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Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà
“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,
Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.
Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.
Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.
Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.
E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.
Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.
Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.
Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.
E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.
In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.
Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.
Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.
(Foto: Santa Sede)
La Caritas italiana promuove l’advocacy
Si è concluso con uno sguardo aperto al contesto politico ed europeo la quarta e ultima giornata del Convegno nazionale di Caritas Italiana. Al centro della mattinata, il confronto tra esperienze e visioni sul rapporto tra partecipazione, cittadinanza e responsabilità pubblica, in un tempo segnato da trasformazioni profonde a livello nazionale e internazionale.
Ad aprire i lavori, la tavola rotonda ‘La politica, l’Europa’, che ha visto il contributo di Romano Prodi, in dialogo con alcuni giovani del mondo Caritas. Un’occasione di confronto che ha messo al centro il ruolo della politica come spazio di costruzione del bene comune e l’Europa come orizzonte di riferimento per affrontare le sfide contemporanee.
Il dialogo, moderato da Luca Servidati, ha offerto chiavi di lettura e prospettive concrete a partire dai territori, valorizzando il contributo delle nuove generazioni e delle comunità locali nel promuovere partecipazione, giustizia sociale e coesione. In questo contesto, la riflessione si apre a interrogativi cruciali sul futuro dell’Europa, sul significato dell’impegno politico oggi e sul contributo che il mondo Caritas può offrire nella costruzione di società più giuste, solidali e inclusive.
“Nel passato i giovani non avevano più potere di oggi”, ha affermato Prodi, “E’ un problema eterno. Credo che si debba stare attenti all’equilibrio, lasciare posto ai giovani è importante. Lasciare posto però non mi piace. Serve una categoria di giovani dinamica che il posto se lo costruisce. Non trovo che in teoria che il mondo politica sia governato da anziani, anzi. L’affermazione dei giovani deve essere costruttiva e non occasionale grazie a un lavoro di squadra”.
Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’Europa, oggi attraversata da fragilità politiche e divisioni interne. Prodi ha richiamato con forza la necessità di un rinnovato slancio unitario, fondato non solo su interessi economici ma su valori condivisi e responsabilità comuni: “nessun piano economico può da solo costruire l’Europa”. In questo senso, ha evidenziato i rischi legati ai nazionalismi e ai meccanismi decisionali che rallentano l’azione comunitaria, come il diritto di veto, sottolineando l’urgenza di riforme capaci di rendere l’Unione più efficace e coesa.
Negli orientamenti finali il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha indicato alcune traiettorie di lavoro per i prossimi mesi, rilanciando la vocazione ecclesiale e profetica della rete Caritas: “Il patrimonio di ascolto che la rete Caritas raccoglie ogni giorno non può essere custodito gelosamente. Va restituito come bene comune. Deve diventare lettura dei fenomeni, cultura dell’attenzione, proposta sociale, provocazione evangelica, stimolo per politiche più giuste e inclusive”.
Sul tema della pace, don Pagniello ha richiamato la responsabilità delle comunità cristiane nel tempo dei conflitti: “La pace non è neutralità comoda. Non è silenzio prudente. Non è equilibrio costruito evitando i temi scomodi. Pace significa anche compiere scelte concrete, personali e comunitarie”. Ed ha aggiunto un forte richiamo alla coscienza civile ed evangelica: “Le Caritas sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l’ingiustizia. E’ l’obiezione di chi rifiuta di adattarsi all’indifferenza e continua a credere che la dignità umana venga prima del profitto, della paura e dell’interesse di pochi”.
Infine, il rilancio del rapporto tra Vangelo e storia: “L’annuncio del Vangelo deve camminare insieme all’impegno per il bene comune, del singolo e di tutta la famiglia umana. E’ la Parola che genera movimento, che fa nascere processi, che rimette in cammino le persone e le comunità”. Il Convegno si è chiuso consegnando alle Caritas diocesane un mandato chiaro: continuare ad ascoltare, educare, promuovere giustizia e costruire pace, facendo della carità una forza capace di incidere nella storia.
Il 45° Convegno nazionale di Caritas Italiana, dal titolo ‘Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” (Is 1,17). Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano’ era stato aperto dall’introduzione di mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente di Caritas Italiana, ha richiamato con forza l’identità ecclesiale della Caritas: “La Caritas è la diocesi. E’ la dimensione caritativa della diocesi. La Caritas è la Chiesa che si impegna a vivere davvero il Vangelo”. Un invito a non considerare la carità come un ambito separato, ma come forma concreta e quotidiana dell’essere Chiesa.
