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Maimone lancia ‘Religious Tourism for Peace’ per promuovere la pace e il dialogo tra i popoli
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni e crisi umanitarie, con particolare riferimento alla guerra in Iran che coinvolge civili e comunità religiose, emerge con urgenza la necessità di strumenti capaci di favorire il dialogo, l’incontro e la costruzione di ponti tra i popoli. Il turismo religioso si configura, in questo scenario, non come semplice esperienza di viaggio, ma come pratica di mediazione culturale, spirituale e umanitaria, capace di promuovere comprensione, tolleranza, coesione sociale, rispetto per la vita e la salvaguardia dei valori universali.
Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMRT), intervistato da una radio locale, “il turismo religioso non si limita a un fenomeno ricreativo, ma costituisce un percorso complesso di interazione culturale, spirituale e filosofica. I cammini di fede rappresentano esperienze di apprendimento, introspezione e confronto che vanno al di là della semplice visita turistica. Favoriscono la nascita di un nuovo umanesimo, fondato sul dialogo tra culture e sulla costruzione di legami duraturi tra le comunità, radicati nel rispetto della vita, nella fraternità e nella solidarietà universale”.
Maimone sottolinea la necessità di promuovere e difendere il turismo religioso, evitando che sia ridotto a mero prodotto commerciale: “Va valorizzato e tutelato e per questo è indispensabile istituire una sede istituzionale dedicata, che coordini le politiche nazionali, favorisca la formazione degli operatori e garantisca un approccio etico, rispettoso dei luoghi sacri, delle comunità ospitanti e della sacralità della vita”.
Il coordinatore richiama il magistero di papa Francesco, che pone al centro della riflessione ecclesiale il dialogo interculturale, la fraternità e l’incontro tra popoli come strumenti fondamentali per la pace globale. Evoca anche la figura storica di papa Leone XIV, simbolo di come la spiritualità possa costruire legami duraturi tra fede, cultura e territorio, e rappresenti un esempio per un turismo religioso in grado di generare coesione sociale, responsabilità civica e un profondo rispetto per la vita e la dignità umana.
Secondo Maimone, “l’organismo istituzionale proposto avrebbe il compito di promuovere il turismo religioso come veicolo di pace e dialogo tra i popoli, coordinare le politiche nazionali e internazionali, valorizzare i territori rispettando le loro identità culturali e spirituali, sostenere percorsi formativi per operatori specializzati, garantire che i luoghi sacri siano tutelati da logiche commerciali preservandone il significato profondo, e diffondere la cultura della pace, dell’incontro e della vita attraverso esperienze di pellegrinaggio e percorsi spirituali”.
Maimone evidenzia come “il turismo religioso rappresenti, soprattutto in un periodo segnato da conflitti come quello in Medio Oriente, una concreta opportunità di costruzione di ponti tra culture e comunità diverse. Non si tratta solo di visitare un luogo sacro, ma di vivere un’esperienza che educa alla comprensione reciproca, rafforza la coesione sociale, nutre lo spirito e contribuisce a sviluppare un nuovo umanesimo globale fondato sulla pace, sulla vita, sulla cultura del dialogo e sulla fratellanza tra i popoli.
No alla guerra, sì alla pace. Il turismo religioso unisce, collega e sviluppa la cultura della pace e la cura dei territori, promuovendo la cooperazione tra popoli di diversa etnia e religione senza alcuna distinzione. ‘Religious Tourism for Peace’ è lo slogan della Rete Mondiale del Turismo Religioso: un invito universale a viaggiare con il cuore, a comprendere, rispettare e proteggere la vita in tutte le sue forme, costruendo un mondo più giusto, solidale, pacifico e spiritualmente consapevole”.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso nasce con l’obiettivo di sviluppare pace, dialogo interculturale, rispetto della vita e coesione tra i popoli, affermandosi come piattaforma internazionale per il rilancio umano e sociale dei territori e delle comunità. In un mondo sempre più interconnesso ma diviso da guerre e tensioni, il turismo religioso può diventare un laboratorio di pace, un mezzo per promuovere il dialogo interculturale, rafforzare la cultura della pace e costruire ponti tra i popoli.
Un convegno di studio alla Facoltà Auxilium esplora la fratellanza nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam
‘Le relazioni sorelle e fratelli in alcune religioni del Libro sacro’ è stato il tema indagato nel Convegno organizzato dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma. L’appuntamento rientra nella 39ª Giornata della Facoltà e si colloca in un momento significativo: alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna. L’evento completa un ciclo di riflessione tematica avviato nel marzo 2022, che ha già approfondito, con altrettanti Convegni annuali su ‘Le relazioni donna-uomo’, ‘Le relazioni madre-figlia-figlio’ e ‘Le relazioni padre-figlia-figlio’.
Tre le studiose chiamate ad animare il confronto, ciascuna portatrice di una prospettiva religiosa distinta: Elena Lea Bartolini De Angeli per l’Ebraismo, Marinella Perroni per il Cristianesimo, Meryem Akabouch, per l’Islam, oggi assente per motivi personali.
In un tempo segnato da ‘profondi mutamenti culturali, antropologici e sociali, la riflessione sulle dinamiche relazionali si configura come una priorità ineludibile per la costruzione di una convivenza autenticamente umana e orientata al bene comune’ spiega la preside dell’Auxilium, prof.ssa Piera Ruffinatto, nel saluto iniziale. Il focus di quest’anno – le relazioni tra sorelle e fratelli – rappresenta ‘un ulteriore segmento relazionale di particolare rilevanza antropologica e educativa’, considerata anche l’urgenza del contesto attuale, dove si manifesta una diffusa difficoltà a riconoscere l’altro come fratello e sorella.
‘La relazione fraterna costituisce infatti un contesto di apprendimento esperienziale fondamentale’, osserva la prof.ssa Brigida Angeloni, moderatrice della tavola rotonda. E’ proprio nell’incontro quotidiano con il fratello o la sorella ‘che si impara il rispetto dell’altro, la condivisione, la gestione del conflitto, che si acquisiscono le norme e i valori – giustizia, responsabilità, solidarietà, il prendersi cura – che sono fondamento della vita comunitaria’.
‘Chi è mia sorella? Chi è mio fratello? Si tratta solo di un rapporto di sangue? O anche di adozione o di amicizia?’
