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L’educazione non è copiatura
“I recenti fatti di cronaca, tra cui la grave aggressione avvenuta in una scuola italiana, dove una docente è stata accoltellata da un proprio studente, hanno scosso profondamente il mondo della scuola e l’opinione pubblica. Si tratta di episodi che generano turbamento, preoccupazione e un senso di vulnerabilità diffuso tra chi ogni giorno abita la scuola come luogo educativo. Questo turbamento è comprensibile e legittimo. Allo stesso tempo, è importante che non si trasformi in demoralizzazione o in una percezione di impotenza”: questo è l’inizio di una lettera ‘aperta’ scritta dal Centro Psico-Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, fondato dal prof. Daniele Novara, all’indomani dell’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi da parte di uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore.
La lettera è un invito a leggere attentamente la realtà in cui i ragazzi crescono senza sottovalutare le responsabilità individuali: “Sempre più frequentemente, infatti, ci si trova di fronte a ragazzi e ragazze che faticano a stare dentro le contraddizioni dell’esperienza umana: faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite, a riconoscere ed attraversare il conflitto senza esserne travolti. Eppure, è proprio nella capacità di stare dentro queste tensioni, nelle inevitabili conflittualità e contraddittorietà della vita, che si costruisce una competenza fondamentale per la crescita.
In questo senso, il compito educativo della scuola si conferma oggi più che mai centrale: non solo trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per imparare a gestire il conflitto, riconoscerlo e attraversarlo in modo costruttivo”.
Per il pedagogista Daniele Novara, docente del master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano ed autore dei libri ‘Non sarò la tua copia’ ed ‘Il papà peluche non serve a nulla’, è importante esplorare il ‘copione educativo’, consistente in un’impronta che è stata lasciata dai genitori e che segna la ‘forma’ che avremo da grandi, diventando un modo di vivere e di rapportarci alla vita..
Ma chi sono questi ‘padri peluche’?
“Siamo di fronte a una progressiva contrazione delle funzioni paterne come se questa figura non trovasse più una propria collocazione e una propria modalità. I nuovi padri, frutto dell’epoca narcisistica in cui siamo inderogabilmente immersi, sembrano dover espiare le colpe dei progenitori maschi, in una sorta di condanna senza fine che spesso li costringe in una posizione di marginalità rispetto ai figli e alle figlie. Dopo il periodo del ‘padre padrone’ ora non riescono a trovare una loro collocazione. Nel frattempo le madri non si fidano dei padri dei loro figli e quindi permangono anche nella fase dell’adolescenza quando dovrebbero essere i papà in prima linea”.
Perché si tende a ‘copiare’ nell’educazione dei figli?
“Il passaggio dall’essere figli a diventare genitori ci costringe in qualche modo a vedere la realtà da un altro punto di vista. Non siamo più quelli che ricevono l’educazione, ma coloro che la impartiscono. Un progetto non privo di insidie. Uno dei rischi principali è rappresentato dal ripetere l’educazione ricevuta oppure dal voler fare a tutti i costi l’opposto dei propri genitori.
I copioni educativi che ci vengono cuciti addosso sono rielaborati prevalentemente in tre modi: ‘passivo’, con un atteggiamento fatalistico e ripetitivo; ‘speculare’, facendo il contrario dell’educazione ricevuta; ‘consapevole’, l’educazione ricevuta viene utilizzata al meglio attuando cambiamenti dove necessario. Diventare genitori rappresenta un’occasione straordinaria per occuparsi non solo dei figli ma anche di sé stessi e attivare processi di crescita personale che altrimenti sarebbe difficile mettere in campo”.
Come è possibile superare l’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta è una pelle che abitiamo, che ci capita addosso senza che ce ne accorgiamo veramente. Un tessuto senza forma che ci viene consegnato per la nostra crescita. Sta a ciascuno di noi decidere cosa fare con quel tessuto e quindi superare l’educazione ricevuta. Occorre individuare l’impalcatura della nostra crescita educativa, quali sono i ponteggi che la tengono in piedi e la rendono quella che è. Solo in questo modo si può affrancarsi dalla dipendenza infantile e smettere di esserne ostaggio”.
Nel testo scrive che ‘il riconoscimento da parte delle madri della figura del padre è una responsabilità anche delle mamme, nel non riconoscere la figura del papà’: è vero nella realtà?
“E’ giustificabile l’atteggiamento delle mamme, ma si potrebbe anche dire che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Prendiamo gli ultimi casi di cronaca sui ragazzi con i coltelli: il padre è fondamentale in adolescenza per riuscire a gestire il senso del limite in maniera educativa. Molti di questi giovani che vanno in giro con un’arma bianca neanche lo vedono il padre: non c’è. Sono in casa con le mamme, punto e basta. Penso anche all’autolesionismo che dal punto di vista dei numeri è ben più significativo che non la violenza sugli altri”.
