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Arrivano i Re Magi
“Veniamo da lontano, dall’Oriente. Abbiamo visto una stella di notte, così brillante e sorridente che sembrava dire: Partite! Questa notte è successo un miracolo: è nato Dio”: con queste parole, si presentava Gaspare, uno dei Re Magi. Essi, infatti, durante le varie messe facevano irruzione nella chiesa di sant’Agostino e poi, sotto gli occhi pure della televisione, nella cattedrale di Reggio Calabria. E’ il giorno dell’Epifania.
Si presentano, così, d’improvviso, verso la fine delle messe (tra la meraviglia e la gioia dei fedeli), accompagnati dalla magia del suono di zampogna. Stupore generale: “L’abbiamo trovato come una vera sorpresa, – aggiunge Gaspare – tra pecore e pastori: per questo si chiamerà l’Agnello di Dio”. Alla fine, roteando nell’aria il suo turibolo d’incenso, spargerà quel gradevole profumo di rosa selvatica.
“Ci siamo continuamente persi per strada, – interrompe Melchiorre – ma come dice un proverbio arabo: ‘Se vuoi che il tuo aratro vada diritto, legalo a una stella’. E’ normale perdersi nella vita, importante è ripartire. Sì, normale è cadere, importante sarà rialzarsi. Il Bambino, nato a Betlemme, lo ripeterà ad ogni uomo: ‘Alzati e cammina! Riprendi la tua dignità’. Per questo ho portato con me dell’oro: segno di nobiltà. Perchè lui si mostrerà nobile e autorevole come un vero Re”.
Aggiunge, poi, Baldassare: “Ci siamo incontrati con tanti pezzi grossi, personaggi importanti, come re Erode o i grandi sacerdoti. Che scena! non ne sapevano nulla… Mai avremmo pensato, alla fine, di capitare in aperta campagna, in una grotta oscura e fredda, tra confusione di pecore e di montoni. Io ho portato mirra, simbolo di umanità. Sì, questo Bambino farà la nostra stessa strada di comuni mortali. Vivendo, così, le ansie, le sfide e le speranze, che abitano il cuore di ognuno. Per poi ripeterci continuamente: Coraggio! Sarò sempre con voi!”
In un cesto enorme i Magi portano i ‘proverbi del mondo’, da distribuire ovunque. Lungamente preparati dalle catechiste della parrocchia sono la saggezza antica dei popoli. Così ‘i miracoli sono sempre compiuti dagli uomini uniti’ ricorda un proverbio indiano. Mentre uno, cinese, aggiungerà: ‘La persona che parte per un viaggio, non è mai la stessa persona che ritorna’. Così è capitato, per davvero, anche ai nostri Magi. Nei loro occhi, infatti, brilla un dono più grande ancora dell’oro o dell’incenso, che portavano. La gioia.
Anno nuovo: festività di Maria, madre di Dio e della Chiesa
Inizia un anno nuovo e la Chiesa ci invita a guardare nel Presepe questa giovanissima donna, la vergine Maria: è la Madre di Gesù, vero uomo e vero Dio: la santa Madre di Dio, come noi la invochiamo. Nella giornata di oggi, 1° gennaio, confluiscono tre ricorrenze: civilmente è il primo giorno dell’anno; liturgicamente è la festività di Maria, madre di Dio; socialmente è la giornata mondiale della pace. Il Vangelo ci riporta a Betlemme quando i pastori, annunziati dagli angeli, andarono senza indugio alla grotta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino Gesù.
I Pastori riferirono quello che avevano visto ed udito dagli Angeli, Maria li accolse e presentò loro il bambino Gesù. La grotta di Betlemme è una icone singolare dove si coglie un segno vivo dell’amore di Dio Padre che dà il suo Figlio unigenito per salvare l’uomo; in Gesù, vero uomo e vero Dio, l’unigenito del Padre ha assunto la natura umana (vero uomo) per riscattare l’uomo, il capolavoro di Dio, e riportarlo alla vera vita, da qui il canto degli Angeli: ‘Gloria a Dio e pace agli uomini amati dal Signore’. Nel natale di Gesù si realizza la vocazione dell’uomo all’immortalità, che aveva perduto a causa del peccato originale. Tutto si attua ‘nella pienezza del tempo’.
Ma cosa è il tempo? La liturgia ci porta a riflettere sul tempo; esso non è solo la dimensione del divenire, scriveva papa san Giovanni Paolo II, per cui distinguiamo passato, presente e futuro, esso evidenzia soprattutto la ‘misura’ di tendere dell’uomo verso l’Assoluto, verso Dio. Ogni uomo che nasce porta scritto che deve morire; Cristo Gesù però si è incarnato, ed ha vinto la morte: come uomo è nato a Betlemme, e morto a Gerusalemme sul calvario, è risorto il terzo giorno ed ha aperto all’uomo la porta dell’immortalità. In Gesù, vero uomo, divenuto figlio dell’uomo, e vero Dio.
Anche noi siamo diventati ‘figli di Dio’, questa non vuole essere una espressione vuota di significato ma possiede una ricchezza interiore e ci fa pregustare la nuova realtà dell’immortalità. Noi, oggi, non siamo più uomini che devono morire; ciò che muore non è l’Io ma il corpo che poi risusciterà; l’Io, l’uomo creato ad immagine di Dio, grazie a Maria, che disse ‘sì’ all’Angelo e divenne la madre di Dio, non muore; ciò che muore è solo il corpo, che portiamo al cimitero, che è ‘Camposanto’, il luogo dove i santi, gli amici di Dio aspettano la risurrezione dei corpi: come Cristo Gesù è risorto, come Maria è stata assunta in cielo anima e corpo, così ogni uomo risorgerà.
Ecco perché il Presepe mentre ci parla di vita, ci fa guardare il cielo; il pontefice san Paolo VI ha voluto consacrare l’inizio dell’anno alla festività della Santa Madre di Dio e madre nostra e con questa festa attesta che la nostra speranza è colma di immortalità. Due cose sono infatti da evidenziare: il bimbo che Maria ha dato alla luce è il Figlio unigenito del Padre, Maria è perciò la madre di Dio; essa è da collocarsi, anche se creatura, accanto a Dio per avere detto ‘sì’ all’Angelo, ma è anche accanto a noi, come madre della Chiesa nascente, motivo per cui noi la invochiamo: ‘Santa Maria, madre di Dio prega per noi’, non perché Maria fa miracoli, ma la sua preghiera è forte davanti a Dio. Gesù con la sua nascita ci ha uniti, ci ha affratellati nella Chiesa per cui Egli stesso ci esorta: ‘Chiedete ed ottenete, bussate e vi sarà aperto’ perché Dio è Padre, è amore.
Che il Signore ci conceda allora la sua pace: questo è l’auspicio più bello mentre contempliamo il Bambino, adagiato nel Presepe, Principe della pace. E’ una icone mirabile quella del Presepe; evidenzia il grande mistero dell’amore di Dio; dal presepe Gesù ci invita a seguire la via privilegiata che porta alla pace vera.
Questa comincia quando impariamo a riconoscere nel volto dell’altro un fratello, una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. E’ importante essere educati sin da piccoli nel rispetto dell’altro, anche se diverso da noi. In ogni volto di bambino c’è sempre il riflesso dell’amore di Dio, c’è un appello alla nostra responsabilità; davanti ad esso crolla ogni falsa giustificazione di guerra e di violenza.
All’inizio di un nuovo anno siamo chiamati tutti (piccoli e grandi) a convertirci a progetti di pace, a deporre armi di qualsiasi tipo, a costruire un mondo nuovo, conforme al canto degli Angeli: ‘Gloria a Dio e pace agli uomini amati dal Signore’. Condizione indispensabile per la pace è amministrare con giustizia e saggezza tutte le risorse create da Dio e messe a servizio dell’uomo.
E’ necessario rispettare ed avere cura del creato, di tutto il creato; costruire la pace rispettando l’uomo e la natura nella quale l’uomo vive ed opera. L’intercessione di Maria, madre di Gesù e madre nostra, non mancherà per la realizzazione dei un mondo migliore. Maria ispiri propositi di pace, di riconciliazione e di amore nel cuore di quanti sono responsabili della nazioni; ispiri nel cuore di tutti amore, comunione e rispetto di tutti e di tutto. E’ il mio augurio per un felice anno nuovo: fede, fratellanza e pace.
Papa Leone XIV invita ad ammirare la sapienza del Natale
“Buonasera. Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome! La Basilica di San Pietro è una Basilica molto grande, è molto grande, ma purtroppo non abbastanza grande per accogliervi tutti. Vi ammiro, vi rispetto e vi ringrazio per il vostro coraggio e la vostra disponibilità a essere qui questa sera. Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio. Tanti auguri a tutti voi. Seguite la celebrazione negli schermi. Dio vi protegga e benedica tutte le vostre famiglie. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tanti auguri a tutti!”: prima di celebrare la santa messa della notte di Natale nella basilica di san Pietro papa Leone XIV si è recato nella piazza per salutare 5.000 fedeli che non sono potuti entrati nella basilica piena di oltre 6.000 persone, partecipando alla messa sotto la pioggia.
