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La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito
“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.
Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.
La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?
“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.
Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.
Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?
La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.
Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.
Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?
“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.
Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.
Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei’ invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?
“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.
La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.
Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?
Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.
L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.
La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.
(Tratto da Aci Stampa)
In dialogo con p. Gaffurini: il segno di speranza del Natale in Terra Santa
“Nel 2011 festeggiavo 35 anni di vita monastica concludendo il mio servizio di priore dell’abbazia cistercense di Fiastra e dopo tanti anni ininterrotti di ‘lavori’ i miei superiori mi consigliarono di prendere un tempo sabbatico chiedendomi dove lo volevo trascorrere. Non sapendo dove andare mi è venuto in modo spontaneo la richiesta di trascorrerlo a Gerusalemme, dove ho vissuto un mese. Per noi cristiani il cuore di Gerusalemme è la basilica del Santo Sepolcro, dove ogni giorno si fa memoria del mistero pasquale di Gesù.
Lì ho aiutato i francescani, che ogni pomeriggio ricordano la passione, morte e resurrezione di Gesù, nel canto e nella preghiera; poi sono stato invitato da loro a trascorrere alcune notti di preghiera, perché con tutte le comunità cristiane in Terra Santa si alzano nella notte per un’ora di preghiera. In una di quelle notti che ho avuto la grazia di passare nell’edicola del Santo Sepolcro ho avvertito un invito dal Signore di poter restare in questo luogo particolarmente ricco di grazia. Rientrato al monastero dell’Abbadia di Fiastra ho fatto presente ai superiori il dono di questa Grazia.
Così dopo il mese sabbatico mi hanno concesso un anno sabbatico; però l’affezione al Santo Sepolcro è cresciuta, trasformandosi in un torrente di grazia, ed al termine di questo anno sabbatico mi sono iscritto, sempre con il consenso dei superiori, al corso di ebraico biblico della facoltà di lingue dell’Ordine dei francescani, solo per continuare il mio servizio al Santo Sepolcro.
Nel frattempo il priore generale dei cistercensi venne a Gerusalemme per constatare la mia frequenza effettiva al corso, assecondando il mio desiderio di prolungare la permanenza al Santo Sepolcro. L’anno successivo è ritornato concedendomi la facoltà di passare ad un altro Ordine, dopo averne parlato con il capitolo cistercense, in quanto chi presta servizio in Terra Santa sono i frati minori francescani. Così dopo un tempo di discernimento sono diventato un frate minore francescano”.
Così inizia il racconto di p. Giuseppe Maria Gaffurini, frate dell’Ordine Francescano Minore della Custodia di Terra Santa e presidente della comunità francescana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, incontrato di passaggio all’Abbadia di Fiastra di Tolentino, dopo un convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi a Roma per parlare ai tour operator in vista della ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa, il cui primo si svolge fino al 2 gennaio: “Possiamo dire che Gerusalemme, essendo città santa, è estremamente salvaguardata dalle conseguenze di questa ennesima guerra. Godiamo di una certa sicurezza. Il nostro convento si trova nella Gerusalemme vecchia ed è adiacente alla spianata delle moschee e vicina al muro occidentale. Evidentemente, trovandoci nel luogo più sacro di Gerusalemme sia per i musulmani che per gli ebrei, il luogo è molto sicuro, molto protetto”.
Ecco, allora, come si vive a Gerusalemme?
“Il nostro patriarca, card. Pizzaballa, prendendo spunto da un’espressione di papa Francesco (‘disarmare le parole’) ripresa anche da papa Leone XIV, ci invita in questo momento a non sottolineare più tutto il male che c’è stato e che ancora in qualche modo continuerà. Piuttosto ci invita a sottolineare i piccoli germogli di bene e di pace, affinchè crescano. Quindi è un invito a focalizzare la nostra attenzione sui pochi germogli di bene che si iniziano ad intravedere”.