Per quale motivo gli adulti sono ‘influenzati’ dall’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta fa parte di noi, è qualcosa con cui siamo stati cresciuti. Può essere intenzionale o esplicita, come quella scolastica o religiosa, oppure subliminale o implicita, un sistema inconscio di comunicazioni educative che agisce nelle relazioni intergenerazionali. Risulta inevitabile che influenzi la nostra vita adulta. Ricordiamo che l’educazione ricevuta avviene nel momento dell’infanzia, quel periodo in cui la dipendenza dall’adulto, in particolare dai genitori, è totale. Difficile sottrarsi”.
L’educazione dei ragazzi è tutta ‘colpa’ della famiglia?
“Direi solo in parte. Il ruolo principale è certamente affidato alla famiglia, ma sono convinto della necessità di creare una ‘comunità educante’ formata da tutte le persone che vivono in un territorio e che hanno il compito di accompagnare nella crescita le generazioni più giovani. Tutti coloro che si relazionano con bambini e ragazzi, futuri protagonisti della società, ne sono potenziali attori. I soggetti della comunità educante presentano precise competenze: sapersi ascoltare reciprocamente, cogliere i bisogni di coloro che sono più deboli, imparare a sostenere percorsi per favorire la condivisione, il confronto, la progettualità, la sicurezza e la vita in comune”.
E’ possibile gestire il conflitto?
“Assolutamente, il conflitto può essere gestito bene oppure male. Anni fa condussi con i miei collaboratori una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. La prima rappresenta l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta più come una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza. Il ‘carente conflittuale’ non è un litigioso, ma un intollerante al litigio, totalmente incapace di gestirlo. Il ‘competente conflittuale’ possiede invece la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita”.
Per quale motivo in una coppia è pericoloso ignorare l’infanzia uno dell’altro?
“E’ un attentato alla coppia, prima ancora che all’alleanza educativa dei due genitori. Tanti genitori mi dicono ‘preferisco educarlo io mio figlio, perché lui/lei ha avuto dei genitori pessimi’. Ma ti accorgi solo adesso che lui/lei ha avuto genitori pessimi e che la sua educazione per te ora pesa al punto che non gli consenti di toccare i tuoi figli, che sono anche suoi? Questo è un problema basilare di cui non si parla mai: se si decide di mettere al mondo figli, l’alleanza la si fa nella coppia.
Purtroppo tanti genitori mantengono l’alleanza originaria coi propri genitori invece che con il proprio partner e questo crea delle discussioni enormi. Quando si diventa genitori si passa da una dimensione di cura della propria infanzia nella coppia ad una dimensione di cura dei figli che vivono l’infanzia: quando questo avviene è un processo meraviglioso ed anche creativo, perché offriamo ai figli una possibilità in parte già liberata dalle catene più o meno negative che ci portiamo dietro”.
Quale copione educativo pesa di più: quello della madre o del padre?
“Pesa maggiormente il copione della madre: in assoluto non c’è partita. Ho parlato molte volte della profonda crisi dei maschi, oggi, in educazione. I padri devono essere sostenuti e incoraggiati. E’ un compito comune quello di liberarci dal patriarcato, ma non ci si libera del patriarcato trasformando il padre dei tuoi figli in un papà peluche”.
Un’altra componente educativa è la scuola, che sta diventando sempre più competizione: però se ‘la scuola non è una gara’, cos’è?
“La scuola appare ancora oggi fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici; una scuola fatta di metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Occorre uscire dall’equivoco della scuola come una competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo e cominciare a considerarla il luogo eletto dell’apprendimento, dove gli studenti sono protagonisti e non antagonisti, dove imparano gli uni dagli altri e dove l’errore e i tentativi compiuti hanno una valenza evolutiva”.
Allora in questo processo di cambiamento la scuola può essere utile?
“Oggi non ci sono le condizioni. Gli insegnanti non vengono selezionati sulla base di una competenza professionale pedagogica. Inoltre, soprattutto all’infanzia ed alla primaria continua a prevalere la figura femminile: i bambini sono immersi in un mondo totalmente maternale con una riduzione anche della tensione a fare da soli, a vivere avventure, esperienze e quant’altro. Siamo arrivati a proporre i metal detector agli ingressi degli istituti: è il tracollo della scuola come ambiente dove anzitutto si impara a vivere”.
