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La cultura cattolica e la editoria, i 90 anni della editrice AVE
Il 2025 ha segnato una tappa speciale nella vita dell’editrice AVE, che ha festeggiato 90 anni di attività. Nata e cresciuta accanto all’Azione Cattolica italiana, la casa editrice ha accompagnato generazioni di lettori con libri e collane che hanno contribuito a formare il pensiero, alimentare la fede e promuovere un dialogo culturale ampio e inclusivo, come ha affermato il presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano: “Novant’anni non sono soltanto un traguardo: sono la testimonianza di una storia ricca al servizio della società, che oggi guarda avanti con fiducia e responsabilità, pronta a raccogliere le nuove sfide della comunicazione e della cultura”.
Fondata ufficialmente il 7 giugno 1935 a Roma, la Società editrice Ave nasce in seno alla Gioventù di Azione cattolica (Giac), su impulso di Angelo Raffaele Jervolino e poi di Luigi Gedda. Il nome (Anonima veritas editrice) richiama una vocazione profonda alla verità, non come astratto valore assoluto, ma come compagna di strada dell’esperienza cristiana. Da allora, l’Ave ha continuato a pubblicare con passione e rigore scientifico testi di spiritualità, teologia, educazione e impegno sociale, diventando voce autorevole e riconosciuta nell’editoria cattolica italiana.
Dagli opuscoli di propaganda dei primi anni, si è passati a collane strutturate, capaci di rispondere alle sfide culturali del presente: biografie, saggi di attualità, approfondimenti pedagogici, testi di educazione alla fede, fino alla narrativa per ragazzi e giovani adulti.
Con il direttore editoriale dell’Editrice Ave, Fabio Mazzocchio, ripercorriamo un po’ di storia: “L’Editrice Ave, acronimo di Anonima Veritas Editrice, ha le sue radici in un progetto maturato nel 1928 all’interno della Gioventù italiana di Azione Cattolica (Giac), per poi costituirsi formalmente come società per azioni nel 1935. Fin dalla sua nascita, l’obiettivo è stato quello di proporsi come un laboratorio di pensiero aperto alle grandi questioni dell’uomo e della società”.
In quale modo AVE ha ‘inculturalizzato’ la fede?
“L’Ave ha ‘inculturalizzato’ la fede in diversi modi, dimostrando una duplice vocazione. Ha sempre avuto un grande interesse per l’etica ed il sociale. Il primo volume pubblicato riguardava la dottrina sociale di papa Leone XIII, segnando un chiaro interesse per le tematiche etiche e sociali. Dopo la guerra, questo interesse si manifestò con la collana ‘La biblioteca sociale’, che diede spazio a personalità di spicco della cultura e politica italiana come Giorgio La Pira e Igino Giordani, posizionando l’editrice come voce autorevole nella ricostruzione etica e democratica dell’Italia.
C’è sempre stata un’apertura culturale internazionale e teologica. Fin da subito, l’editrice ha mostrato una vocazione culturale di respiro internazionale, pubblicando in traduzione autori del calibro di Léon Bloy, François Mauriac e Charles Péguy. Allo stesso tempo, però, si è consolidato il legame istituzionale, diventando il canale editoriale per la documentazione prodotta dalla Conferenza Episcopale Italiana”.
Perché le parole possono creare ponti?
“Le parole possono creare ponti perché sono il fondamento del dialogo autentico, permettendo di colmare distanze, sciogliere pregiudizi e creare spazi comuni. Scegliere con cura le parole significa prendersi cura delle relazioni”.
Per quale motivo ha pubblicato e pubblica una narrativa anche per bambini?
“La pubblicazione di narrativa per bambini e ragazzi è dettata da una missione educativa e formativa di lunga data, ereditata dalla stretta collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana, che intende offrire un supporto valoriale e pedagogico alla crescita della persona fin dalla prima infanzia. Questa scelta permette di investire nello sviluppo cognitivo e culturale dei giovani, fornendo attraverso collane mirate – come ‘I libri de La Giostra’ e ‘Ragazzi’ strumenti narrativi adatti all’età che stimolano l’immaginazione e la riflessione etica, formando così futuri lettori autonomi e cittadini consapevoli”.