Il direttore di Avvenire, Marco Girardo, ha offerto una riflessione sul tema del linguaggio e dello sguardo, sottolineando la responsabilità di ‘raccontare l’uomo per promuovere l’umano’ in un tempo segnato da frammentazione e polarizzazione: “Promuovere l’umano significa strappare l’uomo alle narrazioni che lo deformano”, ha evidenziato, indicando nella comunicazione un luogo decisivo di impegno culturale ed etico.
Uno sguardo internazionale è arrivato con la testimonianza del card. Giorgio Marengo, dalla Mongolia, che ha raccontato la forza della carità in una Chiesa di minoranza. L’intervento di mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, che ha richiamato la funzione ‘profetica, critica ed educativa della Chiesa oggi’, indicando nella carità una forma alta di responsabilità ecclesiale e sociale, capace di interrogare le coscienze e orientare i processi.
La giornata ha visto anche il rilancio, con il contributo di Elisa Crupi (Libera), della Campagna ‘Diamo linfa al bene’. A seguire, Massimo Monzio Compagnoni ha evidenziato il valore del sostegno economico alla Chiesa come strumento di corresponsabilità e partecipazione. Un filo rosso ha attraversato tutti gli interventi: la necessità di una carità che non si limiti a rispondere ai bisogni, ma sappia ascoltare, comprendere e incidere sulle cause delle disuguaglianze. Un’advocacy che nasce dall’incontro con i poveri e si traduce in impegno per la giustizia.
(Foto: Caritas Italiana)
Papa Leone XIV: il cammino di santificazione si realizza in un cammino sinodale
“Sono felice di questo incontro, che ci permette anche di riflettere insieme sul valore del carisma benedettino nella vostra vita, nella vita della Chiesa e nel mondo”: giornata intensa per papa Leone XIV, che ad inizio settimana ha ricevuto tre comunità di monache benedettine insieme ad un gruppo di monaci di Subiaco, di Cesena e di Bari, ricordando che la vita monastica non è ‘chiusura verso il mondo esterno’, ma modello di amore, condivisione e aiuto.
Riprendendo la regola di san Benedetto il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Voi, monache benedettine contemplative e monaci benedettini, ben sapete quanto la preghiera e la lettura orante della Parola di Dio, specialmente nella Lectio divina, aiutino in tale custodia, permettendo a chi le pratica di comprendere la verità su di sé, nel riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri peccati e nella celebrazione delle grazie e delle benedizioni del Signore. E’ così che si rinvigorisce in noi il desiderio di appartenere a Lui e si conferma il voto della nostra consacrazione”.
Inoltre la vita consacrata è un cammino comunitario: “Il cammino di santificazione di un consacrato, di una monaca, però, per quanto ricco di fervore e di ispirazione, non può ridursi a un semplice percorso personale. Esso ha una necessaria dimensione comunitaria, in cui l’annuncio della liberazione pasquale si concretizza nel servizio fraterno, riflesso dell’amore universale di Cristo per la Chiesa e per l’umanità”.
Tale cammino consiste nel reciproco ascolto ed in un discernimento comunitario: “La vita monastica non si può intendere come semplice chiusura verso il mondo esterno. Essa è uno strumento perché nel cuore dei discepoli cresca un amore simile a quello del Maestro, pronto alla condivisione e all’aiuto, anche tra monasteri. La vita monastica sarà così sempre più, in un mondo spesso segnato dal ripiegamento su di sé e dall’individualismo, un modello per tutto il popolo di Dio, ricordando che essere missionari, prima che di fare cose, richiede un modo di essere e di vivere le relazioni”.
Quindi è necessaria una formazione permanente: “Profezia e discernimento rimandano ad un ultimo tema di cui vorrei parlarvi: la formazione permanente, particolarmente necessaria in un’epoca come la nostra. Essa consiste prima di tutto nel ‘conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’ ed è fondamentale perché la vita consacrata ‘possa svolgere in maniera sempre più adeguata il suo servizio al monastero, alla Chiesa e al mondo’. L’intera comunità ne è il soggetto attivo, attraverso la preghiera, la Parola, i momenti celebrativi e decisionali, di confronto e di aggiornamento, vissuti e condivisi nel primato della carità”.
In precedenza aveva incontrato i membri della fondazione Ausilia, che si occupa di sostegno ai ragazzi e di sviluppo sociale, sollecitandoli ad aiutare i giovani: “Vi ringrazio per il vostro generoso impegno, volto ad aiutare i giovani nella loro formazione e nell’inserimento in campo lavorativo. Investire non su oggetti, ma sulla persona, sulle sue abilità e competenze rappresenta un punto di forza della vostra opera. In tal modo, difatti, sono proprio i giovani a diventare protagonisti del loro futuro, senza venir considerati strumenti funzionali all’organizzazione di un’azienda o ingranaggi utili al successo commerciale”.
