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Papa Leone XIV: l’anno liturgico è pedagogico per la liturgia della Salvezza
“Cari fratelli e sorelle, il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente. Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come ‘anno liturgico’ si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875)”: a causa del caldo la catechesi, incentrata sul significato della domenica, dell’udienza generale di papa Leone XIV si è svolta all’interno della basilica di san Pietro.
Questa catechesi dul documento della Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium è stata dedicata all’anno liturgico che ripropone ciclicamente ‘la pedagogia della storia della salvezza’ realizzatasi in Cristo, riprendendo l’enciclica ‘Mediator Dei’ di papa Pio XII: “L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia. L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale”.
Quindi la domenica è il ‘giorno del Signore’: “Perciò i Padri conciliari considerano ‘fondamento e nucleo dell’anno liturgico’ proprio la domenica, ‘il giorno di festa primordiale’. In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il ‘Dies Domini’, ‘il giorno del Signore’. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’ (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo!”
Anche papa san Giovanni Paolo II definì la domenica come giorno del Signore, in cui si celebra l’Eucarestia: “Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa”.
Quindi è necessaria una presenza ‘attiva’: “Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a ‘rendere grazie a Dio che li ha generati, mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva’. A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro”.
Per questo ha sottolineato l’importanza dell’anno liturgico: “Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, ‘massima solennità’, estesa al ‘lietissimo spazio’ di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale. Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”.
Ed ha concluso sottolineando che l’anno liturgico dispone il fedele all’attesa di Gesù: “L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.
(Foto: santa Sede)
‘Ave mundi spes’ alla Pinacoteca del Monastero benedettino ‘S. Giovanni Evangelista’ a Lecce
‘Ave mundi spes’ Immagini mariane in mostra alla Pinacoteca del Monastero benedettino ‘S. Giovanni Evangelista’ di Lecce fino a sabato 11 luglio. La mostra, organizzata dalla Comunità monastica leccese, dalla Soprintendenza per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto e dalla cooperativa ArtWork, ha come tema principale la vita, il mistero e la figura di Maria di Nazareth, speranza del mondo.
Questa esposizione vuole raccontare l’esperienza della Vergine Maria attraverso opere pittoriche e scultoree custodite all’interno del Monastero delle Benedettine di Lecce. Una visita guidata attraverso le opere pittoriche e scultoree che sono disposte secondo un preciso itinerario teologico, artistico e spirituale che si snoderà in tre distinte sale e nella galleria della Pinacoteca e punterà a valorizzare l’iconografia appartenente al Monastero inerenti la vita di Maria, con particolare focalizzazione sugli episodi relativi alla speranza.
Il percorso museale porrà l’accento sulle tematiche proprie della vicenda umana e teologica della Madre di Dio. Il tema dell’intercessione sottolinea il ruolo unico di Maria all’interno del piano della redenzione. Altre opere pittoriche e scultoree presenteranno alcuni episodi della vita di Maria: dall’Immacolata Concezione della Vergine alla sua Nascita, alla sua Presentazione al Tempio insieme con la madre s. Anna, dall’Annunciazione alla Visita ad Elisabetta, per poi giungere all’apice del Mistero pasquale con la partecipazione, quale Addolorata, alla passione e morte di Cristo.
Parte della mostra è riservata alle iconografie: Maria col Bambino, Maria che ascolta e incarna le Sante Scritture, Maria prima credente e donna eucaristica, Maria venerata con i titoli della plurisecolare pietà popolare quali Madonna del Carmelo, Madonna del Rosario…
La mostra è stata inaugurata dalla Madre Benedetta Grasso Abbadessa della Comunità monastica benedettina leccese, dallArchitetto Antonio Zunno, Dirigente della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Lecce, Brindisi e Taranto, e da Giovanni Colonna, direttore Servizi Culturali ArtWork. La mostra resterà accessibile al pubblico fino all’11 luglio, dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00.
