno storcerà il naso, la prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: il pellegrinaggio alla ricerca dei poveri, degli ultimi e dei loro luoghi, santuari del malessere della società moderna.
Il libro cerca di scovare una strada per far vivere o rivivere il senso genuino del giubileo, quella rivoluzione non solo interiore che interrompeva il tran tran quotidiano della vita e dava a tutti la possibilità di rinascere. E dunque ho immaginato che l’unica cosa che ci potesse realmente toccare il cuore fosse andare in cerca dei poveri e capire come vivono perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli”.
Cosa significa andare a Roma come pellegrino?
“Significa provare a cambiare. Roma un tempo era un luogo lontano e irraggiungibile, permetteva di mettere spazio nella nostra anima il cammino, darle tregua e farla riflettere mentre si avvicinava a Cristo. In origine il giubileo era un fatto straordinario: la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, lo stop alle battaglie. Oggi dobbiamo provare a riscoprire quel dna, quello stupore, quella meraviglia, che può permetterci di fare cieli nuovi e terre nuove. E questo accade andando a Roma nell’anno del giubileo”.
Quali sono le vie della salvezza da percorrere?
“Papa Francesco ha da sempre un’attenzione speciale per gli ultimi e per la misericordia. Contrariamente a chi pensava che gli Anni Santi fossero desueti il papa ci ha indicato che il cammino, il pellegrinaggio, andare per le campagne, la radice dell’etimo pellegrinaggio, è il senso vero della nostra fede. Camminiamo alla ricerca del fratello che ci può cambiare la vita, della misericordia. La bolla di indizione di questo Giubileo è una summa stupenda del pensiero di Francesco e ci spiega quali sono le vie della salvezza da percorrere. Il libro prova a indicare quelle che forse piacerebbero anche a Lui.
Ad esempio, a Roma è possibile anche riscoprire un ‘Iter europaeum’, un cammino che dovremmo fare tutti per avere un mondo migliore. Un Giubileo sulle vie dell’Europa presenti nella capitale della cristianità, nelle chiese che accolgono i pellegrini di differenti nazionalità: da san Luigi dei Francesi a san Stanisalo dei Polacchi, da san Pietro in Montorio (Spagna) a santa Brigida (Svezia) ma anche scoprire nei segni italiani (nessuno lo ricorda) il senso vero dell’Europa. L’Europa nella sua denominazione simbolica nasce nel mondo greco, da uno stupro: Zeus che rapisce Europa in Asia e la porta in quello che sarà il nostro continente a Creta. Cioè prendiamo agli altri per il nostro tornaconto.
Il simbolo più antico di quella leggenda è il vaso di Assteas, conservato a Montesarchio. Ma quel simbolo, Europa, sarebbe nulla senza Colombano, il monaco santo di Bobbio, che all’Europa diede un senso compiuto e vero come continente, come popolo unito, non solo come le terre oltre il mare che lambiva Creta. Un senso che l’attuale Europa pare aver smarrito. Il giubileo è anche l’occasione per conoscere chi siamo, facendo un vero esame di coscienza, perché solo capendo da dove veniamo possiamo capire dove andiamo o dove vogliamo andare”.
Allora, come ‘fare’ il Giubileo?
“Non rimanendo chiusi nelle proprie bolle, per ultimo quella social, quella digitale, mettendoci in cammino. Se siamo in cammino attraversiamo spesso porte, senza nemmeno rendercene conto. Ma le porte ci cambiano la vita. Ogni volta cambiamo direzione, in base alle porte che attraversiamo, alle soglie che oltrepassiamo. Scommetterei che se i capi della terra o coloro che pensano sempre alla sopraffazione varcassero la soglia della porta di Lampedusa, rifletterebbero un attimo prima di gridare alla guerra o di cercare invasioni. Lampedusa è la porta che fa entrare i derelitti nel mondo ricco, ma è anche la nostra unica possibilità per capire il mondo, varcando quella soglia verso il resto del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Concilio di Nicea per rendere gloria a Dio
“Il 20 maggio 2025, la Chiesa cattolica e l’insieme del mondo cristiano fanno memoria con gratitudine e gioia dell’apertura del Concilio di Nicea del 325… Questo Concilio è rimasto nella coscienza cristiana principalmente attraverso il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Simbolo di Nicea professa la buona notizia della salvezza integrale degli esseri umani operata da Dio stesso in Gesù Cristo.