La giornata del papa si è conclusa con un incontro ai membri dell’Illinois Municipal League, organizzazione statale che rappresenta circa 1.300 comuni dello Stato negli Usa: “Attraverso il Mistero Pasquale, il Signore ci mostra che persino le circostanze più difficili e impegnative possono essere trasformate dall’interno dalla forza dell’amore.
Forse la sofferenza non può sempre essere evitata o eliminata, ma si può trovare un significato redentivo che non solo restituisce la dignità perduta, ma apre anche la porta a una nuova vita. In effetti, la risurrezione di Gesù è la fonte ultima di speranza per tutti coloro che credono in Cristo e attendono la promessa della vita eterna”.
Quindi ha sottolineato l’importanza della Settimana Santa: “Il suo servizio e la sua obbedienza alla volontà del Padre hanno condotto a una speranza certa e a una pace duratura per tutta l’umanità. In tal modo, la vittoria nata dal dono di sé di Cristo si erge come un faro e una sfida per tutti noi oggi. Come uomini e donne investiti del ruolo di governo, anche voi siete chiamati a scoprire e incarnare il dono del servizio. In modo particolare, siete chiamati a essere attenti ai bisogni dei più deboli e dei più vulnerabili, al fine di aiutarli a raggiungere uno sviluppo umano integrale”.
A questo punto il richiamo a Giorgio La Pira è stato un passaggio obbligato per una tutela dei cittadini fragili: “Per fare questo, dovete anzitutto impegnarvi a conoscere le aspirazioni delle persone come pure le loro difficoltà. La dignità di ogni individuo deve essere riconosciuta e tutelata, perché i vostri comuni non sono luoghi anonimi, ma hanno volti e storie da custodire come tesori preziosi.
Sebbene ogni giorno siano molti i compiti che richiedono la vostra attenzione, vi incoraggio a continuare ad ascoltare i poveri, gli immigrati e tutti gli ultimi tra voi, cercando di accompagnarli nel vostro lavoro per promuovere il bene comune a beneficio di tutti. In tal modo, ognuno dei vostri comuni potrà essere un luogo di autentico incontro tra tutti i cittadini, offrendo a ogni individuo l’opportunità di realizzarsi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: senza difesa del debole non ci sarà pace
Oggi nei Giardini vaticani papa Leone XIV ha inaugurato un mosaico della Vergine ed una statua di santa Rosa da Lima alla presenza del card. Carlos Gustavo Mattasoglio, arcivescovo di Lima, e del presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, fra Stefano Cecchin. Tale scultura è opera dell’artista peruviano Edwin Morales ed è stata realizzata interamente con materiale peruviano: il travertino bianco di Huancayo.
Benedicendo le opere papa Leone XIV ha sottolineato la fede dei peruviani: “Siamo qui riuniti oggi per una gioiosa occasione: l’inaugurazione di un mosaico dedicato alla Beata Vergine Maria e di un’immagine di Santa Rosa da Lima nei Giardini Vaticani. Questo gesto rinnova i profondi vincoli di fede e di amicizia che uniscono il Perù, Paese a me tanto caro, alla Santa Sede…
Riuniti in questo luogo meraviglioso, dove tutto ci parla del Creatore e della bellezza del creato, desidero esprimere la mia gratitudine innanzitutto agli artisti che hanno realizzato queste opere ea tutti coloro che ci hanno permesso di godere oggi di questa lieta occasione”.
Tali opere d’arte conducono il visitatore verso la santità: “La nostra Madre Celeste e la prima santa latinoamericana, Rosa da Lima, ci conducono al tema della santità. A questo proposito, ricordiamo quanto afferma il Concilio Vaticano II: E’ dunque del tutto evidente che tutti i fedeli, di qualsiasi stato o condizione, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità…
Nel raggiungimento di questa perfezione, i fedeli esibiscono le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, seguendo le sue orme e le sue opere conformi alla sua immagine, obbedendo in tutto alla volontà del Padre, si dedichino con tutto il cuore alla gloria di Dio e al servizio del prossimo”.
Ha concluso tale momento con un invito a contemplare la vocazione a cui ciascuno è chiamato: “Cari amici, queste bellissime immagini che contempliamo oggi ci ricordano la grandezza della vocazione a cui Dio ci chiama, cioè la chiamata universale alla santità. Vi incoraggiamento a essere, con la grazia di Dio, testimoni ed esempi di questa santità nel mondo di oggi. Perché questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione. Che la Vergine Maria e tutti i santi intercedano nel nostro cammino verso la patria celeste. Con gratitudine, vi benedico di cuore”.
