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Seconda domenica di Quaresima: ‘Questi è mio Figlio, l’amato; ascoltatelo’

E’ iniziata la Quaresima. Tempo forte, che conduce alla Pasqua di risurrezione; non è un itinerario da scoprire, è un cammino da percorrere, passo dopo passo, perché l’uomo è oggetto dell’azione misericordiosa di Dio Padre. Aiutati dalla Parola di Dio, non bastano solo i quaranta giorni che vanno dal ‘mercoledì della ceneri al giovedì santo’, ma sono necessari il Pentimento dei peccati e il servizio: una vita nuova caratterizzata dall’amore verso Dio e verso i fratelli; è necessario riscoprire il nostro Battesimo, che ci ha costituiti figli di Dio, e vivere da veri figli di Dio.

Dopo avere vinto le tentazioni di Satana, siamo chiamati oggi a salire sul monte Tabor (il monte della Trasfigurazione di Gesù) per arrivare al pozzo di Sicar, alla grazia che proviene solo da Cristo Gesù e dissetarci all’acqua che zampilla per la vita eterna. La salvezza non è una idea, una illusione, è invece la storia dell’amore misericordioso di Dio, che inizia con Abramo, l’uomo della Fede, che credette ed iniziò il suo cammino verso la Terra promessa: ‘Vattene dalla tua terra, disse Dio, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti darò; farò di te una grande nazione’; Abramo partì ed oggi è il padre delle tre grandi religioni monoteistiche: cristiana, ebraica, musulmana.

Come Abramo l’uomo di ieri e di oggi è invitato ad iniziare il proprio cammino. L’episodio della Trasfigurazione di Gesù è la dimostrazione che Egli è il vero Messia atteso, il Messia glorioso che l’umanità aspettava, desiderava; ma il cammino verso la gloria passa attraverso la Croce: dal monte Tabor al monte Calvario dove Gesù si offre come vittima per la salvezza dell’umanità, ma, vero Dio, risuscita il terzo giorno. La gloria della Trasfigurazione (del Tabor) è confermata nell’episodio biblico dalla presenza, accanto a Gesù, di Mosè ed Elia; il Padre celeste interviene per rassicurare gli apostoli: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; ascoltatelo!’

Gesù è infatti l’unica vera e completa rivelazione di Dio a noi. La Trasfigurazione evidenzia la visione del cielo, della gloria, in contrapposizione alla tragedia che si svolgerà a Gerusalemme: la crocifissione, sono due momenti dell’imprevedibile disegno dell’amore divino: ‘ad astra per aspera’, al cielo attraverso il viaggio del Calvario. Sul monte Gesù aveva voluto i tre apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni come veri testimoni sia della gloria della Trasfigurazione come della tragedia del Calvario. Gesù ci ricorda: chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.

La luce che sfolgora il volto di Cristo (che brillò come il sole e le vesti divennero candide come la neve), e la nube che avvolse Cristo e gli apostoli sono segni del cielo, segni della presenza del divino; proprio da questa luce viene fuori la voce del Padre: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; in Lui ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo!’

Ascoltare Gesù anche quando i suoi annunci appaiono troppo forti; è la condizione essenziale per la salvezza; questa è la risultante di due componenti: una divina, l’altra umana: Cristo Gesù dà la sua vita per noi; è l’agnello che toglie i peccati del mondo; è la vittima che si offre al padre per la salvezza dell’uomo.

A questa deve fare seguito la componente umana: il nostro ‘sì’, responsabile e fermo a Dio, un ‘sì’ od ‘eccomi’ non astratto e labiale ma che si concretizza nell’amare Dio e il prossimo in nome di Dio; prendere la croce e seguire Cristo, l’amato dal Padre. Non esiste, caro amico, un ‘Vangelo comodo’, fatto a misura delle nostre velleità, un vangelo dove Dio compie quello che all’uomo piace. L’apostolo Pietro voleva scegliere la gloria della trasfigurazione senza passare dal Calvario.