Papa Leone XIV: dialogo per un processo di riconciliazione
“Con cuore paterno, ma con tutta la gravità richiesta dalle presenti circostanze, io la esorto, Venerabile Fratello, a rinunciare al suo progetto che, se realizzato, potrà solo apparire come un atto scismatico, le cui inevitabili conseguenze teologiche e canoniche le sono note. Io la invito ardentemente al ritorno, nell’umiltà, alla piena obbedienza al Vicario di Cristo. Non solo la invito a questo, ma glielo chiedo per le piaghe di Cristo nostro Redentore, in nome di Cristo che alla vigilia della sua Passione ha pregato per i suoi discepoli, affinché tutti siano uno”: così terminava la lettera il 9 giugno 1988 da papa san Giovanni Paolo II all’arcivescovo francese, mons. Marcel Lefebvre, come ultimo tentativo per fermarlo dall’ordinare quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio.
Nella lettera papa san Giovanni Paolo II elencava gli incontri avvenuti per scongiurare la divisione, che ci fu: “Nel corso di questi incontri, erano state elaborate delle soluzioni, da lei accettate e firmate il 5 maggio 1988: esse permettevano alla Fraternità San Pio X di esistere e di operare nella Chiesa in piena comunione con il Sommo Pontefice, guardiano dell’unità nella Verità. Da parte sua, la Sede Apostolica perseguiva solo uno scopo nelle conversazioni con lei: favorire e salvaguardare questa unità nell’obbedienza alla Rivelazione divina, tradotta e interpretata dal Magistero della Chiesa, in particolare nei ventuno Concili ecumenici, da Nicea al Vaticano II”.
A distanza di 38 anni lo scenario non è cambiato, perché ieri papa Leone XIV ha inviato un’altra lettera aperta al superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, mons. Davide Pagliarani, successore di mons. Lefebvre, il quale oggi ha consacrato quattro vescovi ad Écône, senza il consenso del papa.
Nella lettera inviata papa Leone XIV ha ricordato l’attenzione della Chiesa alla comunità di mons. Lefebvre: “La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato”.
Quindi è stata una richiesta di apertura di dialogo: “Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione. La Chiesa è disponibile ad un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo”.
L’apertura del papa a desistere da tale azione: “Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio”.
Però ciò non è avvenuto, anzi nella lettera di risposta mons. Pagliarani ha chiesto al papa di valutare bene la situazione: “Le chiedo solo di considerare l’autenticità di questa intenzione, che non è per nulla fittizia. Paradossalmente, ci sembra nostro preciso dovere, nel contesto attuale, fare il possibile per ricucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico. Le chiedo solo di considerare l’autenticità di questa intenzione, prima di prendere una decisione sulla Fraternità San Pio X. Non è troppo tardi”.
Infine ha chiesto un gesto di comprensione da parte di un papa agostiniano, chiedendo la benedizione: “Ma soprattutto, mi permetto di rivolgermi a Lei in nome di migliaia di anime che hanno ritrovato la fede cattolica e la pratica religiosa grazie all’apostolato della Fraternità. E’ un fatto di cui i Suoi predecessori hanno preso atto. Queste anime non hanno che un desiderio: quello di salvarsi attraverso questo strumento che la Provvidenza ha messo a loro disposizione. Hanno sofferto e sono sincere. Sono sicuro che il Suo cuore paterno di pastore universale sarà sensibile a questa situazione molto particolare. Un giorno tutte le difficoltà tra la Santa Sede e la Fraternità si risolveranno. Un gesto di comprensione da parte Sua, invece di nuocere all’unità, non potrà che manifestare davanti al mondo e tutti i cristiani la Sua preoccupazione per l’unità e la Sua bontà di padre”.
Però se da una parte è avvenuta la divisione, dall’altra si apre un percorso di riconciliazione con il ricevimento, nel giorno successivo alla festa dei patroni di Roma, della delegazione del Patriarcato Ecumenico con un riferimento al Concilio di Nicea in prospettiva dell’Anno Santo della Redenzione: “In questa prospettiva, la commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, tenutasi alla vigilia della festa di Sant’Andrea a Ìznik, su invito del Patriarca Bartolomeo e con la presenza di rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, ha rappresentato un’eloquente testimonianza della comunione già esistente tra tutti coloro che condividono la fede in Dio, Padre di tutti gli uomini, e confessano il Signore e Figlio di Dio Gesù Cristo e lo Spirito Santo, che ci ispira e ci conduce alla pienezza della verità e dell’unità.
