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8 Dicembre: solennità dell’Immacolata concezione di Maria
La liturgia oggi ci fa guardare l’uomo così come fu creato da Dio: l’uomo prima del peccato originale. Deturpati dal peccato, oggi siamo invitati a riscoprire la nostra vera identità di esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio: veri capolavori. Solo in Maria Santissima Immacolata c’è la prova chiara di ciò che eravamo e cosa oggi siamo destinati ad essere, grazie all’opera salvatrice di Gesù.
Nella pienezza dei tempi l’arcangelo Gabriele fu inviato da Dio ad una vergine, promessa sposa di Giuseppe, chiamata Maria, da qui il saluto singolare: ‘Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te’. Un saluto che rivela il grandioso progetto di amore di Dio verso l’uomo: Dio mantiene la promessa e risponde attuando la redenzione. Ma chi era Maria? La donna mirabile che Dio volle preparare per essere liberamente la madre di Gesù, il Salvatore, il messia promesso subito dopo il peccato originale: la nuova Eva dell’umanità redenta da Cristo Gesù.
Dio prepara Maria preservandola dal peccato originale, cioè Immacolata in vista della missione a lei riservata: fa di Maria ‘la piena di grazia’. Il peccato rompe, separa, divide; la grazia viceversa è amore, è gioia, è fratellanza. Accettata la missione, Maria diventa la nuova Eva uscita dalla mani di Dio. Il peccato è orgoglio e rifiuto della grazia; l’essere riservata anche dal peccato originale fa di Maria una donna eccelsa sulla quale si riversa tutto l’amore di Dio. Sublime la sua missione: da lei doveva venire al mondo la vita vera: Cristo Gesù: Via, Verità e Vita.
Il dogma cristiano definisce Maria ‘Immacolata’ (senza macchia), così concepita sin dal primo istante della sua esistenza. Il Pontefice Pio IX, prima di definire e proclamare questo dogma mariano volle ascoltare il senso della fede del popolo cristiano, il magistero della Chiesa lungo i secoli, la soluzione dei nodi dottrinali dei teologi lungo i secoli e, dopo l’enciclica ‘Ubi primum’ del 1844 emerse una convergenza plebiscitaria a favore della proclamazione del dogma che spinse il Pontefice alla proclamazione del dogma mariano così espresso l’8 dicembre 1854:
“A gloria della SS. Trinità, con l’autorità di Vicario di Cristo, dichiariamo, decretiamo, definiamo come verità rivelata che la beatissima vergine Maria per singolare privilegio e grazia di Dio, in riguardo dei meriti di Gesù Cristo redentore del genere umano, sin dal primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale”.
Nel mondo cristiano tale verità ha ricevuto un impulso ulteriore nell’apparizione della Santissima Vergine a Lourdes, alla grotta di Massabielle, a Bernadette Soubirous, dove Maria si autopresentò dicendo: ‘Io sono l’Immacolata concezione’. La Liturgia canta: ‘Tota pulchra es Maria, et macula non est in te’. Nell’Archivio Storico Diocesano si conserva ancora oggi un volume dal quale si evince la volontà espressa in forma plebiscitaria dal popolo della Diocesi riguardo a questa verità di fede professata da tutto il popolo con il giuramento di difendere la verità del concepimento immacolato di Maria ‘usque ad effusionem sanguinis’.
Maria è stata preservata immune dal peccato originale per la specifica missione che era chiamata a svolgere sulla terra: ‘il Figlio di Dio ( il verbo eterno) infatti per noi uomini, per la nostra salvezza si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo’. La festa di Maria è la festa nostra, di ogni cristiano che crede in Dio ed invoca Maria con i versi del poeta Dante: ‘Termine fisso d’eterno consiglio! Qui sei a noi meridiana face// di caritate, e giuso, intra i mortali,// sei di speranza fontana vivace’ (Paradiso XXXIII, 12).
Se il culto alla santa Madre di Dio ebbe come culla l’Oriente cristiano, la Sicilia detiene il primato del culto all’Immacolata Concezione di Maria perchè la Sicilia, l’intera isola, è stata consacrata all’Immacolata dal Senato palermitano e dal popolo siciliano sin dal 1624. Noi oggi ci rivolgiamo fiduciosi a Maria: ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordios
Padre Nardelli: ripartire dalla Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’
“Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo”.
Questo è l’inizio della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’, emanata il 21 novembre 1964, che costituisce la ‘chiave di volta’ di tutto il magistero conciliare, come affermò papa san Giovanni Paolo II prima della recita dell’Angelus di domenica 22 ottobre 1995: “Grande merito della ‘Lumen Gentium’ è di averci ricordato con forza che, se si vuol cogliere adeguatamente l’identità della Chiesa, pur senza trascurare gli aspetti istituzionali, occorre partire dal suo mistero. La Chiesa è mistero, perché innestata in Cristo e radicata nella vita trinitaria. Gesù, il Verbo di Dio fatto uomo, è la ‘luce’ che risplende sul volto della Chiesa”.
A 60 anni dalla pubblicazione con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia all’Istituto Teologico di Assisi ed alla Pontificia Università Antonianum di Roma, nonché assistente alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense di Roma, abbiamo cercato di sottolineare i punti di forza di questa Costituzione dogmatica e soprattutto il motivo, per cui papa Francesco ha chiesto un approfondimento sulla ‘Lumen gentium’ in vista del Giubileo:
“In preparazione all’anno giubilare, papa Francesco ha chiesto di dedicare una particolare attenzione alle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II, quale occasione per crescere nella fede. In realtà, come è noto, tale evento è stato realmente un faro per il pensare e l’agire ecclesiale, e quindi non è inopportuno riprendere in mano quegli insegnamenti per applicarli in un contesto che, dopo circa 60 anni, è chiaramente mutato. La Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ è stata definita la ‘magna charta’ conciliare e la sua ricchezza teologica è ancora una guida attuale nel contesto ecclesiale sinodale che la Chiesa attraversa, in quanto ‘Popolo di Dio’ in cammino verso il Regno”.
In cosa consiste la ‘luce della Chiesa’?
“Nella Costituzione forte è il riferimento cristologico, in quanto il Cristo è definito la ‘luce delle genti’ che risplende sul volto della Chiesa. In realtà è noto che, secondo l’interpretazione di alcuni, il Concilio Vaticano II intendeva correlare il discorso sulla Chiesa a quello sul Figlio, ma nello stesso tempo non poteva parlare di Cristo senza parlare del Padre, mettendosi in ascolto dello Spirito. Per questa ragione l’ecclesiologia cristologica del Concilio si è necessariamente allargata alla dimensione trinitaria ( LG 2-4). Si può pertanto dire che ogni discorso sulla Chiesa è necessariamente ‘subordinato’ al discorso su Dio e quindi non deve stupire che anche i testi del Concilio, e in particolare la Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, propongano una ecclesiologia propriamente teologica”.
Dalla Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ al recente Sinodo dei vescovi: perché la vocazione della Chiesa è profezia?
“La Costituzione ‘Lumen gentium afferma che ‘il Popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo, quando gli rende una viva testimonianza, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità’ (LG 12). La missione profetica di Cristo è estesa, quindi, a tutti i battezzati secondo le indicazioni della Scrittura (Gl 3,1-5; At 2,17-18). Pertanto la funzione profetica non è più riservata solo ad alcuni, come ‘ufficio di pochi’, ma è un attributo di tutta la comunità dei credenti che, in forza del Battesimo, diventa ‘popolo di profeti’ che annuncia e testimonia il Vangelo”.
Quanto è importante la Chiesa domestica nel tramandare la fede?
“La Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ utilizza l’espressione ‘Chiesa domestica’ per esplicitare il modo di esercizio del sacerdozio comune di ogni battezzato e, in particolare, dei coniugi cristiani (cfr. LG 11). L’immagine individua e sottolinea in modo specifico il compito essenziale della famiglia nella Chiesa che è, sempre, quello di ‘custodire’ e ‘trasmettere’ la fede. In questo modo, nell’attuale contesto ecclesiale, infatti, viene ribadita la chiamata per ogni battezzato ad annunciare il Vangelo. La dimensione relazionale, e quindi familiare, chiaramente messa in luce dal Documento finale del Sinodo, è già presente nella Costituzione ecclesiologica e rimanda alla realtà della primitiva comunità cristiana descritta nel libro degli Atti (cfr. At 2,42-47)”.
Per quale motivo la Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ sottolinea il carattere missionario della Chiesa?