‘E’ bello per noi, Signore, stare qui, facciamo tre tende’, ma il Padre interviene: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’ e Gesù esorta i suoi discepoli: non parlate a nessuno di questa visione prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Noi oggi, come Abramo, dobbiamo uscire dalla terra dei nostri sogni, dei nostri egoismi per incamminarci verso la terra che Dio ci mostra per mezzo di Gesù. Il Maestro divino ci chiama ad attuare la nostra vocazione attraverso la croce e l’amore; da questo il Padre ci riconoscerà come suoi figli.

Attuare concretamente la nostra vocazione, conforme ai talenti e ai carismi ricevuti con il Battesimo perché si realizzi il Regno di Dio nel mondo; come gli apostoli che lasciarono tutto, lo seguirono e furono chiamati a regnare sulle dodici tribù di Israele. E’ difficile? Umanamente sì, ma nella Chiesa Gesù stesso ci offre i mezzi per riuscire: l’Eucaristia e i sacramenti ed inoltre Maria, sua madre, come madre nostra. ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi, prendete e mangiate: questo è il mio corpo’, ecco il dono dell’Eucaristia che ci porta la domenica a messa.

Morente in croce, Gesù dice a Maria: donna, ecco tuo figlio, Giovanni e con lui quanti crederanno in me e ti invocheranno ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordiosi’. Amici, con gioia e fede profonda iniziamo il nostro cammino quaresimale con la riscoperta del nostro Battesimo, il pentimento sincero dei nostri peccati, una vita di amore verso Dio e i fratelli. Allora e solo allora sarà Pasqua di risurrezione.

Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo

Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella  che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.

La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.

Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.

Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.

Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.

Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.

Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente.  Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.

Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati  tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.

Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol  grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’.  (Paradiso, canto XXXIII).           

Papa Leone XIV scrive una Lettera apostolica per l’unità dei cristiani

“Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: ‘Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza’, formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono”: così inizia la lettera apostolica ‘In Unitate Fidei’ scritta da papa Leone XVI in occasione del viaggio apostolico in Turchia nella prossima settimana.

La lettera ha lo scopo di ravvivare la fede: “Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.

A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea”.

Per questo è essenziale non dimenticare l’importanza del Concilio di Nicea: “E’ quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ questo il cuore della fede cristiana.

Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle”.

La lettera papale ripercorre il percorso bimillenario della Chiesa: “I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti”.

Nei primi anni ‘turbolenti’ per la Chiesa ci fu questa importante professione di fede, che riconobbe Gesù come ‘Figlio di Dio’: “I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è ‘dalla sostanza ( ousia) del Padre… generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario.

Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, ‘sostanza’ (ousia) e ‘della stessa sostanza’ ( homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario”.

Quindi il cristianesimo non si ellenizzizò, ma si rifece alla tradizione biblica: “L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci. In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo”.

Per questo il credo niceno testimonia che “il Figlio è ‘Dio vero da Dio vero’. In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco, gli parla con voce di tuono e ne ha compassione”.

Quindi è una professione di fede: “Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza… Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature”.

E dopo molti secoli tale Credo richiama ancora la coscienza di ciascuno al rapporto con Dio: “Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale?

E’ il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?”

Inoltre il Concilio di Nicea richiama l’importanza dell’ecumenismo: “Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo”.

L’ecumenismo è un richiamo alla pace: “Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo”.

Ed ecco l’invito ad un cammino di unità: “Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione”.

E l’unità si realizza con ‘et- et’:  “La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore”.

Ribadendo, però, l’impossibilità di un ritorno alle origini, papa Leone XIV esorta al dialogo, in quanto l’unità arricchisce: “Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.

Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli”.

Tale lettera apostolica si chiude con una preghiera allo Spirito Santo per proseguire in questo cammino: “Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia. Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo. Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa.

Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla. Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione. Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen”.

XXV Domenica del Tempo Ordinario: la vera scaltrezza del cristiano!