‘E’ un kairós, un’opportunità. Non so se segnerà la fine della guerra, ma è stato un punto di svolta. Può essere l’inizio di qualcosa di nuovo, un’opportunità che ci è stata data’, affermava alcune settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa con un invito a non abbandonare la Terra Santa. Per quale motivo invita i giovani a non abbandonare la Terra Santa?
“Il patriarca fa di tutto perché le famiglie cristiane rimangano in Terra Santa: sarebbe veramente doloroso che nel luogo dove è nato il cristianesimo, esso possa scomparire. Quindi si sta prodigando con la pastorale e la solidarietà intensa per riuscire a convincere le famiglie cristiane a restare. Sollecita la carità della Chiesa di tutto il mondo per far sì che queste famiglie possano avere una vita dignitosa”.
Nell’omelia della terza domenica di Avvento sempre il card, Pizzaballa ha invitato a mettersi in ascolto della Parola di Dio: ‘Bisogna mettersi in ascolto delle Scritture per comprendere lo stile dell’agire di Dio, il suo modo di amare. Infatti, le parole con cui Gesù rinvia alle opere sono le parole del profeta Isaia sull’attività del Servo di Dio. Così e non in altro modo viene l’atteso e in lui viene Dio agli uomini’. In quale modo i cristiani si sono preparati al Natale in Terra Santa?
“Dopo due anni, durante i quali le luci del Natale sono state spente per volere di tutti i cittadini di Betlemme e per iniziativa del cardinale dello scorso anno, è stato finalmente riacceso nella piazza principale l’albero, rifatto il presepio ed illuminata la stella, mentre le strade della città si sono riempite di luci per accogliere i pellegrini che sono venuti a celebrare il Natale con noi a Betlemme: sembra proprio che Gesù sia nato a Betlemme”.
Quindi si sta ritornando ad una vita ‘normale’?
“Sembra che gli alberghi, che non hanno chiuso in questi due anni di guerra, di Betlemme siano tutti prenotati. Tuttavia rispetto allo scorso anno sembra che si possa affermare che si sta girando pagina”.
Si apre uno spiraglio di pace?
“Non vorremmo esagerare. Potremmo usare l’immagine di Gesù Bambino: per il momento è proprio in fasce, ma ci auguriamo che dalla nascita del Bambino Gesù possa crescere un cammino di pace”.
A proposito del Natale, l’immagine dei Re Magi che adorano Gesù Bambino potrebbe essere un segno di speranza?
“Certamente i Re Magi che indicano l’universalità della terra che riconosce nel Bambino nato a Betlemme, il Messia tanto atteso potrebbe indicare la strada ai cristiani di tutta la Chiesa per ritornare a Betlemme”.
(Foto: sbf.custodia)
Papa Leone XIV: la giustizia di Dio difende il povero
“Come dicevo poco fa commentando il Vangelo, anche oggi, in diverse parti del mondo, i cristiani subiscono discriminazioni e persecuzioni. Penso, in particolare, a Bangladesh, Nigeria, Mozambico, Sudan e altri Paesi, dai quali giungono spesso notizie di attacchi a comunità e luoghi di culto. Dio è Padre misericordioso e vuole la pace tra tutti i suoi figli! Accompagno nella preghiera le famiglie in Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove in questi giorni c’è stato un massacro di civili, almeno venti vittime di un attacco terroristico. Preghiamo che cessi ogni violenza e i credenti collaborino per il bene comune”: al termine della recita dell’Angelus e prima di pranzare con 1300 poveri papa Leone XIV ha ricordato le persecuzioni contro i cristiani ed i massacri compiuti contro i civili.
Ma non ha taciuto sugli attacchi contro i civili in Ucraina: “Seguo con dolore le notizie degli attacchi che continuano a colpire numerose città ucraine, compresa Kyiv. Essi causano vittime e feriti, tra cui anche bambini, e ingenti danni alle infrastrutture civili, lasciando le famiglie senza casa mentre il freddo avanza. Assicuro la mia vicinanza alla popolazione così duramente provata. Non possiamo abituarci alla guerra e alla distruzione! Preghiamo insieme per una pace giusta e stabile nella martoriata Ucraina”.