Alla luce di quell’evento commemorativo, è apparso evidente come il Credo di Nicea debba essere la base e il criterio di riferimento di questo processo, proponendo il modello di vera unità nella legittima diversità: Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità. Possa il cammino verso la celebrazione del secondo millennio della Redenzione, nel 2033, essere percorso insieme tra tutte le Confessioni cristiane del mondo, riscoprendo il dono e la chiamata ad essere testimoni del Risorto”.
Solo così i cristiani sono ‘credibili’: “In un’epoca caratterizzata da guerre e da una crescente polarizzazione, nonché da divisioni culturali e sociali, i cristiani, riconciliati tra loro e concordi nella professione dell’unica fede, sono chiamati ad essere segno credibile di pace, contribuendo in modo decisivo all’impegno in tal senso di tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Infatti, nell’attuale situazione è in gioco non solo la credibilità dell’annuncio cristiano, ma il futuro stesso dell’umanità. L’esigenza di una maggiore collaborazione tra i cristiani di fronte alle sfide odierne, quali la pace, il buon uso delle nuove tecnologie, la cura del creato, scaturisce dallo stesso Vangelo di Gesù Cristo: infatti la responsabilità nei confronti della vita e della dignità di ogni essere umano, a partire dai più piccoli e bisognosi, è il criterio che decide del nostro destino presente ed eterno”.
TOTUS TUUS. Mese di preparazione alla consacrazione a Gesù per mezzo di Maria
“Questa devozione consiste nel darsi interamente alla santissima Vergine allo scopo di essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo. Con questa forma di devozione ci si consacra nello stesso tempo alla Vergine santa e a Gesù Cristo: a Maria, come al mezzo più perfetto che Gesù Cristo ha scelto per unirsi a noi e unirci a Lui; a nostro Signore, come al nostro fine ultimo, cui dobbiamo tutto ciò che siamo, perché è nostro Redentore e nostro Dio”.
C’è un cammino fatto di fiducia, amore e dono totale. Un cammino di consacrazione totale, che passa attraverso Maria per condurre a Gesù.
Per accompagnare chi desidera intraprendere questo percorso, nasce una guida semplice e accessibile: un itinerario graduale pensato per donare il proprio cuore a Gesù e vivere con autenticità le promesse del Battesimo.
Ispirato al metodo e agli insegnamenti di san Luigi Maria Grignion de Montfort, il percorso si sviluppa giorno dopo giorno attraverso meditazioni e preghiere. È un cammino progressivo di purificazione e crescita, che aiuta a conoscere meglio sé stessi, Maria e Gesù, fino a favorire un incontro personale e vivo con il Signore.
Il libro presenta il valore di questa antica pratica mariana, ne spiega le ragioni profonde e suggerisce anche momenti particolarmente significativi per compiere l’atto di consacrazione. Le preghiere quotidiane e la formula finale di affidamento rendono il cammino concreto e adatto a tutti, anche a chi dispone di poco tempo ma desidera vivere un’esperienza spirituale autentica. Preparati a questo passo importante e lascia che la tua vita diventi un canto d’amore a Cristo attraverso Maria.
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Papa Leone XIV: la cultura è indispensabile per un progresso solidale
“Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita. Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo”: papa Leone XIV ha chiuso la prima giornata in Guinea Equatoriale visitando la clinica psichiatrica ‘Jean Pierre Olie’ a Malabo, struttura che cura ‘la mente, il cuore, la dignità umana’.
Nella visita ha ringraziato gli operatori sanitari per il servizio: “Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana. Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità. Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso”.
Infine ha ribadito che l’ospedale è un luogo dove si accoglie la persona: “Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale. A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale; mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato”.
In precedenza il papa ha incontrato il mondo della cultura in occasione dell’inaugurazione di un nuovo Campus dell’Università Nazionale: “L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio. Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune”.