 La parabola de vangelo da parte di Gesù vuole essere un richiamo forte ai ‘figli della luce’ perché si sveglino ed agiscano con decisione, con scaltrezza, con creatività nel fare il bene focalizzando ciascuno i talenti ricevuti da Dio. La chiave di lettura della parabola sta nelle parole di Gesù: ‘Fatevi degli amici con le ricchezze disoneste perché quando queste vengono a mancare c’è chi vi accolga!’ Gesù fa una distinzione netta tra ‘i buoni’ ed ‘i cattivi’ e con amarezza loda la scaltrezza dei secondi sempre pronti ed intraprendenti.

I figli di questo mondo, dice Gesù, dove domina l’arrivismo, l’accumulo delle ricchezze, la disonestà chiara e manifesta, sono non solo numerosi ma anche intraprendenti da trasformare la terra in un deserto dove il pesce grosso cerca solo di divorare il piccolo per amore del vile denaro, della ricchezza terrena. E’ scaltro colui che capisce che i tempi sono brevi e bisogna essere solleciti nell’agire. Nota dominante dei figli del mondo è l’abilità nel vedere, prevedere, manovrare in modo da raggiungere propri fini. Invece i ‘figli della luce’, veri cristiani, sembrano talvolta di essere dominati da ‘imbecillitudine’: paurosi, incapaci di guardare il futuro, preoccupati sempre di sbagliare.

Gesù loda l’intraprendenza dell’amministratore disonesto che pensa subito come tirarsi fuori dai guai: loda l’astuzia e non la disonestà. La ricchezza può spingere a creare muri, divisione tra ricchi e poveri; Gesù invita i cristiani veri ad invertire la rotta; è un invito a trasformare i beni, le ricchezza in chiave di relazioni fraterne, carità, collaborazione, condivisione; le ricchezze e i beni servono per essere trasformati in opere di amore, di fraternità. Questa è la vera scaltrezza lodata dal Signore: essere sempre solleciti nell’agire in chiave di amore, carità.

Con le ricchezze si può fare tanto male come anche tanto bene. Vale l’esempio dei ‘Santi’: san Francesco d’Assisi, da ricco volle essere povero e a servizio dei poveri; Pier Giorgio Frassati, da famiglia nobile, fu un mirabile laico impegnato nell’Azione Cattolica ed additato per le sue opere di misericordia. Problema fondamentale non sono le ricchezze ma la bontà del cuore: se il cuore è malvagio le ricchezze servono solo per la dannazione eterna; se il cuore è nobile le ricchezze aprono le porte del Regno dei cieli.

Gesù invita i suoi amici ad invertire la rotta e a trasformare i beni terreni in relazione di amore, di servizio perché il ‘beneficato’ ti accolga nella patria eterna. Considerare la ricchezza non come qualcosa da possedere ma qualcosa da amministrare per trasformarla in gioia anche per gli altri che sono tuoi fratelli.  

Non si tratta solo di fare elemosina ma, come diceva san Basilio, il pane che ti sopravanza è il pane dell’affamato; le scarpe che voi non portate sono le scarpe di chi è scalzo; il vestito che tieni appeso nell’armadio è il vestito di chi è nudo e muore di freddo. La parabola di Gesù, come vedi, non vuole proporre l’agire immorale e disonesto dell’amministratore infedele, ma il punto focale sta nella prontezza delle sue decisioni in vista di mettere al sicuro il futuro della sua vita.

La morale della parabola sta nella lode per la scaltrezza dimostrata dall’iniquo amministratore; da qui la triste considerazione: ‘I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce’. Amico che ascolti: affronti tanti disagi per salvare la tua anima quanto ne affronta un mercante per salvare la sua merce? ti preoccupi per la tua vita spirituale come si preoccupa un industriale per salvare la sua azienda?

E’ necessario, amico, imparare la prudenza dell’affarista, la tenacia dell’industriale, il fervore del politico, lo sforzo dell’atleta, l’entusiasmo dell’artista per raggiungere la beata speranza, fine ultimo della nostra esperienza terrena. La Vergine Santissima ci sia sprone, guida per assicurare non il successo mondano ma la vita eterna. Maria, regina del paradiso, madre nostra cara, prega per noi e con noi.