Da queste domande parte l’intervento della prof.ssa Elena Lea Bartolini De Angeli, teso a mostrare i diversi modelli di sorellanza e fratellanza nella Bibbia e nella Torah, che infine ‘insistono sull’importanza di una fratellanza autentica – sia di sangue che universale – nel rispetto delle singole identità’.
Sulla fraternità come testimonianza, si inserisce la prospettiva cristiana presentata dalla prof.ssa Marinella Perroni. Nel suo intervento, la studiosa precisa che ‘il rapporto di fratellanza è espresso e rinsaldato da un unico comandamento, la diakonía, il servizio’. Un servizio che può anche diventare una ‘testimonianza contro’, perché per chi ha aderito al messaggio della resurrezione di Gesù, le cose stanno diversamente fin da subito, dopo la sua morte: il servizio è testimonianza evangelica.
Una riflessione intensa, quella proposta nel Convegno all’Auxilium, che avrà bisogno di sedimentarsi in ulteriori tempi di incontro, studio, dialogo, proprio per cogliere la dimensione educativa e pedagogica della relazione fraterna, assegnandole un valore che non è soltanto affettivo o sociale, ma profondamente formativo: quella visione della fraternità come compito, come responsabilità che non si esaurisce nell’ambito familiare, ma interpella la scuola, la comunità e la società nel suo insieme.
SOUL Festival di Spiritualità Milano: ‘Mistero, il canto del mondo’
Dal 18 al 22 marzo torna per la sua terza edizione SOUL Festival di Spiritualità Milano, l’appuntamento promosso da Università Cattolica del Sacro Cuore e Arcidiocesi di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano, che per cinque giorni coinvolge la città con un palinsesto diffuso di lecture, dialoghi, reading, spettacoli, performance e laboratori sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’, declinato attraverso lo sguardo di circa 100 protagonisti d’eccezione (scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati) e molteplici prospettive d’analisi, dalla letteratura alla scienza, dalla psicoanalisi alla filosofia, dalla teologia alla musica, alla poesia e alla danza.
Il programma completo è disponibile sul sito www.soulfestival.it. Per partecipare agli eventi è necessario registrarsi (prenotazioni aperte da domenica 1° marzo).
Ideato dal comitato curatoriale composto da mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola, il programma culturale del festival è articolato in 70 appuntamenti diffusi in città. Si riconfermano momenti consolidati come le cene monastiche al Refettorio Ambrosiano, che trasformano la tavola in luogo di relazione e nutrimento spirituale, con don Paolo Alliata e Cristina Arcidiacono, e la meditazione all’alba sulle Terrazze del Duomo, guidata da mons. Mario Delpini con letture di Lino Guanciale, per una contemplazione che abbraccia la città nel passaggio tra notte e giorno, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa.
Molte le novità di questa edizione fra cui l’incontro nel Duomo di Milano con l’Arcivescovo di Algeri card. Jean-Paul Vesco, accompagnato dagli strumenti dell’Orchestra del Mare, il progetto inedito realizzato in collaborazione con Fondazione Amplifon che trasforma ricordi e pensieri di alcuni ospiti di RSA italiane in un’esperienza teatrale, al buio, sul mistero della vita e della morte, introdotta da Vittorio Lingiardi, un incontro notturno in Santa Maria presso San Satiro ispirato alla magia prospettica dell’abside del Bramante, i cicli di incontri dedicati ai Maestri dell’oltre – Rainer Maria Rilke, Emily Dickinson, Dino Campana e Wisława Szymborska – e ai Maestri di mistero – Meister Eckhart e Carl Gustav Jung –, le proiezioni di film all’Anteo Palazzo del Cinema, il concerto del trio L’Antidote nell’Auditorium San Fedele e una speciale collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, che intreccia la propria programmazione a quella del festival.
Presentando il festival l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha sottolineato la dimensione del silenzio: “Il silenzio: ecco la pratica dimenticata di cui ha bisogno la città, per non trasformarsi in una città di folli. La musica: ecco la disponibilità di cui ha bisogno la città, per non ridursi in una città del rumore. La poesia: ecco l’audacia di cui ha bisogno la città, per non presentarsi come un tabulato di numeri e statistiche. Il mistero: ecco l’inquietudine di cui ha bisogno la città, per non vivere disperata.
SOUL è il dono che alcuni testimoni del mistero vogliono fare a Milano. Sono voci che parlano da molti campi del sapere, del pregare, del cercare. Tutti però sono in cammino verso una rivelazione, perché il silenzio non è un enigma indecifrabile. E’ piuttosto un invito e una promessa”,
Anche la prof.ssa Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha evidenziato il tema del mistero: “Il patto di collaborazione tra Diocesi, Comune di Milano e Università Cattolica del Sacro Cuore offre ancora una volta un’occasione per fermarsi. La terza edizione del Festival ci invita a entrare nel mistero, un’esperienza di particolare valore in una società che tende a trattare tutto come un problema. Il mistero infatti non è un problema che attende una soluzione; è una presenza in cui siamo immersi e che ci interroga.
Una rassegna dedicata al mistero sollecita un pensiero che non sia solo consolatorio, ma che scuota la coscienza. E’ un invito all’umiltà intellettuale e, allo stesso tempo, allo stupore profondo. In tal senso, il mistero diventa un’inquietudine creativa, un’occasione per esplorare la dimensione spirituale dell’umanità, per lasciarsi sorprendere, per cercare insieme. Questo in fondo è anche lo spirito che anima un’università”.
SOUL Festival di Spiritualità Milano è reso possibile grazie ai Main Partner Intesa Sanpaolo, Humanitas University, Edison, al Partner CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario, al contributo di Fondazione Cariplo e Fondazione Rocca, ai Media Partner Avvenire, Rai e al Content Partner Rai Radio 3. Si ringraziano Comieco, Fondazione Amplifon, Aboca.
Ad inaugurare la terza edizione di SOUL Festival, mercoledì 18 marzo alle 18.00 è l’incontro Senza alcun dubbio con Javier Cercas presso l’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Prendendo le mosse dalle pagine de Il folle di Dio alla fine del mondo, lo scrittore spagnolo dialoga con Aurelio Mottola sul potere della letteratura di cogliere il mistero della vita. Ad accompagnarli il violoncellista Issei Watanabe che eseguirà due preludi delle suite di Bach.
Dopo l’evento inaugurale seguirà alle ore 21.00 in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, illuminata dall’installazione artistica di Dan Flavin, il concerto di canto gregoriano Cantare il mistero, a cura dell’Ensemble Audi Filia della Schola Gregoriana della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, diretto da Riccardo Zoia e accompagnato dall’organo di Matteo Galli.