Infine la benedizione ai presenti: “Che abbiano una fede incrollabile e una speranza salda, così come una carità diligente e una sincera umiltà. Che abbiano forza nella sofferenza, dignità nella povertà, pazienza nelle avversità, generosità nella prosperità, che lavorino per la pace e lottino per la giustizia affinché, dopo aver percorso le vie di questo mondo nell’amore per te e per i fratelli, giungano alla città permanente, dove la Santissima Vergine intercede come madre e risplende come Regina”.
La giornata si è aperta dall’incontro con i leader giovani partecipanti al convegno ‘One Humanity, One Planet’: “Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell’impegno politico alla ricerca del bene comune. Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale.
Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo. In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto”.
Il discorso del papa è stato un invito a promuovere la pace: “Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”.
Per tale promozione è necessaria la politica: “La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”.
Infine ha ricordato loro di proteggere i più deboli seguendo l’esempio di santa Madre Teresa di Calcutta: “La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.
Davanti alle molte sfide del presente abbiate dunque coraggio, ricordando che non siete soli a cercare la fraternità universale: l’unico Dio ci dona la terra come casa comune per tutti i popoli. Il titolo del vostro convegno, ‘One Humanity, One Planet’, merita perciò di essere completato con ‘One God’: riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace”.
(Foto: Santa Sede)
Alla prof.ssa suor Piera Ruffinatto il premio ‘Le Ragioni della Nuova Politica’
“Da più di cinquant’anni la nostra missione è quella di promuovere un’educazione integrale, con particolare attenzione alla donna come protagonista di trasformazione sociale e culturale. Abbiamo avuto il privilegio di formare generazioni di religiose e laici provenienti dai cinque continenti, convinti che l’educazione sia la chiave per costruire società più giuste e solidali”:
è quanto ha espresso la prof.ssa suor Piera Ruffinatto, preside della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, nel ricevere il Premio ‘Le Ragioni della Nuova Politica’, conferitole giovedì 11 dicembre dall’Associazione culturale ‘L’Alba del Terzo Millennio’ per “aver dato un rilevante contributo al nostro Paese con autorevolezza e dedizione, mostrando un’attenzione costante e non comune alle grandi trasformazioni che negli ultimi decenni hanno modificato confini, assetti ed equilibri nel mondo della Formazione”.
Facendosi voce del corpo docente, degli studenti e studentesse della Facoltà Auxilium, la preside ha concluso: ‘Grazie a chi crede che educare è generare speranza e futuro’. La cerimonia si è svolta nella Sala Vanvitelli dell’Avvocatura Generale dello Stato, con un intervento dell’Avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, seguito da una conferenza del prof. Ortensio Zecchino sul tema “L’impegno dei cattolici nella gestione della Res Publica”.
Il premio è promosso da Sara Iannone, presidente e fondatrice dell’associazione culturale ‘L’Alba del Terzo Millennio’ ed ogni anno vengono insigniti dell’onorificenza uomini e donne impegnati a diffondere, tutelare e valorizzare arti e mestieri, culture e linguaggi, politiche, scienze e fedi religiose per favorire l’incontro, il confronto, la convivenza, e il coinvolgimento delle personalità nazionali ed internazionali che più li esprimono, li rappresentano, li interpretano, li testimoniano.
Insieme a suor Piera Ruffinatto, in questa edizione, sono stati premiati personalità di spicco della vita politica e professionale, della ricerca universitaria, del diritto e del giornalismo. I riconoscimenti consistono nel trofeo ‘La Colomba della Civiltà’, un’opera d’arte esclusiva realizzata dal maestro Benedetto Robazza.
Il Premio ‘Le Ragioni della Nuova Politica’, giunto alla XXII edizione, ha conquistato la stima e la considerazione da parte di tutte le massime Istituzioni dello Stato e della Presidenza della Repubblica Italiana che con il Presidente Giorgio Napolitano istituì la medaglia dedicata all’Associazione da conferire quale riconoscimento speciale del Capo dello Stato.
La Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’, retta da oltre 50 anni dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, coltiva la sua missione in ambito internazionale e interculturale come esperienza consolidata e vissuta, puntando ad una formazione universitaria che sappia costruire identità forti in campo educativo, in una società sempre più multietnica e multiculturale, con sguardo costante alle trasformazioni della società contemporanea, che coinvolgono tutte le professioni, dalle più tradizionali a quelle più innovative e recenti. Il riconoscimento è un incoraggiamento a continuare a investire nella ricerca, nella formazione e nel dialogo interculturale.