XVIII Domenica del Tempo Ordinario. Dio è nostro Padre; il Vangelo è il vero stile di vita!

Se siamo figli di Dio, cerchiamo allora le cose di lassù, le uniche che hanno valore per la vita eterna. Le ingiustizie tra gli uomini sono sempre esistite, ma la vera ricchezza sono le cose di lassù: l’amore, la generosità, l’attenzione ai bisognosi; questi beni preziosi vanno cercati e aprono le porte per la vita eterna. Fai morire perciò l’uomo vecchio, che si perde dietro i desideri cattivi, e vivi di amore verso Dio e i fratelli ed assicurerai il posto nel Regno dei Cieli.

Nel Vangelo Gesù apre gli occhi: ‘Guardatevi, tenetevi lontano da ogni cupidigia’, da ogni bramosia perchè la vita non dipende dalle ricchezze. Gesù non è venuto a proporre una ideologia nuova, nè una organizzazione socio-economica particolare; Egli è venuto a proporre una concezione di vita dove l’uomo è chiamato a prendere coscienza che siamo figli di Dio e la nostra patria vera è il cielo.

Le realtà terrene sono relative ed hanno un limite; la vita del’uomo invece ha una dimensione ultraterrena. Davanti a Dio non c’è greco o giudeo, libero o schiavo, ricco o povero; esiste l’uomo creato da Dio, redento da Cristo; come Cristo è morto e risorto anche noi risorgeremo. Il brano del Vangelo si apre con la scena di un tale che invita Gesù a dirimere una questione di eredità tra fratelli.

Gesù non affronta la questione ma risponde con una parabola dove protagonista è un uomo ricco, ma stolto perché crede di potere essere felice per una annata eccezionale che gli stava assicurando  un benessere sfrenato per molti anni; Dio annulla questi progetti dicendo: ‘Stolto, questa notte morirai e dovrai rendere conto a Dio delle tue ricchezze!’; queste ricchezze a cosa ti serviranno?, a chi andranno?

La stoltezza non consiste nell’avere accumulato tesori, ma ‘assicurare tesori per sé’ illudendosi che questi determinano la vera felicità. I tesori terreni hanno un valore solo provvisorio: dobbiamo morire e lasciare tutto. La vita dell’uomo non dipende dai soldi o dai piaceri (edonismo) e chi accumula solo per mangiare e divertirsi non vive secondo la dimensione del Vangelo. Si vive sulla terra nella prospettiva del cielo: la nostra patria eterna è il cielo, raggiungere Dio; le ricchezze non danno la vita eterna; questa si realizza   con la fede e l’amore verso Dio e i fratelli.

San Paolo ci ricorda: ‘Cercate le cose di lassù e non quelle della terra’ (Col. 3,1-2) La cupidigia è come la lupa di cui parla Dante: ‘Dopo che mangia ha più fame che pria’, la cupidigia è insaziabile. E’ necessario per l’uomo liberarsi dalle tre concupiscenze, di cui parla l’apostolo Giovanni: ‘concupiscenza della carne, degli occhi e superbia della vita’ (1 Gv. 2,16). Tutte le guerre scaturiscono dalla cupidigia: la ricerca smisurata di beni materiali e delle ricchezze è sorgente di inquietitudine, odio, avversità, e prevaricazioni. Oggi c’è un bene prezioso da coltivare: cercare le cose di lassù, non quelle della terra; far morire in noi l’uomo vecchio che si perde dietro i desideri cattivi.

Dio è nostro Padre, siamo tutti fratelli: l’amore vero verso Dio e i fratelli apre le porte del Regno dei cieli. La Santissima. Vergine, madre delle grazie, ci aiuti a non lasciarci trascinare dalle sicurezze che passano, dai beni materiali effimeri e passeggeri, ricordando le parole di Gesù: ‘Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde la sua anima? I valori veri sono quelli dello spirito; bisogna rettificare la vita mortificando ciò che appartiene alla terra (impurità, passioni sfrenate, desideri cattivi) e l’avarizia insaziabile che è una vera idolatria. E’ più che mai necessario meditare le parole della Liturgia: “non indurite oggi il vostro cuore ma ascoltate la voce del Signore’.