La manifestazione si conclude domenica 22 marzo alle ore 21.30 al Piccolo Teatro Strehler con ‘Un niente più grande’, rito sonoro di e con Mariangela Gualtieri, con la guida di Cesare Ronconi (produzione Teatro Valdoca), concepito per SOUL Festival di Spiritualità Milano come una pausa di abbandono, per ritrovare nel ritmo sospeso delle parole l’enigma nascosto nelle cose comuni.
Tra questi due momenti un palinsesto articolato e multidisciplinare indaga il tema del mistero attraverso molteplici dimensioni: dalla forza dell’arte, della musica e del cinema come chiavi per vedere con altri occhi la realtà, alle domande sull’universo poste da fisica e astrofisica; dal mistero dell’inconscio e dell’altro, declinato sia nella coppia sia nella fratellanza, al dialogo interreligioso su ospitalità e accoglienza.
Verranno affrontate alcune delle domande più radicali dell’esperienza umana come il rapporto tra il male e il bene, la giustizia e la colpa, il tema della morte (in un confronto che riunisce voci del cristianesimo, dell’ebraismo e del buddhismo) e della malattia, con un focus su cura, coraggio e dignità della persona.
Saranno inoltre approfondite tematiche quali il silenzio, la relazione con la natura (anche attraverso la figura di san Francesco) il vino come simbolo sacro e processo alchemico, l’imponderabilità del futuro e il bisogno umano di prevederlo, dal rapporto tra visibile e invisibile del mondo ai segni della trascendenza. Ampio spazio verrà dato a scienza e medicina come pratiche umane che indagano il mistero del corpo e della psiche e un approfondimento sarà dedicato al transumanesimo e all’intelligenza artificiale, in dialogo con le grandi questioni spirituali e filosofiche e con le trasformazioni tecnologiche in atto.
E’ inoltre confermato l’appuntamento con SOUL Young, la rassegna ideata da giovani under 30 con il coordinamento di Francesca Fimeroni e Francesca Monti, curatrici del progetto, che si svolgerà all’ADI Design Museum. Tra design, arti performative, cinema, musica e momenti di partecipazione attiva, per dare voce a chi oggi è chiamato a immaginare il mondo di domani, SOUL Young esplora quest’anno l’immaginazione come forza di trasformazione e come strumento concreto per ripensare il futuro. Tra gli appuntamenti, una visita guidata fra oggetti di design che hanno cambiato le nostre abitudini; un workshop ispirato alla visione artistica di Escher, una performance di Mariangela Di Santo, l’incontro con il cantautore Vasco Brondi e la proiezione di cortometraggi di Amir Ra, seguita da un dialogo con il regista.
(Foto: Soul)
All’Università Gregoriana un corso sulla mistica nelle religioni: ne parliamo con il prof. Trianni
Nelle pieghe delle pratiche mistiche si celano luoghi d’incontro in cui le diverse fedi sembrano riconoscersi ‘in uno spirito di rispetto reciproco, lontano dai conflitti e dello scontro’. Accade nel sufismo islamico, professando amore e benevolenza tra i credenti; accade nell’ebraismo, quando l’uomo puro diventa ‘canale dell’emanazione celeste’. Ed ancora, risuona nei versi dei poeti induisti Āḷvār, in cui l’amore per Dio vibra, come riconosciuto da diversi storici, con la stessa intensità e le stesse tematiche di fondo del Cantico dei cantici e del Cantico spirituale di san Giovanni della Croce.
Per questo motivo la Pontificia Università Gregoriana organizza i forum sulla ‘mistica nelle religioni. Ricerche comparative’, coordinati dai professori Ambrogio Bongiovanni e Paolo Trianni che iniziano lunedì 23 febbraio con una lezione introduttiva sul tema ‘Per una teologia comparata della mistica’ tenuta dal prof. Trianni, che analizzano il fenomeno mistico nelle varie religioni. Il corso è interamente dedicato all’analisi dell’esperienza mistica nelle diverse tradizioni religiose: il cristianesimo, l’induismo, il buddhismo, l’islam ed il mondo cinese. I Forum sono aperti a tutti e saranno anche trasmessi in diretta streaming al link YouTube/Unigregoriana previa registrazione al seguente link: www.unigre.it per i partecipanti esterni fino alle ore 14:00 del giorno precedente. Per eventuali domande durante la diretta inviare una e-mail a foruminterreligious@unigre.it .
Al prof. Paolo Trianni, docente incaricato all’Istituto Religioni e Culture della Pontificia Università Gregoriana di Roma e docente invitato al Pontificio Ateneo S. Anselmo, chiediamo il motivo per cui l’università propone alcuni forum sulla mistica nelle religioni: “Ogni anno facciamo alcuni forum aperti al pubblico, che si svolgono il lunedì alle ore 17.00. Quest’anno abbiamo deciso di dedicare i forum al tema della mistica nelle religioni, anche perché abbiamo soppresso un corso che affrontava delle tematiche simili. In ogni caso la mistica nelle religioni, ed in generale la riflessione sull’esperienza religiosa non-cristiana, è un tema che interessa la teologia da decenni”.
Come si può definire la mistica?
“Non è facile dare una definizione, sopratutto in un’ottica interreligiosa. Per meglio dire, definizioni ce sono tante, ma non è possibile dare una definizione di mistica che valga per tutte le religioni. Lo si può rimanendo piuttosto generici, ed è affermando che l’esperienza mistica è un vissuto che ti mette a contatto con una dimensione assoluta che dà pienezza e libertà non sperimentabile nelle ordinarie condizioni di vita”.
Quanto è importante la mistica per le religioni?
“La mistica è il motore stesso delle religioni. Questo vale anche il cristianesimo. Ricordo un celebre frase di Karl Rahner: il cristianesimo del futuro o sarà mistico o non sarà affatto”.
Quale è il rapporto della mistica con la filosofia?
“In passato erano coincidenti, ora non credo che lo si possa dire. Nei tempi antichi la filosofia era un esercizio di distacco, proprio come la mistica, che coincide sempre con la morte dell’egoicità ed il distacco da sé e dal mondo. E’ significativo, comunque, che abbiamo riflettuto sulla mistica tanto i filosofi quanto i teologi”.
Quanto influisce la mistica nello sviluppo delle teologie?