E prima del pranzo ha ringraziato la Società di San Vincenzo de’ Paoli per il pranzo offerto: “Questo pranzo che adesso riceviamo è offerto, dalla Provvidenza e dalla grande generosità della Comunità di San Vincenzo, i Vincenziani che vogliamo ringraziare. E poi è un anniversario: sono 400 anni dalla nascita del loro fondatore. Loro ci accompagneranno servendo al tavolo. Tanti auguri a tutti voi, i sacerdoti, le religiose, i laici volontari che lavorano in tutto il mondo aiutando tante persone povere e persone che vivono diverse necessità. Siamo davvero, davvero pieni di questo spirito di ringraziamento, di gratitudine in questa giornata”.
Mentre nella celebrazione eucaristica ha sottolineato il valore degli ‘ultimi tempi’: “Esso viene descritto come il tempo di Dio, in cui, come un’alba che fa sorgere un sole di giustizia, le speranze dei poveri e degli umili riceveranno dal Signore una risposta ultima e definitiva e verrà sradicata, bruciata come paglia, l’opera degli empi e della loro ingiustizia, soprattutto a danno degli indifesi e dei poveri”.
Ultimi tempi che rimandano alla giustizia: “Questo sole di giustizia che sorge, come sappiamo, è Gesù stesso. Il giorno del Signore, infatti, è non solo il giorno ultimo della storia, ma è il Regno che si fa vicino a ogni uomo nel Figlio di Dio che viene. Nel Vangelo, usando il linguaggio apocalittico tipico del suo tempo, Gesù annuncia e inaugura questo Regno: Lui stesso infatti è la signoria di Dio che si rende presente e si fa spazio negli accadimenti drammatici della storia”.
Una giustizia di Dio sempre vicina ai poveri ed agli oppressi: “E, dove sembrano esaurirsi tutte le speranze umane, si fa ancora più salda l’unica certezza, più stabile del cielo e della terra, che il Signore non farà perire neanche uno dei capelli del nostro capo.
Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come Colui che prende posizione per noi. Tutta la Scrittura è attraversata da questo filo rosso che narra un Dio che è sempre dalla parte del più piccolo, dalla parte dell’orfano, dello straniero e della vedova. E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge il vertice dell’amore: per questo la presenza e la parola di Cristo diventa giubilo e giubileo per i più poveri, essendo Egli venuto per annunciare ai poveri il lieto annuncio e predicare l’anno di grazia del Signore”.
E le povertà sono molte: “Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. Ed il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine.
Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio”.
Una povertà che interpella tutti: “La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino”.
Per questo ha ringraziato tutto i volontari e gli operatori: “Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica
Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica”.
E’ stato un invito all’impegno: “Impegniamoci tutti. Come scrive l’Apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica, nell’attesa del ritorno glorioso del Signore non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi e in un intimismo religioso che si traduce nel disimpegno nei confronti degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. E’ sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino”.
Infine l’invito ad essere ispirati dalla testimonianza dei Santi, citando san Benedetto Giuseppe Labre: In questo Giubileo dei poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei Santi e delle Sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione. In particolare, vorrei riproporre la figura di san Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di ‘vagabondo di Dio’ ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto. La Vergine Maria, che nel Magnificat continua a ricordarci le scelte di Dio e si fa voce di chi non ha voce, ci aiuti ad entrare nella nuova logica del Regno, perché nella nostra vita di cristiani sia sempre presente l’amore di Dio che accoglie, perdona, fascia le ferite, consola e risana”.
(Foto: Santa Sede)
Missionari di sinodalità in Rwanda
Una cinquantina di delegati (vescovi, presbiteri, religiosi e religiose, laici e laiche) provenienti da tutte le diocesi del Ruanda si sono incontrati dal 2 al 6 marzo a Mbare per riflettere insieme sul tema ‘come possiamo divenire sempre più Chiesa sinodale in missione in Ruanda a partire dagli orientamenti proposti dal percorso sinodale?’
Accogliendo l’invito di papa Francesco, mons. Edouard Sinayobye, vescovo di Cyangugu e membro dell’Assemblea, ha organizzato questa “scuola di sinodalità” affinché i partecipanti potessero approfondire, a partire dal Documento finale, alcuni temi chiave emersi nel processo sinodale e sperimentare lo stile sinodale dell’ascolto e del discernimento anche attraverso ampi spazi dedicati alla Lectio Divina:
“Il processo sinodale nelle nostre diocesi è stato accolto e vissuto come un kairos, un tempo di grazia e di rinnovamento. La Chiesa di Cristo che è in Rwanda ha sete di comunione e unità, e desidera davvero camminare insieme, prendendosi cura di tutti. Insieme ai miei fratelli vescovi abbiamo convocato questa assemblea per formare veri e propri ‘missionari della sinodalità’ nelle nostre comunità cristiane, e perché questo cammino condiviso diventi uno stile di vita ecclesiale.
Questa sessione è già stata essa stessa un’autentica esperienza sinodale: un tempo di ascolto reciproco e di discernimento comunitario per comprendere, alla luce degli orientamenti del Documento finale del Sinodo, dove lo Spirito Santo sta conducendo la Chiesa in Rwanda”.
L’incontro, promosso dalla Conferenza episcopale rwandese, ha visto la partecipazione di p. Giacomo Costa, SJ, Consultore della Segreteria Generale del Sinodo, che ha facilitato i lavori e offerto alcuni interventi volti a formare i partecipanti a uno stile sinodale:
“Consapevoli che la fase dell’attuazione del Sinodo deve fondarsi su quanto è già stato vissuto, valorizzando i frutti emersi, i lavori sono iniziati ripercorrendo il cammino sinodale svolto fino a oggi. Ho potuto così apprezzare l’enorme lavoro svolto nella fase di ascolto dalle équipe sinodali diocesane del Ruanda, che si sono impegnate a coinvolgere tutti, anche le persone più lontane dalle comunità. Il loro ruolo è stato fondamentale e continuerà a esserlo anche in questa fase del cammino sinodale.
Molti hanno condiviso le numerose attese da parte dei fedeli che hanno partecipato attivamente alla fase dell’ascolto e che attendono risposte. In questo senso, nel corso dei lavori è emerso chiaramente come il cuore del processo di attuazione non si limiti semplicemente alla trasmissione dei contenuti di un documento o nel fornire soluzioni da applicare, ma piuttosto nell’entrare in un’esperienza viva, capace di far percepire la bellezza del camminare insieme e la forza trasformante dell’ascolto reciproco. Si tratta innanzitutto di renderci consapevoli che ogni battezzato è responsabile della missione della Chiesa”.
In un messaggio indirizzato ai partecipanti, il cardinale Mario Grech ha ricordato come “il Sinodo sulla sinodalità non è concluso, anzi per molti aspetti è proprio adesso che sta prendendo avvio la sua fase principale”. Il Documento finale “è stato consegnato – o, in un certo senso, restituito – a tutte le Chiese locali, proprio per poter orientare la terza fase, quella dell’implementazione o della recezione”.
Infatti, per il Segretario Generale della Segreteria Generale del Sinodo, “nessun documento e nessuna riforma, in realtà, possono essere veramente incisivi se non entrano nel vivo del cammino delle Chiese, tra loro così diverse per storia, cultura, tradizioni, potenzialità e sfide. Il cammino della recezione è così, inevitabilmente, un cammino di inculturazione, tema sul quale le Chiese d’Africa sono da sempre all’avanguardia”.
Infine, plaudendo il carattere ‘autenticamente ecclesiale’ dell’iniziativa dei vescovi ruandesi, il cardinale Grech ha ricordato come “la sinodalità, prima che dottrina, è stile, mentalità, cultura: uno stile di Chiesa in cui lo stesso ministero episcopale, pur nella sua centralità insostituibile, si comprende e si esercita ‘insieme’ agli innumerevoli ministeri e carismi che Dio elargisce alla sua Chiesa per l’evangelizzazione del mondo”.