(Tratto da Aci Stampa)
FIAGOP: maggiori tutele e legge 104 ai genitori di bambini malati di cancro
| Maggiori tutele sul lavoro per i genitori che devono accudire i figli malati di cancro, con l’estensione dei benefici della Legge 104 a tutte le categorie di lavoratori, incluse le partite Iva. E’ quanto chiede la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP), in vista della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, istituita per il 15 febbraio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei tumori infantili e di esprimere sostegno ai minori malati di cancro e alle loro famiglie. Per questo appuntamento, FIAGOP ha organizzato a Roma un convegno sul tema ‘Il Diritto di Guarire. Un percorso di guarigione che integra diritti, cura e ricerca: dal reinserimento sociale dei guariti alla tutela dei caregiver’, che si svolgerà martedì 17 febbraio presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. Al convegno interverranno esponenti politici, medici ed esperti, oltre a rappresentanti delle 32 associazioni in tutta Italia federate con la stessa FIAGOP. Nell’occasione, saranno anche presentate una serie di richieste al governo messe a punto da FIAGOP insieme con l’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica (AIEOP), a partire dall’urgenza di un supporto economico ai genitori di bambini e adolescenti malati di tumore e dall’istituzione di un fondo specifico per la ricerca scientifica in ambito oncologia pediatrica. “FIAGOP aderisce anche quest’anno alla Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile in qualità di membro della Childhood Cancer International (CCI), promuovendo una mobilitazione nazionale che coinvolga tutte le associazioni federate in iniziative di sensibilizzazione, solidarietà e partecipazione attiva”, ha dichiarato il presidente di FIAGOP, Sergio Aglietti. “Il convegno che abbiamo organizzato nella sede prestigiosa di Montecitorio rappresenterà un’occasione fondamentale per portare all’attenzione delle Istituzioni i bisogni dei bambini e degli adolescenti guariti dal cancro, delle loro famiglie e dei caregiver, promuovendo politiche che garantiscano non solo la cura migliore possibile, ma anche il pieno diritto alla qualità della vita e al reinserimento sociale”. Il programma del convegno, che sarà aperto dai saluti dei rappresentanti istituzionali, prevede una serie di interventi da parte di medici ed esperti: “Il diritto di guarire e di essere assistito”, dell’avv. Cinzia Laurenza, esperta in legislazione e specializzata nelle pratiche di invalidità civile, e della dott.ssa Laura Mori, responsabile del Servizio Sociale presso l’Ospedale A. Meyer di Firenze; “Guarire di più, guarire meglio: il ruolo della ricerca: riduzione degli effetti tardivi: il ruolo della ricerca finalizzato ad una guarigione migliore”, del prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, e della prof.ssa Monica Terenziani, responsabile della Clinica Effetto Tardivo presso il Dipartimento di Pediatria e del Percorso di Preservazione della Fertilità dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; “Il passaggio all’età adulta: opportunità e sfide nell’inserimento sociale e lavorativo dei guariti”, del dott. Francesco Felicetti dell’Unità di Transizione per Neoplasie Curate in Età Pediatrica presso la Città della Salute e della Scienza di Torino. I lavori saranno conclusi dalla presidente di AIEOP, Angela Mastronuzzi, e dal presidente di FIAGOP, Sergio Aglietti. Ulteriori informazioni sono disponibili su www.fiagop.it e www.giornatamondialecancroinfantile.it. |
Gravissimum Educationis: l’attualità della questione educativa
Il 28 ottobre 1965, durante il Concilio Vaticano II, papa Paolo VI promulgò la dichiarazione ‘Gravissimum Educationis’, un testo che ha riportato con forza al centro del dibattito contemporaneo il tema dell’educazione. La dichiarazione afferma con chiarezza che l’educazione è un diritto fondamentale e irrinunciabile di ogni essere umano, poiché consente a ciascuno di sviluppare pienamente la propria identità e di partecipare attivamente alla vita sociale. In sostanza, educare significa rendere ogni persona protagonista consapevole della storia umana.
La storia, infatti, si costruisce vivendo con coscienza, e l’educazione favorisce lo sviluppo dell’autoconsapevolezza: comprendere se stessi, il proprio tempo, e interpretarlo alla luce di valori condivisi. Il documento conciliare sottolinea il ruolo dell’educazione cristiana nel nutrire lo spirito umano, mettendo in guardia dai rischi legati al progresso tecnologico e alla velocità dei cambiamenti storici. Centrale è anche il richiamo alla responsabilità educativa dei genitori, considerati primi educatori dei figli.
Come recita il testo: “Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù sociali, di cui appunto han bisogno tutte le società”. (Gravissimum Educationis, n.3)
Accanto alla famiglia, la scuola assume un ruolo fondamentale come luogo deputato alla formazione integrale della persona, fondata su verità, coscienza e libertà. Essa promuove percorsi educativi che favoriscono il dialogo, il confronto e la condivisione, con particolare attenzione all’inclusione, affinché ogni individuo possa crescere e maturare in modo armonico.