E per meglio spiegare l’educazione ecco l’immagine dell’albero: “Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso. Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente. Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria.
Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo. Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa”.
Come l’albero anche l’istruzione deve avere radici solide: “Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità. Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire”.
Quindi l’intelligenza deve aderire alla realtà: “Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere. Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani”.
Ed ecco la richiesta di aderire alla croce come segno di redenzione: “Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine. Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità”.
Quindi la fede non è contraria alla ragione: “Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente”.
Attraverso la croce apre alla realtà: “In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario. Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero. Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende”.
In fondo la cultura porta ‘frutti di progresso solidale’: “E’ chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio. Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio
“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.
Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…
Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.
Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.
Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.
L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.
Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.
E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)
Con p. Messa alla scoperta della devozione mariana di p. Carlo Balić
“La devozione mariana del francescano padre Carlo Balić (1899-1977) si è manifestata non solo nello studio e nelle prestigiose pubblicazioni ma in molti altri modi compresa la fondazione della Pontificia Accademia Mariana. Ha avuto un ruolo non secondario in occasione della proclamazione del dogma di Maria Assunta il 1° novembre 1950 e approfondì tale dottrina soprattutto mediante i congressi mariani internazionali preceduti da quelli ‘mariologici’ con un carattere prettamente scientifico”: da questa descrizione iniziamo un dialogo con fra Pietro Messa, docente di ‘Storia del francescanesimo’ alla Pontificia Università Antonianum di Roma, per farci illustrare la figura di p. Carlo Balić in correlazione alla sua devozione alla Madonna.
P. Carlo Balić è stato un religioso, teologo e francescano croato, appartenente all’Ordine dei frati minori; fu fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI), consultore della Congregazione del Sant’Uffizio, rettore del Pontificio ateneo Antonianum, presidente della Commissione scotista internazionale e fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI). Fece parte anche della Commissione pontificia incaricata alla stesura della Costituzione dogmatica ‘Munificentissimus Deus’ per la proclamazione del dogma dell’Assunta nel 1950; inoltre da quest’anno fu l’organizzatore dei congressi mariologici mariani internazionali e fu promotore dell’ecumenismo in tema mariologico:
“Fedele anche alla tradizione francescana p. Balić, apprezzato dal card. Alfredo Ottaviani, approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione del Figlio e pertanto termini che esprimevano tale realtà (quale ad esempio quello di mediatrice) gli erano molto cari”.
A p. Pietro Messa abbiamo chiesto di delinearci brevemente la figura di p. Carlo Balić: “Nato in Croazia nel 1899 divenne frate e dopo gli studi teologici fu inviato a studiare a Lovanio dove approfondì gli studi del pensiero medievale. Al termine trascorse un periodo in Croazia per trasferirsi presso l’attuale Pontifica Università Antonianum, dove rimase fino alla morte sopravvenuta nel 1977”.
Quale è stata l’opera di p. Balić nell’approfondimento del culto mariano?
“Studiò e diffuse i testi francescani medievali inerenti a Maria, soprattutto quelli di Giovanni Duns Scoto. In un clima in cui la teologia era dominata non tanto dal pensiero di san Tommaso d’Aquino ma dal tomismo questa volontà di valorizzare la teologia scotista gli procurò delle incomprensioni. L’esigenza di riferirsi a edizioni attendibili lo costrinse a fare ricerche direttamente sui manoscritti per farne le dovute trascrizioni. Proprio per questo riferimento alle fonti primarie ossia non mediate da interpretazioni spesso erronee la sua autorevolezza aumentò e divenne un riferimento sicura”.
In quale modo approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione di Gesù?
“P. Carlo Balić ebbe sempre come principale riferimento il pensiero e la spiritualità di Giovanni Duns Scoto che sarà beatificato da papa san Giovanni Paolo II nel 1993. E la teologia scotista è fortemente cristocentrica riconoscendo a Gesù il primato; tuttavia non dimentica Maria intimamente unita al figlio”.