A precedere la celebrazione eucaristica la lettura di alcuni brani biblici contraddistinta dal canto della Kalenda, l’antico annuncio liturgico del Natale del Signore (otto giorni prima delle kalendae di gennaio) come riportato nel Martirologio Romano. Un testo che racchiude tutti gli episodi fondamentali della storia universale fino alla venuta di Cristo, culmine del tempo di Avvento. Il lettore, infatti, ne proclama il senso: ricordarsi che Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, è il centro della storia e del cosmo.
Nell’omelia il papa haa richiamato il desiderio dell’umanità di scrutare il cielo: “Per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, ‘il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse’…
Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna”.
Ed a chi scrutava il cielo una stella ha indicato una direzione: “E’ il Natale di Gesù, l’Emmanuele. Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, ‘per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro’. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto”.
Sono stati proprio magi e pastori che hanno saputo capire la direzione indicata dalla stella sulla terra: “Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti ‘un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia’. Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. E’ divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”.
E’ la rivelazione di Dio all’uomo, citando papa Benedetto XVI: “Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo… Così attuali, le parole di papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.
Questa è la sapienza del Natale: “Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo…
Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?”
A questa domanda hanno risposto i pastori: “La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa ‘una moltitudine dell’esercito celeste’. Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.
Riprendendo un’affermazione di papa Francesco in apertura dell’Anno Santo papa Leone XIV ha ribadito l’impegno di portare ovunque la speranza: “Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo”.
In questo modo Natale diventa una festa: “Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. E’ festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. E’ festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. E’ festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: Dio si manifesta nell’umiltà
“E penso a tanti Paesi che sono in guerra. Sorelle, fratelli, preghiamo per la pace. Facciamo di tutto per la pace. Non dimenticatevi che la guerra è una sconfitta. Sempre. Noi non siamo nati per uccidere, ma per far crescere i popoli. Che si trovino cammini di pace. Per favore, nella vostra preghiera quotidiana, chiedete la pace. La martoriata Ucraina … quanto soffre. Poi, pensate alla Palestina, a Israele, al Myanmar, al Nord Kivu, Sud Sudan. Tanti Paesi in guerra. Per favore, preghiamo per la pace. Facciamo penitenza per la pace”: anche oggi al termine dell’udienza generale papa Francesco ha chiesto di pregare per la pace, ribadendo con poca voce, in quanto ancora affetto da bronchite, specificando che occorre ‘ascoltare il grido dei fratelli.
Questo invito riprende le parole scandite ieri nel collegamento con il festival di Sanremo prima del duetto tra la cantante israeliana Noa e la cantante palestinese Mira Awad, in ebraico, arabo e inglese sulle note della canzone ‘Imagine’ di John Lennon: “La musica è bellezza, la musica è strumento di pace. E’ una lingua che tutti i popoli, in diversi modi, parlano e raggiunge il cuore di tutti. La musica può aiutare la convivenza dei popoli… Le guerre distruggono i bambini. Non dimentichiamo mai che la guerra è sempre una sconfitta”.
Ha concluso il messaggio invitando gli spettatore a vivere il festival di Sanremo con uno spirito di pace: “La musica può aprire il cuore all’armonia, alla gioia dello stare insieme, con un linguaggio comune e di comprensione facendoci impegnare per un mondo più giusto e fraterno”.
Ed oggi nell’udienza generale, continuando il ciclo di catechesi per l’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha affrontato il tema della nascita di Gesù e la visita dei pastori, raccontata dall’evangelista Luca eletta sempre da don Pierluigi Giroli, a causa della bronchite:
“Il Figlio di Dio entra nella storia facendosi nostro compagno di viaggio e inizia a viaggiare quando è ancora nel grembo materno. L’evangelista Luca ci racconta che appena concepito andò da Nazaret fino alla casa di Zaccaria ed Elisabetta; e poi, a gravidanza ormai compiuta, da Nazaret a Betlemme per il censimento. Maria e Giuseppe sono costretti ad andare nella città del re Davide, dove era nato anche Giuseppe. Il Messia tanto atteso, il Figlio del Dio altissimo, si lascia censire, cioè contare e registrare, come un qualunque cittadino. Si sottomette al decreto di un imperatore, Cesare Augusto, che pensa di essere il padrone di tutta la terra”.
Riprendendo il racconto dell’infanzia di Gesù di papa Benedetto XVI, papa Francesco ha sottolineato che Dio si manifesta in un luogo nascosto ma fondamentale: “Dio che viene nella storia non scardina le strutture del mondo, ma vuole illuminarle e ricrearle dal di dentro. Betlemme significa ‘casa del pane’. Lì si compiono per Maria i giorni del parto e lì nasce Gesù, pane disceso dal cielo per saziare la fame del mondo… Tuttavia, Gesù nasce in un modo del tutto inedito per un re… Il Figlio di Dio non nasce in un palazzo reale, ma nel retro di una casa, nello spazio dove stanno gli animali”.