“L’ecclesiologia della Costituzione dogmatica può essere definita missionaria nelle sue più intime fibre, in quanto le principali categorie che il testo considera in chiave missionaria sono quelle di Popolo di Dio (sacerdotale, profetico e regale), sacramento, popolo messianico e, certamente, di ‘popolo missionario’ (cfr. LG 17). La Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, quindi, ha presentato l’indole essenzialmente missionaria della Chiesa a partire, proprio, dal fondamento teologico della sua natura, di cui indica la finalità specifica. Se volessimo sintetizzare la visione missionaria della Costituzione dogmatica, si potrebbe affermare che il documento intende enunciare il fondamento trinitario della missione, la sua manifestazione nelle ‘realtà locali’ attraverso la prassi dell’inculturazione, la destinazione universale del suo messaggio di salvezza e la corresponsabilità di tutto il Popolo di Dio all’azione di evangelizzazione”.
Dopo 60 anni quale è l’attualità di questa Costituzione dogmatica?
“Il testo risulta particolarmente attuale perché richiama alla dimensione comunionale e missionaria che il recente Sinodo ha messo in evidenza, domandandosi ‘come essere Chiesa sinodale-missionaria’. Il valore della Costituzione ecclesiologica è perennemente vivo, in quanto il documento nasceva in un contesto in cui la Chiesa aveva bisogno di riflettere sulla sua identità e, oggi, dopo 60 anni riafferma tale identità missionaria in quanto ‘Popolo di Dio’ in cammino verso il Regno. Riscoprire i contenuti dottrinali e pastorali di questo documento conciliare è particolarmente urgente nell’epoca attuale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: dialogo ecumenico per la pace nel mondo
“La commemorazione liturgica dell’apostolo Andrea, patrono del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, mi offre l’opportunità di esprimere, a nome di tutta la Chiesa cattolica e a nome mio, sentiti auguri a Vostra Santità, ai membri del Santo Sinodo, al clero, ai monaci e a tutti i fedeli riuniti nella Cattedrale patriarcale di San Giorgio a Phanar. Vi invio anche l’assicurazione delle mie fervide preghiere affinché Dio Padre, fonte di ogni dono, vi conceda abbondanti benedizioni celesti per intercessione di Sant’Andrea, primo dei chiamati e fratello di San Pietro. La delegazione che ho inviato anche quest’anno dimostra l’affetto fraterno e il profondo rispetto che continuo a nutrire per Vostra Santità e per la Chiesa affidata alle vostre cure pastorali”: così ha scritto papa Francesco nel messaggio inviato al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I in occasione della festa di sant’Andrea Apostolo, recapitato dal card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani.
La delegazione della Santa Sede ha preso parte alla solenne Divina Liturgia presieduta dal patriarca ecumenico nella chiesa patriarcale di san Giorgio al Fanar ed ha avuto un incontro con il patriarca e conversazioni con la commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica, nel ricordo dell’anniversario del decreto ‘Unitatis Redintegratio’:
“Pochi giorni fa, il 21 novembre, è stato il sessantesimo anniversario della promulgazione del Decreto ‘Unitatis Redintegratio’, che ha segnato l’ingresso ufficiale della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico. Questo importante documento del Concilio Vaticano II ha aperto la strada al dialogo con le altre Chiese. Il nostro dialogo con la Chiesa ortodossa è stato e continua ad essere particolarmente fruttuoso. Il primo dei frutti ottenuti è certamente la rinnovata fraternità che oggi viviamo con particolare intensità, e per questo rendo grazie a Dio Padre Onnipotente”.
Nel messaggio il papa ha sottolineato che il documento ha segnato l’inizio del dialogo ecumenico: “Tuttavia, ciò che la Unitatis Redintegratio indica come fine ultimo del dialogo, la piena comunione tra tutti i cristiani, la condivisione dell’unico calice eucaristico, non si è ancora realizzato nemmeno con i nostri fratelli e sorelle ortodossi. Ciò non sorprende, perché le divisioni che risalgono a un millennio fa non possono essere risolte in pochi decenni. Allo stesso tempo, come sostengono alcuni teologi, l’obiettivo di ristabilire la piena comunione ha un’innegabile dimensione escatologica, in quanto il cammino verso l’unità coincide con quello della salvezza già donata in Gesù Cristo, alla quale la Chiesa parteciperà pienamente solo alla fine dei tempi”.
E la strada del dialogo ecumenico è stato sottolineato anche dal recente Sinodo dei vescovi: “L’impegno irreversibile della Chiesa cattolica sulla via del dialogo è stato riaffermato dalla recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi in Vaticano dal 2 al 27 ottobre 2024. L’impulso a un rinnovato esercizio della sinodalità nella Chiesa cattolica favorirà certamente le relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che ha sempre mantenuto viva questa costitutiva dimensione ecclesiale. Sono particolarmente lieto che i rappresentanti di altre Chiese, tra cui il metropolita Giobbe di Pisidia, delegato del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, abbiano partecipato attivamente al processo sinodale. La sua presenza e il suo assiduo lavoro sono stati un arricchimento per tutti e un segno tangibile dell’attenzione e del sostegno che avete sempre dato al processo sinodale”.
Ed infine un richiamo all’anniversario del Concilio di Nicea: “Santità, l’ormai prossimo 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea sarà un’altra occasione per testimoniare la crescente comunione che già esiste tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ho già espresso più volte il desiderio di poter celebrare questo evento insieme a voi, e ringrazio sinceramente tutti coloro che hanno già iniziato a lavorare per renderlo possibile.
Questo anniversario non riguarderà solo le antiche sedi che parteciparono attivamente al Concilio, ma tutti i cristiani che continuano a professare la loro fede con le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Il ricordo di quell’importante evento rafforzerà sicuramente i legami già esistenti e incoraggerà tutte le Chiese a una rinnovata testimonianza nel mondo di oggi”.
Mentre ai membri dell’associazione giapponese ‘Hidden Christian Research Association’ ha ricordato la fedeltà dei cristiani giapponese: “E’ appropriato che il nostro incontro abbia luogo alla vigilia della celebrazione della memoria di San Francesco Saverio, il grande missionario che sognò che la predicazione del Vangelo avrebbe prodotto una ricca messe di anime nella vostra Terra nativa. Come eredi di tale sogno, possa il vostro lavoro di educazione e conservazione rendere meglio noto e apprezzato questo eminente capitolo della storia dell’evangelizzazione.
Cari amici, quando pensiamo all’eroismo dei primi missionari, al coraggio dei martiri giapponesi e alla perseveranza della piccola ma fedele Comunità cattolica del vostro Paese, come non rivolgere il pensiero ai fratelli cristiani che ai nostri giorni subiscono la persecuzione e perfino la morte per il nome di Gesù? Vi chiedo di unirvi a me nel pregare per loro, e per quelli che soffrono per i frutti amari della guerra, della violenza, dell’odio e dell’oppressione”.
Ed anche ai partecipanti al convegno nel centenario della prima ‘All Religions’ Conference’, promossa dalla ‘Sree Narayana Dharma Sanghom Trust’, il papa ha ricordato il primo organizzatore, Sree Narayana Guru: “Sree Narayana Guru ha dedicato la sua vita a promuovere il riscatto sociale e religioso con il suo chiaro messaggio che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro etnia o dalle loro tradizioni religiose e culturali, sono membri dell’unica famiglia umana.
frateHa insistito sul fatto che non ci dev’essere discriminazione contro nessuno, in nessun modo e a nessun livello. Il suo messaggio è molto adatto al nostro mondo di oggi, dove assistiamo a crescenti casi di intolleranza e odio tra popoli e nazioni. Purtroppo, manifestazioni di discriminazione ed esclusione, tensioni e violenze basate sulle differenze di origine etnica o sociale, razza, colore, lingua e religione sono un’esperienza quotidiana per molte persone e comunità, soprattutto tra i poveri, gli indifesi e coloro che non hanno voce”.
E’ stato un richiamo al documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale: “Tutte le religioni insegnano la verità fondamentale che, in quanto figli dell’unico Dio, dobbiamo amarci e onorarci l’un l’altro, rispettare le diversità e le differenze in uno spirito di fraternità e di inclusione, prendendoci cura gli uni degli altri, nonché della terra, nostra casa comune. Il mancato rispetto dei nobili insegnamenti delle religioni è una delle cause della travagliata situazione in cui il mondo oggi si trova. I nostri contemporanei riscopriranno il valore degli alti insegnamenti delle tradizioni religiose solo se tutti ci sforzeremo di viverli e di coltivare relazioni fraterne e amichevoli con tutti, all’unico scopo di rafforzare l’unità nella diversità, assicurare una convivenza armoniosa tra le differenze ed essere operatori di pace, nonostante le difficoltà e le sfide che dobbiamo affrontare”.