M.A.R.I.A

Il monologo, scritto ed interpretato da Giulia Merelli, narra l’attesa di Maria durante la sua gravidanza, caratterizzata da un dialogo intimo con Dio, che è sia suo padre sia colui che diventerà   suo figlio in un paradosso fra necessità di fiducia e senso di protezione. La storia esplora anche il significato dell’essere madre, che significa generare qualcosa che trascende la propria esistenza chiedendole un dolce decentramento. Maria, abbracciando il mistero dell’amore, si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza e sulla gioia che deriva dal dare sé stessa, senza condizioni. 

PRIMO MOMENTO

(Maria è vestita di bianco, con il pancione, una abat-jour di fianco accesa. Parla con sé stessa e con Dio)

Lo sento, è poco tempo ma lo sento. 

(Si accarezza la pancia)

(Sorridendo) 

Ehi, ti fidi di questo?

Un corpo di una donna.

È strano, non sono mai stata pronta.

Scusa. Ma continuo a pensare che hai bisogno di aria e di luce. 

Tu sei la luce. 

(Pausa) 

Mi unisco al buio, al buio, il tuo stesso buio… 

Mi suggerisci come amare?

(Pausa)

Ti formi in me, ogni giorno… E se fossi un sogno?

(Avverte un dolore) 

Ti fai sentire, eh? Bravo, bravo…

Provo a respirare con te, eh? Facciamo così… 

​(Respira)

Mi sento meno sola, quasi mi addormento. 

Lo spirito non si placa, però… 

Ma tu mi senti? Se parlo, mi senti?

Porto la voce al tuo piccolo orecchio:

Mi senti? 

Questa è la voce di tua mamma

mi senti? Mi senti?

SECONDO MOMENTO

(Maria guarda fuori dalla finestra e parla con sé stessa e con Dio)

Ma sei vero? Un uomo vero? Un Dio, vero? 

Molte madri si chiedono:

mettere al mondo un figlio e perché? 

Perché abbia fame? 

Perché abbia freddo? 

Perché venga offeso, tradito, deriso, non creduto, 

flagellato, ammazzato vivo, crocifisso? 

È dolce lo sguardo di chi pensa all’improvviso

alle cose perdute… 

Secondo me è nel dolore, 

proprio in quel dolore senza ragione, 

quello che ti tradisce, che tradisce la vita 

– doveva andare così e non è andata così – 

che entra il mistero… 

Non si può essere felici sempre. 

L’importante è tenerselo stretto il mistero. 

E negano la speranza. 

​Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato, 

che viva quel tanto che gli basti per amare. 

Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!

Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re. 

(Lo chiama)

Re, re… 

Resta ancora in me, resta in questo grembo.

Non andare nel mondo! 

Scusa, finisco sempre per farti da padrona.

(Pausa)

Una madre. 

Respira per il bambino. 

Per lui mangia, non lo mangia. 

E fa tutto per lui, con lui, a lui. 

In quest’oscurità.

TERZO MOMENTO

(Maria accende della musica dalla radio, si stende sul divano e ascolta. Poi, parla con sé stessa e

con Dio)

Il tirocinio di una lentezza estrema, 

prossima all’immobilità. 

Dicono così

che per capire da quale strano mondo vieni, 

io debba restare così ferma. 

Quasi impercettibile… 

È che mi sento così piccola. 

Eppure gioisco 

mi muovo, mi agito, lavoro, piango, soffro, rido, 

ma non più sola! 

Adesso so che c’è qualcosa dentro di me che vive.

Basta parole, basta! Gesti. 

(Muove le mani simulando un battito cardiaco con le mani) 

Il linguaggio dell’amore. 

(Respira)

Serve una carezza che ti doni consistenza. 

Sono queste (intende le mani) a parlare.

Il linguaggio dell’amore. 

Serve una carezza che ti doni consistenza

che non ti faccia sentire perso in questo mondo

ma che ti allacci dal vecchio al nuovo. 

Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato, 

che viva quel tanto che gli basti per amare. 

Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!

Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re. 

(Lo chiama)

Re, re… 

Resta ancora in me, resta in questo grembo.

Non andare nel mondo! 

Scusa, finisco sempre per farti da padrona.

(Pausa)

Una madre. 

Respira per il bambino. 

Per lui mangia, non lo mangia. 

E fa tutto per lui, con lui, a lui. 

In quest’oscurità.

Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato, 

che viva quel tanto che gli basti per amare. 

Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!

Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re. 

(Lo chiama)

Re, re… 

Resta ancora in me, resta in questo grembo.

Non andare nel mondo! 

Scusa, finisco sempre per farti da padrona.

(Pausa)

Una madre. 

Respira per il bambino. 

Per lui mangia, non lo mangia. 

E fa tutto per lui, con lui, a lui. 

In quest’oscurità.

QUARTO MOMENTO

Non mi crederanno, 

mi diranno che sono bugiarda, 

ma che devo fare? 

Sento di essere fatta per questo. 

(Sorride)

Sono inesperta, è tutto iniziale ma… 

Quando si forma qualcosa dentro, 

che non hai deciso tu, 

cosa puoi fare?

A tre settimane, 2 millimetri e mezzo… 

Una cavità più in basso che diventerà la bocca 

con cui pronuncerà la prima parola. 

E poi un accenno d’occhi 

con cui donerà la compassione. 

E quella spina dorsale, piccola, 

lo farà stare diritto davanti alle umiliazioni. 

Lo stomaco, per accogliere e difendersi dal dolore. 

Gli intestini, il fegato, per digerire le offese. 

E poi i polmoni per respirare un’aria nuova. 

E poi il cuore, per ricominciare daccapo, 

ogni volta, ad amare. 

(Piccola Pausa)

All’inizio sarà dolente, 

come il bruciore della luce del sole, 

quando la guardi fa male, 

ma poi si abituerà a questo mondo. 

Il suo cuore è già grande, io lo sento… 

È in proporzione nove volte più del mio. 

Forse per questo posso accettare, 

perché tu hai più amore di me. 

Lui ha più amore di me ed io posso sentirmi di lui, 

figlia di te. 

E di nuovo generata, ogni volta, daccapo. 

QUINTO MOMENTO

(Maria gioca, come una bambina. Si affaccia dalle lenzuola, sopra al letto, in modo giocoso,

imitando un bambino appena nato)

La nascita è un salto! La nascita è un salto! La nascita è un salto!

Quest’istante, come bisogna rispettarlo! 

Schhh! è un momento fragilissimo… 

Piano, piano, piano… 

Lui è lì, sull’uscio. 

E non è più un feto e non è ancora un neonato. 

Piano! 

Non parlate per favore, silenzio! 

Silenzio! 

Anche le luci, 

se potete abbassatele, 

sta passando dal vecchio al nuovo… 

Serve tenerezza, piano piano… 

Non si è ancora staccato del tutto dalla mamma, 

lei respira ancora per lui, con lui. 

Lasciate alla nascita la sua gravità, 

per favore. 

Non stategli addosso con tutte quelle parole. 

Avete presente il momento in cui l’uccello corre con le ali spiegate, 

sta per prendere il volo… 

Quando volerà? 

Non si sa… 

Oppure quando la marea del mare sale e poi ridiscende… 

Ecco lasciategli il tempo. 

Il sole si alza forse di colpo? 

O fra il giorno e la notte non indugia un tramonto? 

Fra la notte e il giorno indugia l’alba, e l’aurora. 

Ecco lui è l’aurora. 

E non stategli addosso con tutte quelle analisi scientifiche, 

gli studi medici,

 non capite nulla di mistero. 

Fermi! Fermi! 

Lui viene dal Mistero. 

(Pausa)

Lasciate alla nascita la sua gravità. 