Allora, come nacque ‘Il Vittorioso’?
“Il Vittorioso nacque nel 1936, come parte della produzione iniziale dell’Editrice Ave volta a sostenere la formazione religioso-morale dei giovani. Questo lancio ottenne uno straordinario successo popolare”.
Che cosa è cambiato in questi 90 anni nel vostro lavoro?
“Sicuramente, il lavoro di una casa editrice è cambiato profondamente sotto diversi aspetti. Un tempo il lavoro editoriale era centrato quasi esclusivamente sulla selezione cura e stampa dei testi, con processi lenti, artigianali e un pubblico relativamente stabile. Oggi, la digitalizzazione ha trasformato ogni fase della filiera: dalla ricezione dei manoscritti (spesso digitali), alla revisione (con strumenti software), fino alla pubblicazione in formato cartaceo e digitale.
Anche il ruolo dell’editore si è evoluto: oltre a valutare la qualità letteraria, è chiamato considerare la vendibilità, la presenza online dell’autore e le logiche di mercato. La promozione passa sempre più attraverso i social media, i podcast e le community digitali, mentre la distribuzione include sia le librerie fisiche sia le piattaforme di e-commerce. L’editrice Ave di oggi è un nodo dinamico tra cultura, tecnologia e mercato, dove l’editoria tradizionale convive con nuove modalità di fruizione e produzione dei contenuti”.
Dopo 90 anni con quale stile cattolico essere presenti nell’editoria?
“L’Editrice AVE, dopo i suoi 90 anni di attività, continua a presentarsi come un vero e proprio laboratorio culturale e un punto di riferimento costante per la Chiesa e la società. Lo stile di presenza nell’editoria si può riassumere nel dialogo costante con le sfide contemporanee, come testimoniano le molte collane nate negli ultimi decenni. La collana ‘Politica’ continua la tradizione di alta saggistica in dialogo con i temi etici e sociali del tempo. La collana ‘Attraverso’ è pensata per accompagnare i lettori nelle nuove sfide della transizione tra fede, società e cultura. La sfida rimane quella di parlare in modo autentico alle domande profonde dell’oggi, coniugando radici, tradizione e innovazione ma l’obiettivo è far circolare parole che nutrono, che educano, che costruiscono speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giornalisti: intraprendete una comunicazione di pace
“Buongiorno e grazie per questa bellissima accoglienza! Dicono che quando si applaude all’inizio non vale granché! Se alla fine sarete ancora svegli e vorrete ancora applaudire, grazie mille!”: ha esordito in inglese papa Leone XIV nell’udienza con gli operatori della comunicazione nell’Aula Paolo VI, esortando a ‘non cedere mai alla mediocrità’ ed a promuovere una comunicazione di ‘farci uscire dalla confusione di linguaggi senza amore’, ricevendo in dono una sciarpa in alpaca delle Ande peruviane ed una reliquia di papa Luciani.
Ringraziando i giornalisti per il loro lavoro papa Leone XIV ha proposto la beatitudine di Gesù nel ‘discorso della montagna’: “Nel ‘Discorso della montagna’ Gesù ha proclamato: ‘Beati gli operatori di pace’. Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla”.
Quindi è un chiaro segnale che la pace inizia attraverso un accurato utilizzo delle parole: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire ‘no’ alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.
Per questo subito ha chiesto la liberazione dei giornalisti, che rischiano la vita per raccontare la realtà: “Permettetemi allora di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione di questi giornalisti incarcerati.
La Chiesa riconosce in questi testimoni (penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita) il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”.
Il giornalismo è un servizio alla verità: “Voi siete stati a Roma in queste settimane per raccontare la Chiesa, la sua varietà e, insieme, la sua unità. Avete accompagnato i riti della Settimana Santa; avete poi raccontato il dolore per la morte di papa Francesco, avvenuta però nella luce della Pasqua. Quella stessa fede pasquale ci ha introdotti nello spirito del Conclave, che vi ha visti particolarmente impegnati in giornate faticose; e, anche in questa occasione, siete riusciti a narrare la bellezza dell’amore di Cristo che ci unisce tutti e ci fa essere un unico popolo, guidato dal Buon Pastore”.