Papa Leone XIV: la speranza è partecipazione
“Siamo da poco entrati nel periodo liturgico dell’Avvento, che ci educa all’attenzione ai segni dei tempi. Noi infatti ricordiamo la prima venuta di Gesù, il Dio con noi, per imparare a riconoscerlo ogni volta che viene e per prepararci a quando tornerà. Allora saremo per sempre insieme. Insieme con Lui, con tutti i nostri fratelli e sorelle, con ogni altra creatura, in questo mondo finalmente redento: la nuova creazione”: così è iniziata la meditazione odierna del papa con un richiamo all’Avvento ed un invito sulle orme di Alberto Marvelli.
Il papa ha subito chiarito che l’attesa non è passività: “Questa attesa non è passiva. Infatti, il Natale di Gesù ci rivela un Dio coinvolgente: Maria, Giuseppe, i pastori, Simeone, Anna, e più avanti Giovanni Battista, i discepoli e tutti coloro che incontrano il Signore sono coinvolti, sono chiamati a partecipare. E’ un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, ‘Pellegrini di speranza’, non è uno slogan che tra un mese passerà! E’ un programma di vita: ‘pellegrini di speranza’ vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando”.
Quindi l’Avvento è una lettura dei ‘segni dei tempi’: “Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato a leggere i segni dei tempi: ci dice che nessuno riesce a farlo da solo, ma insieme, nella Chiesa e con tanti fratelli e sorelle, si leggono i segni dei tempi. Sono segni di Dio, di Dio che viene col suo Regno, attraverso le circostanze storiche”.
Segno del tempo in quanto Dio è nel mondo: “Dio non è fuori dal mondo, fuori da questa vita: abbiamo imparato nella prima venuta di Gesù, Dio-con-noi, a cercarlo fra le realtà della vita. Cercarlo con intelligenza, cuore e maniche rimboccate! E il Concilio ha detto che questa missione è in modo particolare dei fedeli laici, uomini e donne, perché il Dio che si è incarnato ci viene incontro nelle situazioni di ogni giorno. Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!”
E l’esempio di questo avvento è il beato Alberto Marvelli: “Oggi vorrei ricordare un nome: quello di Alberto Marvelli, giovane italiano vissuto nella prima metà del secolo scorso. Educato in famiglia secondo il Vangelo, formatosi nell’Azione Cattolica, si laurea in ingegneria e si affaccia alla vita sociale al tempo della seconda guerra mondiale, che lui condanna fermamente. A Rimini e dintorni si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione”.
La fede, quindi invita alla partecipazione: “Così entra nella vita politica attiva, ma proprio mentre si reca in bicicletta a un comizio viene investito da un camion militare. Aveva 28 anni. Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare”.
In conclusione la speranza è partecipazione: “Sperare è partecipare: questo è un dono che Dio ci fa. Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà”.
(Foto: Santa Sede)
Il centenario della nascita di Robert Kennedy ricordato ad Irsina
Nell’anno giubilare un convegno nell’Auditorium ‘don Vito Manfredi’ di Irsina, in provincia di Matera, per celebrare nel giorno del centenario della nascita un ‘testimone di speranza’: Robert Kennedy: sposo, padre di una numerosa famiglia, politico cattolico. Il pomeriggio inizierà alle 17:00 con la Celebrazione Eucaristica in suffragio di R. Kennedy nella Parrocchia SS. Salvatore all’Immacolata presieduta dal Parroco Sac. Giuseppe Calabrese che continua a costruire ponti umani con i cittadini irlandesi e americani che nel corso dell’anno vivono o frequentano per brevi periodi il borgo Lucano.
Al termine della S. Messa inizierà il convegno moderato dalla scrittrice Agnese Ferri dal titolo: “Cent’anni e un sogno spezzato 20 Novembre 1925-2025″. Dopo l’esecuzione del canto: “Siamo noi” a cura del coro della Parrocchia guidati da Giuseppe Scibelli, ci saranno i saluti istituzionali. Prenderanno la Parola: il Sac. Giuseppe Calabrese Parroco e Promotore del Convegno, il Dott. Giuseppe Candela Sindaco della Città di Irsina, il Consigliere Della Regione Basilicata: Avv. Nicola Massimo Morea, Il Presidente della Provincia di Matera: Francesco Mancini, L’Assessore Giuseppe Casino a nome del Sindaco di Matera e altri ospiti presenti.
Al termine dei saluti istituzionali la parola passerà al Sen. Salvatore Adduce che ripercorrerà la vicenda terrena di R. Kennedy dal titolo: “R. Kennedy: l’uomo, il politico e il credente”. In seguito ci sarà l’intervento del Sen. Emilio Nicola Buccico con una presentazione dal titolo: “la lotta alla corruzione a partire da R. Kennedy lievito di speranza nella società”. Poi avremo l’onore e il piacere di accogliere e di ascoltare l’intervento della Prof.ssa Antonia Di Rienzo della Fondazione R. Kennedy in Italia che ci illustrerà i progetti e le prospettive della Fondazione.