“Questa è una bella domanda. In verità la teologia ha sempre guardato con prudenza e timore alla mistica, perché non di rado il mistico mette in discussione le dottrine teologiche. La mistica, però, è anche il cuore e l’esito finale della teologia spirituale, e senza il vissuto spirituale la teologia si svuoterebbe di contenuto, diventerebbe uno sterile esercizio mentale”.
Quale valore ha nella nostra società la mistica?
“Non saprei dire con certezza. Al netto del fatto, però, che il termine mistica è stato abusato, quando con essa si intendesse la ricerca di un oltre, di una pienezza.. direi che non è del tutto assente. Purtroppo nel contesto sociale si inseguono dei principi che vanno in direzione ostinata e contraria alla mistica, e tuttavia proprio quest’ultima, proprio perché porta una completezza che il mondo non può dare, potrebbe convertire la nostra società consumista e superficiale”.
Papa Leone XIV in Turchia richiama alla responsabilità della pace
“Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”: nel primo discorso alle autorità della Turchia papa Leone XIV ha esortato a valorizzare le diversità, sottolineando il desiderio da parte dei cristiani di contribuire all’unità del Paese.
Nel discorso alle autorità il papa ha evidenziato la responsabilità a realizzare la pace: “E’ vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità”.
Riprendendo l’immagine del ponte sullo stretto dei Dardanelli, scelta come logo del viaggio papale, il papa ha sottolineato il ‘posto’ che ha questo Paese: “Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano”.
Tale ponte può essere un presidio contro la ‘globalizzazione dell’indifferenza’: “L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. E’ un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica”.
Per questo è importante la religione: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti”.
Ed ha sottolineato che lo sviluppo è una grande sfida: “Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana”.
Infatti contro il consumismo il papa ha ‘opposto’ la cultura dei legami: “A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso”.
In tali legami è fondamentale il ruolo della donna: “Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale”.
In conclusione ha ricordato l’importanza del dialogo: “Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che papa Francesco chiamava ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva!”
Ed è consapevole del rischio che si sta correndo, offrendo l’aiuto della Chiesa: “Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.
La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: le religioni collaborino per la pace
“In questi giorni si è abbattuto sulla Giamaica l’uragano ‘Melissa’, una tempesta dalla potenza catastrofica, che sta provocando violente inondazioni e in queste ore, con la stessa forza devastante, sta attraversando Cuba. Sono migliaia le persone sfollate, mentre sono state danneggiate case, infrastrutture e diversi ospedali. Assicuro a tutti la mia vicinanza, pregando per coloro che hanno perso la vita, per quanti sono in fuga e per quelle popolazioni che, in attesa degli sviluppi della tempesta, stanno vivendo ore di ansia e preoccupazione. Incoraggio le Autorità civili a fare tutto il possibile e ringrazio le comunità cristiane, insieme agli organismi di volontariato, per il soccorso che stanno prestando”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha chiesto di pregare per tutti coloro che stanno soffrendo a causa dell’uragano Melissa.
E dopo la commemorazione di ieri della commemorazione della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ anche nell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha dedicato ad essa la catechesi, mettendo al centro della riflessione rivolte alla samaritana da Gesù: “Nel Vangelo, questo incontro rivela l’essenza dell’autentico dialogo religioso: uno scambio che si instaura quando le persone si aprono l’una all’altra con sincerità, ascolto attento e arricchimento reciproco. E’ un dialogo nato dalla sete: la sete di Dio per il cuore umano e la sete umana di Dio. Al pozzo di Sicar, Gesù supera le barriere di cultura, di genere e di religione”.
Quello di Gesù è un invito a scoprire la presenza di Dio ovunque: “Invita la donna samaritana a una nuova comprensione del culto, che non è limitato a un luogo particolare (‘né su questa montagna né a Gerusalemme’) ma si realizza in Spirito e verità. Questo momento coglie il nucleo stesso del dialogo interreligioso: la scoperta della presenza di Dio al di là di ogni confine e l’invito a cercarlo insieme con riverenza e umiltà”.
Ed ecco l’inserimento nella catechesi offerto dal documento conciliare, che non tradisce il Vangelo: “Questo luminoso Documento ci insegna a incontrare i seguaci di altre religioni non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità; a onorare le differenze affermando la nostra comune umanità; e a discernere, in ogni ricerca religiosa sincera, un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”.
Comunque il documento era sorto per ristabilire un rapporto con il mondo ebraico con una precisa condanna dell’antisemitismo: “In particolare, non va dimenticato che il primo orientamento di ‘Nostra Aetate’ fu verso il mondo ebraico, con cui San Giovanni XXIII intese rifondare il rapporto originario. Per la prima volta nella storia della Chiesa doveva così prendere forma un trattato dottrinale sulle radici ebraiche del cristianesimo, che sul piano biblico e teologico rappresentasse un punto di non ritorno… Da allora, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso”.
Non negando i malintesi il papa ha sottolineato la necessità del dialogo: “Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto. Lo spirito della ‘Nostra Aetate’ continua a illuminare il cammino della Chiesa… La Dichiarazione invita tutti i cattolici (vescovi, clero, persone consacrate e fedeli laici) a coinvolgersi sinceramente nel dialogo e nella collaborazione con i seguaci di altre religioni, riconoscendo e promuovendo tutto ciò che è buono, vero e santo nelle loro tradizioni. Questo è oggi necessario praticamente in ogni città del mondo dove, a motivo della mobilità umana, le nostre diversità spirituali e di appartenenza sono chiamate a incontrarsi e a convivere fraternamente”.
Quindi il documento conciliare è un invito all’unità: “Nostra Aetate ci ricorda che il vero dialogo affonda le sue radici nell’amore, unico fondamento della pace, della giustizia e della riconciliazione, mentre respinge con fermezza ogni forma di discriminazione o persecuzione, affermando la pari dignità di ogni essere umano.
Più che mai, il nostro mondo ha bisogno della nostra unità, della nostra amicizia e della nostra collaborazione. Ciascuna delle nostre religioni può contribuire ad alleviare le sofferenze umane e a prendersi cura della nostra casa comune, il nostro pianeta Terra. Le nostre rispettive tradizioni insegnano la verità, la compassione, la riconciliazione, la giustizia e la pace”.