Ma per raccontare la verità occorre non ‘cedere’ alla mediocrità, citando un discorso di sant’Agostino: “Viviamo tempi difficili da percorrere e da raccontare, che rappresentano una sfida per tutti noi e che non dobbiamo fuggire. Al contrario, essi chiedono a ciascuno, nei nostri diversi ruoli e servizi, di non cedere mai alla mediocrità. La Chiesa deve accettare la sfida del tempo e, allo stesso modo, non possono esistere una comunicazione e un giornalismo fuori dal tempo e dalla storia.
Come ci ricorda sant’Agostino, che diceva: ‘Viviamo bene e i tempi saranno buoni’. Noi siamo i tempi. Grazie, dunque, di quanto avete fatto per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, attraverso i quali leggiamo spesso la vita cristiana e la stessa vita della Chiesa. Grazie, perché siete riusciti a cogliere l’essenziale di quel che siamo, e a trasmetterlo con ogni mezzo al mondo intero”.
Papa Leone XIV ha invitato ad usare bene le parole: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”.
Infatti anche la comunicazione crea cultura: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.
Per questo ha ripreso le parole di papa Francesco a ‘disarmare le parole’, come ha scritto nel messaggio per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce”.
Ed ha concluso il discorso invitando i giornalisti ad intraprendere una ‘comunicazione di pace’: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana. Voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace, le situazioni di ingiustizia e di povertà, e il lavoro silenzioso di tanti per un mondo migliore. Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”.
(Foto: Santa Sede)
Vittime, vittimismi e vittimizzazioni: appunti dal Sahel
La lista sarebbe lunga e indefinita perché entità e identità delle vittime sono in costante processo di ridefinizione e aggiornamento. Si può operare classificando secondo l’importanza, l’urgenza, l’intensità, le modalità e l’opportunità. Ci sono le vittime designate dalla storia, quelle di circostanza, quelle che contano e quelle che passano, per convenzione, inosservate.
Scopri il dono della Divina Volontà
“Ti insegno la via che devi tenere e ciò che devi fare per vivere nel Regno mio, la felicità, le gioie che devi possedere” è questo il titolo del Cenacolo di preghiera dove verrà proclamato l’annuncio del dono della Divina Volontà tratto dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta. Appuntamento per sabato 20 maggio 2023 alle ore 9.00 nella Parrocchia Maria S.S. delle Grazie in Roccella, Corso dei Mille, 1085/B a Palermo.
Fa’ la cosa giusta in cammino
‘Fa’ la cosa giusta’ a Milano ha chiuso con tanto pubblico, certificando che in Italia cresce il numero di cammini ben strutturati e delle persone, in maggioranza donne, che li percorrono interamente. Con una ricaduta economica anche sui territori attraversati: nel 2022 il passaggio dei camminatori ha prodotto almeno 1.000.000 di pernottamenti documentati, il che consente di dire che nella realtà la cifra è certamente più ampia.
Azione Cattolica Italiana lancia il progetto per rigenerare la democrazia
“La democrazia, ancor prima di essere un sistema di garanzie e procedure formali che presidiano la partecipazione inclusiva di tutti, cominciando dai più fragili, è soprattutto la costruzione mai perfettamente compiuta di uno spazio pubblico comune ovvero di un perimetro descritto da pratiche anche informali che aprono progressivamente ogni persona verso gli altri. In movimenti concentrici ma centrifughi spinti dalla attitudine tipicamente umana della fraternità”: lo aveva scritto il presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, nell’editoriale di venerdì 10 febbraio su Avvenire.
Papa Francesco: con il servizio annunciare la gioia di Dio
L’incontro con i gesuiti e con i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate della Repubblica democratica del Congo nella festa della presentazione di Gesù al tempio ha chiuso la seconda giornata della visita pastorale di papa Francesco nella cattedrale ‘Notre Dame du Congo’, invitando tutti ad essere vigili come Simeone nell’attesa che si compia la promessa di Dio:































