Da Roma un invito ad osare la pace
“Siamo in un momento inquieto, tra gravi preoccupazioni e speranze per la soluzione di uno dei più drammatici conflitti del nostro tempo. Sarebbe un grande segno in un’età caratterizzata dalla forza, che ha riabilitato la guerra come strumento principe per perseguire i propri interessi e disegni. Alcune luci di speranza si sono accese (e ne siamo felici), luci in fondo a un tunnel. Tuttavia non è pessimismo registrare come la guerra occupi tanto spazio all’orizzonte. Siamo nell’età della forza, che ha umiliato le istituzioni nate per realizzare pace”: con queste parole il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ieri ha aperto a Roma l’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace ‘Osare la Pace’.
Nella prolusione ha ricordato la fondazione dell’ONU: “Il 24 ottobre si è celebrato l’ottantesimo anniversario nelle Nazioni Unite, il cui Statuto inizia così: ‘Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…’. Parole sgorgate da popoli che avevano vissuto la guerra e i suoi dolori e la sentivano un flagello. Flagello era presso i romani un tremendo strumento di supplizio.
L’età della forza sta rivoluzionando in modo negativo linguaggi e relazioni tra i popoli, avvilendo la cultura del dialogo e la diplomazia. Ha calpestato il diritto internazionale, trattato da legalismo burocratico mentre è frutto di civiltà. Ha riversato, nell’animo della gente, una carica di aggressività con effetti tutt’ora da capire. Ha negato, nei fatti, che i popoli abbiano un comune destino. L’ha fatto con un’ideologia costruita dal recupero di miti sepolti, nazionalismi, paure antiche e nuove”.
La globalizzazione ha provocato la crisi del pensiero umanistico: “La globalizzazione ha lasciato cadere tanto del pensiero umanistico: lo vediamo nel vuoto attuale di maestri nella vecchia Europa. Ha lasciato cadere la globalizzazione dello spirito, l’incontro tra le religioni, che è fonte di umanesimo e di umanizzazione, che mette al centro la donna e l’uomo. Perché al fondo di ogni religione c’è il valore della persona. Non solo nella Mishnà, ma anche nel Corano, si ritrova la fiducia che chi salva un uomo, salva il mondo intero”.
La globalizzazione ha cambiato anche le religioni: “L’età della forza non è antireligiosa, come lo furono precedenti stagioni bellicose ma ha imparato a servirsi delle religioni per consacrare conflitti e interessi. Crescono nuove religioni della prosperità per benedire la corsa all’auto-affermazione: successo e denaro sono al cuore di esse. E purtroppo il mondo delle religioni è toccato dal processo di frantumazione, con la riduzione di ecumenismo e dialogo”.
Richiamando la costituzione conciliare ‘Nostra Aetate’ il prof. Riccardi ha ricordato l’apertura di un nuovo dialogo tra le religioni, che nel 1986 portò all’incontro di Assisi: “Si aprì una stagione di dialogo, incontro, fraternità, non facili in mentalità in cui l’estraniazione era radicata. La radice del dialogo, dice la ‘Nostra Aetate’ è questa: ‘I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine’. Le religioni, nelle loro irriducibili differenze, ne sono consapevoli.
Il dialogo, poco a poco, fa scoprire che i popoli sono una sola comunità… Il timido dialogo dei primi anni è scoppiato nel grande incontro convocato da Giovanni Paolo II, quasi quarant’anni fa, il 27 ottobre 1986 ad Assisi, nel cui spirito e solco la Comunità di Sant’Egidio si muove, raccogliendo le parole conclusive del papa: ‘La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale’.
Lo spirito di Assisi soffia ancora, nonostante i venti di guerra. Le religioni hanno una forza di dialogo, disarmata ma convincente, da mettere in campo, con tutti, per realizzare la transizione, così necessaria, dall’età della forza all’età del dialogo e del negoziato”.
Citando Paul Ricoeur il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha invitato ad osare la pace attraverso il dialogo: “Questo è osare la pace: liberare il fondo di bontà, che è volontà di pace e di vivere insieme. Questa è la nostra forza che ci fa passare dall’età della guerra all’età del dialogo e del negoziato. Fare la pace non è la magia di un giorno, ma, quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace. Perché dialogare è scoprire l’altro come sé stesso”.
Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha esortato a tenere vivo lo ‘spirito di Assisi’: “Protagoniste sempre più significative, nel tempo, le opinioni pubbliche, i movimenti popolari per la pace, le comunità, come quella di Sant’Egidio che hanno sviluppato percorsi in direzione della pace. Un impegno prezioso che, nell’attuale scenario geopolitico, appare più che mai indispensabile”.
Quindi occorre coltivare la pace quotidianamente: “Lo ‘Spirito di Assisi’, che viene riproposto in questi incontri rammenta a tutti noi che la pace non è un risultato destinato ad affermarsi senza dedicarvisi con costanza. La pace va cercata, coltivata e ‘osata’, per citare l’evocativo titolo scelto quest’anno”.
E le religioni ricordano che è necessario ‘osare la pace’: “Di fronte alle guerre e per la pace parlano le religioni, con la forza della loro autorevolezza, con la definizione della pace come “santa”, nell’infaticabile ricerca di quel che unisce gli esseri umani, nella promozione della solidarietà globale. Tutti noi siamo oggi chiamati a rinnovare la nostra fiducia nella causa della pace.
Rendiamo comune e condiviso l’appello di questo incontro: continuiamo a osare la pace. Continuiamo a investire in percorsi di dialogo e di mediazione, a sostenere chi soffre, a costruire ponti tra i popoli, per contribuire a un mondo in cui la pace non sia un sogno per illusi, ma una realtà condivisa”.
Mentre Kondo Koko, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima, ha raccontato la sua infanzia: “Eravamo rimaste in casa, io e mia madre quando la casa è crollata all’improvviso. Mia madre perse conoscenza e il suo peso mi schiacciò; non riuscivo a respirare… Dieci anni dopo, mio padre partecipò a un programma televisivo negli Stati Uniti, dove fu intervistato insieme al capitano Robert Lewis, copilota dell’Enola Gay.
Quando lui, con le lacrime agli occhi, disse ‘Mio Dio cosa abbiamo fatto?’, da queste parole e dalle sue lacrime capii che non era un mostro. In quel gesto trovai la forza per smettere di odiare: se devo odiare, è la guerra che devo odiare. Pensiamo ai bambini ed al loro futuro”.
Ciò non significa dimenticare ma cambiare mentalità: “Questo non significa dimenticare ciò che è successo, ma rifiutarsi di trasmettere il dolore alla generazione successiva. Perché in ogni guerra sono i bambini a soffrire di più. Sono loro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro. Nessun bambino, in nessun luogo, che sia Hiroshima, l’Ucraina, Gaza o qualsiasi altro posto, dovrebbe mai più vivere un dolore simile. Ecco perché oggi parlo, non come vittima, ma come testimone. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo ricordiamo. Possiamo ricordarlo con compassione, non con odio. E possiamo scegliere un futuro senza armi nucleari. Facciamo in modo che ciò che è accaduto a Hiroshima non si ripeta mai più, in nessun luogo e per nessuno”.
Infine il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, Il cardinale Matteo Zuppi ha invitato a non rassegnarsi alla logica della violenza: “Il primo modo per osare la pace è non smettere di cercarla. Alla globalizzazione dell’indifferenza si oppone la cultura dell’incontro, alla globalizzazione dell’impotenza si oppone la cultura della riconciliazione. Oggi è una bellissima e grande opposizione! La pace non si costruisce con i grandi, ma con gli umili. Osiamo la pace perché ascoltiamo il grido di Abele, il soffio di chi muore e implora vita”.
Per questo ha ricordato l’incontro di san Francesco con il lupo: “Credeva che ogni uomo era suo fratello, anche se questi lo vedeva come un nemico. Lui no. Per questo osò andare dal lupo: lo vedeva suo fratello, capiva perché si era ridotto a rubare e uccidere. Avrà avuto paura, ma la forza dell’amore era più forte. Il lupo era in guerra e Gubbio era in guerra contro di lui.
San Francesco osò la pace andando da lui, chiamandolo ‘frate lupo’, riportando il lupo a Gubbio, non in un’altra città, ma proprio dove aveva seminato violenza e morte, per riconciliare e sconfiggere le radici della violenza. In un lupo che si addomestica, cioè che ritrova la casa, inizia la pace per tutti. E insegnò a osare la pace ai suoi abitanti che gli dettero da mangiare, perché era violento per la fame. E il primo abitante di Gubbio che gli portò il cibo anche lui osò la pace. Fratelli tutti”.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)



