Per quale motivo era molto devoto alla Madonna?
“La devozione mariana fu instillata in lui soprattutto dalla tradizione francescana che lungo i secoli diffuse in modo particolare il culto all’Immacolata mediante scritti ma anche opere d’arte, santuari e quant’altro”.
Perché ‘rinunciò’ ad usare la parola corredentrice?
“Per p. Carlo Balić, come per altri quale ad esempio il p. Gabriele Allegra, il titolo corredentrice non fu secondario e nelle note di una redazione del primo schema di quello che diverrà il capitolo VIII della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ vi appare. Ma negli schemi successivi non è più presente e anche il titolo di mediatrice da numerosi vescovi fu accolto con fatica perché vi vedevano uno sminuire che Gesù è l’unico mediatore. Significativamente il recente documento inerente al titoli mariani rimanda alla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, ‘Dominus Jesus’, che riafferma l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo, firmata dall’allora card. Josep Ratzinger e pubblicamente sostenuta da papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000 in occasione della canonizzazione anche dei martiri uccisi in Cina. Fa riflettere che a 25 anni di distanza, sempre in occasione di un giubileo, si percepisce l’urgenza di riaffermare la centralità di Cristo rinviando al testo al testo del futuro papa Benedetto XVI”.
Per quale motivo diede vita al PAMI?
“Un vero e proprio vulcano di idee e iniziative fu il padre Balić, tutte volte ad approfondire e far conoscere soprattutto la Vergine Maria Immacolata e tra queste non meraviglia che vi fosse pure la Pontificia Accademia Mariana Internazionale che si rese benemerita negli anni soprattutto mediante i convegni mariologici e mariani internazionali”.
Il presepe icona della ‘famiglia’
Vicini ormai al Natale, protagonisti nel vangelo appaiono Maria e Giuseppe: la nuova famiglia istituita con la benedizione del cielo. Maria, l’Immacolata, la promessa sposa a Giuseppe, è ormai alla vigilia del matrimonio; Giuseppe, definito “uomo giusto”, della stirpe di David, assai religioso, ha contratto la promessa di matrimonio. L’una e l’altro conducono la propria vita e si preparano al nuovo ruolo della famiglia.
Maria, visitata dall’Angelo, ha detto il suo ‘sì’ al progetto divino: un mistero singolare e veramente unico, che tiene nel suo cuore ma che presto non potrà nascondere né a Giuseppe, né alla società in mezzo alla quale vive: è il progetto divino della redenzione; è la imminente nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo: il mistero teologico assai eclatante perché il Bambino che dovrà nascere è l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio che assume in sé la natura umana per riscattare la dignità dell’uomo, e Maria è la madre del Figlio di Dio.
Giuseppe è l’uomo giusto che, a norma del diritto ebraico, come sposo di Maria, viene a collocare Gesù nel popolo d’Israele, nella discendenza di David, destinatario della promessa divina.
Giuseppe sconosce il progetto divino che si sta attuando in Maria, sua legittima sposa, mentre questa porta già in sé i segni evidenti della sua maternità: era incinta per opera dello Spirito Santo, aveva detto il suo ‘sì’ all’Angelo, messaggero divino; il Figlio di Dio nel suo grembo aveva assunto la natura umana, mentre Lei, la Vergine Maria, era promessa sposa a Giuseppe: tale mistero manifestava solo l’amore, la sapienza e la potenza di Dio in favore dell’umanità ferita dl peccato.
Giuseppe vive così il momento più drammatico della sua vita: la moglie aspetta un Bimbo: è serena ma Lui, Giuseppe, non è il padre; una situazione la cui soluzione richiedeva a Giuseppe di mettersi da parte. In Giuseppe non c’è certamente quel giustizialismo imposto dalla legge, cioè denunciare il fatto di non essere il padre del Bambino con tutte le conseguenze legali; Giuseppe non dubita delle virtù di Maria, ma neppure dell’evidente ormai chiara maternità. Giuseppe è uomo giusto, fedele alla legge di Dio, disponibile sempre a fare la volontà di Dio.