Dopo 1700 anni, si tratta di celebrare questo avvenimento in una dossologia, che sia una lode alla gloria di Dio, dal momento che essa si è manifestata nell’inestimabile tesoro della fede espressa dal Simbolo: l’infinita bellezza di Dio Padre, che ci salva, l’immensa misericordia di Gesù Cristo nostro Salvatore, la generosità della redenzione che è offerta a ogni persona umana nello Spirito Santo. Uniamo le nostre voci a quelle dei Padri della Chiesa, come Efrem il Siro, per cantare questa gloria”.
Così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, presentato dal Dicastero della Dottrina della Fede, composto da quattro capitoli, un’introduzione ed una conclusione, ripetendo una preghiera di Efrem il Siro: ‘Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo Primogenito! Gloria a quel Silente che ha parlato attraverso la sua voce! Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante la sua Epifania! Gloria a quello Spirituale, che si è compiaciuto che suo Figlio divenisse corpo, affinché, attraverso questo corpo, divenisse tangibile la sua potenza e attraverso questo corpo avessero vita i corpi dei figli del Suo popolo!’
Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della Commissione Teologica Internazionale di approfondire uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e KarlHeinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione.
Il primo capitolo ‘Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea’ (nn. 7-47) è il più corposo, offrendo “una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche”, con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani”. Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dal papa. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come quest’anno rappresenti per tutti i cristiani “un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna”.
Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo 17 secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo, ‘Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti’ (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. Il terzo capitolo, ‘Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale’ (nn. 70-102), approfondisce il modo in cui il Simbolo e il Concilio ‘rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano’ e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione: “Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo.
La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anche esso uno strumento di un’autorità senza precedenti”.
Infine, nel quarto e ultimo capitolo ‘Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio’ (103-120) sono messe in luce ‘le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili’.
Secondo la Commissione Teologica Internazionale la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la ‘libertas Ecclesiae’, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico’. Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo ‘a disposizione’ di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità ‘in credendo’ del popolo dei battezzati.
Ecco le conclusioni del documento con ‘un pressante invito’ ad ‘annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi’ a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati’ ed a ‘rianimare il fuoco del nostro amore per lui’ perché ‘in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre’.
Inoltre una giornata di studio su ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, si terrà il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.
Con la Piccola Casa di san Giuseppe Benedetto Cottolengo verso il Giubileo degli ammalati
Si terrà oggi e domani il Giubileo degli ammalati e del mondo della salute con questo programma: oggi il programma prevede, tra le ore 8.00 e le ore 17.00, il pellegrinaggio alla Porta Santa; dalle ore 16.00 alle ore 18:30 un ‘Dialogo con la città’ ci saranno attività di carattere culturale, artistico e spirituale in alcune piazze di Roma; mentre domenica 6 la messa è alle ore alle 10:30 in piazza san Pietro. Mentre in occasione dell’Angelus di domenica 23 marzo papa Francesco dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco aveva scritto di aver sperimentato la ‘pazienza’ di Dio: “In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose”.
Partendo da queste parole abbiamo chiesto a p. Carmine Arice, padre generale della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo’ di Torino di raccontare il motivo per cui la speranza ‘ci rende forti nella tribolazione’: “In primo luogo dobbiamo riflettere sulla distinzione tra ottimismo e speranza: l’ottimismo consiste nel confidare che alcuni fatti della vita possano evolvere verso il meglio; la speranza, invece, che è una virtù teologale, è la certezza che ogni realtà ha un senso e che la storia è il cammino verso un compimento, verso la Salvezza. La speranza ci rende, dunque, capaci di vivere nella tribolazione con la fiducia che stiamo camminando verso la Salvezza. Ed è proprio questo che ci rende «forti», in quanto dietro le situazioni più faticose e tribolate siamo certi di camminare verso una direzione”.
Come è possibile fare esperienza di Dio nella malattia?
“In primo luogo bisogna fermarsi a riflettere su come si arriva al momento della malattia, perché se Dio è sempre stato assente nella vita, diventa difficile sperimentare la Sua presenza nella prova. Il tempo della sofferenza, però, per chi non ha percorso un cammino di fede nella propria vita può essere un’occasione per far emergere la domanda di senso. A questo proposito è molto bella la lettera che papa Francesco ha scritto al Corriere della Sera durante il tempo della malattia nel lungo ricovero al Policlinico Gemelli: ‘La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità’.