Mentre ad un gruppo di parlamentari francesi ha chiesto di dare un’educazione ai giovani: “La prima realtà che vi invito a considerare oggi è l’urgenza di offrire ai giovani un’educazione che li orienti verso i bisogni degli altri e sappia incentivare il senso dell’impegno. Il giovane in crescita necessita di un ideale, perché è fondamentalmente generoso e aperto alle domande esistenziali. Sbaglia chi pensa che i giovani non aspirino ad altro che stare sul divano o sui social! Coinvolgere i giovani, coinvolgerli nel mondo reale, in una visita ad anziani o a persone disabili, una visita a poveri o migranti, questo li apre alla gioia dell’accoglienza e del dono, offrendo un po’ di conforto a persone rese invisibili da un muro di indifferenza. È curioso come l’indifferenza uccide la sensibilità umana! Esistono già diverse iniziative degne di nota che chiedono solo di essere seguite, incoraggiate e moltiplicate!”
Inoltre ha chiesto loro una riflessione sulla questione del ‘fine vita’: “Spero inoltre che, anche con il vostro contributo, il dibattito sulla questione essenziale della fine della vita possa essere condotto nella verità. Si tratta di accompagnare la vita al suo termine naturale attraverso uno sviluppo più ampio delle cure palliative. Come sapete, le persone alla fine della vita hanno bisogno di essere sostenute da assistenti che siano fedeli alla loro vocazione, che è quella di fornire assistenza e sollievo pur non potendo sempre guarire. Le parole non sempre servono, ma prendere per mano un ammalato, prendere per mano, questo fa tanto bene e non solo all’ammalato, anche a noi”.
(Foto: Santa Sede)
La facoltà teologica del Triveneto in Thailandia: quando la teologia incontra i popoli
Mattia Vicentini, 31 anni, docente all’Istituto superiore di Scienze religiose di Bolzano, è stato per due mesi visiting professor al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo tra la Facoltà del Triveneto e la realtà accademica thailandese.
Il prof. Mattia Vicentini, un dottorato in teologia alla Pontificia Università Gregoriana e da quattro anni docente all’Istituto superiore di Scienze religiose di Bolzano, è stato per due mesi visiting professor al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo fra la Facoltà teologica del Triveneto e la realtà accademica thailandese:
“Dall’Italia a Bangkok sono dodici ore di volo che significano entrare in un mondo diverso, in cui la fede ha una dimensione pubblica fortemente radicata ed è attenta a rispondere alle domande della vita quotidiana”, racconta il docente.
In un Paese in cui il 90% della popolazione abbraccia la religione buddhista e i cattolici sono solo lo 0,5%, la chiesa ricopre all’interno della società un ruolo importante e riconosciuto nell’ambito dell’istruzione. Per questo Saengtham College University (120 studenti, in prevalenza seminaristi) punta alla formazione integrale degli studenti, fornendo le competenze per confrontarsi con il tessuto sociale locale e per dialogare con le altre fedi religiose presenti sul territorio.
La permanenza in Thailandia per l’insegnamento ha dato modo al prof. Mattia Vicentini di conoscere la realtà ecclesiale e sociale che fa da contesto alla formazione teologica. Sul sito della Facoltà teologica del Triveneto (link alla pagina: https://www.fttr.it/triveneto-thailandia-quando-la-teologia-incontra-i-popoli/) è pubblicata un’ampia intervista, che può essere ripresa del tutto o in parte citando la fonte. Ne riportiamo di seguito alcuni passaggi.
Durante la sua permanenza in Thailandia quale realtà di chiesa ha incontrato?
“Mi sono trovato di fronte a una chiesa piccola, di minoranza, ma ricca di energie e di voglia di vivere il messaggio evangelico all’interno del tessuto sociale in cui è inserita. La prima cosa che si nota nelle celebrazioni liturgiche è il numero di persone giovani che vi partecipano; la seconda è l’alto numero dei partecipanti. Una particolare attenzione viene dedicata a vivere la fede cristiana a partire dalla propria identità e all’interno delle peculiarità della società thailandese. Tra le varie iniziative c’è l’elaborazione di forme di meditazione che sono un punto di incontro tra la spiritualità europea (Maria Teresa d’Avila, ad esempio) e quella orientale. E’ una chiesa che accoglie e vive il compito di essere in uscita e che soffre anche varie forme di povertà”.
Quale ruolo hanno laici e laiche?
“Hanno un ruolo importante, che si comprende a partire dalla conformazione territoriale della chiesa locale. La maggior parte dei credenti si trova nelle zone a nord del paese, che sono le meno sviluppate e urbanizzate. I paesi sono solitamente molto piccoli, possono essere composti anche solo da poche case, difficili e lontani da raggiungere. Il parroco molto spesso ha numerose parrocchie e non riesce a recarsi in ciascuna tutte le settimane. Per questo motivo è stata pensata la figura del catechista”.
Quale compito è assegnato al catechista?
“A differenza dell’Europa, il catechista non è dedito solamente alla formazione religiosa dei bambini, ma diventa una figura importante all’interno della comunità e si occupa di ciò che concerne la vita spirituale, in accordo e in contatto con il parroco. La formazione dei catechisti e delle catechiste viene fatta in scuole apposite, dura tre anni e ha lo scopo di sviluppare conoscenze e competenze sia a livello teologico-religioso che sociale”.
Quindi essere una realtà di minoranza nel proprio Paese non impedisce alla chiesa cattolica Thailandese di aprirsi alla realtà internazionale, grazie anche al lavoro dei missionari?
“Esattamente, proprio perché chiesa di minoranza è sensibile a intessere relazioni con l’esterno a più livelli, dall’insegnamento alla pastorale, passando anche per accordi internazionali con altre chiese e cercando di aiutare comunità ecclesiali maggiormente in difficoltà, come ad esempio quella birmana. Un contributo importante viene offerto certamente dai missionari. Da un lato, la chiesa thailandese sta formando oggi i suoi missionari, che si trovano già in numerosi paesi del sud est asiatico e, dall’altro, accoglie missionari dall’Europa. Un ruolo importante è stato ricoperto ed è occupato ancora oggi dai missionari del Triveneto, che vivono e operano soprattutto nel nord del paese, al confine con il Laos e la Birmania”.
Quale è stato, e qual è, nello specifico, il ruolo dei missionari inviati da oltre 20 anni dalle chiese del Triveneto?
“I primi missionari provenienti dal Triveneto hanno inteso la loro missione nella forma di un annuncio del Vangelo, anche attento ai bisogni e alle difficoltà delle comunità che hanno incontrato. Un esempio sono i numerosi orfanotrofi che hanno aperto. Se gli orfanotrofi sono la presenza più visibile nel territorio, le realtà in cui i missionari sono intervenuti per aiutare la popolazione sono però molteplici. Un altro esempio sono le banche del riso e di altri alimenti; si tratta di riserve condivise da più paesi, in cui il riso in eccesso alle singole comunità viene offerto per quelle che invece hanno perso i raccolti”.
Nel contesto sociale che ha potuto toccare con mano, c’è qualche situazione che l’ha particolarmente colpita?
“Sono stato nella zona di Chiang Rai, al confine con il Laos e la Birmania. È una realtà particolarmente complessa, che vive un importante fenomeno migratorio di persone che da entrambi i paesi superano il confine con la Thailandia a causa di persecuzioni religiose e politiche, oltre che per situazioni di povertà. Un servizio importante in questo tessuto ecclesiale è svolto dagli orfanotrofi, dove trovano una casa e la possibilità di studiare molti bambini e bambine che vivono in situazioni familiari complesse o sono senza una famiglia. Le comunità nel nord del paese sono piccole realtà locali dove le persone conducono una vita semplice, fatta di agricoltura ed economia di sussistenza. Qui semplicità è la parola d’ordine e il Vangelo ricopre un ruolo centrale nella vita delle persone”.
(Tratto da Facoltà Teologica del Triveneto)
Papa Francesco al Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II’: sostenete la famiglia
La giornata di ieri di papa Francesco si è conclusa dall’incontro con la Comunità Accademica del Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia’, in cui è stato affermato il ‘luogo privilegiato’ della famiglia, come sottolineato dal documento conclusivo dell’Assemblea sinodale: “Sappiamo quanto il matrimonio e la famiglia siano decisivi per la vita dei popoli: da sempre la Chiesa se ne prende cura, li sostiene e li evangelizza.