Trasmettere la vita è speranza per il mondo. A colloquio con Marina Casini

“Come nutrire speranza dinanzi ai tanti bambini che perdono la vita nei teatri di guerra, a quelli che muoiono nei tragitti delle migrazioni per mare o per terra, a quanti sono vittime delle malattie o della fame nei Paesi più poveri della terra, a quelli cui è impedito di nascere? Questa grande ‘strage degli innocenti’, che non può trovare alcuna giustificazione razionale o etica, non solo lascia uno strascico infinito di dolore e di odio, ma induce molti (soprattutto i giovani) a guardare al futuro con preoccupazione, fino a pensare che non valga la pena impegnarsi per rendere il mondo migliore e sia meglio evitare di mettere al mondo dei figli”.

Dall’inizio del messaggio dei vescovi italiani per la 47^ Giornata Nazionale per la Vita, che si celebra domenica 2 febbraio sul tema ‘Trasmettere la vita, speranza per il mondo: Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita’, tratto dal libro della Sapienza, prendiamo spunto per un colloquio con la presidente del Movimento per la Vita, prof.ssa Marina Casini, docente di ‘Bioetica e Biodiritto’ presso la sezione di Bioetica e Medical Humanities dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: perché la vita è segno di speranza?

“Non potrebbe essere diversamente! Lo dicono bene i vescovi nel messaggio per la 47^ giornata per la vita: ‘abbandonare uno sguardo di speranza, capace di sostenere la difesa della vita e la tutela dei deboli, cedendo a logiche ispirate all’utilità immediata, alla difesa di interessi di parte o all’imposizione della legge del più forte, conduce inevitabilmente a uno scenario di morte’. Il legame tra la vita umana e la speranza è profondo, forte e inscindibile. Una delle frasi che hanno segnato la storia del Movimento per la Vita, e che ancora oggi ci accompagna, è ‘per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità: la vita di ogni uomo è sacra’.

E’ la frase che scrissero i vescovi italiani all’indomani dell’approvazione della legge 194 sull’aborto. Che vita e speranza sono collegati risulta anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la quale nel preambolo pone a fondamento della libertà, della giustizia e della pace il riconoscimento della dignità (inerente e uguale) di ogni essere umano. In altri termini: se vogliamo la pace, la giustizia e la libertà dobbiamo riconoscere il valore (dignità) di ogni vita umana. La speranza di un futuro migliore è legata al rispetto della vita”.

Quindi i figli sono speranza per il futuro?

“Infatti, sempre nel messaggio dei vescovi italiani per la Giornata per la vita di quest’anno c’è scritto che ‘tutti condividiamo la gioia serena che i bambini infondono nel cuore e il senso di ottimismo dinanzi all’energia delle nuove generazioni. Ogni nuova vita è speranza fatta carne’. I figli sono veramente frecce di speranza lanciate nel futuro. Mio padre  (Carlo Casini, ndr.) diceva che ‘Ogni figlio è l’istintiva speranza che il bene alla fine supererà il male, che il futuro potrà essere migliore del passato’ e che ‘per difendere la vita bisogna essere testimoni della speranza e che perciò, il volto rattristato, le visioni cupe, il dito accusatore non hanno base. Siamo ammiratori del miracolo, testimoni dello stupore, seminatori certi della vittoria finale. Progettiamo la ricomposizione, non la divisione’. Segno di speranza è l’intero popolo della vita, sono i bambini nati con il sostegno dei CAV nel 2023 (5.940); le gestanti aiutate (8.234); donne assistite (14.216), la serenità e il sorriso di una mamma che fidandosi dice ‘sì’ alla vita del figlio che culla in grembo.

Ovviamente tutto questo non significa affatto che si debbano fare figli a tutti i costi, perché i figli non sono oggetti da pretendere, ma persone da accogliere sin dal concepimento. A riguardo, nel messaggio dei vescovi c’è un passaggio importante: ‘Va infine considerato un altro fenomeno sempre più frequente, quello del desiderio di diventare genitori a qualsiasi costo, che interessa coppie o single, cui le tecniche di riproduzione assistita offrono la possibilità di superare qualsiasi limitazione biologica, per ottenere comunque un figlio, al di là di ogni valutazione morale.