Il Papa ci invita a prendere coscienza della nostra fragilità e del bisogno che ciascuno di noi ha di una guarigione non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Chi vive il tempo della malattia fa poi esperienza di Dio attraverso la consolazione di coloro che, in nome di Dio, si fanno compagni di viaggio. E poi si può sperimentare la forza della preghiera, riconoscendo, quindi, che Dio è nostro alleato”.
In quale modo la malattia può diventare occasione di un incontro che cambia?
“La malattia e la sofferenza sono una forte domanda di senso che costringe a rimettere in ordine i propri valori e a riflettere su quali sono le priorità. Per esempio si può magari iniziare un percorso di riconciliazione con qualcuno. Si comprende insomma cosa è veramente importante nella vita e cosa no. Nel Cottolengo Hospice di Chieri gli ospiti ci dicono che da quando il tempo si è fatto breve ogni giornata diventa più importante. In quest’ottica tutte le giornate della nostra vita dovrebbero essere importanti, e non sprecate”.
Cosa significa per un malato fare ‘Giubileo’?
“Significa avere la certezza che la malattia e la morte non sono l’ultima parola. E questo è certamente motivo di consolazione. Quindi ‘fare Giubileo’ significa ringraziare il buon Dio perchè non ci lascia soli neanche nel tempo della sofferenza e, soprattutto, porta ogni cosa verso la Salvezza”.
‘200 anni di grazia e di vita… nella Speranza’, primo anno del cammino del bicentenario verso l’ispirazione carismatica cottolenghina: in quale modo ci si può aprire alla speranza nella malattia?
“Nel cammino che la Piccola Casa sta compiendo verso il bicentenario dell’ispirazione carismatica (2 settembre 2027) possiamo riflettere sul fatto che il santo Cottolengo aprì il Monastero del Suffragio proprio per pregare per le persone che morivano nella Piccola Casa. Le persone che hanno avuto l’occasione di essere accolte e vivere in questa Casa sono dunque morte generalmente nella pace. In questi 200 anni di vita della ‘Piccola Casa’ possiamo contare su un insegnamento prezioso: quando la persona non è lasciata sola nella malattia e nella sofferenza ritrova la fiducia e anche la volontà di continuare a vivere pur nella fatica, perché sa di non essere sola. Questa è stata ed è l’esperienza della Piccola Casa”.
Perchè san Giuseppe Benedetto Cottolengo chiamò ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’?
“Per tre motivi richiamati dal santo stesso. In primo luogo è ‘Piccola’ in confronto ai bisogni che ci sono, una piccola risposta. ‘Piccola’, perché siamo chiamati a mantenerci piccoli in confronto a Dio, l’autore della Provvidenza, in modo che il Signora possa servirsi di noi come suoi strumenti. Il motivo primario, però, fa riferimento al primo nucleo della Piccola Casa, di sei stanze, che il santo Cottolengo avviò in Borgo Dora il 27 aprile 1832, dopo che fu costretto a chiudere l’ ‘Ospedaletto della Volta Rossa’ in via Palazzo di Città a causa del colera che dilagava a Torino. Aprì dunque la ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’ per ricoverare le persone malate che non trovavano accoglienza negli ospedali cittadini. Il Cottolengo ha iniziato la sua Opera in sei stanze, da una Casa piccola, la Piccola Casa appunto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Terza domenica di Quaresima: i frutti evidenziano la conversione del cuore!
Il Vangelo nell’itinerario quaresimale ci presenta due fatti di cronaca e una parabola. Mentre alcuni ebrei offrivano sacrifici a Dio, Pilato li fece uccidere; crolla la torre di Siloe e muoiono 18 persone. La gente si chiede: perché tanto male?, di chi è la colpa?, perché Dio non interviene? Certamente non c’è connessione tra sofferenza e peccato; le disgrazie avvengono ma non sono punizioni di Dio, che è amore. Causa del male non è mai Dio, che è grande e misericordioso; vera causa è l’uomo, la sua libertà che spesso diventa libertinaggio.
Il male è frutto della cattiveria e della arroganza dell’uomo; non è Dio che ci distruggerà ma siamo noi che andremo in rovina per il nostro orgoglio ed arroganza. Da qui la necessità della nostra conversione nella consapevolezza che la nostra vita terrena è un cammino verso il cielo: creati da Dio, ritorneremo a Dio. “Convertirsi” significa produrre frutti di vita eterna: non basta avere ricevuto il battesimo e vari sacramenti; è necessario produrre frutti di giustizia e di amore.