E’ stato un invito a non ‘abusare’ di Dio: “Dobbiamo riaffermare il servizio all’umanità, in ogni momento. Insieme, dobbiamo essere vigilanti contro l’abuso del nome di Dio, della religione e dello stesso dialogo, nonché contro i pericoli rappresentati dal fondamentalismo religioso e dall’estremismo. Dobbiamo anche affrontare lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale, perché, se concepita in alternativa all’umano, essa può gravemente violarne l’infinita dignità e neutralizzarne le fondamentali responsabilità. Le nostre tradizioni hanno un immenso contributo da dare per l’umanizzazione della tecnica e quindi per ispirare la sua regolazione, a protezione dei diritti umani fondamentali”.
E’ questa la speranza ‘lanciata’ dal documento conciliare: “Questa speranza si fonda sulle nostre convinzioni religiose, sulla convinzione che un mondo nuovo sia possibile. ‘Nostra Aetate’, sessant’anni fa, ha portato speranza al mondo del secondo dopoguerra. Oggi siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato.
Collaboriamo, perché se siamo uniti tutto è possibile. Facciamo in modo che nulla ci divida. E in questo spirito, desidero esprimere ancora una volta la mia gratitudine per la vostra presenza e la vostra amicizia. Trasmettiamo questo spirito di amicizia e collaborazione anche alla generazione futura, perché è il vero pilastro del dialogo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: ‘Nostra Aetate’ è una pietra miliare per il dialogo
“Per sessant’anni, uomini e donne hanno lavorato per coltivare Nostra aetate. Hanno annaffiato il seme, curato il terreno e lo hanno protetto. Alcuni hanno persino dato la loro vita, martiri del dialogo, che si sono opposti alla violenza e all’odio. Ricordiamoli oggi con gratitudine. Come cristiani, insieme ai nostri fratelli e sorelle di altre religioni, siamo ciò che siamo grazie al loro coraggio, al loro sudore e al loro sacrificio”: così papa Leone XIV ha concluso la serata dedicata al documento conciliare ‘Nostra Aetate’.
Dopo un pomeriggio di festa il papa ha ricordato l’attualità del documento conciliare: “In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni. In secondo luogo, indica ciò che tutti condividiamo.
Apparteniamo a una sola famiglia umana, una nell’origine ed una anche nel nostro fine ultimo. Inoltre, ogni persona cerca risposte ai grandi enigmi della condizione umana. In terzo luogo, le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
Poi ha sottolineato che la Chiesa è aperta e non rifiuta le verità delle altre religioni: “In quarto luogo, la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’. Le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Quindi ha sottolineato la responsabilità delle religioni: “Come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra. In questo modo, possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”.
Nel discorso papa Leone XIV ha ripercorso la genesi del documento, voluto da papa san Giovanni XXIII per descrivere ‘un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo’ e, nella storia della Chiesa, primo ‘testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del cristianesimo in modo biblicamente fondato’:
“Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio. In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ed ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo: “Per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato. Allo stesso tempo, Nostra Aetate (n. 4) prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo. Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”.
Questo permette di respingere ogni forma di discriminazione: “In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ma il documento conciliare è un invito a ‘guardare oltre ciò che ci separa e a scoprire ciò che ci unisce tutti’: “Questo è il cammino che ‘Nostra Aetate’ ci invita a continuare: camminare insieme nella speranza. Quando lo intraprendiamo, accadono meraviglie: i cuori si aprono, si costruiscono ponti e vengono tracciati nuovi sentieri là dove nessuno sembrava possibile. Questo non è l’impegno di una sola religione, di una sola nazione o anche di una sola generazione. E’ un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
Prima dell’arrivo del papa nell’aula Paolo VI si sono susseguiti diversi momenti di riflessione, aperti dal corteo di diversi leader dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del giainismo, del sikhismo, del buddismo, dello zoroastrismo, del confucianesimo, del taoismo, dello shintoismo, delle religioni tradizionali africane e della Chiesa cattolica, preceduto da una danza tradizionale dello Sri Lanka, la Kandyan Dance, ballata dalla Sri Ridma Dance Academy, con il saluto di benvenuto del card. George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“In questi sei decenni, lo spirito della ‘Nostra Aetate’ ha ispirato uno straordinario pellegrinaggio di incontro e collaborazione… Con profonda gratitudine i pontefici (da san papa Giovanni XXIII a papa Francesco) che hanno portato avanti questa missione con saggezza e coraggio e le Chiese locali che hanno coltivato il dialogo con dedizione e fedeltà ed i tanti uomini e donne di diverse tradizioni religiose che si sono generosamente uniti alla Chiesa cattolica nel promuovere la comprensione reciproca”.
Anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, ha ribadito la consapevolezza della Chiesa cattolica di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo “con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha stretto l’Antica Alleanza. Consapevole di questa continuità, la Chiesa intende la Nuova Alleanza non come sostituzione, ma come compimento dell’Antica Alleanza”.
Infine ha sottolineato la condanna dell’antisemitismo: “Questo fondamento del nuovo rapporto della Chiesa cattolica con il popolo ebraico nella storia della salvezza va inteso anche come risposta positiva della Chiesa alla catastrofe della Shoah. Proprio come la ‘Nostra Aetate’ afferma chiaramente il patrimonio comune di ebrei e cristiani, essa rifiuta anche inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo”.
(Foto: Santa Sede)
Da Roma un invito ad osare la pace
“Siamo in un momento inquieto, tra gravi preoccupazioni e speranze per la soluzione di uno dei più drammatici conflitti del nostro tempo. Sarebbe un grande segno in un’età caratterizzata dalla forza, che ha riabilitato la guerra come strumento principe per perseguire i propri interessi e disegni. Alcune luci di speranza si sono accese (e ne siamo felici), luci in fondo a un tunnel. Tuttavia non è pessimismo registrare come la guerra occupi tanto spazio all’orizzonte. Siamo nell’età della forza, che ha umiliato le istituzioni nate per realizzare pace”: con queste parole il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ieri ha aperto a Roma l’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace ‘Osare la Pace’.
Nella prolusione ha ricordato la fondazione dell’ONU: “Il 24 ottobre si è celebrato l’ottantesimo anniversario nelle Nazioni Unite, il cui Statuto inizia così: ‘Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…’. Parole sgorgate da popoli che avevano vissuto la guerra e i suoi dolori e la sentivano un flagello. Flagello era presso i romani un tremendo strumento di supplizio.
L’età della forza sta rivoluzionando in modo negativo linguaggi e relazioni tra i popoli, avvilendo la cultura del dialogo e la diplomazia. Ha calpestato il diritto internazionale, trattato da legalismo burocratico mentre è frutto di civiltà. Ha riversato, nell’animo della gente, una carica di aggressività con effetti tutt’ora da capire. Ha negato, nei fatti, che i popoli abbiano un comune destino. L’ha fatto con un’ideologia costruita dal recupero di miti sepolti, nazionalismi, paure antiche e nuove”.