Successivamente l’intervento del Prof. Sac. Domenico Monaciello che presenterà: “la dimensione profetica del cristiano impegnato in politica e la virtù della speranza”. Infine chiuderà il convegno un videomessaggio del Prof. Marco Venturini sulla comunicazione efficace di R. Kennedy e l’esecuzione del brano ancora a cura del coro della Parrocchia. Il Convegno terminerà alle ore 20:00.
Il Convegno è rivolto a tutti particolarmente alle autorità civili e militari, al mondo scolastico, alle associazioni, ai giornalisti e ai giovani.
Re Baldovino raccontato dal giornalista Fulvi
“Il re è stato coraggioso perché, davanti a una legge di morte, lui non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio! Ci vuole un politico ‘con pantaloni’ per fare questo, ci vuole coraggio. Questa è una situazione speciale e lui con questo ha dato anche un messaggio. E lui lo ha fatto anche perché era un santo. Quell’uomo è santo e il processo di beatificazione andrà avanti, perché mi ha dato prova di questo”: in questo modo papa Francesco aveva risposto ai giornalisti sul re Baldovino nel viaggio di ritorno in Lussemburgo ed in Belgio nello scorso settembre con l’auspicio che la sua causa di beatificazione continui.
Ed al funerale reale, avvenuto il 7 agosto 1993, il primate del Belgio, card. Godfried Danneels aveva tratteggiato nell’omelia il suo ‘profilo’: “Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore. E’ stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili”.
Prendendo spunto da queste ‘testimonianze’ il giornalista di Avvenire, Fulvio Fulvi, gli ha dedicato una biografia, ‘Baldovino, il re del gran rifiuto’, ripercorrendo le pagine salienti di una vita: il racconto dell’infanzia infelice, con la perdita della madre in un incidente stradale, la prigionia e la deportazione con la famiglia reale durante il nazismo, gli anni del collegio svizzero. Salito al trono poco più che ventenne, il re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale e cercò di rimediare agli esiti nefasti del colonialismo nel Congo, voluto dallo zio Leopoldo II. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.
Figura indelebile della vita di re Baldovino è quella della regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più drammatico del regno, quando, nel 1990, il re decise di sospendere il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo.
Perché un libro sul re Baldovino?
“Baldovino ha segnato la storia del suo Paese e ha contribuito al processo di unificazione dell’Europa. Oggi c’è bisogno di fare memoria anche di questo. Ma le ragioni principali del libro sono due: innanzitutto il forte richiamo di papa Francesco, durante la sua visita pastorale a Bruxelles nel settembre del 2024, a considerare la figura del re del Belgio come un politico e un capo di Stato coraggioso ‘che scelse di lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida’, quella che introduceva l’interruzione della gravidanza fino a 12 settimane di gestazione.
Fu un richiamo forte, quello di Bergoglio, davanti alla tomba del sovrano, ripetuto nella conferenza stampa sull’aereo al rientro in Vaticano.
La seconda motivazione sta nelle rivelazioni che mi fece un ex sindacalista maceratese, Giovanni Santachiara, nipote di un frate cappuccino marchigiano che è stato rettore della Basilica di Loreto: due mesi prima del ‘gran rifiuto’ di Baldovino, lo zio incontrò il Re in visita segreta alla Santa Casa con l’amata regina Fabiola per celebrare il loro anniversario di matrimonio. Fu, probabilmente, un incontro decisivo, anche se non si sa esattamente cosa i due si siano detti. Ma vista la caratura teologica e culturale del religioso e la grande sensibilità del sovrano cattolico, qualcosa di sicuro successe. Nel libro, un capitolo ricostruisce la vicenda”.
Cosa ti ha colpito di questo re?
“Il suo senso religioso, coniugato anche all’azione politica, e l’attenzione verso gli altri, i poveri, i bisognosi, i cittadini più fragili. Era sempre presente nei momenti più difficili del suo Paese e non faceva mai mancare la sua personale solidarietà. Anche con opere di beneficenza. E poi l’amore che ha dimostrato verso la moglie, fino all’ultimo giorno della sua vita”.
Come maturò la scelta di non firmare per la legge sull’aborto?