La parabola del fico è abbastanza significativa: il padrone della vigna è Dio; il vignaiuolo è Gesù: la vigna e il fico rappresentano i cristiani. Dio aspetta i frutti: se il fico non produce frutti bisogna abbatterlo. Il vignaiuolo (Gesù) invita il Padre ad avere pazienza, chiede proroga perchè Egli è venuto per salvare e non per distruggere. Ma, amico che ascolti, il tempo di attesa di Dio non è illimitato. Da qui il senso vero della quaresima: ‘Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo’.
Il cammino quaresimale ci invita a scoprire il volto misericordioso di Dio, che sa attendere perchè rispetta i nostri tempi, ma esige la nostra conversione: per il cristiano è necessario produrre frutti di vita eterna. Dio è amore ed aspetta da noi gesti di amore concreto. Il cuore dell’amore è il perdono; il comandamento di Dio è chiaro: amerai il Signore Dio tuo … amerai il prossimo tuo come te stesso: ecco i frutti, frutti di amore e perdono.
Il vignaiuolo, Gesù, intercede per noi, ma la dilatazione manifesta la misericordia di Dio ed indica l’urgenza da parte nostra della conversione. La Pasqua ormai è vicina: convertirsi significa operare frutti di vita eterna, frutti che si vedono e si colgono: come vedi la vita ci è stata donata perchè porti frutto, come l’albero. L’uomo, essere socievole, è chiamato a realizzare questo cambiamento nei rapporti con la società, con gli altri uomini: la piccola società è la famiglia; la grande società è costituita dal campo del lavoro, dalla convivenza con gli altri: amerai il prossimo tuo come te stesso.
La buona notizia è una sola: noi possiamo sempre fidarci di Gesù, che ci ama, e confidare nell’amore misericordioso del Padre, che ha inviato Gesù sulla terra per la nostra salvezza. Oggi Gesù ci invita alla conversione ed ognuno di noi deve sentirsi interpellato in prima persona da questa chiamata e correggere subito qualcosa nella propria vita.
Allora è veramente Pasqua di risurrezione e possiamo chiamare Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La vergine Maria, madre di Gesù e nostra, madre della grazia, ci aiuti a vivere responsabilmente il nostro itinerario alla Pasqua e sia questa la festa della gioia e della rinascita.
Gianfranco Brunelli: Il Regno ha raccontato in modo responsabile gli avvenimenti
“In questo 2025, Il Regno fa 70. I settant’anni di una rivista sono una breve buona notizia. Oggi lo possiamo dire, soprattutto perché quel merito è in gran parte di altri che ci hanno preceduto: la rivista rappresenta un valore in sé per la Chiesa italiana, per il movimento cattolico e per il nostro paese. La rivista è stata ed è uno strumento libero d’informazione e di documentazione religiosa e culturale; un luogo d’analisi, d’incontro tra coloro che hanno la stessa ispirazione cristiana; di dialogo ecumenico tra chi riconosce nel cristianesimo una fede di storia e di salvezza; di confronto con persone di culture e di fedi diverse, che tuttavia hanno a cuore il principio della libertà e della dignità umana, perché queste sono lo specchio umano di Dio… Una tenuta nel tempo è sempre una tenuta del tempo. Tenere il tempo significa stare in una condizione di confronto continuo con le vicende della storia in un tentativo inevitabile, incerto, rischioso di corrispondenza interpretativa. Il tempo, la storia, il linguaggio”.
Iniziamo da questa riflessione del direttore de ‘Il Regno’, Gianfranco Brunelli, a cui chiediamo di raccontarci cosa significa compiere 70 anni per una rivista: “Compiere 70 anni significa aver raccolto il testimone di una generazione, in particolare di quella dei fondatori, che nel nostro caso sono stati i religiosi dehoniani, rielaborando oggi, a partire da una prospettiva necessariamente laicale, quanto ricevuto, avendo in mente chiavi di lettura multiple per un mondo che si è fatto complesso.
Abbiamo di fronte a noi segni di un tempo incognito, incerto, minaccioso. Mentre gli strumenti a disposizione delle comunità cristiane nelle società democratiche appaiono deboli, e in molti altri regimi tornano le persecuzioni. Tra le nuove questioni e le nuove dinamiche in atto, la grande rivoluzione nella comunicazione, l’ecosistema della Rete, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rappresentano, nel bene e nel male, la maggiore criticità, dal momento che esse tengono assieme tre livelli di trasformazione: antropologica, economico-scientifica, politica”.