Purtroppo, ci sono Paesi in cui le autorità pubbliche non rispettano la dignità e la libertà cui ogni essere umano ha inalienabile diritto quale figlio di Dio. Spesso vincoli e imposizioni pesano soprattutto sulle donne, costringendole in posizioni di subalternità. E questo è molto brutto”.
Inoltre il papa ha affermato che tra uomo e donna non ci sono discriminazioni in Gesù, come sottolineato dall’apostolo Paolo: “Questo non vuol dire che la differenza tra i due sia annullata, bensì che nel piano della salvezza non c’è discriminazione tra l’uomo e la donna: entrambi appartengono a Cristo, sono ‘discendenza di Abramo ed eredi secondo la promessa’…
Mediante Gesù siamo tutti ‘liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento’ ed il Vangelo della famiglia è gioia che ‘riempie il cuore e la vita intera’. E’ questo Vangelo che aiuta tutti, in ogni cultura, a cercare sempre ciò che è conforme all’umano e al desiderio di salvezza radicato in ogni uomo e in ogni donna”.
Ed ha ricordato in cosa consiste il sacramento del matrimonio, che costituisce una ‘chiesa domestica’: “In particolare, il sacramento del Matrimonio è come il vino buono che viene servito alle nozze di Cana. A questo proposito, ricordiamo che le prime comunità cristiane si sono sviluppate in forma domestica, ampliando nuclei familiari con l’accoglienza di nuovi credenti, e si riunivano nelle case.
Come dimora aperta e accogliente, fin dall’inizio la Chiesa si è prodigata affinché nessun vincolo economico o sociale impedisse di vivere la sequela di Gesù. Entrare nella Chiesa significa sempre inaugurare una fraternità nuova, fondata sul Battesimo, che abbraccia lo straniero e perfino il nemico”.
Quindi riprendendo l’enciclica ‘Amoris Laetitia’ ha raccomandato di non chiudere le porte: “Impegnata nella stessa missione, anche oggi la Chiesa non chiude la porta a coloro che faticano nel cammino di fede, anzi, spalanca la porta, perché tutti ‘hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante’. Tutti. Non dimenticare questa parola: tutti, tutti, tutti. L’ha detto Gesù in una parabola: quando non vengono gli invitati a nozze, il padrone dice ai servi: ‘Andate per le strade e portate tutti, tutti, tutti’ – ‘Signore, tutti i buoni, vero?’ – ‘No, tutti, buoni e cattivi, tutti’. Non dimenticare quel ‘tutti’, che è un po’ la vocazione della Chiesa, madre di tutti”.
Queste sfide si possono ‘vincere’ attraverso la missione: “Nelle famiglie le ferite si guariscono con l’amore. Carissimi, le sfide, i problemi, le speranze che investono oggi il matrimonio e la famiglia si inscrivono nel rapporto tra Chiesa e cultura, che già san Paolo VI invitava a considerare, sottolineando che ‘la rottura tra Vangelo e cultura è il dramma della nostra epoca’. San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno approfondito il tema dell’inculturazione mettendo a fuoco le questioni dell’interculturalità e della globalizzazione.
Dalla capacità di affrontare tali sfide dipende la possibilità di svolgere pienamente la missione evangelizzatrice, che impegna ogni cristiano. In proposito, l’ultimo Sinodo ha arricchito la consapevolezza ecclesiale di tutti i partecipanti: l’unità stessa della Chiesa esige infatti l’impegno di superare estraneità o conflitti culturali, costruendo armonie e intese tra i popoli”.
Questo è il compito di questo Istituto: “All’Istituto Giovanni Paolo II spetta una speciale cooperazione su questo terreno, mediante studi e ricerche che sviluppino una conoscenza critica dell’atteggiamento di diverse società e culture nei confronti del matrimonio e della famiglia… E’ bene che le sedi dell’Istituto, presenti in diversi Paesi del mondo, svolgano le proprie attività in dialogo con studiosi e istituzioni culturali anche di impostazioni differenti, come già avviene con l’Università Roma Tre e l’Istituto Nazionale Tumori. Dobbiamo andare avanti in questi rapporti, è importante”.
Ed ha concluso l’incontro con l’auspicio di un sostegno alle famiglie: “Auspico che in ogni parte del mondo l’Istituto sostenga gli sposi e le famiglie nella loro missione, aiutandoli a essere pietre vive della Chiesa e testimoni di fedeltà, di servizio, di apertura alla vita, di accoglienza. Camminiamo insieme nella sequela di Cristo!
Questo stile sinodale corrisponde alle grandi sfide di oggi, davanti alle quali le famiglie sono segno della fecondità e della fraternità fondate sul Vangelo. In questo stile di Chiesa è molto importante l’annuncio della Parola, ma più importante l’ascolto della Parola. Prima di annunciare, ascoltare: l’ascolto della Parola come viene predicata e l’ascolto della Parola che viene dalle voci degli altri, perché Dio parla mediante tutti”.
Inoltre il papa ha scritto la nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in cui ha sottolineato che “il Documento finale contiene indicazioni che, alla luce dei suoi orientamenti di fondo, già ora possono essere recepite nelle Chiese locali e nei raggruppamenti di Chiese, tenendo conto dei diversi contesti, di quello che già si è fatto e di quello che resta da fare per apprendere e sviluppare sempre meglio lo stile proprio della Chiesa sinodale missionaria.
In molti casi si tratta di dare effettiva attuazione a ciò che è già previsto dal diritto vigente, latino e orientale. In altri casi si potrà procedere, attraverso un discernimento sinodale e nel quadro delle possibilità indicate dal Documento finale, all’attivazione creativa di forme nuove di ministerialità e di azione missionaria, sperimentando e sottoponendo a verifica le esperienze. Nella relazione prevista per la visita ad limina ciascun vescovo avrà cura di riferire quali scelte sono state fatte nella Chiesa locale a lui affidata in rapporto a ciò che è indicato nel Documento finale, quali difficoltà si sono incontrate, quali sono stati i frutti”.
(Foto: Santa Sede)
Dall’Assemblea sinodale una Chiesa rinnovata dalla Pentecoste
Domenica scorsa si è chiusa presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma la prima Assemblea sinodale delle Chiese in Italia, a cui hanno partecipato 943 persone di cui: 4 Cardinali, 170 Vescovi, 4 Padri Abati, 238 Sacerdoti, 6 Diaconi, 37 Religiose e Religiosi, 210 Laici, 274 Laiche. In totale 641 uomini e 302 donne e prima della chiusura dei lavori tutta l’assemblea sinodale ha inviato un messaggio di ringraziamento a papa Francesco, condividendo ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi’: “Abbiamo colto soprattutto la vivacità, che continua ad abitare le comunità dei nostri territori. Abbiamo avuto cura di non dimenticare gli ultimi, quanti abitano nelle periferie esistenziali, i poveri dei quali oggi celebriamo la Giornata mondiale. Abbiamo pregato con loro e per loro”.
Dalla basilica in cui papa san Giovanni XXIII ha pronunciato il discorso di apertura del Concilio Vaticano II i partecipanti hanno affermato l’impegno di concretizzare la missione della Chiesa: “La nostra gratitudine diventa adesso impegno nel tradurre in decisioni e scelte concrete le riflessioni raccolte nelle fasi di ascolto e discernimento di questi anni di Cammino sinodale e dai lavori di queste giornate… Ci sentiamo in un momento di rinnovata Pentecoste.
E’ il tempo di realizzare quella missione nello stile della prossimità, che aveva animato San Paolo. Il libro degli Atti racconta che i primi passi della sua missione sono avvenuti con altri apostoli e discepoli come Barnaba e Giovanni, prendendo letteralmente il largo per fondare e sostenere le comunità cristiane primitive. Sentiamo anche noi questa vocazione ad una missione condotta non in solitaria, ma insieme, per portare con coraggio e speranza il Vangelo, anzitutto attraverso la testimonianza dell’amore fraterno”.
Mentre nella celebrazione eucaristica conclusiva il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha evidenziato la bellezza della comunione: “Nel giorno del Signore e attorno alla sua mensa, capiamo cosa significa ‘insieme’, essere una cosa sola tra noi, nonostante la nostra umanità, così parziale e contradditoria. Qui siamo come Dio vuole: non tutti la stessa cosa, ma tutti una cosa; non uguali, ma uniti. Con noi ci sono già quei ‘tutti’, la moltitudine, numero indefinito e mai chiuso, per i quali Gesù spezza il pane e versa il vino, e che ci chiede di cercare, di amare”.