Il documento conciliare propone una vera e propria alleanza educativa tra famiglia, scuola, Chiesa e società, per garantire a ogni membro della comunità la possibilità di acquisire conoscenze, abilità e competenze, vivendo con responsabilità e consapevolezza.
Su questa linea si è espresso Benedetto XVI nel 2008, con una lettera dedicata all’urgenza dell’educazione. Egli sottolinea la necessità di superare la frattura generazionale tra adulti e giovani, affinché il processo educativo possa realmente produrre frutti. Gli adulti sono chiamati ad assumere un atteggiamento di ascolto, mentre i giovani dovrebbero riconoscere in genitori e insegnanti dei punti di riferimento, alleati preziosi da cui apprendere e con cui costruire una solida identità.
Nel 2019, Papa Francesco ha rilanciato il tema con la proposta di un patto educativo globale, volto ad affrontare le sfide della società post-moderna: disuguaglianze crescenti, crisi ambientale, conflitti armati, perdita di valori e frammentazione educativa. Il pontefice ha articolato sette punti chiave:
- Rimettere al centro la dignità della persona, indipendentemente da sesso, razza o religione.
- Ascoltare i giovani, renderli protagonisti attivi del cambiamento.
- Promuovere l’uguaglianza di genere e valorizzare il ruolo della donna in ogni ambito.
- Riaffermare il valore educativo della famiglia.
- Contrastare discriminazioni e violenze, promuovendo l’inclusione.
- Educare alla cura del creato, sensibilizzando sulla questione ecologica.
- Favorire un rinnovamento politico ed economico ispirato a valori etici e sostenibili.
In sintonia con gli obiettivi dell’Agenda 2030, il patto educativo globale mira a smantellare le ingiustizie e le divisioni all’interno del “villaggio globale”, per costruire una società più equa, solidale e umana.
Su questa stessa traiettoria si colloca l’annuncio di Papa Leone XIV, che ha reso noto per il prossimo 28 ottobre – in occasione del 60° anniversario della dichiarazione conciliare – la pubblicazione di un nuovo documento pontificio. Questo testo intende rendere omaggio a ‘Gravissimum Educationis’ e rilanciare l’urgenza educativa a livello globale.
In un’Europa sempre più segnata dalla scristianizzazione e in un contesto culturale multietnico e pluralista, la Chiesa si interroga: come continuare a proporre l’educazione cristiana? I valori evangelici sono ancora capaci di parlare al cuore dell’uomo? Se sì, attraverso quali percorsi?
L’obiettivo è duplice: garantire il diritto alla libertà religiosa e, al tempo stesso, risvegliare nel cuore dell’uomo contemporaneo il desiderio di cercare la verità dell’essere.
La Vigna di Rachele festeggia 15 anni vicino alla sofferenza dei genitori
L’apostolato internazionale ‘La Vigna di Rachele’compie 15 anni di attività in Italia offrendo a Bologna, luogo della sua nascita, un ritiro spirituale rivolto a chi porta ancora la dolorosa esperienza dell’interruzione di gravidanza. Donne, uomini e coppie sono caldamente invitati a ritrovare la Speranza e a fare esperienza della Misericordia attraverso un percorso progettato per l’elaborazione del lutto che conduce alla guarigione interiore attraverso un incontro in questo fine settimana.
Come avviene da anni, anche quest’appuntamento verrà guidato da un’equipe che comprende la presenza continua sia di un sacerdote sia di collaboratrici che hanno fatto il proprio percorso per risanare le stesse ferite. In questa piccola comunità di fiducia si vive un intenso percorso per elaborare il lutto collegato alla perdita di uno o più figli con l’aborto volontario o terapeutico. Chi ha partecipato in passato racconta l’aver vissuto non solo un’esperienza di riconciliazione, ma della Chiesa in ascolto: “E’ stata un’esperienza unica e profonda. La Chiesa non ti volta le spalle. L’ho sempre considerata un po’ ‘bacchettona’, invece mi sbagliavo. C’è molta fratellanza e vicinanza tra tutti i partecipanti”.
“A me ha colpito molto l’attenzione alla singola persona, la delicatezza del linguaggio, la cura dell’ambiente e dei dettagli. Tutto questo mette al centro la singola persona che, sentendosi amata, si apre all’Amore”. “Ho potuto vedere la fragilità di mio marito e tutto il suo dolore. Lui mi ha chiesto scusa. Non riesco più a condannarlo”.