Nella lettera inviatavi papa Francesco ha scritto che la rivista ha accompagnato la vita della Chiesa: ‘Il Regno è stata ed è la rivista del Concilio Vaticano II e del post Concilio in Italia: ha accompagnato la vita della Chiesa alimentandone le istanze riformatrici, secondo lo spirito di rinnovamento del Concilio; ha documentato con cura i testi e gli interventi del magistero della Chiesa; ha stimolato il cammino ecumenico delle Chiese; ha incoraggiato il dialogo interreligioso; ha intercettato i cambiamenti sociali e politici in atto, confrontandosi criticamente con le ideologie del nostro tempo’. In quale modo la rivista ha raccontato questa vita ecclesiale?
“Il Regno si è caratterizzato con un proprio stile che ha due connotazioni principali. La prima è quella della fatica delle fonti. Il fatto di lavorare su due sezioni, ‘Attualità’ e ‘Documenti’ significa che le notizie, le interviste e gli approfondimenti della prima non possono prescindere dalle voci della seconda: la Chiesa universale, le Chiese locali, gli studi, le ricerche, i protagonisti.
Il magistero del papa, i cosiddetti testi ‘ufficiali’, le dichiarazioni, tutto ciò che fa di questo grande organismo un’istituzione complessa, sul piano del pensiero e dell’azione, devono poter essere presentati nel loro insieme unitario e tensionale, e nella loro volontà dichiarata di ridire il Vangelo nella storia degli uomini. La seconda è quella del confronto critico: solo da un onesto confronto, da uno scambio intellettuale può maturare un’informazione a servizio alla Chiesa, impegno che la rivista si è sempre assunto sin dall’inizio della sua storia. Il che ha fatto de ‘Il Regno’ una voce libera ma sempre fedele alla Chiesa, nonostante i momenti di difficoltà e le insufficienze”.
Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha scritto: ‘Potremmo dire che quella del Regno è stata una parola che è cresciuta autorevolmente nel panorama dell’informazione e in specifico dell’informazione religiosa. La rivista ha dato un contributo innegabile alla formazione di diverse generazioni di cattolici… Forniva le parole, accompagnava i pensieri nell’interpretare le istanze di rinnovamento, che erano quelle di una nuova generazione, ma erano comunque sempre iscritte nella lunga tradizione della Chiesa’. In quale modo è possibile fare informazione religiosa’?
“Autorevole significa responsabile. Col peso di quella definizione, la rivista (non senza errori) ha sempre cercato di fare una proposta interpretativa non gridata, ma senza dissimulazioni. Si tratta di un compito quotidiano, che riflette un equilibrio sempre incerto. Penso che l’unica strada per fare informazione religiosa libera e onesta oggi sia proprio questa. Oggi tutto è reso più complesso dal ‘presentismo’ dell’informazione, che se è molto facilitata dai nuovi media, ne è anche condizionata proprio sul piano e sui tempi dell’interpretazione”.
Quale è la ‘missione’ de Il Regno?
“Nè ‘missione’, né ‘mission’. Ricercare piuttosto. Il tentativo professionale di leggere, capire, interpretare. Quella de ‘Il Regno’ è la ‘scommessa’ di una doppia fedeltà: da un lato alla città degli uomini, invitandoli a guardare al fenomeno religioso non come a qualcosa d’intimistico, ma come a un aspetto dell’umanità che può fare la qualità del vivere civile anche per i non credenti; dall’altro alla città di Dio, come a quell’ ‘altro da sé’, che interroga continuamente la coscienza personale e istituisce il principio di libertà”.
Il messaggio del papa per la giornata delle comunicazioni sociali invita a condividere ‘con mitezza la speranza che sta nei vostri cuor’: in quale modo la rivista racconta la speranza?
“La speranza non è un facile ottimismo, un ‘andrà tutto bene’; la speranza è un pessimismo vinto nel varco divino della realtà, che rimane drammatica. Sul piano dell’informazione è la virtù che sa guardare e raccontare con realismo sano anche laddove pare non esserci più nessuna uscita di sicurezza per ipotizzare sentieri nuovi, per dare voce a chi non ce l’ha (pensiamo a certe zone del mondo di cui i media mainstream occidentali non si interessano). La nostra piccola lampada, fatta di analisi e di fonti, vuole continuare a dare corpo a questo esercizio della virtù”.