“Oltre all’incontro con padre Santachiara, Baldovino si consultò con il suo amico cardinale Suenens, con autorevoli medici, teologi e filosofi: voleva rafforzare la sua coscienza di cristiano anche con ragioni scientifiche. Ma fu determinante il fatto che, non avendo potuto avere figli (Fabiola ebbe cinque aborti spontanei) maturò una spiccata sensibilità, anche politica, verso la tutela della vita. E da piccolo fu sconvolto dalla morte della madre in un incidente stradale e perse anche il bimbo che aveva in grembo”.
Però la sua abdicazione era consentito dalla legge: può essere comunque considerato come ‘gran gesto’?
“In realtà, più che di una vera e propria abdicazione (che di per sé significa rinuncia perpetua ade essere re) si trattò di… dimissioni temporanee dalle funzioni di sovrano. Perché il decreto fu firmato dal premier e, 72 ore dopo, Baldivino ritornò ad essere Re. Fu trovato un escamotage costituzionale, d’accordo con il capo del governo Martens e i presidenti dei due rami del Parlamento. Il popolo amava Baldovino e non voleva che lui lasciasse. Inoltre, c’era un diffuso sentimento cattolico nel Paese, e la legge sull’aborto avrebbe creato, in quel momento, una grave spaccatura a livello politico-sociale. Il Belgio era anche fortemente diviso tra fiamminghi che volevano la secessione e valloni che sostenevano l’unità nazionale. Quindi un gran gesto, sì. Che sin rivelò opportuno politicamente”.
Quale ruolo ebbe la regina Fabiola, sua moglie?
“Come detto, Fabiola e Baldovino soffrirono molto per non aver potuto avere figli. E quindi anche eredi diretti al trono. I due consorti erano legatissimi tra loro, come ho potuto constatare studiandone le vite”.
Perché papa Francesco nella visita in Belgio aveva chiesto di proseguire la causa di beatificazione?
“Il primo pontefice a chiedere l’apertura del processo di beatificazione di Baldovino fu san Giovanni Paolo II nel 1995. Ma non accadde nulla. C’erano (e forse ci sono ancora oggi), resistenze nell’ambito della Chiesa belga. Ma un altro elemento ‘deterrente’ potrebbe essere stata la presunta posizione di Baldovino rispetto all’ex colonia del Congo. C’è ancora chi lo rimprovera di non aver mai condannato apertamente il comportamento del prozio Leopoldo II che, quando era il governatore del Paese africano fece massacrare il popolo per ottenere i suoi personali interessi. Però Baldovino, salito al trono, favorì in concreto l’indipendenza del Congo cercando di rimediare, per quanto possibile, alle nefandezze compiute da Leopoldo II con ‘accordi riparatori’”.
(Tratto da Aci Stampa)
Cecilia Galatolo racconta le vette di Pier Giorgio Frassati
Domenica 7 settembre, insieme a Carlo Acutis, un altro giovane, seppure di un’epoca diversa, è stato dichiarato santo, Pier Giorgio Frassati, torinese e di famiglia benestante, che ha speso la sua vita per i poveri e si è battuto per la giustizia sociale, a cui Giovanna Abbagnara, Paola Ciniglio, Cecilia Galatolo hanno dedicato un libro: ‘Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette’ (link: Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette | Famiglia.store) per chi vuole imparare “a scrivere la propria storia con la stessa penna che ha guidato la vita di Pier Giorgio: quella del Vangelo”.
Attraverso le tappe fondamentali della vita dell’imminente santo torinese (la fede, la preghiera, l’amicizia, lo studio, la carità, la croce) questo libro si fa strada nel cuore di chi cerca la verità e ha il coraggio di lasciarsi provocare. Scommette sul fatto che ogni ragazzo, ogni ragazza, possa scoprire in sé lo stesso desiderio di infinito che ha abitato Pier Giorgio, come si sottolinea nella nota introduttiva.
Quindi non la solita biografia, ma un libro che ‘si mette accanto a chi è in cammino e ha bisogno di luce per orientarsi’, in quanto ogni capitolo è accompagnato da test, passi del Vangelo, domande scomode e canzoni: laboratori esperienziali per far ‘crescere una generazione che ha fame di autenticità’.
Ad una delle autrici, Cecilia Galatolo, chiediamo di spiegarci il motivo per cui Pier Giorgio Frassati amava le ‘vette’: “Per Pier Giorgio, le vette rappresentano in qualche modo il cammino della vita. A volte ci sono delle salite, ma se andiamo avanti, godremo di aria pulita e di un panorama impagabile. Capita, poi, di cadere o che chi ci è vicino inciampi durante la scalata. Anche in questo i sentieri di montagna rappresentano per Frassati la vita, la strada percorsa con i fratelli e le sorelle: è bello aiutarci ogni volta a rialzarci. Meglio arrivare dopo, magari, ma arrivare insieme. Inoltre, Pier Giorgio amava la montagna per la tranquillità e la serenità che trasmette. L’anima si sintonizza meglio con Dio. Se ci pensiamo, anche Gesù era solito ritirarsi in montagna a pregare”.
Però si definiva anche un tipo ‘losco’?
“Sì, ma ovviamente, non lo era affatto. Anzi, era un giovane generoso e con il cuore puro. Questa definizione nasce da una associazione scherzosa creata con i suoi amici, ‘I tipi loschi’, appunto. Il gruppo si è formato spontaneamente proprio durante una gita in montagna. Il loro obiettivo era vivere la fede in letizia e servire Dio nei poveri. Frassati era innamorato dei poveri. Diceva che amare loro significava restituire l’amore che Gesù gli donava nell’Eucaristia. Aveva una fede viva, profonda. Considerava Cristo il suo migliore amico”.
Di famiglia liberale perchè si innamorò di Dio?
“Frassati veniva da una famiglia ricca e liberale. Il papà, fondatore del giornale ‘La Stampa’, di Torino, era rispettoso delle tradizioni cristiane, ma viveva fondamentalmente da ateo. La mamma, una pittrice in vista, che pure non mancava alla messa domenicale, non aveva una fede matura. Spesso aveva posizioni anticlericali e temeva che il figlio potesse diventare bigotto. Basti pensare che Pier Giorgio dovette avviare una ‘rispettosa battaglia’ a casa per ricevere il permesso di fare la comunione ogni giorno.
Si innamorò di Dio perché solo in Lui trovava il senso della vita. Aveva tutto, questo giovane, tutto ciò che materialmente si potesse desiderare. La sua famiglia non gli faceva mancare nulla. Ville, auto di un certo livello, vestiti buoni, viaggi. Eppure, nulla di tutto ciò era abbastanza per lui. Gesù, invece, era quella perla preziosa per cui valeva la pena rinunciare a tutto il resto. I privilegi lo avrebbero chiuso in sé stesso, donare tutto, come insegna il Vangelo, lo rese felice”.
‘Non bisogna dare degli stracci ai poveri’: cosa era la carità per Pier Giorgio Frassati?
“Pier Giorgio non aveva solo compassione dei poveri, li considerava il corpo, il volto di Gesù. Possiamo dunque dare stracci a Gesù? Per Pier Giorgio, spendersi per loro era una priorità assoluta. Spesso si prodigava per gli sfrattati, che all’epoca erano molti, aiutandoli materialmente con ciò che aveva ed a trovare una nuova abitazione. A volte, per far questo, arrivava tardi all’università o chiedeva di poter rimandare un appello. Insomma, ai poveri non dava lo scarto del suo tempo, dava il meglio, dava tutto. E’ stato definito il ‘santo della strada’ perché aiutare chi giaceva per strada era la sua vocazione, era la sua principale occupazione. I genitori faticavano a comprendere la vastità del suo impegno, seppero solo dopo la sua morte che aveva fatto (in circa 12i anni) migliaia di interventi a vantaggio degli ultimi. Faceva parte di una istituzione caritativa, ma spesso si impegnava anche da sé. Ovunque, senza fare calcoli”.
Quale posto aveva nella sua vita l’Eucarestia?
“Era centrale. Senza Cristo, diceva, non poteva far nulla. Una volta un suo amico, vedendolo entrare in Chiesa ogni giorno, gli domandò: ‘Ma sei diventato bigotto?’ Rispose: ‘No, sono rimasto cristiano’. Gesù non era un’abitudine astratta, era una presenza viva: la sorgente del suo amore per gli altri”.
Cosa dice ai giovani la sua santità?
“Colpisce tanto la capacità di Pier Giorgio di andare controcorrente. La sua vicenda si è svolta nel contesto dei primi del ‘900. Ha vissuto la Prima Guerra Mondiale ed ha assistito alla presa di potere da parte di Mussolini. Lo faceva soffrire che molti cattolici ‘strizzassero l’occhio’ al regime. Affermava che i discorsi del duce gli facevano ‘ribollire il sangue nelle vene’. Ecco, la figura di Pier Giorgio, vissuto un secolo fa ma con uno stile evangelico profondamente attuale, colpisce perché prende sul serio l’invito di Gesù a scegliere il bene senza compromessi, senza pensare ai propri interessi o vantaggi. Era un giovane uomo onesto, schietto, che non temeva le conseguenze delle sue scelte, se fatte per amore della giustizia”.
(Tratto da Aci Stampa)





