La globalizzazione ha provocato la crisi del pensiero umanistico: “La globalizzazione ha lasciato cadere tanto del pensiero umanistico: lo vediamo nel vuoto attuale di maestri nella vecchia Europa. Ha lasciato cadere la globalizzazione dello spirito, l’incontro tra le religioni, che è fonte di umanesimo e di umanizzazione, che mette al centro la donna e l’uomo. Perché al fondo di ogni religione c’è il valore della persona. Non solo nella Mishnà, ma anche nel Corano, si ritrova la fiducia che chi salva un uomo, salva il mondo intero”.
La globalizzazione ha cambiato anche le religioni: “L’età della forza non è antireligiosa, come lo furono precedenti stagioni bellicose ma ha imparato a servirsi delle religioni per consacrare conflitti e interessi. Crescono nuove religioni della prosperità per benedire la corsa all’auto-affermazione: successo e denaro sono al cuore di esse. E purtroppo il mondo delle religioni è toccato dal processo di frantumazione, con la riduzione di ecumenismo e dialogo”.
Richiamando la costituzione conciliare ‘Nostra Aetate’ il prof. Riccardi ha ricordato l’apertura di un nuovo dialogo tra le religioni, che nel 1986 portò all’incontro di Assisi: “Si aprì una stagione di dialogo, incontro, fraternità, non facili in mentalità in cui l’estraniazione era radicata. La radice del dialogo, dice la ‘Nostra Aetate’ è questa: ‘I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine’. Le religioni, nelle loro irriducibili differenze, ne sono consapevoli.
Il dialogo, poco a poco, fa scoprire che i popoli sono una sola comunità… Il timido dialogo dei primi anni è scoppiato nel grande incontro convocato da Giovanni Paolo II, quasi quarant’anni fa, il 27 ottobre 1986 ad Assisi, nel cui spirito e solco la Comunità di Sant’Egidio si muove, raccogliendo le parole conclusive del papa: ‘La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale’.
Lo spirito di Assisi soffia ancora, nonostante i venti di guerra. Le religioni hanno una forza di dialogo, disarmata ma convincente, da mettere in campo, con tutti, per realizzare la transizione, così necessaria, dall’età della forza all’età del dialogo e del negoziato”.
Citando Paul Ricoeur il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha invitato ad osare la pace attraverso il dialogo: “Questo è osare la pace: liberare il fondo di bontà, che è volontà di pace e di vivere insieme. Questa è la nostra forza che ci fa passare dall’età della guerra all’età del dialogo e del negoziato. Fare la pace non è la magia di un giorno, ma, quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace. Perché dialogare è scoprire l’altro come sé stesso”.
Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha esortato a tenere vivo lo ‘spirito di Assisi’: “Protagoniste sempre più significative, nel tempo, le opinioni pubbliche, i movimenti popolari per la pace, le comunità, come quella di Sant’Egidio che hanno sviluppato percorsi in direzione della pace. Un impegno prezioso che, nell’attuale scenario geopolitico, appare più che mai indispensabile”.
Quindi occorre coltivare la pace quotidianamente: “Lo ‘Spirito di Assisi’, che viene riproposto in questi incontri rammenta a tutti noi che la pace non è un risultato destinato ad affermarsi senza dedicarvisi con costanza. La pace va cercata, coltivata e ‘osata’, per citare l’evocativo titolo scelto quest’anno”.
E le religioni ricordano che è necessario ‘osare la pace’: “Di fronte alle guerre e per la pace parlano le religioni, con la forza della loro autorevolezza, con la definizione della pace come “santa”, nell’infaticabile ricerca di quel che unisce gli esseri umani, nella promozione della solidarietà globale. Tutti noi siamo oggi chiamati a rinnovare la nostra fiducia nella causa della pace.
Rendiamo comune e condiviso l’appello di questo incontro: continuiamo a osare la pace. Continuiamo a investire in percorsi di dialogo e di mediazione, a sostenere chi soffre, a costruire ponti tra i popoli, per contribuire a un mondo in cui la pace non sia un sogno per illusi, ma una realtà condivisa”.
Mentre Kondo Koko, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima, ha raccontato la sua infanzia: “Eravamo rimaste in casa, io e mia madre quando la casa è crollata all’improvviso. Mia madre perse conoscenza e il suo peso mi schiacciò; non riuscivo a respirare… Dieci anni dopo, mio padre partecipò a un programma televisivo negli Stati Uniti, dove fu intervistato insieme al capitano Robert Lewis, copilota dell’Enola Gay.
Quando lui, con le lacrime agli occhi, disse ‘Mio Dio cosa abbiamo fatto?’, da queste parole e dalle sue lacrime capii che non era un mostro. In quel gesto trovai la forza per smettere di odiare: se devo odiare, è la guerra che devo odiare. Pensiamo ai bambini ed al loro futuro”.
Ciò non significa dimenticare ma cambiare mentalità: “Questo non significa dimenticare ciò che è successo, ma rifiutarsi di trasmettere il dolore alla generazione successiva. Perché in ogni guerra sono i bambini a soffrire di più. Sono loro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro. Nessun bambino, in nessun luogo, che sia Hiroshima, l’Ucraina, Gaza o qualsiasi altro posto, dovrebbe mai più vivere un dolore simile. Ecco perché oggi parlo, non come vittima, ma come testimone. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo ricordiamo. Possiamo ricordarlo con compassione, non con odio. E possiamo scegliere un futuro senza armi nucleari. Facciamo in modo che ciò che è accaduto a Hiroshima non si ripeta mai più, in nessun luogo e per nessuno”.
Infine il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, Il cardinale Matteo Zuppi ha invitato a non rassegnarsi alla logica della violenza: “Il primo modo per osare la pace è non smettere di cercarla. Alla globalizzazione dell’indifferenza si oppone la cultura dell’incontro, alla globalizzazione dell’impotenza si oppone la cultura della riconciliazione. Oggi è una bellissima e grande opposizione! La pace non si costruisce con i grandi, ma con gli umili. Osiamo la pace perché ascoltiamo il grido di Abele, il soffio di chi muore e implora vita”.