(Foto: Il Regno)
Papa Francesco al tribunale della Rota romana: decidere per la salvezza delle anime
“L’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana mi offre l’opportunità di rinnovare l’espressione del mio apprezzamento e della mia gratitudine per il vostro lavoro… Ricorre quest’anno il decimo anniversario dei due Motu Proprio ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’ e ‘Mitis et Misericors Iesus’, con i quali ho riformato il processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio. Mi sembra opportuno cogliere questa tradizionale occasione di incontro con voi per richiamare lo spirito che ha permeato tale riforma, da voi applicata con competenza e solerzia a favore di tutti i fedeli”.
Con queste parole oggi papa Francesco ha ricordato la riforma del processo di nullità matrimoniale che compie 10 anni, sottolineando di rendere i processi più agili: “La necessità di modificare le norme relative al processo di nullità era stata manifestata dai Padri sinodali riuniti nell’Assemblea straordinaria del 2014, formulando la richiesta di rendere i processi più accessibili e agili. I Padri sinodali esprimevano in tal modo l’impellenza di portare a termine la conversione pastorale delle strutture, già auspicata nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium”.
Ecco quindi la necessità di tali riforme affinchè la coppia potesse comprendere la propria situazione di coniugi: “Era quanto mai opportuno che quella conversione toccasse pure l’amministrazione della giustizia, perché essa rispondesse nel modo migliore a quanti si rivolgono alla Chiesa per fare luce sulla propria situazione coniugale”.
Ed il vescovo è ‘responsabile’: “Ho voluto che al centro della riforma ci fosse il vescovo diocesano. A lui infatti spetta la responsabilità di amministrare la giustizia nella Diocesi, sia come garante della vicinanza dei tribunali e della vigilanza su di essi, sia come giudice che deve decidere personaliter nei casi in cui la nullità risulta manifesta, ossia mediante il processus brevior quale espressione della sollecitudine per la salus animarum.
Pertanto ho sollecitato l’inserimento dell’attività dei tribunali nella pastorale diocesana, incaricando i vescovi di assicurare che i fedeli siano a conoscenza dell’esistenza del processo come possibile rimedio alla situazione di bisogno in cui si trovano. Rattrista a volte venire a sapere che i fedeli ignorano l’esistenza di questa via”.
E’ un sollecito a garantire il buon funzionamento del tribunale nella diocesi attraverso una retta formazione: “In particolare, la sollecitudine del vescovo si attua nel garantire per legge la costituzione nella propria diocesi del tribunale, dotato di persone (chierici e laici) ben formate, adatte a questa funzione; e assicurandosi che svolgano il loro lavoro con giustizia e diligenza. L’investimento nella formazione di tali operatori – formazione scientifica, umana e spirituale – va sempre a beneficio dei fedeli, che hanno diritto a un’attenta considerazione delle loro istanze, anche quando dovessero ricevere un riscontro negativo.
Perciò questa riforma ha badato alla ‘salvezza delle anime’: “Ha guidato la riforma (e deve guidare la sua applicazione) la preoccupazione della salvezza delle anime. Ci interpellano il dolore e la speranza di tanti fedeli che cercano chiarezza riguardo alla verità della loro condizione personale e, di conseguenza, riguardo alla possibilità di una piena partecipazione alla vita sacramentale. Le norme che stabiliscono le procedure devono garantire alcuni diritti e principi fondamentali, precipuamente il diritto di difesa e la presunzione di validità del matrimonio”.
Inoltre ha chiesto prudenza nelle applicazioni delle norme: “E’ evidente (ma ci tengo a ribadirlo in questa sede) che la riforma interpella in modo forte la vostra prudenza nell’applicare le norme… Ogni protagonista del processo si avvicina alla realtà coniugale e familiare con venerazione, perché la famiglia è riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità. Inoltre, i coniugi uniti nel matrimonio hanno ricevuto il dono dell’indissolubilità, che non è una meta da raggiungere con il loro sforzo, né tantomeno un limite alla loro libertà, ma una promessa di Dio, la cui fedeltà rende possibile quella degli esseri umani”.
Tale discernimento comporta una responsabilità per le relazioni familiari: “Il vostro lavoro di discernimento sull’esistenza o meno di un valido matrimonio è un servizio alla salus animarum, in quanto permette ai fedeli di conoscere e accettare la verità della propria realtà personale…
Cari fratelli, la Chiesa vi affida un compito di grande responsabilità, ma prima ancora di grande bellezza: aiutare a purificare e ripristinare le relazioni interpersonali. Il contesto giubilare in cui ci troviamo riempie di speranza il vostro lavoro, della speranza che non delude”.
(Foto: Santa Sede)




