La manifestazione al mondo avviene attraverso i pastori: “Luca ci mostra così che Dio non viene nel mondo con proclami altisonanti, non si manifesta nel clamore, ma inizia il suo viaggio nell’umiltà. E chi sono i primi testimoni di questo avvenimento? Sono alcuni pastori: uomini con poca cultura, maleodoranti a causa del contatto costante con gli animali, vivono ai margini della società. Eppure essi praticano il mestiere con cui Dio stesso si fa conoscere al suo popolo”.
Il ‘mondo’ non ha trovato posto per accogliere Gesù: “I pastori apprendono così che in un luogo umilissimo, riservato agli animali, nasce il Messia tanto atteso e nasce per loro, per essere il loro Salvatore, il loro Pastore. Una notizia che apre i loro cuori alla meraviglia, alla lode e all’annuncio gioioso”.
La catechesi è chiusa dall’appello a comprendere il significato della nascita di Gesù: “Fratelli e sorelle, chiediamo anche noi la grazia di essere, come i pastori, capaci di stupore e di lode dinanzi a Dio, e capaci di custodire ciò che Lui ci ha affidato: i talenti, i carismi, la nostra vocazione e le persone che ci mette accanto. Chiediamo al Signore di saper scorgere nella debolezza la forza straordinaria del Dio Bambino, che viene per rinnovare il mondo e trasformare la nostra vita col suo disegno pieno di speranza per l’umanità intera”.
(Foto: Santa Sede)
Da Betlemme il card. Pizzaballa chiede la grazia di vivere il Natale
Mentre a Roma papa Francesco apriva la Porta Santa a Betlemme il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrava la messa della notte di Natale con la ‘fatica’ dell’annuncio della nascita di Gesù, in quanto ancora non c’è pace: “Non ho problemi quest’anno a riconoscere la mia fatica ad annunciare a voi che siete qui e a quanti da tutto il mondo guardano a Betlemme la gioia del Natale di Cristo. Il canto degli Angeli, che cantano gloria, gioia e pace mi sembra stonato dopo un anno faticoso, fatto di lacrime, sangue, sofferenza, speranze spesso deluse e progetti infranti di pace e di giustizia. Il lamento sembra sopraffare il canto e la rabbia impotente sembra paralizzare ogni cammino di speranza”.
Di fronte a queste difficoltà il patriarca ha indicato la testimonianza dei pastori: “Mi sono chiesto più volte in queste ultime settimane come vivere, se non superare, questa fatica, questa spiacevole sensazione di inutilità delle parole, anche quelle della fede, di fronte alla durezza della realtà, alla evidenza di una sofferenza che pare non voler finire.
Mi sono però venuti in soccorso i pastori del Natale che, come me e i vescovi e i presbiteri di questa terra, vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Essi in quella notte, che è questa, hanno ascoltato gli angeli credendoci. Ed allora mi sono deciso ad ascoltare anche io, di nuovo, il racconto del Natale dentro il contesto sofferto nel quale ci troviamo, non molto diverso dal contesto di allora”.
Ed ecco il racconto evangelico della nascita di Gesù: “Mi ha colpito questo aspetto: Giuseppe e Maria vivono la grazia del loro Natale, del vero Natale, non in un modo, in un tempo o in circostanze decise da loro, o particolarmente favorevoli. Una volontà imperialistica di potenza governava allora il mondo e pensava di deciderne i destini, sociali ed economici. Questa nostra Terra Santa in quel tempo era soggetta a giochi di interessi internazionali non meno di oggi.
Un popolo di poveri viveva facendosi registrare, contribuendo con la propria fatica e il proprio lavoro al benessere di altri…. Eppure, senza lamentarsi, senza rifiutarsi, senza ribellarsi, Giuseppe e Maria vanno a Betlemme, disposti al Natale proprio lì. Rassegnazione la loro? Cinismo? Impotenza? Inettitudine? No! Era fede! E la fede, quando è profonda e vera, è sempre uno sguardo nuovo e illuminato sulla storia, perché chi crede, vede!”.
Grazie a Giuseppe e Maria Dio si può incarnare nella storia: “E cosa hanno visto Giuseppe e Maria? Hanno visto, per la parola dell’Angelo, Dio nella storia, il Verbo farsi carne, l’Eterno nel tempo, il Figlio di Dio fatto uomo! Ed è quello che vediamo anche noi qui, stanotte, illuminati dalla Parola evangelica.