La fondatrice della ‘Vigna di Rachele’ in Italia, Monika Rodman Montanaro, collabora sin dal 1997 con l’opera ormai presente in più di 50 Paesi del mondo: “Il weekend di ritiro offre l’opportunità di allontanarsi per 3 giorni dalle pressioni quotidiane per rivedere un capitolo della propria vita forse mai esaminato, una vicenda spesso messa nel dimenticatoio che però torna a galla e può manifestare conseguenze di lunga durata. Spesso le persone cercano un aiuto solo anni o persino decenni dopo, avendo rimosso tutto oppure sofferto in silenzio. Nella Vigna si trova un ambiente accogliente e compassionevole, e un percorso strutturato che infonde il coraggio e dà la forza per rivedere tutto attraverso gli occhi misericordiosi del Buon Gesù”.
Il programma è molto efficace per coloro che hanno difficoltà a perdonare sé stessi ed altri. Questo non solo grazie agli esercizi proposti, ma perché mette Cristo al centro del percorso. Il ritiro include la condivisione delle storie personali, meditazioni ed esercizi con le Scritture, la celebrazione dei Sacramenti ed una Funzione Commemorativa. ‘La Vigna di Rachele’ esprime concretamente la pastorale della misericordia che accompagna la proclamazione del Vangelo della Vita. Anche il nuovo sussidio sulla pastorale della vita umana, pubblicato a Marzo 2025 dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, considera un elemento importante l’accompagnamento e la cura di chi ha vissuto l’esperienza dell’aborto.
Sono stati il card. Elio Sgreccia e il card. Carlo Caffarra ad aver compreso, nel 2010, l’importanza dell’associazione. Quest’ultimo ha offerto, ben presto, la collaborazione del suo Ufficio della pastorale familiare. Anche l’attuale vescovo di Bologna, Sua Eminenza Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha incoraggiato la continuazione dell’opera.
La ‘Vigna di Rachele’ opera in piena comunione con la Chiesa universalee rappresenta una risposta autenticamente cristiana alla piaga dell’aborto, prendendo ispirazione da San Giovanni Paolo II, che già 30 anni fa, nella sua enciclica ‘Evangelium vitae’, ha implorato coloro che hanno abortito a non abbandonare la speranza, ad interpretare quest’esperienza nella sua verità, e ad aprirsi “con umiltà e fiducia al pentimento”.
Papa Francesco ha ribadito lo stesso incoraggiamento con la decisione di espandere a tutto il clero del mondo la facoltà di togliere ogni eventuale scomunica in cui la singola persona può essere incorsa con il peccato dell’aborto.
“Genitori cercasi”: il libro perfetto per i genitori imperfetti
“Il compito del genitore è tra i più difficili: saper esserci senza essere invadenti, lasciar andare senza perdere completamente il controllo, accettare che i figli diventino indipendenti senza vivere questo distacco come un rifiuto personale. La sfida più grande è proprio questa: continuare a essere un punto di riferimento saldo, anche quando sembra che i figli non vogliano più appoggiarsi”.
Questa riflessione la trovate nell’ultimo libro di Giovanna Abbagnara, ‘Genitori cercasi’, edito da Punto Famiglia Editore. Il volume, scritto con umiltà e profondo senso della realtà, ci richiama al meraviglioso e difficile compito della genitorialità, dalla prospettiva di una donna, madre, che dell’evangelizzazione della famiglia ha fatto la sua missione e il suo pane quotidiano. Abbagnara, infatti, è presidente della Fondazione Progetto Famiglia e dirige il Magazine Punto famiglia.
Il tono del libro è quello di chi sa quanto sia impegnativo crescere e educare dei figli e non ci si perde in luoghi comuni o frasi fatte, né ci si abbandona al disfattismo, di fronte alle sfide educative spesso disattese. Si offrono, al contrario, delle vie percorribili, degli spunti per crescere, partendo dal presupposto che sbagliare non è il vero problema, il più grande fallimento è smettere di camminare: “Non bisogna avere paura. Figli si nasce, genitori invece si diventa. – scrive l’autrice – E non è così naturale né scontato come potrebbe pensare chi ancora non lo è”.
Certamente, nel testo si cerca di mettere in guardia da alcuni pericoli, che i genitori corrono, come quello di essere troppo distaccati per impartire un’educazione rigida e priva di tenerezza (sono, secondo Abbagnara, i genitori ‘ultra-esigenti’ che pensano che i baci ai loro figli ‘bisogna darli di notte mentre dormono’ mentre di giorno bisogna fare ‘sacrifici, rinunce, seguire regole precise”). Ci sono poi i ‘genitori-eroi’, quelli che sgravano i figli di ogni peso, anziché aiutarli ad affrontare i problemi della vita. Abbiamo i ‘genitori-sermoni’ che inondano i figli di parole e non comprendono che a volte le parole non sono efficaci, soprattutto se non si instaura un autentico dialogo.