Per questo ha ricordato l’incontro di san Francesco con il lupo: “Credeva che ogni uomo era suo fratello, anche se questi lo vedeva come un nemico. Lui no. Per questo osò andare dal lupo: lo vedeva suo fratello, capiva perché si era ridotto a rubare e uccidere. Avrà avuto paura, ma la forza dell’amore era più forte. Il lupo era in guerra e Gubbio era in guerra contro di lui.
San Francesco osò la pace andando da lui, chiamandolo ‘frate lupo’, riportando il lupo a Gubbio, non in un’altra città, ma proprio dove aveva seminato violenza e morte, per riconciliare e sconfiggere le radici della violenza. In un lupo che si addomestica, cioè che ritrova la casa, inizia la pace per tutti. E insegnò a osare la pace ai suoi abitanti che gli dettero da mangiare, perché era violento per la fame. E il primo abitante di Gubbio che gli portò il cibo anche lui osò la pace. Fratelli tutti”.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)
Mons. Paolo Bizzeti: la pace è convivenza accogliente e rispettosa dei diritti e della dignità di ogni persona
E’ stato annunciato in questi giorni che il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV sarà in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) con pellegrinaggio all’antica Nicea a 1700 anni dal Concilio.Abbiamo chiesto quale valore assume questo gesto alvescovo Paolo Bizzeti, dal 2015 al 2024 vicario apostolico dell’Anatolia, che ha commentato: “Visitare il gregge di persona e portare la vicinanza del Buon Pastore è il senso di questi viaggi papali. La Turchia e il Libano sono paesi importantissimi non solo per il passato cristiano ma anche per l’oggi della vita cristiana: sono un laboratorio in cui dobbiamo essere presenti attivamente e umilmente. L’anniversario di Nicea è un’occasione per ravvivare lo spirito che animò i padri conciliari: esprimere in termini e categorie nuove la propria fede, cercando ciò che unisce”.
Mons. Paolo Bizzeti, che per alcuni anni è stato anche docente della Facoltà teologica del Triveneto, ha presieduto lo scorso 8 ottobre la celebrazione eucaristica di apertura dell’anno accademico 2025/2026. Nell’occasione ha rilasciato un’ampia intervista (pubblicata nel sito della Facoltà www.fttr.it) sulla sua esperienza in Turchia, sul tema della pace e della condivisione possibile fra le religioni.
In questa terra dalle molte anime, etniche, culturali, religiose, il cristianesimo ha una tradizione vivissima, insediata fin dai primordi, sebbene oggi ridotta a numeri modesti: “Oggi i cattolici sono una minoranza insignificante e tuttavia viva, accettando di essere marginali ma consapevoli del dono di credere in Gesù salvatore. Ci sono poi i rifugiati cristiani che provengono dai paesi vicini e i neofiti che saranno probabilmente la chiesa del prossimo futuro. Ed essendo tutte le confessioni cristiane costituite da numeri assai piccoli, la collaborazione ecumenica è vivace e serena, accettando le differenze, costitutive da secoli”.
I rapporti con il mondo islamico, aggiunge, “sono molto variegati a seconda degli interlocutori e del taglio di ogni corrente dello stesso mondo islamico. L’Islam politico è molto preoccupato della propria leadership anche a causa di una dissennata politica occidentale che ha danneggiato molto il cristianesimo, ad esempio con le due sciagurate guerre del Golfo”.
La Turchia (o meglio) come afferma mons. Bizzeti, le molte Turchie “è un grande laboratorio di diversità che devono imparare a vivere insieme: non c’è alternativa. Il governo attuale è al potere da moltissimi anni e tanta gente desidera un cambiamento, non mi sembra sia scandaloso. Però i grandi detentori del potere mondiale non devono condizionare la ricerca del popolo turco di un proprio assetto. Tra Europa e Turchia credo si debbano trovare forme reali di collaborazione, uscendo dal vicolo cieco di un sì o un no totalizzanti”.
Il vescovo ha parlato della pace definendola come “il frutto di una convivenza dove l’altro è accolto nella sua diversità, rispettando i diritti umani e la dignità di ogni persona”. Anzitutto, “tutti gli uomini religiosi devono essere risoluti nel vietare l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza o la conquista della terra. Sulla terra siamo tutti ospiti di Dio”. Ed ha aggiunto: “Non è giustificabile l’invasione di terre altrui o bombardamenti che negano il diritto internazionale, le risoluzioni dell’ONU, così come misure di ritorsione economica che di fatto rafforzano i gruppi al potere e affamano il popolo”.
La libertà di scelta religiosa poi è considerata un pilastro irrinunciabile della pace e non va relegata all’interiorità: “Ma le religioni devono accettare che l’unico Dio ha molte strade diverse per condurre gli uomini alla salvezza, purché rispettino la dignità e uguaglianza di ogni membro della famiglia umana, particolarmente quella delle persone più vulnerabili”.
Infine, per molti anni presidente di Caritas Anatolia, che in questi anni è stata chiamata a un grande impegno per la popolazione provata dalla guerra, dal dramma dei profughi provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq e Iran, e dal terribile terremoto del 6 febbraio 2023, il vescovo ha sottolineato come “anzitutto i poveri ci aiutano a fare verità, a guardare con altri occhi il mondo che abbiamo costruito.
Allora si comprende che abbiamo bisogno di cambiare la nostra civiltà, disumana e poco progredita in umanità. Inoltre, i rifugiati cristiani che io seguo in Turchia e in Italia sono una grande risorsa e non ha senso chiudere le porte per paura, quando invece essi ci portano una ventata di novità e di fede viva, insieme ai loro molti problemi che però sono l’occasione per uscire da noi stessi e dare un senso alla nostra vita e alle nostre risorse. In concreto noi adesso aiutiamo nel cercare lavoro e casa in modo da dare dignità e possibilità di un buon inserimento a questi fratelli e sorelle: è un vantaggio per tutti”.
L’intervista integrale: https://www.fttr.it/la-pace-e-convivenza-accogliente-e-rispettosa-dei-diritti-e-della-dignita-di-ogni-persona/
Maimone, Coordinatore Italia RMTR: Mi ispiro alla Chiesa del dialogo di Papa Francesco e alla Chiesa missionaria di Papa Leone XIV
La Rete Mondiale del Turismo Religioso – World Religious Tourism Network www.tourismandsocietytt.com/red-mundial-turismo-religioso (RMTR) ha nominato il giornalista e comunicatore Biagio Maimone, Coordinatore Nazionale per l’Italia della Rete. Maimone è Direttore dell’Ufficio stampa dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco. Attraverso le iniziative dell’Associazione Maimone ha richiamato, mediante il giornalismo, alla necessità di far vivere il dialogo interreligioso e il dialogo interculturale, la pace e la solidarietà.