Noi vediamo in questo Bambino il gesto inedito e inaudito di un Dio che non fugge la storia, non la guarda indifferente da lontano, non la rifiuta sdegnato perché troppo dolorosa e cattiva ma la ama, la assume, vi entra con il passo delicato e forte di un Bambino appena nato, di una Vita eterna che riesce a farsi spazio, nella durezza del tempo, attraverso cuori e volontà disponibili ad accoglierla. Il Natale del Signore è tutto qui: attraverso il Suo Figlio, il Padre si coinvolge personalmente nella nostra storia e se ne carica il peso, ne condivide la sofferenza e le lacrime fino al sangue, e le offre una via di uscita di vita e di speranza”.
Nell’omelia il card. Pizzaballa ha sottolineato il ‘modo’ con cui Dio entra nella storia: “Egli però non vi entra in concorrenza con gli altri potenti di questo mondo. La potenza dell’amore divino non è semplicemente più potente del mondo ma è diversamente potente… Il passo con cui Dio entra nella storia è quello dell’Agnello, perché solo l’Agnello è degno di potenza e forza, e solo a lui appartiene la salvezza.
I Cesari Augusti di questo mondo sono dentro il circolo vizioso della forza, che elimina a vicenda i nemici per crearne sempre di nuovi (e dobbiamo constatarlo amaramente ogni giorno). L’Agnello di Dio, invece, immolato e vittorioso, vince, perché vince davvero, guarendo alla radice il cuore violento dell’uomo, con l’amore disposto a servire e a morire, generando così vita nuova. Maria e Giuseppe, mentre sembrano obbedire passivamente a una storia più grande di loro, in realtà l’hanno attraversata e dominata con il passo di chi guarda a Dio e al suo progetto, e vi fanno entrare gloria e pace”.
E’ questa la scelta di Dio, a cui i cristiani sono chiamati: “Anche noi possiamo e dobbiamo abitare questa nostra terra e vivere questa nostra storia: non costretti, però, e nemmeno rassegnati o, ancor meno, pronti a fuggire appena possibile. Noi siamo chiamati dagli Angeli di questa notte a viverla con fede e speranza. Anche noi come Giuseppe e Maria, come i pastori, dobbiamo scegliere e deciderci: accogliere con fede l’annuncio dell’angelo, o andarcene per la nostra strada”.
E’ una scelta di campo: “Credere o lasciare. Decidersi per Cristo e fare nostro lo stile di Betlemme, lo stile di chi è disposto a servire con amore e scrivere una storia di fraternità. Oppure assumere lo stile di Cesare Augusto, Erode e tanti altri, e scegliere di appartenere a chi presume di scrivere la storia con il potere e la sopraffazione”.
Però in questa scelta Dio non abbandona: “Il Bambino di Betlemme ci prende per mano questa notte e ci conduce con Lui dentro la storia, ci accompagna ad assumerla fino in fondo e a percorrerla con il passo della fiducia e della speranza in Lui. Egli non ha avuto paura di nascere in questo mondo né di morire per esso (non horruisti Virginis uterum). Ci chiede di non avere paura delle potenze di questo mondo, ma di perseverare nel cammino della giustizia e della pace”.
E’ stato un invito a percorrere le strade tracciate da Dio: “Noi possiamo e dobbiamo, come Giuseppe e Maria, come i pastori e i magi, percorrere le vie alternative che il Signore ci indica, trovare gli spazi adatti dove possano nascere e crescere stili nuovi di riconciliazione e di fraternità, fare delle nostre famiglie e delle nostre comunità le culle del futuro di giustizia e di pace, che è già iniziato con la venuta del Principe della Pace.
E’ vero: siamo pochi e forse anche insignificanti nelle costellazioni del potere e nello scacchiere dove si giocano le partite degli interessi economici e politici. Siamo però, come i pastori, il popolo cui è destinata la gioia del Natale ed è partecipe della vittoria Pasquale dell’Agnello”.
Ecco il motivo per cui i cristiani sono ‘pellegrini di speranza’: “Noi cristiani, infatti, non attraversiamo la storia da turisti distratti e indifferenti e nemmeno come nomadi senza meta sballottati qua e là dagli eventi. Noi siamo pellegrini, e pur conoscendo e condividendo le gioie e le fatiche, i dolori e le angosce dei nostri compagni di strada, camminiamo verso la meta che è Cristo, vera porta santa spalancata sul futuro di Dio. Noi osiamo credere che, da quando il Verbo qui si è fatto carne, in ogni carne e in ogni tempo egli continua a fecondare la storia, orientandola alla pienezza della gloria”.
Questo è il ‘canto degli angeli’, che ancora oggi risuona in chi soffre: “E così, carissimi, proprio quest’anno, proprio qui, ha ancora più senso ascoltare il canto degli angeli che annunciano la gioia del Natale! Proprio ora ha senso ed è bello vivere l’Anno santo del Signore, anzi, l’Anno santo che è il Signore! Quel canto infatti non è stonato, ma rende stonati i rumori di guerra e la vuota retorica dei potenti! Quel canto non è troppo debole ma risuona con forza dentro le lacrime di chi soffre, e incoraggia a disarmare la vendetta con il perdono. Possiamo essere pellegrini di speranza anche dentro le strade e tra le case distrutte della nostra terra, perché l’Agnello cammina con noi verso il trono della Gerusalemme celeste”.
Questo è il Giubileo: “L’anno del giubileo, secondo la tradizione biblica, è un anno speciale in cui vengono liberati i prigionieri, cancellati i debiti, le proprietà vengono restituite e anche la terra riposa. È un anno nel quale si fa esperienza della riconciliazione con il prossimo, si vive in pace con tutti e si promuove la giustizia. Un anno di rinnovamento spirituale, personale e comunitario. Avviene questo perché, con il giubileo, è Dio che per primo cancella tutti i debiti con noi. E’ l’anno della riconciliazione tra Dio e l’uomo, dove tutto si rinnova. E Dio vuole che tale riconciliazione si completi nel rinnovo della vita e delle relazioni tra gli uomini. E’ il mio augurio per questa nostra Terra Santa, che ha bisogno più di tutti di un vero giubileo”.
Il giubileo è occasione di un nuovo inizio: “Abbiamo bisogno di un nuovo inizio in tutti gli ambiti della vita, di nuova visione, di coraggio di guardare al futuro con speranza, senza arrendersi al linguaggio della violenza e dell’odio, che invece chiudono ogni possibilità di futuro. Possano le nostre comunità vivere un vero rinnovamento spirituale. Che anche per noi in Terra Santa, dunque, ci sia questo nuovo inizio: che vengano rimessi i debiti, siano liberati i prigionieri, siano restituite le proprietà e si possano davvero iniziare con coraggio e determinazione percorsi seri e credibili di riconciliazione e di perdono, senza i quali non ci sarà mai vera pace”.
L’omelia è conclusa con un pensiero agli abitanti di Betlemme e di Gaza: “Voglio ringraziare i nostri fratelli di Gaza, che ho potuto nuovamente incontrare di recente. Rinnovo a voi, cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera, la nostra vicinanza e la nostra solidarietà. Non siete soli. Davvero voi siete un segno visibile si speranza in mezzo al disastro della totale distruzione che vi circonda. Ma voi non siete distrutti, siete ancora uniti, saldi nella speranza. Grazie della vostra meravigliosa testimonianza di forza e di pace!
Un pensiero va anche a voi cari fratelli e sorelle di Betlemme. Anche quest’anno per voi è stato un Natale triste, all’insegna dell’insicurezza, della povertà, della violenza. Il giorno più importante per voi, è vissuto ancora una volta nella fatica e nell’attesa di giorni migliori. Anche a voi dico: coraggio! Non dobbiamo perdere la speranza. Rinnoviamo la nostra fiducia in Dio. Lui non ci lascia mai soli. E qui a Betlemme, proprio noi celebriamo il Dio-con-noi e il luogo dove si è fatto conoscere. Coraggio. Vogliamo che da qui ancora risuoni per tutto il mondo lo stesso annuncio di pace di duemila anni fa! Allora con i pastori andiamo a vedere sempre di nuovo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.
Da Betlemme il racconto di Natale di Nizar Lama
“Vorrei stanotte dare voce a un sentimento profondo che credo proviamo tutti e che trova eco nel Vangelo appena proclamato: ‘perché non c’era posto per loro’ (Lc 2,7). Come per Maria e Giuseppe, anche per noi, oggi qui, sembra che non ci sia posto per il Natale. Siamo tutti presi, da troppi giorni, dalla dolorosa, triste sensazione che non ci sia posto, quest’anno, per quella gioia e quella pace che in questa notte santa, proprio a pochi metri da qui, gli angeli annunciarono ai pastori di Betlemme”.
Così si esprimeva nello scorso Natale il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, che alcuni mesi fa a Jenin invitava a non disperare: “In questo momento non possiamo non pensare a tutti quelli che in questa guerra sono rimasti senza nulla, sfollati, soli, colpiti nei loro affetti più cari, paralizzati dal loro dolore. Il mio pensiero va a tutti, senza distinzione, palestinesi e israeliani, a tutti quelli colpiti da questa guerra, a quanti sono nel lutto e nel pianto e attendono un segno di vicinanza e di calore. Non siete soli. Nonostante i tempi duri, la disperazione non è una opzioni”.
Partendo da queste parole a pochi giorni da Natale abbiamo contattato Nizar Lama, guida biblica e turistica professionista cattolica a Betlemme, chiedendo di raccontarci quale Natale sarà in Terra Santa: “Quest’anno il Natale in Terra Santa sarà diverso, come spesso accade quando la nostra terra è attraversata dal dolore e dall’incertezza.
Betlemme, la città della Natività, porta su di sé il peso delle divisioni e delle tensioni che ci circondano, ma anche la luce della speranza che nasce ogni anno dalla grotta di Gesù. Sarà un Natale intriso di preghiera, in cui ogni celebrazione sarà un grido verso il cielo per la pace e la giustizia. La Terra Santa è un luogo in cui la storia si intreccia con l’eternità, ma il Natale, per noi, non è solo una memoria del passato: è un appello a vivere il messaggio di amore e riconciliazione che Gesù ci ha lasciato”.
Come si apprestano a vivere i cristiani il Natale?
“Noi cristiani di Betlemme ci prepariamo al Natale con il cuore pieno di fede, anche se le difficoltà quotidiane spesso ci mettono alla prova. Le case e le chiese si riempiono di canti natalizi e luci, ma non possiamo dimenticare il dolore che ci circonda. Le messe, le processioni e le preghiere assumono un significato ancora più profondo: non sono solo tradizioni, ma veri momenti di comunione e speranza. Molti di noi sentono il peso delle difficoltà economiche e della paura, ma troviamo forza nel Vangelo, che ci ricorda che Gesù è venuto in un mondo altrettanto fragile e travagliato. Le nostre celebrazioni sono un atto di fede che supera la disperazione e testimonia la gioia della nascita del Salvatore”.
A Betlemme cosa vuol dire la nascita di Gesù?
“La nascita di Gesù a Betlemme è il cuore pulsante della nostra fede. E’ una memoria vivente perché Dio si è fatto vicino a noi, scegliendo questa città semplice e umile per entrare nella storia dell’umanità. Camminare per le strade di Betlemme, pregare nella Basilica della Natività e meditare davanti alla stella che segna il luogo della nascita di Cristo ci riempie di meraviglia. E’ un richiamo potente alla semplicità e all’umiltà, alla capacità di vedere Dio nei piccoli gesti e nei volti delle persone che ci circondano. La nascita di Gesù qui non è solo un evento del passato: è una promessa di redenzione che ci sostiene ancora oggi”.
Come vivete l’annuncio dell’arcangelo ai pastori?
“L’annuncio dell’arcangelo ai pastori risuona ancora tra le colline di Betlemme. Ogni Natale, leggendo quel passo del Vangelo, ci sentiamo parte di quella storia. I pastori rappresentano la semplicità e l’umiltà, ma anche la vulnerabilità, qualità che riflettono molto la nostra condizione attuale. Quando cantiamo ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli’ durante la messa, ci uniamo a quel coro di angeli, chiedendo al Signore di portare pace sulla Terra e nei nostri cuori. Questo annuncio ci ricorda che la gloria di Dio si manifesta proprio nei luoghi e nei momenti più improbabili, offrendoci speranza anche nei tempi più bui”.
Quali difficoltà vivete a Betlemme, come cristiani?
“La vita quotidiana a Betlemme non è facile per noi cristiani. Viviamo in una realtà fatta di barriere fisiche e psicologiche, con restrizioni di movimento e incertezze economiche che pesano su ogni famiglia. Come comunità, siamo sempre più piccoli numericamente, e molti sono costretti a emigrare in cerca di un futuro migliore. Nonostante ciò, cerchiamo di mantenere viva la nostra fede e le nostre tradizioni. La presenza dei pellegrini ci dà forza, ma quando il conflitto si intensifica, spesso la loro assenza ci fa sentire ancora più isolati.
Siamo però consapevoli che essere cristiani qui, nella città della nascita di Cristo, è un dono ed una responsabilità. Ogni giorno, vivendo il Vangelo e testimoniando l’amore di Dio, cerchiamo di essere strumenti di pace, anche in mezzo alle difficoltà. La nostra vita non è solo una lotta per sopravvivere, ma una vocazione ad essere segno di speranza, proprio come la grotta di Betlemme lo è stata più di 2.000 anni fa. Questo Natale, preghiamo affinché il mondo intero guardi a Betlemme e ascolti il messaggio di pace che Dio ci ha donato nella notte più luminosa della storia”.
Chi desidera sostenere i cristiani a Betlemme queste sono le coordinate del Ser.Mi.T.: Intesa Sanpaolo – IT09D036969200100000006377; Poste Italiane – IT66N0760113400000014616627.
Papa Francesco ha aperto la Porta santa: la speranza è per tutti
“Un angelo del Signore, avvolto di luce, illumina la notte e consegna ai pastori la buona notizia: ‘Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore’. Tra lo stupore dei poveri e il canto degli angeli, il cielo si apre sulla terra: Dio si è fatto uno di noi per farci diventare come Lui, è disceso in mezzo a noi per rialzarci e riportarci nell’abbraccio del Padre”.
In carrozzina questa sera papa Francesco ha aperto la Porta Santa, dando il via al Giubileo con l’impegno di portare speranza dove non c’è, come è stato annunciato dagli angeli: “Questa, sorelle e fratelli, è la nostra speranza. Dio è l’Emmanuele, è Dio-con-noi. L’infinitamente grande si è fatto piccolo; la luce divina è brillata fra le tenebre del mondo; la gloria del cielo si è affacciata sulla terra. E come? Nella piccolezza di un Bambino. E se Dio viene, anche quando il nostro cuore somiglia a una povera mangiatoia, allora possiamo dire: la speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre! La speranza non delude”.
La speranza consiste in Dio che si fa uomo: “Sorelle e fratelli, con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre. Non dimenticatevi questo, che è un modo di capire la speranza nel Signore”.
Ma per ‘ricevere’ tale speranza occorre mettersi in cammino: “Per accogliere questo dono, siamo chiamati a metterci in cammino con lo stupore dei pastori di Betlemme. Il Vangelo dice che essi, ricevuto l’annuncio dell’angelo, ‘andarono, senza indugio’. Questa è l’indicazione per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo: senza indugio. E ci sono tante desolazioni in questo tempo! Pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia”.
Però la speranza cristiana non consiste in un lieto fine: “Senza indugio, andiamo a vedere il Signore che è nato per noi, con il cuore leggero e sveglio, pronto all’incontro, per essere capaci di tradurre la speranza nelle situazioni della nostra vita. E questo è il nostro compito: tradurre la speranza nelle diverse situazioni della vita. Perché la speranza cristiana non è un lieto fine da attendere passivamente, non è l’happy end di un film: è la promessa del Signore da accogliere qui, ora, in questa terra che soffre e che geme”.
Riprendendo un pensiero di sant’Agostino papa Francesco ha sollecitato all’indignazione: “Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede (direbbe sant’Agostino) di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle; ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, che è il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia”.
In questo senso i pastori sono un esempio da seguire: “Impariamo dall’esempio dei pastori: la speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità (e tanti di noi, abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità); la speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; la speranza è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri. Al contrario, la speranza cristiana, mentre ci invita alla paziente attesa del Regno che germoglia e cresce, esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità, e non solo, anche attraverso la nostra compassione”.
Il giubileo è una sollecitazione ad incontrare Gesù: “Sorelle, fratelli, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù”.
Quindi l’incontro con Gesù comporta l’impegno della speranza: “A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Portare speranza lì, seminare speranza lì”.
Riprendendo un’omelia natalizia del card. Martini papa Francesco ha chiesto di ‘stare’ in attesa contemplando il presepe: “Il Giubileo si apre perché a tutti sia donata la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono… Sorella, fratello, in questa notte è per te che si apre la ‘porta santa’ del cuore di Dio. Gesù, Dio-con-noi, nasce per te, per me, per noi, per ogni uomo e ogni donna. E, sai?, con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude”.
(Foto: Santa Sede)
Natale del Signore Gesù
Dall’invito degli Angeli ai Pastori: ‘Oggi è nato per voi il Salvatore’, è scaturito l’eco spontaneo di questi: ‘Andiamo sino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. La nascita del bambino Gesù è l‘avvenimento sublime che ha cambiato la storia. Il 25 dicembre, data convenzionale, tutta la Chiesa canta: ‘Oggi è nato per noi il Salvatore! E’ Cristo Signore’. Fuori può fare freddo o caldo, ma l’annuncio degli Angeli è un annuncio di gioia: ‘Non temete, pastori!’
Per papa Francesco occorre una ‘ecclesiologia integrale’
Con l’udienza di papa Francesco sabato scorso si è concluso il convegno internazionale ‘Pastori e fedeli laici chiamati a camminare insieme’, organizzato dal Dicastero Laici, Famiglia e Vita, in cui si è parlato di corresponsabilità dei laici alla vita della Chiesa, parlando del valore della sinodalità:
Papa Francesco affida Benedetto XVI alla Madre di Dio
“L’inizio di un nuovo anno è affidato a Maria Santissima, che oggi celebriamo come Madre di Dio. In queste ore invochiamo la sua intercessione in particolare per il Papa emerito Benedetto XVI, che ieri mattina ha lasciato questo mondo. Ci uniamo tutti insieme, con un cuore solo e un’anima sola, nel rendere grazie a Dio per il dono di questo fedele servitore del Vangelo e della Chiesa”.




