Oppure i genitori troppo accudenti o i genitori amici, che, credendo di essere moderni, rinunciano a essere guide per i loro figli, approvando tutto (sono quelli che, per fare un esempio, infilano preservativi nello zaino senza offrire orizzonti di senso). La stessa autrice non si estranea di tutte le categorie che elenca, non si ritiene al di sopra o migliore: comprende che le fragilità nell’ambito della genitorialità riguardano tutti. Non si giudica nessuno, si offrono, piuttosto, degli orientamenti, delle strade, che la stessa autrice cerca di seguire tra tante difficoltà.
Un aspetto centrale del libro e che lo rende originale rispetto a molti altri sul tema è riuscire a sottolineare che i figli imparano a stare in relazione e ad amare guardando, anzitutto, alla relazione tra i propri genitori. Il miglior investimento, allora, che un papà e una mamma possano fare per i loro figli è lavorare sulla propria vita di coppia. I bambini e i ragazzi, infatti, prendono esempio, assorbono, scoprono cosa significhi voler bene, discutere, amare, far pace vedendo come i genitori affrontano le sfide nella loro vita di coppia.
“Spesso le crisi che vediamo nei nostri figli, le loro ansie, le loro timidezze, l’incapacità di comunicare sono il riflesso delle nostre crisi coniugali. – afferma Abbagnara senza mezzi termini, per poi aprire uno squarcio di speranza – Quanti ragazzi ho visto sbocciare, emergere, dispiegarsi come rose, quando i loro genitori hanno deciso di dedicarsi a rafforzare la loro unità coniugale!”
Annuncia, inoltre, che una vita di fede può aiutare moltissimo nella gestione di situazioni che appaiono a volte complesse se non insormontabili. Occorre mettersi sempre e ripetutamente alla scuola di Colui che è vero Maestro nell’amore: “Non mi ritengo un bravo genitore, faccio fatica, annaspo, a volte sono impreparata ad affrontare determinate situazioni ma mi impegno e mi affido a Colui che può indicarmi la strada”.
L’albero della vita. Accogliamo ogni ‘noce’ come un dono
Sempre ascoltando solo i brani di Sanremo e andando alla ricerca dei significati di quelli che mi hanno colpita, propongo una rilettura e un pensiero sul resto di una delle prime canzoni classificate. L’albero delle noci, che dà il titolo al brano del cantautore calabrese, esiste realmente nel paese in cui vive Brunori,il quale dichiara che esso contiene tutte le canzoni che scrive. Il brano in questione, però ,racconta come è cambiata la sua vita con la nascita della figlia. Il cantautore commenta: “Si parla spesso della felicità di diventare genitori, ma io volevo anche condividere la paura di sentirsi inadeguati, incapaci di sostenerla”.
Spesso si trovano situazioni simili, egli non è l’unico ad avere paura, spesso capita di pensare cose tipo: si ammalerà, mangia abbastanza, si troverà bene a scuola? I genitori, a volte, non riescono a rilassarsi perché temono che per una disattenzione possa accadere qualcosa ai figli, che possano sbagliare, anche involontariamente, creando danni più o meno gravi. Si sentono stanchi e non godono del momento che tanto desideravano perché pieni di paure. Questo può davvero portare ad errori e a sensi di colpa che poi, nei tempi attuali, porta i figli a diventare sin dalla più tenera età, dei piccoli ‘imperatori’ a cui non puoi dire di no.
Come nulla di nuovo raccontano i brani sull’amore verso i figli, nulla di nuovo ci racconta quello in questione. Tutti i genitori con la G maiuscola, prima o poi, provano questi sentimenti del tutto normali. Qual è la novità di questo brano? Il coraggio ammettere che, nonostante le buone intenzioni, anche noi credenti, abbiamo paura di fare del male ai nostri figli. I doveri di cura del proprio bambino,quando si teme di non essere all’altezza, possono fare esplodere anche il più buono dei genitori.
Ma bisogna ricordare, come rammenta il pezzo, anche le piccole soddisfazioni che i nostri pargoli ci regalano in primis il dono di esserci, di fare parte della nostra vita. Non tutti sono così fortunati da avere figli o da averli subito. Quindi il primo passo è, quando ci sentiamo schiacciati dal compito che la vita ci ha affidato,ricordarci il dono che abbiamo ricevuto. Anche se non può parlare da subito, il bambino è riconoscente per le nostre cure perché dipende da noi.
Ogni cosa buona che faremo sarà utile alla creatura. Ogni bambino, sin dalle più tenera età, mostra segni di affetto verso chi lo cura e, più cresce, più intende. Quando il bambino è davvero molto piccolo, è davvero difficile gestire le proprie paure e sarebbe bello trovare qualcuno con cui confrontarsi. Normalmente si pensa al marito, alla moglie, la la mamma, la suocera, una sorella o un fratello, ma anche il suocero può essere d’aiuto.