La sua attività a favore dell’Associazione si qualifica nei termini di attività di comunicazione a favore dei bambini poveri ed ammalati dell’Egitto. L’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’ è stata fondata in seguito alla sottoscrizione del Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’ da parte di Sua Santità Papa Francesco e da parte del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, in data 4 febbraio 2019.
Il suddetto Documento ha dato vita a numerosi frutti, tra i quali la realizzazione della Casa della Famiglia Abramitica, edificata nella città di Abu Dhabi, che è uno tra i progetti più rilevanti in quanto pone le basi del dialogo interreligioso creando uno spazio fisico, un territorio comune su cui sono stati edificati tre luoghi di culto diversi (una Chiesa, una Sinagoga e una Moschea), posti l’uno accanto all’altro, in ciascuno dei quali si praticano religioni diverse, le quali si interfacciano reciprocamente per dialogare su ogni tema della vita religiosa ed umana.
Biagio Maimone ha frequentato il corso triennale di spiritualità francescana nel Convento Sant’Angelo di Milano ed è soprannominato ‘il giornalista dei poveri’ per aver offerto, nel corso degli anni, servizi di comunicazione a persone che vivevano in situazioni di disagio economico, segnalandole all’opinione pubblica.
“Per la Rete Mondiale del Turismo Religioso la nomina di Biagio Maimone costituisce un passo decisivo finalizzato al rafforzamento della propria presenza istituzionale e operativa in Europa. La nomina segna una pietra miliare significativa per la crescita dell’organizzazione” hanno dichiarato all’unisono la General Manager Pilar Valdés Arroyo e la Direttrice territoriale per Europa Edit Székely della Rete Mondiale del Turismo Religioso, che è presente in 18 Paesi ed è nata con lo scopo di promuovere il turismo e la cultura religiosa in diverse Regioni e Paesi come mezzo di dialogo interreligioso e interculturale, sviluppo territoriale e rafforzamento del patrimonio spirituale.
La missione della Rete è, inoltre, promuovere il rispetto delle diversità religiose e contribuire allo sviluppo sostenibile di luoghi in cui si svolgono esperienze spirituali e religiose. Il turismo religioso e spirituale è un ponte che favorisce il dialogo tra culture e credenze diverse al fine di promuovere l’unità tra le persone e la valorizzazione delle differenze. La Rete si impegna per diffondere i principi della sostenibilità, dell’etica e del rispetto, affermandosi come strumento essenziale per un turismo più inclusivo, arricchente e responsabile.
“Biagio Maimone, il quale ha una vasta esperienza nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’impegno sociale, è ampiamente riconosciuto per il suo lavoro nei media, per i suoi progetti umanitari e per i suoi eventi di ispirazione religiosa e sociale. La sua nomina reca con sé non solo una conoscenza del settore, ma anche una sensibilità profondamente allineata ai valori della Rete Mondiale del Turismo Religioso.
Biagio Maimone ha ricoperto incarichi in diverse organizzazioni che promuovono la solidarietà, la cultura e la spiritualità” ha asserito, inoltre, Edit Székely. Nei prossimi mesi Biagio Maimone darà vita all’Associazione ‘Progetto di Vita e Umanità’, che pone la comunicazione al servizio degli ultimi e degli indifesi. Ha scritto il testo “La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, con cui ha posto in luce l’importanza vitale della parola, capace di creare relazioni vitali, se usata facendo appello alle corde del cuore umano, e di sanare quelle lacerazioni che arrestano lo sviluppo umano.
Egli esorta, pertanto, a prediligere e a trasmettere la parola amabile, creativa di quel dialogo che fa vivere le differenze in uno spazio senza confini in cui domina la bellezza spirituale, che a tutti riconosce lo splendore della propria dignità umana.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso ha particolarmente apprezzato il suo impegno volto a diffondere il messaggio spirituale, nonché la sua capacità di tradurlo in proposte concrete che abbiano un impatto sulla realtà.
La sua visione del turismo religioso come strumento di dialogo interculturale è pienamente in linea con gli obiettivi della Rete, che tendono a rivitalizzare le mete del pellegrinaggio e a promuovere un turismo consapevole, sostenibile e profondamente spirituale.
Biagio Maimone ha affermato : “Accetto questa nuova sfida con onore, con il profondo desiderio di contribuire a creare una Rete che guardi all’anima dei popoli, alle loro radici spirituali e alla possibilità di costruire ponti di fratellanza. Solidarietà, Sostenibilità e Spiritualità: è questa la trilogia del futuro dell’umanità.
L’Italia è una nazione che pone in evidenza la sua religiosità mediante innumerevoli chiese, monumenti, cattedrali, percorsi spirituali, processioni e ricorrenze, presenti in ogni regione e in ogni paese, anche di piccole dimensioni. L’Italia è una nazione che richiama milioni di turisti per le sue bellezze, per la sua storia, per la sua religiosità espressa ovunque. Le nostre Chiese, gli affreschi, le sculture ed ogni altra opera, a cui i nostri artisti hanno dato vita, da sempre, sono espressione di un vigoroso sentimento di fede diffuso nella popolazione.
Anche le opere letterarie di eminenti scrittori, come Manzoni, sono testimonianza di profonda fede cristiana. Le nostre città irradiano una cultura religiosa forte e vigorosa e, per tale motivazione, l’Italia costituisce un baluardo prezioso per la diffusione del turismo religioso che può accedere ai preziosi tesori che la fede cristiana ha disseminato nei suoi territori. Possiamo definire il turismo religioso con il termine ‘Turismo dell’Anima’, in quanto veicola la cultura della bellezza, dello spirito e dei valori profondamente morali ed estetici nel contempo.
Pertanto l’Italia è il Paese che più di tutti gli altri può sviluppare il turismo religioso per essere espressione della cultura della bellezza artistica che esprime i valori depositati nell’animo umano, che si collegano ai valori espressamente spirituali della fede cristiana. Favorire questa forma di turismo significa avvicinarsi alla bellezza che Dio ci ha regalato, che manifesta la sua presenza e la sua impronta sulla terra, in quanto essa consente l’incontro con la spiritualità di coloro che a tale forma di turismo partecipano”.




