Entra così nel mistero dell’incarnazione, dopo che un Angelo lo rassicura: Giuseppe, figlio di David, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, tutto è opera divina. Giuseppe, abbandonato il pensiero di ripudiare in segreto Maria, la prende con sé perché i suoi occhi vedono in Lei l’opera divina. Trionfa così la giustizia perché Giuseppe si mette nelle mani di Dio e solo da Lui aspetta che gli venga indicata la via da intraprendere. Nella vita bisogna leggere e capire i segni dei tempi, veri Messaggi celesti.
Dio, come era intervenuto in Maria, che fu annunziata dall’Angelo, così interviene con Giuseppe, destinato ad essere il padre putativo di Cristo Gesù: ‘Non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, tutto è opera divina’; il Bambino, che dovrà nascere, lo chiamerai Gesù, l’Emmanuele, è il Dio con noi. Nel cammino dell’Avvento, in questa quarta domenica, la liturgia ci invita a contemplare l’ingresso di Gesù nel mondo mentre si inserisce in una famiglia umana. La famiglia è la realtà mirabile istituita da Dio sin dalla creazione quando Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo’.
Dopo il peccato originale era iniziata la grande attesa dovuta alla promessa divina: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di lei’. Tutto l’Antico testamento costituisce e fa vivere la promessa di Dio che si concluderà a Betlemme, in una grotta dove nasce l’atteso bambino. Nella notte dei tempi è necessario lasciarsi sorprendere ed illuminare da questo atto divino, che è singolare ed inaspettato.
Alla vigilia quasi del Natale, questo quarta tappa ci porta alla valorizzazione della famiglia, realtà sacra ed essenziale per la vita della coppia.
E Gesù nascendo volle nascere in una famiglia per offrire a tutte le coppie l’icona perfetta da imitare. Gesù sceglie di nascere in una famiglia dove non ci sono tutte le comodità ma c’è amore, c’è fede profonda, c’è abbandono sincero e fiducioso nelle mani di Dio. Una famiglia dove Dio parla con i suoi segni, con il suo linguaggio di amore responsabilizzando ciascuno dei coniugi.
Gesù santifica così la famiglia e la eleva a sacramento, segno visibile della sua presenza. In essa non è il giustizialismo o il sensualismo che debbono dominare ma l’amore e il rispetto reciproco perché entrambi: uomo e donna, sono creati ad immagine di Dio e redenti da Cristo Gesù. Un amore dove ogni attrito o conflitto debbono essere superati con il dialogo sincero, l’amore profondo, la ricerca l’uno del bene dell’altro. Amore infatti non è ricevere ma dare, fare felice l’altro in nome di Dio, che è Amore. Guardate il presepe, amici carissimi, e fate della famiglia una Chiesa domestica. Allora e solo allora è Natale: Festa della famiglia, festa dell’amore.
Le presunte apparizioni di Dozulé non sono soprannaturali
“O croce, tu sei la grande misericordia di Dio, o croce, gloria del cielo, o croce, eterna salvezza degli uomini, o croce, terrore per i cattivi e potenza per i giusti e luce per quelli che credono. O croce che hai reso possibile al Dio incarnato di salvare il mondo e all’uomo di regnare in Dio nel cielo, per te è apparsa la luce della verità e la notte del male è fuggita. Tu hai distrutto i templi degli dei abbattuti dai popoli credenti, tu sei il vincolo della umana pace riconciliando l’uomo con l’alleanza di Cristo mediatore. Tu sei diventata la scala dell’uomo per la quale possa essere trasportato al cielo. Sii sempre per noi credenti colonna e ancora affinché la nostra casa rimanga ben salda e sia ben guidata la nostra barca, che ha confidato nella croce e che ha ottenuto dalla croce la fede e la corona”.
Con questo ‘canto’ alla Croce di Cristo di Paolino di Nola inizia la lettera del prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, card. Victor Manuel Fernández, che conferma in modo definitivo il parere negativo, proposto da mons. Jacques Habrt, vescovo di Bayeux-Lisieux, sul fenomeno che ha coinvolto la presunta veggente Madeleine Aumont, avvenuto negli anni ’70 e legato al progetto di erigere una croce luminosa di enormi dimensioni che avrebbe garantito remissione dei peccati e salvezza a coloro che vi si sarebbero avvicinati.