Quello che si è aperto domenica scorsa è un cammino da compiere con i ‘compagni di strada’: “Troveremo i modi (alcuni formali, altri aperti e spontanei) per permettere ed esprimere il camminare insieme con i tanti mendicanti di vita che incontriamo, tutti fragili anche se lo dimentichiamo. E’ una fragilità da amare e non da giudicare, fuggire, nascondere, maledire. Da amare, perché diventi forza, ricordando, come l’Apostolo, che è quando siamo deboli che siamo forti”.
Nella particolare giornata dei poveri il cardinale di Bologna ha sottolineato che è possibile scoprire l’essenziale: “I poveri, in una cultura che ha messo al primo posto la ricchezza e spesso sacrifica la dignità delle persone sull’altare dei beni materiali, ci insegnano che l’essenziale per la vita è ben altro. La loro preghiera insegna a pregare e viceversa. Non sono assolutamente due dimensioni indipendenti, anzi! Preghiera e amicizia con i poveri si nutrono a vicenda”.
Riprendendo il vangelo della giornata il presidente della Cei ha invitato ad essere persone di ‘speranza’: “Per chi si chiude nelle sicurezze o resta sul divano, questa descrizione può apparire lontana, impossibile, un fastidio per noi pigri e incoscienti. In realtà, ci aiuta a guardare la storia e i segni dei tempi. Siamo uomini di speranza proprio perché affrontiamo il male, il sole che si oscura, come quando si fa buio fuori e dentro il cuore. E quello dentro dura tantissimo”.
Quindi l’invito del card. Zuppi è stato quello di camminare con i poveri: “Ognuno di noi può essere un astro che si accende e dona luce nell’oscurità terribile della vita. Siamo noi la sua parola di amore che non passa, con legami fedeli, perché il Samaritano assicura di tornare, non si compiace di quello che ha fatto lui ma fa quello che serve per l’uomo mezzo morto. Ecco, se camminiamo insieme ai poveri, sapremo camminare tra noi, perché Gesù sarà in mezzo a noi e aiuteremo questa madre (la Chiesa), sempre lieta, che è di tutti, particolarmente dei poveri”.
L’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia è stata chiusa dall’intervento del presidente del comitato nazionale del cammino sinodale, mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, che ha ricordato i 1.700 anni della dedicazione della basilica di san Paolo, avvenuta il 18 novembre del 324:
“In questi tre giorni, ci siamo inseriti in una grande corrente: 17 secoli di ininterrotta vita cristiana che ha trovato qui, sotto la protezione di san Paolo, tutte le sue espressioni: celebrazioni liturgiche e sacramentali, annuncio, predicazione e catechesi, incontri personali e assemblee comunitarie, accoglienza dei poveri e ospitalità dei cercatori di speranza, presenza orante e ministero dei monaci benedettini. Sembra così di rivivere, in questi giorni e in questo luogo, l’esperienza della prima comunità di Gerusalemme, subito dopo la Pentecoste, con le loro quattro perseveranze: nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli, nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.
Ha evidenziato alcuni atteggiamenti emersi in questi anni di cammino sinodale: “Prima di tutto lo stile dell’ascolto, che con il metodo della ‘conversazione nello Spirito’ prende avvio dalla Parola di Dio, che dispone all’ascolto degli altri; uno stile che, adattato, potrà connotare il nostro convenire a tutti i livelli: dagli Organismi di partecipazione alle riunioni degli operatori pastorali; questo doppio ascolto all’inizio di ogni riunione permetterà di proseguire con maggiore scioltezza e concretezza nel confronto e nel dialogo tra i partecipanti”.
All’ascolto fa seguito il dialogo: “In secondo luogo, lo stile del dialogo, proposto in modo laboratoriale nei Cantieri di Betania, che sono stati e sono esperienze di incontro anche con i ‘mondi’ non sempre interagenti con quelli ecclesiali: le diverse povertà materiali, relazionali, spirituali; i mondi delle professioni e del lavoro, come artisti, imprenditori, agricoltori, giornalisti, docenti, operai e così via”.
Ed infine la partecipazione: “In terzo luogo, lo stile della partecipazione: in non pochi casi, le sintesi delle nostre Chiese locali hanno registrato la riattivazione dei Consigli pastorali parrocchiali, zonali e diocesani, che, dovendo corrispondere alle richieste provenienti dal Cammino sinodale, si sono nuovamente riuniti e in alcuni casi anche formati ex novo. Rinnovati secondo le indicazioni del Sinodo universale, sono strumenti importanti per la Chiesa sinodale in missione”.
Infine il card. Zuppi ha invitato a ‘gettare il seme’: “Già vediamo i frutti dello Spirito ma questo avviene solo dopo che abbiamo gettato abbondantemente nella terra degli uomini il seme della Parola, anche quando appare inutile. Non affanniamoci per quello che non vale e, pieni della forza del Signore, liberiamoci dalle misure avare, mediocri, suggerite dalla tiepidezza. Ebbrezza è la passione che permette di costruire umilmente relazioni intorno al Signore, case, comunità umane, relazioni di amore. Tutto inizia con il filo d’oro dell’amicizia che è possibile a tutti”.
Per questo ha riproposto la cultura del ‘noi’: “Insieme! Coltiviamo il culto del ‘noi’ in una generazione individualista che, alla fine pensa una soluzione con qualcuno che si imponga e risolva tutto, che non costruisce con pazienza. Costruiamo case dove si impara a pregare, a vivere la dimensione spirituale così importante e desiderata da molti, perché il materialismo pratico ottunde, confonde, dispera. Dialogare con tutti non è cedere al pensiero dominante o dare ragione a tutti, ma misurare la nostra fede, crescere nella comunicazione del Vangelo, spiegare le ragioni di sempre, arrivando al cuore, toccando il cuore”.
(Foto: Cei)
Mons. Anselmi: amare per essere felici
“In questi mesi ho appreso che durante la Seconda Guerra Mondiale anche Rimini e i territori circostanti sono stati teatro di guerra; i nostri nonni e bisnonni, ottant’anni fa hanno vissuto scene di morte e distruzione; nella storia rimangono i quasi quattrocento bombardamenti, l’80 % della città distrutta, i morti della battaglia di Rimini, circa 20.000 tedeschi e 15.00 alleati, i campi di prigionia per più di 150.00 persone allestiti sul litorale.
Una tragedia testimoniata da rovine ancora presenti in città, dai cimiteri di guerra di Rimini e Coriano, dal ricordo vivo dei tre giovani martiri impiccati in piazza, dai resti della chiesa della Pace di Trarivi e soprattutto dal ricordo di tanti testimoni oculari. Grazie alla Repubblica di san Marino che ha accolto decine di migliaia di profughi sfollati. Signore, dona la pace al mondo e aiutaci ad essere operatori di pace”: dopo l’invocazione allo Spirito Santo, così inizia la lettera pastorale del vescovo della diocesi di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, intitolata ‘Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene, ora e nei secoli eterni’.
Nella lettera pastorale il vescovo ha spiegato il titolo della lettera: “Ho scelto questo titolo per sottolineare il fatto che la felicità è lo scopo della vita, è il grande desiderio di Dio e che l’amore è la strada per essere felici. Penso che tutti possiamo essere concordi nel riconoscere l’importanza
dell’amore come strada verso la felicità, a prescindere da ogni religione e cultura; qualcuno può essere indifferente al fatto religioso ma tutti siamo interessati all’amore. Non ho mai ascoltato persone teorizzare l’odio verso gli altri esseri umani; tutti siamo in fondo convinti che l’amore sia la strada maestra verso una vita bella e gioiosa. Chi è credente sa che il vero modo di amare Dio, di renderlo felice, è quello di amarci fra noi; la gioia di Dio è quella di vederci uniti come fratelli e sorelle. In questa situazione di unità l’amore per Dio e l’amore per il prossimo coincidono”.
Inoltre il vescovo ha sottolineato che la religione cristiana discende da un fatto storico: “La religione cristiana è prima di tutto figlia di un fatto storico: la Resurrezione di Gesù il giorno di Pasqua; Gesù è vivo, è risorto, è Dio. Gli apostoli e molti discepoli sono i testimoni oculari di Gesù risorto e lo hanno comunicato ai loro successori, oralmente e scrivendo testi chiamati vangeli; dai cosiddetti Padri Apostolici, coloro che hanno conosciuto personalmente gli apostoli ma non hanno incontrato direttamente Gesù, attraverso una lunga catena di fedeltà, pagata fino al sangue del martirio, questa certezza di Fede è arrivata fino a noi. E i vescovi sono i successori dei dodici apostoli. Ogni settimana, la domenica, celebriamo la Pasqua basandoci su questa catena di testimonianza comunitaria che collega gli apostoli e la comunità primitiva con i vescovi e la comunità cristiana di oggi: la chiesa è il popolo che da duemila anni trasmette la verità della resurrezione di Gesù e quindi la sua divinità”.
La lettera è un invito ad ‘essere costruttori del Regno di Dio: “Essere costruttori del Regno di Dio, il regno dell’amore, della pace, della gioia è la vocazione più bella che abbiamo ricevuto, è il senso della vita; tutti siamo invitati a fare la nostra parte, a lavorare nella vigna del Signore, sani e malati, ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e adulti, bambini e anziani, sacerdoti e laici, di qualunque nazione e cultura.
Un modo per essere costruttori del regno, messaggeri di amore, missionari di pace è raccontare la presenza trasformante di Dio nelle nostre giornate, nelle grandi svolte della nostra esistenza, le luci quotidiane, la gioia dei piccoli gesti d’amore, l’essere guidati, aiutati, consolati dallo Spirito Santo; è importante raccontare con umiltà, con le parole e le opere, la gioia che abbiamo provato nel compiere gesti di carità, di bontà, di perdono, di servizio verso gli ultimi, verso chi soffre, sostenuti dallo Spirito Santo”.
Al contempo mons. Anselmi ha evidenziato la necessità di pregare: “Pregare è un atteggiamento del cuore sempre presente durante la giornata. Pregare è un modo di vivere; pregando ogni ghiaccio si scioglie, ogni durezza si ammorbidisce, ogni paura svanisce, le parole incomprensibili diventano chiare, la stanchezza diventa vigore, le lacrime puliscono gli occhi e ci aiutano a vedere meglio. Lo Spirito Santo di Gesù prega in noi. La preghiera personale ci è necessaria per assaporare il senso della vita”.
Ed ecco la necessità del discernimento per porsi in ascolto dello Spirito Santo: “Se lo Spirito Santo è presente in ogni essere umano, per scoprire ed ascoltare la voce dello Spirito, è necessario che le persone siano capaci di ascoltare gli altri, nel silenzio, nella profondità, nella verità e nella libertà. Lo stare insieme fra persone dovrebbe sempre avere le caratteristiche dell’ascolto e della scoperta di ciò che è più luminoso, brillante, profumato. Sarebbe bello che, quando ci si ritrova, tutti avessero la possibilità di parlare e di essere ascoltati.
Chi è più espansivo, esperto, preparato deve saper dare spazio agli altri, a tutti, ai più giovani; tutti devono potersi esprimere. La conversazione spirituale in cui tutti parlano e sono ascoltati è una scuola per non giudicare rapidamente, per non voler imporre a tutti i costi la propria idea. Ogni conversazione dovrebbe iniziare con l’invocazione dello Spirito, proseguire con l’ascolto della Parola di Dio, essere pacata, leggera, mite, buona, sottolineare ciò che hanno detto gli altri e concludersi con un rendimento di grazie a Dio. La conversazione spirituale può aiutare a scegliere attraverso il discernimento personale e comunitario”.
Non poteva mancare un capitolo dedicato a don Oreste Benzi: “Lo Spirito Santo attraverso don Oreste ha donato al mondo l’intuizione pastorale che la famiglia è il grembo originario in cui il Vangelo si incarna e può essere vissuto. Le Case-Famiglia da lui volute sono luci che brillano, illuminano la Chiesa e la società, suscitano il desiderio in altre famiglie di essere aperte, accoglienti, vere chiese domestiche, sacramenti dell’amore di Dio, scaldate dalla presenza eucaristica.
Don Oreste, e tante persone con lui, hanno risposto a una molteplicità infinita di domande di amore; i preti e i giovani sono stati le sue grandi passioni testimoniate dalla vita comune da lui vissuta con alcuni fratelli sacerdoti e dall’impegno costante con e verso i giovani, nei campi estivi ed in mille esperienze. Con i giovani e per i giovani si è speso in tutte le situazioni invitandoli ad essere santi e ad affidarsi a Gesù.
Ha seminato il Vangelo in tutti i terreni possibili: la dipendenza dalle droghe, la sofferenza del carcere, la schiavitù della prostituzione, la cura della disabilità, l’accoglienza dello straniero, l’amicizia con le persone nomadi e Rom, l’amore per la vita nascente, l’impegno per evitare ogni interruzione di gravidanza e la disponibilità ad aiutare le famiglie e ad accogliere i neonati, la gratitudine verso gli anziani, l’operatività a favore della pace, l’animazione missionaria.
La molteplicità di queste risposte e l’opera dello Spirito Santo ha fatto nascere un’associazione di laici e consacrati, ispirata alla bontà di San Giovanni XXIII che chiedeva ai giovani porte, finestre, chiese e case aperte”.
Un capitolo è dedicato alla famiglia, che Dio chiama attraverso il matrimonio: “Il matrimonio è una chiamata di Dio, nasce nella comunità cristiana. Tutti devono pregare perché i ragazzi scoprano questa vocazione. Le persone si innamorano se sentono che qualcuno le ama, si prende cura di loro.
Il sacramento del matrimonio è la presenza di Dio nella vita dei due coniugi; c’è chi dice che l’amore può spegnersi e finire, ma la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti dell’Eucarestia e della Confessione sono Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene ora e nei secoli eterni sostegni sicuri perché il fuoco dell’amore e dell’unità continuino ad ardere incessantemente”.
Un pensiero anche per le famiglie separate e divorziate: “Un caro abbraccio alle coppie separate, divorziate, risposate civilmente e ai vostri figli; la Chiesa di cui fate parte vi è vicina, prega per voi e con voi desidera cercare nuove strade di presenza nella comunità cristiana perché possiate far fruttificare il dono che ogni essere umano porta con sé; cercate un accompagnatore spirituale e cominciate a camminare secondo lo Spirito di Gesù.
In alcuni casi, dopo un percorso sempre doloroso, gli sposi hanno scoperto che alla base della loro separazione c’era una scelta non pienamente consapevole; in queste situazioni si può arrivare a una dichiarazione di nullità del matrimonio che non consiste nella cancellazione del sacramento bensì nell’affermazione che il sacramento, per vari motivi, non c’è mai stato. Oggi il percorso per la dichiarazione di nullità è più semplice di un tempo”.
Inoltre il vescovo ha sollecitato ad una presenza in politica: “L’impegno in politica è una vera e propria vocazione; gli amministratori locali hanno la possibilità di ben operare per la vita delle persone; invito giovani e adulti a rendersi disponibili ad assumere ruoli di responsabilità e coordinamento nell’associazionismo, nel volontariato, nelle organizzazioni di categoria, negli organismi di partecipazione a scuola e nelle università; servire il bene comune può essere faticoso ma dona gioia.
Anche studiare, leggere, informarsi, partecipare, andare a votare nei vari turni elettorali, cercando di sostenere le realtà e le persone che portano idee in armonia con il vangelo, sono gesti di amore per il bene comune”.
La lettera si chiude con una visione giubilare: “E’ bello che tutte le persone sappiano ascoltare le richieste di aiuto che silenziosamente ci raggiungono, che tutti sappiano dare speranza, senza giudicare, perché la persona è più grande anche delle proprie fragilità. La storia della nostra salvezza è piena di peccatori convertiti, perdonati: Mosè, il grande re Davide, San Paolo persecutore della Chiesa.
Una persona mi ha confidato che vorrebbe vivere un giubileo cantato, un inno di lode alla presenza di Dio. Le chiese aperte, abitate dal canto e dalla preghiera, anche in pausa pranzo o di sera, sarebbero un segno bello del Giubileo. Il Giubileo ha bisogno di tutti, ed in particolare, di volontari, disponibili ad accompagnare i pellegrini nella visita ai luoghi giubilari ed a proporre un cammino spirituale”.
(Foto: Diocesi di Rimini)
Una giornata per chi prega nel silenzio: l’impegno dell’Opera San Pio X per i monasteri di clausura
Oggi la Chiesa celebra la Giornata mondiale ‘Pro Orantibus’, un’occasione speciale per rivolgere il pensiero e la preghiera alle comunità di vita claustrale, custodi di una spiritualità che attraversa i secoli e che oggi affronta nuove sfide.