Non tutti gli uomini sono incapaci di accudire un bambino e di capirne le necessità. Bisogna capire chi si ha intorno e con quali persone è possibile sfogarsi e spiegarsi. Certo, con le pagine online sembra più facile, ma non dobbiamo dimenticare che non sempre sono veritiere e non chiedono nulla in cambio in termini di tempo e, a volte, di soldi. Meglio condividere le proprie paure con una persona reale . Ovviamente ci sono le eccezioni e, certe amicizie a distanza, possono essere utili nel confrontare le esperienze e chiedere consiglio.
Uno psicologo di un vecchio numero di Famiglia Cristiana, consiglia alle mamme la compilazione del diario semiserio della mamma e del bebè di Shannon Cullen (De Agostini ed.) il cui sottotitolo è proprio come sopravvivere al primo anno di vita di tuo figlio. Infine, suggerisce di leggere insieme al coniuge uno dei seguenti titoli che possono aiutare a liberarsi dall’ansia: Impara a vivere. Come superare l’ansia e lo stress e ritornare alla felicità di Susan e Mats Billmark (Mondadori) e Fai quello che ami. Vivi di più, preoccupati di meno di Beth Kempton (Corbaccio ed.).
Ciò che consiglia la qui presente ‘Hope coach’ per famiglie con problemi è: scrivi il tuo diario, magari prepara delle lettere in cui racconti ciò che provi a tuo figlio. Sarebbe meglio scriverle su carta, ma se temi che vengano trovate e che ti deridano, scrivile sul cellulare. Non devono essere perfette, complesse e dettagliate a livello di lettera, devono semplicemente contenere ciò che vorresti dire. Crea un profilo doppio col nome che vuoi tu e invia messaggi audio sulla falsa riga della lettera, come se raccontassi a tuo figlio quello che provi. Quel profilo devi usarlo solo a questo scopo. Utilizza esclusivamente la parte dei messaggi.
Non usarlo per niente, se non come raccoglitore di esperienze e sfoghi Quando sarà in grado di capire,non devi per forza, mettere tuo figlio al corrente di tutto ciò. Puoi anche distruggere o cancellare il materiale una volta superata la fase critica, ma l’idea di potersi confidare e di poter già parlare dei problemi della vita con il proprio figlio può calmare perché è come se lui sentisse il bene e la paura. Liberando la paura, si è più tranquilli con il bambino che subirà, a sua volta, meno stress.
Già, prova a metterti dalla parte opposta. Il bambino capisce, non è del tutto incosciente. Sente il clima e si rende conto, a suo modo, se chi gli sta accanto è tranquillo o no. Se non ci si libera dell’ansia la si può portare avanti per tutta la vita del piccolo che, crescendo, sarà sempre più consapevole di questo. Potrebbe pensare, per errore, di essere poco amato o sentirsi ‘il problema’ e il vostro rapporto si rovinerebbe.
Per chi è credente è bene continuare a ricordare il fatto del dono, della nuova vita. Non bisogna avere paura, ma aprirsi al bello. Ne parla anche il card Trujllo in un discorso poi trascritto. L’attuale cultura che sempre più si incentra sulla modifica della famiglia ( alcuni cristiani potrebbero percepire alcuni cambiamenti come positivi e lo si vede tutti i giorni, il punto cruciale non è questo, ora) . Per chi è credente l’importante è ricordare che il dono più ‘bello e prezioso’ ‘è quello dei figli’.
La Costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’ dice che i figli sono il dono ‘il più prezioso’ (GS 50): “Questa espressione è stata richiesta da Paolo VI e aggiunta al testo della Costituzione Pastorale durante il Concilio Vaticano II”. Cerchiamo, quindi, davanti alle culle, di ringraziare per la fortuna di aver potuto vedere nascere e crescere i nostri piccoli, stupendoci sempre di come la vita sia speciale, di come siano fragili e importanti queste creature. Ricordiamo la gioia che ci hanno dato e non ascoltiamo i pareri su chiunque.
Non tutti saranno d’accordo sull’educazione, soprattutto quella religiosa, che daremo ai nostri figli, ma non abbattiamoci. Agire sempre per il bene dei figli e non al posto loro è la cosa giusta. Si può agire al loro posto quando sono appena nati? In un certo senso si, cioè prendendosi cura delle loro necessità. Si può essere preoccupati e stanchi, ma il nostro credo ci impone anche la gioia di aver permesso ad una nuova vita di trascorrere serenamente un giorno in più. Si dice: quando i figli crescono, i primi momenti con loro mancano.