Dopo le prese di posizione dei vescovi di questa diocesi anche il Dicastero per la Dottrina della Fede “non ha mancato di sostenere l’operato dei vescovi della diocesi di Bayeux-Lisieux nel difficile compito di far fronte a delle problematiche che hanno continuato a generare confusione. E, nell’interesse superiore del bene dei fedeli, ha esortato da una parte a continuare a vigilare sul fenomeno delle presunte apparizioni e dall’altra a ricondurre l’eventuale erezione di croci nel solco del sano culto della Santa Croce”.
Ultimamente anche il vescovo della diocesi aveva chiesto al Dicastero un approfondimento di questo fenomeno: “A tal fine, Ella ha proposto come conclusione del discernimento, secondo quanto stabilito dalle Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, al n. 22, una declaratio de non supernaturalitate, mediante la quale il Dicastero La autorizza a dichiarare in maniera definitiva che il fenomeno delle presunte apparizioni di Dozulé è riconosciuto come non soprannaturale, cioè che non ha un’autentica origine divina”.
Il problema principale su cui si è espresso il Dicastero riguarda la costruzione di una croce luminosa e di alcuni temi fondamentali per la fede cristiana: “Il messaggio principale delle presunte apparizioni di Dozulé include la richiesta di costruire una croce luminosa, denominata “Croce Gloriosa”, alta 738 metri, visibile da lontano, come simbolo di redenzione universale e segno della sua prossima venuta nella gloria.
In particolare, poi, il contenuto dei presunti messaggi, pur contenendo esortazioni alla conversione, alla penitenza e alla contemplazione della Croce (temi certamente centrali nella fede cristiana) solleva alcune questioni teologiche delicate che meritano un chiarimento, affinché la fede dei fedeli non venga esposta al rischio di deformazioni.
Tali questioni sono relative al valore della Croce, alla remissione dei peccati e all’annuncio di un ritorno imminente del Signore. Su tali tematiche si rendono, dunque, necessarie alcune precisazioni, affinché l’annuncio dell’amore misericordioso di Cristo, rivelato nel mistero della Croce, non venga alterato da elementi che ne offuschino la verità centrale”.
Per il Dicastero della Fede alcuni messaggi rischiano di sottovalutare il mistero della Croce: “Alcune formulazioni contenute nei presunti messaggi di Dozulé insistono nella costruzione della ‘Croce Gloriosa’, quale segno nuovo, necessario alla salvezza del mondo, o mezzo privilegiato per ottenere il perdono e la pace universale. Si parla a volte di ‘moltiplicare il segno’, come se tale diffusione costituisse una missione imposta da Cristo stesso”.
Infatti questa richiesta di erezione rischia di distrarre dal vero mistero della Croce: “La richiesta di erigere questa croce è da ritenersi come una duplicazione indebita del segno della Croce, una sovrapposizione simbolica al mistero della redenzione, quasi come se servisse un nuovo ‘monumento redentivo’ per il mondo moderno.
Ma la fede cattolica insegna che la potenza della Croce non ha bisogno di essere replicata, perché essa è già presente in ogni Eucaristia, in ogni chiesa, in ogni credente che vive unito al sacrificio di Cristo. Questo simbolo nuovo rischierebbe di spostare l’attenzione dalla fede al segno visibile, rendendolo assoluto e alimentando una sorta di ‘sacralità materiale’ che non appartiene al cuore del cristianesimo”.
Il valore della Croce deve attrarre a Cristo: “D’altra parte, un segno di fede, per essere autentico, deve rimandare a Cristo, non attirare a sé. La Croce di Gerusalemme è ‘sacramento del sacrificio salvifico’, mentre una croce monumentale come quella di Dozulé rischia di diventare ‘simbolo di un messaggio autonomo’, separato dall’economia sacramentale della Chiesa. Nessuna croce, reliquia o apparizione privata può sostituire i mezzi di grazia stabiliti da Cristo”.