Tra le iniziative che rispondono a questa missione, spicca il lavoro dell’Opera San Pio X, nata a Torino settant’anni fa grazie all’intuizione del Cardinale Maurilio Fossati e al sostegno del Consiglio Centrale torinese della Società di San Vincenzo De Paoli. Fondata il 9 giugno 1954 per fronteggiare le difficoltà economiche di alcuni monasteri femminili, l’Opera continua a sostenere centinaia di comunità claustrali in Italia e nel mondo.
Attraverso una rete di solidarietà che si estende ben oltre i confini italiani, l’Opera San Pio X mantiene vivo il dialogo con circa 500 monasteri in Italia e in paesi come Brasile, Israele, Ghana e Filippine. Questo legame è alimentato dalla rivista quadrimestrale ‘Dal Silenzio, fondata nel1987,che informa non solo le monache ma anche oltre 2.000 amici e benefattori sparsi in tutta Italia.
Grazie a questo strumento, l’Opera non solo sensibilizza sul valore della vita claustrale, ma raccoglie fondi per rispondere alle richieste di aiuto delle comunità religiose. Un piccolo miracolo di solidarietà che coinvolge confratelli, benefattori e persino le stesse monache, che spesso si aiutano reciprocamente ispirate dalle pagine della rivista.
In Italia, le monache di clausura sono circa 4.500, appartenenti a ordini e comunità che custodiscono tradizioni e carismi diversi: dalle Clarisse alle Carmelitane, dalle Benedettine alle Passioniste, fino a ordini meno conosciuti come le Visitandine o le Romite. Nonostante le difficoltà, molte di queste comunità continuano a essere fari di spiritualità, accogliendo laici nelle loro foresterie e condividendo il loro carisma anche attraverso l’uso dei social media.
I monasteri, spesso scrigni di tesori artistici e architettonici, sono stati protagonisti della storia religiosa e culturale italiana. L’Opera San Pio X, con la sua sede presso la Casa della Missione di Torino, si inserisce in questa ricca tradizione. Questo luogo, un tempo monastero visitandino fondato da Santa Giovanna Francesca de Chantal, porta con sé una storia fatta di santi e beati, come il beato Marcantonio Durando e il beato Sebastiano Valfrè.
La Giornata ‘Pro Orantibus’ non è solo un momento di riflessione, ma un invito concreto a sostenere le comunità di clausura, spesso composte da religiose anziane o malate. L’Opera San Pio X rappresenta una testimonianza viva di come la solidarietà possa trasformarsi in una rete capace di sostenere chi vive nel silenzio e nella preghiera.
Inoltre in occasione dei 70 anni di vita dell’Opera è stato rinnovato il sito che ospita una sezione ad uso delle monache per le loro comunicazioni.
Dall’Assemblea sinodale una Chiesa missionaria
La prima giornata prima Assemblea sinodale della Chiesa italiana si è conclusa con l’intervento di Erica Toscani, componente della presidenza del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha meditato sul brano evangelico di Luca in cui si esaltano gli ‘occhi che vedono ciò che voi vedete’: “Beati gli occhi che vedono ciò che noi vediamo! E ciò che noi stiamo vedendo, ciò a cui stiamo prendendo parte, è il venire alla luce di un nuovo volto di Chiesa, auspicato e desiderato dal Concilio Vaticano II, di cui in questo luogo fu piantato il germe iniziale… Il nascere di un nuovo volto di Chiesa: è questo ciò che noi stiamo vedendo ed accompagnando oggi. Niente di meno!”
Camminando si impara a camminare insieme: “Tutti noi abbiamo ben presente le fatiche che questo processo di apprendimento ha comportato e comporta: la fatica, prima e primitiva, di viaggiare con compagni che ‘ci siamo ritrovati’ e che, probabilmente, in partenza non avremmo scelto; la fatica di riconoscerci reciprocamente e di far spazio al contributo di ognuno; la fatica di capire come armonizzare passi e velocità che appaiono e che rimangono diversi; la fatica di imparare ad abitare con pacatezza, ma anche con parresia e grande libertà interiore, gli ostacoli, le resistenze date da processi, strutture, prassi, mentalità, che chiedono la pazienza della goccia che scava la roccia; la frustrazione di non aver ben chiare tappe, metodi, meta e di non riuscire sempre ad immaginare i passi possibili”.
Anche la Chiesa ha cominciato a fare un cammino insieme dall’ascolto: “Il Cammino sinodale, quello italiano così come quello universale, ha preso avvio dall’ascolto: ascolto della vita delle persone, ascolto delle esperienze delle Chiese locali, ascolto della realtà e delle istanze del mondo. Ascolto certo perfettibile, ma che dice ed è già un passo concreto e fondamentale per una Chiesa che vuol essere missionaria, cioè ‘nel mondo e per il mondo’, e che dunque non può non partire dalle domande, dalle sofferenze, dalle gioie e dai desideri degli uomini e delle donne di questo tempo. E’ dalla vita reale che siamo partiti per capire, alla luce del Vangelo, dove andare; ed è alla vita reale che questo processo deve e vuole tornare”.
Ed il coinvolgimento non si può trascurare: “E’ un segno del Regno che c’è già e che viene! Ci dice che è possibile, anche se faticoso, continuare a tendere, a credere e a dar corpo a questa possibilità di camminare insieme in quell’ ‘armonia delle differenze’ che lo Spirito rende possibile, come ci ricorda papa Francesco”.
Tale coinvolgimento avviene attraverso il dialogo: “Tenere aperto il dialogo, continuare a stare seduti allo stesso tavolo attraversando gli inevitabili conflitti che emergono e mettendo in discussione le proprie certezze, senza cedere alla facile scorciatoia di far saltare il banco, è forse la più grande profezia che possiamo essere e portare al nostro tempo: un tempo in cui pare che, dinnanzi alle differenze, le uniche opzioni possibili siano l’assimilazione, la divisione o la guerra”.
Mentre la giornata odierna si è aperta con la ‘lectio divina’ di don Dionisio Candido, responsabile dell’Apostolato Biblico della CEI, che ha approfondito il racconto degli Atti degli Apostoli, in cui si racconta la Pentecoste: “Con la sua Ascensione al cielo si chiude definitivamente l’esperienza terrena di Gesù. Non bisogna più stare a guardare il cielo. I discepoli devono imparare a lasciarlo andare. Devono avere il coraggio della sua assenza… L’allontanamento di Gesù dalla vista dei discepoli, per quanto drammatico per i discepoli, è in fondo un gesto di fiducia verso di loro, chiamati adesso a vivere in autonomia e creatività la loro vita di fede”.
L’Ascensione segna un nuovo protagonismo: “D’ora in poi i discepoli dovranno riuscire a tenere pura la loro coscienza per ascoltare la voce interiore dello Spirito e dovranno assumersi la responsabilità di essere testimoni adulti e affidabili. Il libro degli Atti comincia a mettere in rilievo i primi segni di questa nuova stagione della Chiesa e dell’umanità. Tra questi primi segni c’è la comunità dei discepoli stessa, insieme variegata e unita: al suo interno gli apostoli, ma anche Maria, le donne (probabilmente le stesse che avevano seguito Gesù dalla Galilea), e altri familiari di Gesù”.
E la Chiesa inizia da una casa: “Lo strano gruppo misto e compatto insieme, dove spicca Maria, si ritrova nella stanza ‘al piano superiore’. Forse è un modo che Luca usa per indicare la stanza dell’Ultima Cena, il Cenacolo. Di certo, in Atti la nuova comunità riparte da una casa, non dal tempio. Proprio qui, l’Eucaristia, il dono che Cristo ha fatto di sé in un contesto familiare, consente a tutti di essere concordi nella preghiera. E’ la fede che unisce”.
Dopo le testimonianze delle buone pratiche la giornata si è conclusa con la recita dei vespri e la preghiera per le vittime di abusi, in cui il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, il valore del cammino insieme: “Adesso comprendiamo che il nostro camminare insieme è sempre un lasciarci attrarre da Colui che per questo è stato innalzato sulla croce, proprio per attirare i nostri desideri, muovere i passi, farci volgere lo sguardo e rendere attenti gli orecchi. Per imparare ad amare.
La Chiesa, comunità di coloro che confidano nel Signore, cammina insieme, nella ricchezza e varietà dei carismi e dei ministeri, perché Gesù Cristo ci tiene a sé come una mamma il bambino, come un padre che ci tiene per mano mentre ci insegna a camminare: con le braccia aperte, la mano salda e il sorriso sulle labbra. Guardiamo Gesù. E’ lui l’ospite dolce dell’anima, la nostra dolce memoria”.
Per questo l’arcivescovo di Cagliari ha evidenziato che non bisogna distogliere lo sguardo dalle vittime di abusi: “Il tema ‘Ritessere fiducia’ dice la necessità di non lasciar cadere alcun filo dei rapporti. Tutti i sussidi di questa Giornata sono stati redatti da vittime di abusi e da loro familiari cosicché leggere, meditare e pregare questi testi è come un cammino verso la cisterna buia e vuota in cui si sono sentiti scaraventati, soli e spogliati di tutto, ma anche verso l’aurora di speranza di un cambiamento possibile per grazia. Per-dono.
Come è ben descritto nel commento biblico offerto per l’occasione, uno strappo come l’abuso non può essere sanato da una nuova toppa ma solo da una nuova veste, da un cambiamento radicale di cultura, di metodo, di cuore, un cambiamento che richiede l’infinita pazienza del dolore espresso e ascoltato, la speranza alimentata e valorizzata, la fiducia riannodata. E tutto perdonato”.
Card. Zuppi: l’impegno della Chiesa per l’Italia
“Siete convenuti a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura, per la Prima Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia. E’ il primo appuntamento che segna il culmine del Cammino sinodale, di quella che avete definito ‘fase profetica’. In queste giornate avrete modo di confrontarvi sui Lineamenti, che già offrono una visione d’insieme sulle questioni emerse in questi tre anni di percorso”: lo ha scritto papa Francesco nel messaggio inviato ai partecipanti alla prima Assemblea sinodale della Chiesa italiana che si sta svolgendo a Roma fino a domenica.
Richiamando l’annuncio di san Giovanni XXIII per l’apertura del Concilio Vaticano II il papa ha invitato ad annunciare il Vangelo con la gioia: “Anche oggi, come allora, siamo inviati a portare il lieto annuncio con gioia! Con questa consapevolezza, vi incoraggio a percorrere la terza tappa, dedicata alla profezia. I profeti vivono nel tempo, leggendolo con lo sguardo della fede, illuminato dalla Parola di Dio. Si tratta dunque di tradurre in scelte e decisioni evangeliche quanto raccolto in questi anni. E questo lo si fa nella docilità allo Spirito”.
E’ stato un invito ad accompagnare la Chiesa in questo cammino post sinodale: “Il Cammino sinodale sviluppa anche le energie affinché la Chiesa possa compiere al meglio il suo impegno per il Paese. Gesù contemplava le folle e ne sapeva comprendere le sofferenze e le attese, il bisogno del pane per il corpo e di quello per l’anima. Così siamo chiamati a guardare alla società in cui viviamo con uno sguardo di compassione per preparare il futuro, superando atteggiamenti non evangelici, quali la mancanza di speranza, il vittimismo, la paura, le chiusure. L’orizzonte si apre davanti a voi: continuate a gettare il seme della Parola nella terra perché dia frutto”.
Mentre nel saluto ai partecipanti il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ricordato che la Chiesa è famiglia: “La Chiesa è famiglia e, se la viviamo come Gesù ci chiede, amandoci l’un l’altro, sapremo aiutare le nostre famiglie, la città degli uomini, il nostro Paese, il mondo, ad essere comunità! Fratelli tra di noi per vivere ‘fratelli tutti’ con tutti.
Sentiamo con noi le nostre Chiese e le nostre comunità, ma anche le città degli uomini, piccole e grandi, perché tutte importanti e amate da Dio. L’orizzonte non è solo il nostro Paese, ma anche l’Europa, che non dimentichiamo deve continuare, o forse riprendere, a respirare con i due polmoni, e il mondo intero. Oggi contempliamo, attraverso la nostra presenza, tutte le Chiese in Italia”.
In particolare la Chiesa si vive ogni domenica: “La viviamo ogni domenica, e in questa particolare che è dedicata ai poveri e che ci spinge a condividere il pane della terra proprio perché condividiamo quello del cielo. È il nome santo e benedetto di Gesù, che deve diventare vita nella nostra vita, che non si esibisce, ma si custodisce e si mostra mettendo in pratica la sua parola, costruendo comunità e vivendo da cristiani nel mondo”.
Per questo ha ricordato l’anniversario della pubblicazione della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’: “E’ una coincidenza con la nostra Assemblea che ci spinge a riannodare i fili di un cammino che anche per la nostra Chiesa in Italia è stato di progressiva accoglienza e di recezione della lezione conciliare… La consapevolezza del peccato, come per gli abusi che ricorderemo domani nella nostra preghiera, ci rende più umili ma anche più forti nell’essenziale, nell’amore di Dio. Ci ricorda la necessità della conversione del cuore e di comunità docili alla parola, dove vivere la radicalità del Vangelo e la bellezza dell’amore cristiano. Sentiamo tanto l’emozione e la responsabilità di questa missione, senza lamentarci del deserto, ma facendo nostra la sete di Dio e di speranza”.
Inoltre ha richiamato il clima conflittuale in atto: “I combattimenti appaiono lontani dai nostri Paesi ma il clima conflittuale non è lontano. Questo clima si riflette sulla società italiana: la spietata avanzata del numero dei femminicidi, la crescita della violenza tra i giovani, l’inasprirsi del linguaggio sempre più segnato dall’odio, i casi di antisemitismo, che non possiamo tollerare, sono come semi che da sempre il male getta nei cuori e nelle relazioni delle persone e contaminano i cuori e i linguaggi”.
E’ stato un richiamo alla crisi delle nascite: “Il nostro Paese soffre di denatalità, che ha raggiunto livelli preoccupanti. Eppure, tutti sappiamo che non basta combattere la denatalità senza una cultura della speranza nel futuro e senza preoccuparci di evitare l’emorragia di giovani dal nostro Paese e dalle aree interne. Il futuro dipende dalle politiche in favore della natalità, ma anche da politiche della casa, da politiche attive del lavoro e da autentiche politiche di integrazione dei migranti: tutti questi aspetti insieme saranno in grado di generare un’alba nuova all’orizzonte”.
Ed infine ha chiesto ‘nuova passione’ nell’annuncio del Vangelo: “Una nuova passione per il mondo deve percorrere le vene delle nostre comunità. E’ un tempo favorevole per la Chiesa, per la comunicazione del Vangelo, per l’accoglienza dei soli e di chi non sa dove andare. Folle intere aspettano consolazione e speranza, anche se non faranno parte dei discepoli. Tutti, tutti, tutti sono affidati alle nostre cure. Gesù scelse i discepoli per rispondere a questi ‘tutti’, perché la folla diventi famiglia… Il mondo è un ospedale da campo materiale e spirituale e possiamo riconoscere la distanza da colmare tra la vita e le proposte delle nostre comunità e l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi”.
Nella relazione principale il vescovo di Modena – Nonantola, mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del cammino sinodale, ha raccontato la bellezza del cammino sinodale secondo uno stile missionario: “Comunità di discepoli missionari: è una meta, certo, ma è anche una bella realtà. Ciascuno di noi conosce ‘santi della porta accanto’ che senza clamore, e magari nel chiuso di un appartamento urbano o nell’isolamento di una casa di campagna o di montagna, portano avanti nel quotidiano la loro testimonianza umana e cristiana; ce ne sono tanti, forse più di quelli che si immaginano; e non sono rilevanti nelle statistiche religiose… Eppure la comunità cristiana si nutre di gesti quotidiani e spesso nascosti, che hanno a che vedere più con le relazioni che con l’organizzazione, più con l’ascolto e l’accoglienza che con gli eventi di massa”.
Quindi ha sottolineato la ‘missione profetica’ della Chiesa: “La nostra missione profetica, dunque, è incisa in questo noto versetto della prima Lettera di Pietro: ‘(siate) sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’. Prima occorre piantare la speranza ‘in noi’, testimoniandola con la vita; poi, se richiesti (‘pronti a rispondere’), saperne formulare le ragioni”.
E’ stato un invito a proseguire in questo cammino che la Chiesa ha intrapreso: “Non perdiamo di vista che lo scopo non è tanto di produrre altra carta (per quanto sarà necessario anche questo) ma proseguire nell’esperienza di uno stile, quello sinodale, che già sta diventando prassi nelle nostre Chiese e che ora domanda di potersi consolidare e disporre di strumenti perché diventi anche fatto strutturale.
In quest’opera, affidandoci allo Spirito del Padre, sperimenteremo una volta di più che ‘di lui’, di Cristo risorto, siamo testimoni: e che questa testimonianza, se fedele a lui e al suo Vangelo, umanizza noi stessi e il mondo”.
(Foto: Cei)




