Quella della Conferenza episcopale ruandese è una delle numerose iniziative messe in campo a vari livelli da Chiese locali o organismi ecclesiali. Alcune di queste sono presentate sul sito: synodresources.org.
(Foto: Risorse Sinodo)
In cammino verso il Giubileo: la Chiesa ‘pellegrina e testimone di speranza’
“Nel segno della speranza l’apostolo Paolo infonde coraggio alla comunità cristiana di Roma. La speranza è anche il messaggio centrale del prossimo Giubileo, che secondo antica tradizione il Papa indice ogni venticinque anni. Penso a tutti i pellegrini di speranza che giungeranno a Roma per vivere l’Anno Santo e a quanti, non potendo raggiungere la città degli apostoli Pietro e Paolo, lo celebreranno nelle Chiese particolari… Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé”.
Giovedì 9 maggio nella basilica di san Pietro è stata consegnata da ‘papa Francesco la Bolla di indizione del prossimo anno giubilare ‘Spes non confundit’, in cui la Chiesa è chiamata ‘continuamente ad annunciare sempre, ovunque e a tutti Cristo nostra speranza’, ha chiosato il francescano p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia all’Istituto Teologico di Assisi ed alla Pontificia Università Antonianum di Roma, nonché assistente alla facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense di Roma: per quale motivo la Chiesa è ‘pellegrina e testimone di speranza’?
“La Chiesa, in ascolto dei segni dei tempi, è chiamata a vivere da ‘pellegrina’ nella sua dimensione autenticamente dinamica per ricordare all’uomo contemporaneo che tutti sono in ‘cammino verso il Regno’. Il Giubileo del 2025 è una grande opportunità per tutto il Popolo di Dio per ‘rianimare’ la speranza e attraverso parole, gesti e appelli, ricordare che la ‘speranza non delude’ (Rm 5,5). La Chiesa, ‘pellegrina e forestiera’, interpella il mondo circa la bontà della creazione nell’ottica della redenzione”.
Perché la Chiesa proclama un Giubileo?
“Nel 1300 Papa Bonifacio VIII, con la Bolla Antiquorum habet, istituisce il grande Giubileo come opportunità di perdono e misericordia, concedendo l’indulgenza. E’ un kairos, un’opportunità di grande rinnovamento per tutti i cristiani che, mettendosi in cammino ‘verso Roma’, desiderano ripartire dalla ‘radice comune’, che è il Battesimo, per vivere pienamente da discepoli-missionari. La Chiesa, nell’anno giubilare, offre particolari occasioni per esprimere la prossimità e vicinanza, soprattutto in quelle situazioni ancora controverse della storia, segnate tanto spesso ancora da venti di guerra e di odio. Il Giubileo del prossimo anno è davvero l’occasione per ‘ripartire da Cristo’, vero Dio e vero uomo e unico Salvatore dell’umanità”.
In quale modo vivere questo anno pre-giubilare come ‘una grande sinfonia di preghiera’?
“In ascolto delle indicazioni di Papa Francesco, la Chiesa si sta preparando a questo evento riscoprendo la centralità della preghiera quale dato fondante dell’esistenza cristiana, vissuta nella dimensione ecclesiale, come opportunità di supplica e di intercessione per le situazioni della globalità. Davvero il Popolo di Dio è chiamato a ‘farsi voce’ di un’esistenza nuova che rinnova la società dall’interno, prestando una particolare attenzione alla voce degli ‘scartati’ che si trovano nelle periferie esistenziali delle nostre città. Quindi quest’anno può essere considerato come una grande ‘maratona spirituale’ per allenare il passo, anche attraverso la Scuola di preghiera, al cammino dell’Anno giubilare”.
Come è possibile essere ‘strumento di unità nell’armonia delle diversità’?