Ogni figlio è unico e diverso da tutti gli altri, ma ha una cosa in comune con il resto dei pargoli: essere frutto dell’amore tra i coniugi. Nessun figlio nasce per caso e tutti quei bambini che vengono al mondo ‘non voluti’, anche in situazioni che non dovrebbero verificarsi, perciò vengono abbandonati e, poi, fortunatamente adottati da persone chiamate ad essere genitori, sono frutto di amore. Sono venuti su questa terra proprio come un dono a quella coppia pronta ad avere figli, ma impossibilitata ad avene.
Una coppia aperta all’accoglienza di chi ha più bisogno di aiuto e che vuole dare un futuro migliore a chi nasce senza colpa. Il bambino viene al mondo con un compito preciso e le azioni scellerate come una violenza, relazioni sbagliate o malgestite ( penso ci capiamo anche se uso parole delicate) è un dono che viene per cancellare quell’errore, per dare una seconda opportunità a chi ha sbagliato e non abbandona il piccolo o a chi, vedendolo in stato di adottabilità lo prende con sé.
Tutti questi tipi di genitori hanno le stesse paure e si, anche chi sbaglia ma si prende le sue responsabilità, può essere un fratello o una sorella che smarrisce la via e poi la ritrova. Non si deve giudicare, ma aiutare a vivere i primi momenti con più serenità possibile. Anche chi adotta può avere paura proprio per il passato del bambino, vuole dargli un futuro migliore, ma magari lo sta già facendo e le paure sono inutili.
In Africa, quando nasce un bambino, c’è gioia. Quando questo torna dall’ospedale dopo il parto, ‘tutta la tribù fa festa’ gioiosamente. Il cardinale di qualche capoverso fa, ricorda di aver visto lo stesso accadere a Gerusalemme, tempo fa. Noi cristiani possiamo rifarci allo stesso Salmo 126 a cui fanno riferimento gli ebrei: ‘…Ecco, dono del Signore sono i figli e Sua grazia il frutto del grembo’.
Noi credenti, nel rispetto di tante situazioni che non spetta a noi giudicare, possiamo ancora vivere il modello della famiglia fondata sul matrimonio come comunità di amore tra un uomo e di una donna, esclusiva, fedele, aperta, sempre nella fedeltà, alla procreazione od all’adozione. Una famiglia in grado di vivere quei piccoli momenti difficili all’inizio dell’avventura genitoriale come un dono che non a tutti è concesso, anche se non è colpa loro, anche se sarebbero dei buoni genitori. Scopriamoci amati e degni di vivere il mistero della vita assieme ai nostri figli. E, perché no, in assenza di figure di aiuto in un momento di sfogo, cantiamo L’albero delle noci.
Mi interessa la purezza di mio figlio, di mia figlia? Dal libro ‘Genitori sta a noi’
Don Alberto Ravagnani, noto sacerdote della diocesi di Milano, molto attivo sui social, afferma che la sessualità è diventata, per i nostri ragazzi, la forma di sofferenza più grande. Oggi, dunque, da mamma, da catechista, da scrittrice, da donna cristiana mi vorrei soffermare sull’importanza di aiutare i ragazzi a non perdere la purezza. Se perdi la purezza, infatti, perdi te stesso e la tua capacità di relazionarti. Sei non sei puro, pura, non riuscirai a donare davvero la tua vita. Rosicchierai quello che puoi dagli altri, ma non vivrai mai una comunione profonda.
Enea ed il diritto ad una famiglia
Lasciato la mattina di Pasqua nella ‘Culla per la vita’ del Policlinico di Milano, il piccolo Enea, pochi giorni di vita per un peso di circa 2,6 kg, ora risulta in buona salute, come altri neonati nei giorni scorsi. Accanto a lui una lettera lasciata a terra: ‘Ciao mi chiamo Enea. Sono nato in ospedale perché la mia mamma voleva essere sicura che era tutto ok e stare insieme il più possibile’, recita il testo scritto come se a parlare fosse il bebè ma firmato ‘mamma’.
Moige: il lockdown ha aumentato del 10% gli episodi di bullismo e del 8% quelli di cyberbullismo tra i minori
Il 22% dei minori supera le 5 ore al giorno connesso, il 63% si collega ad internet senza alcuna supervisione (nel 2021 era il 59%). Questo è quanto è emerso oggi nel corso dell’evento di presentazione dei dati dell’indagine ‘Tra digitale e cyber risk: rischi e opportunità del web’, realizzata dal MOIGE in collaborazione con l’Istituto Piepoli, che ha analizzato il rapporto dei minori con il web e i vari device, intervistando 1.316 minori dai 6 ai 18 anni. L’evento è stato l’occasione anche per lanciare la VII edizione della campagna ‘Giovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro cyberbullismo e cyber risk’, che coinvolge ogni anno migliaia di studenti,docenti e genitori.




