Infatti la Croce è un ‘sacramentale dell’amore ‘redentore’: “Nella tradizione della Chiesa, la croce non è solo un simbolo o un ricordo storico, ma un segno che rimanda a una grazia e dispone a riceverla. I sacramentali, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono segni sacri istituiti dalla Chiesa per disporre le persone a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e per santificare le varie circostanze della vita. Una croce, quando è benedetta e venerata con fede, partecipa di questa realtà: non conferisce la grazia in sé, ma la richiama e la suscita nel cuore di chi la contempla, cioè opera come una disposizione che motiva, attira, propone”.
La Croce è un atto di fede: “Il fedele che porta al collo una croce benedetta compie un atto di fede incarnata: rende presente sul suo corpo e nella sua vita il mistero della redenzione. E’ un gesto che deve condurre alla conformazione interiore: ‘Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua’. Portare una croce non è allora solo un atto devozionale, ma una chiamata a vivere ogni giorno il Vangelo della croce: l’amore che si dona, la pazienza nelle prove, la speranza che vince la sofferenza”.
Il documento si conclude con l’affermazione che la Croce educa ad una ‘spiritualità concreta’: “La venerazione della Croce educa così a una spiritualità concreta, fatta di fede incarnata: non un’astrazione, ma un modo di affrontare la vita con lo sguardo rivolto al Crocifisso, riconoscendo in ogni fatica la possibilità di un incontro redentore”.
Per questo tale fenomeno non è soprannaturale: “Alla luce, dunque, di quanto sopra esposto, il Dicastero autorizza l’Eccellenza Vostra a redigere il corrispondente Decreto e a dichiarare che il fenomeno delle presunte apparizioni avvenute a Dozulé è da ritenersi, in maniera definitiva, come non soprannaturale, con tutte le conseguenze di questa determinazione…
La preghiera, l’amore verso i sofferenti e la venerazione della Croce rimangono mezzi autentici di conversione, ma non devono essere accompagnati da elementi che inducono confusione o da affermazioni che pretendano un’autorità soprannaturale senza il discernimento ecclesiale”.
Quando padre Carlo Balić rinunciò al termine corredentrice durante il Concilio
La devozione mariana del francescano padre Carlo Balić (1899-1977) si è manifestata non solo nello studio e nelle prestigiose pubblicazioni ma in molti altri modi compresa la fondazione della Pontificia Accademia Mariana.
Ha avuto un ruolo non secondario in occasione della proclamazione del dogma di Maria Assunta il 1° novembre del 1950 e approfondì tale dottrina soprattutto mediante i congressi mariani internazionali preceduti da quelli “mariologici” con un carattere prettamente scientifico. Fedele anche alla tradizione francescana il p. Balić, teologo molto apprezzato dal cardinale Alfredo Ottaviani tanto da essere una delle sue persone di fiducia, approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione del Figlio e pertanto termini che esprimevano tale realtà (quale ad esempio quello di mediatrice) gli erano molto cari.
Tuttavia nel lavoro intenso svolto assieme a Gérard Philips di elaborazione del testo conciliare inerente alla Vergine Maria e che sarà approvato definitivamente quale capitolo 8 della costituzione Lumen gentium deliberatamente rinunciò ad alcuni titoli mariani quale quello di corredentrice vista la loro ambiguità (cfr. Ermanno Maria Toniolo, La beata Maria Vergine nel Concilio Vaticano II, Roma 2004, p. 236).
Anche a padre Carlo Balić si può applicare quanto ebbe a scrivere il suo confratello p. Umberto Betti – pure lui teologo al Vaticano II – il 13 gennaio 1964: “Ma il Concilio è anche una scuola, che vale più di ogni altra finora frequentata o tenuta. Pensare di non aver più niente da imparare sarebbe come congelare la propria intelligenza, metterla in pensione per invecchiamento precoce”.
(Dal sito Il Cattolico)


