“San Paolo, nei suoi scritti, ha utilizzato l’immagine del ‘Corpo di Cristo’, quale principale immagine ecclesiologica, che ha caratterizzato e segnato l’intera riflessione teologica. Il principio della diversità nella riflessione antropologica è sempre stato considerato come ricchezza e ‘valore aggiunto’; nella dinamica ecclesiale, il tema dell’armonia non è questione di uniformità, ma realtà di accoglienza e inclusione. Il Giubileo del 2025, che cade anche nel 1700 anniversario del Concilio ecumenico di Nicea, vuole diventare un’opportunità anche per la Chiesa di ‘camminare insieme’ con chi professa la stessa fede, nell’accoglienza, nel dialogo, nella reciprocità e nella ricerca del bene comune in ottica universale”.
In quale modo il cammino giubilare può aiutare a progredire nella missione di portare a tutti il Vangelo?
“Nella riflessione in merito agli eventi giubilari, la Chiesa innanzitutto è chiamata ad avere come priorità l’annuncio del Vangelo, che inserisce ogni uomo in un cammino di permanente conversione e riconciliazione con Dio, con il prossimo e con il creato. Il tema del Giubileo, ‘Pellegrini di speranza’, vuole offrire un orientamento chiaro alle molteplici iniziative affinché siano un’opportunità di evangelizzazione per tutta la Chiesa, attenta al dialogo con il mondo contemporaneo.
Come afferma papa Francesco, nella Bolla di indizione, ‘La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (2Pt 3,13)’, dove abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘Dall’amore in poi’: nuovo singolo del Kantiere Kairòs feat. Reale
Fuori su tutte le piattaforme digitali “Dall’amore in poi”, il nuovo singolo del Kantiere Kairòs, pop-rock band di musica cristiana, con la partecipazione dei Reale. Prodotto dalla band ed edito dalla casa discografica La Gloria, il brano è una rivisitazione in chiave rock dell’inno alla carità scritto dall’apostolo san Paolo e riportato al capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi.
‘Kantiere Kairos’: cantiamo musica cristiana perché abbiamo incontrato Gesù
Promuovere la bellezza della musica cristiana come via per arrivare a Gesù Cristo: con questo obiettivo è nato ad Assisi il ‘Worship Music Festival con Francesco e Carlo Acutis’: tre intense giornate di festa tra musica e preghiera alla Pro Civitate Christiana di Assisi, al teatro Lyrick e al Santuario della Spogliazione.
Dall’Azione Cattolica Ragazzi un invito a compiere ‘passaggi’
Fine settimana dell’Immacolata di festa e di gioia al convegno nazionale degli educatori Acr ‘Passare per crescere’, con centinaia di educatori, perché ‘educare non è questione di tecnica, ma capacità di essere appassionati, disponibili ad offrire ciò che siamo; a partire dai nostri talenti, che diventano luminosi nella misura in cui li offriamo agli altri’, come ha detto il presidente nazionale di Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano, che ha aperto i lavori.
Quaresima: tempo propizio per seminare
Con il Mercoledì delle Ceneri inizia il tempo della Quaresima, che è un invito ad intraprendere un cammino di conversione, che si conclude con la Pasqua di Resurrezione. In questo tempo papa Francesco invita a non stancarsi di operare il bene, riprendendo una frase di san Paolo ai Galati (‘Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione (kairós), operiamo il bene verso tutti’):
Il patriarca Pizzaballa augura un anno di ‘ripresa’
Da Gerusalemme il patriarca Pizzaballa ha augurato un buon anno, nonostante la pandemia e la situazione politica del Medio Oriente: “Mi riferisco alla fatica e all’instabilità che la pandemia ci ha trasmesso, e che ha reso difficoltoso l’anno scolastico per gli studenti e di conseguenza anche per le famiglie, creando inoltre non pochi problemi nel mondo del lavoro e in altri contesti. Penso inoltre alla nostra situazione politica, sempre in mutamento, ma anche sempre uguale, dove non si intravedono soluzioni reali e strutturali ai problemi esistenti. Ne è prova l’ennesima guerra di Gaza, che ha lasciato le cose esattamente come stavano, solo con altra maggiore violenza”.




