Osserviamo innanzitutto che il desiderio di trasmettere la vita rimane misteriosamente presente nel cuore degli uomini e delle donne di oggi. Le persone che avvertono la mancanza di figli vanno accompagnate a una generatività e a una genitorialità non limitate alla procreazione, ma capaci di esprimersi nel prendersi cura degli altri e nell’accogliere soprattutto i piccoli che vengono rifiutati, sono orfani o migranti non accompagnati’”.

Per quale motivo si è rinunciato di generare?

“La risposta richiederebbe un esame di cause che sono complesse. C’è infatti un concorso di fattori che si intrecciano e che hanno a che fare con situazioni personali e sociali insieme. Si parla di industrializzazione e società dei consumi, di rinvio di matrimonio e figli, di precedenza all’affermazione professionale, di problemi a livello occupazionale e abitativo, di crisi economica. Ma tra tutte le cause a cui va posto rimedio c’è sicuramente quella più profonda: la mancanza di speranza, di fiducia nel futuro, di scommettere in un noi che spezza le catene di un individualismo che fa ripiegare su se stessi.

Papa Francesco ha detto: ‘La sfida della natalità è questione di speranza. Ma attenzione, la speranza non è, come spesso si pensa, ottimismo, non è un vago sentimento positivo sull’avvenire… No, la speranza è un’altra cosa. Non è un’illusione o un’emozione che tu senti, no; è una virtù concreta, un atteggiamento di vita. E ha a che fare con scelte concrete. La speranza si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri.

Alimentare la speranza è dunque un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie capacità e risorse al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire’; ‘Quando non c’è generatività viene la tristezza. E’ un malessere brutto, grigio’; ‘La nascita dei figli, infatti, è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo. Se ne nascono pochi vuol dire che c’è poca speranza’. Dovremmo riflettere su queste parole”.

‘Il riconoscimento del ‘diritto all’aborto’ è davvero indice di civiltà ed espressione di libertà?’, domandano i vescovi: perché nel messaggio dei vescovi è sottolineato che l’aborto non è un diritto?

“Perché è una semplice ed elementare verità. Può essere considerato un ‘diritto’ l’uccisione di un essere umano realizzata, per giunta, con il sostegno dello Stato, delle strutture pubbliche, con l’alleanza della medicina e il consenso sociale? Il diritto dovrebbe essere il forte difensore dei deboli, non l’oppressore dei deboli; il diritto esiste perché esistono le relazioni tra gli uomini (‘ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas’ – dove c’è la società c’è il diritto, dove c’è il diritto c’è la società), relazioni da tutelare, custodire, proteggere.

La primissima relazione è quella della mamma e del figlio che vive e cresce dentro di lei. Spezzare con la forza della legge quella relazione significa negare il diritto o trasformarlo in uno strumento di sopraffazione. La moderna teoria dei diritti dell’uomo si basa esattamente sull’atto umile della mente che riconosce il valore dell’altro (il riconoscimento dell’uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana) e non su un atto di arroganza sull’altro.

Ecco perché giustamente si domandano i vescovi: ‘Il riconoscimento del ‘diritto all’aborto’ è davvero indice di civiltà ed espressione di libertà? Quando una donna interrompe la gravidanza per problemi economici o sociali (le statistiche dicono che sono le lavoratrici, le single e le immigrate a fare maggior ricorso all’IVG) esprime una scelta veramente libera, o non è piuttosto costretta a una decisione drammatica da circostanze che sarebbe giusto e ‘civile’ rimuovere?’ Rinunciare alla vita impedendo a un figlio di nascere, non può essere mai considerato un ‘diritto’. Mai.

E’ una pretesa ideologica: nessun indice di civiltà e progresso, nessuna autentica manifestazione di libertà. Il preteso ‘diritto di aborto’ è in realtà l’aborto del diritto. Nel punto 5 del messaggio, i vescovi richiamando la dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, ‘Dignitas infinita’  (‘la difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano.

Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo’), denunciano l’idea dell’aborto come diritto e l’inapplicazione della legge 194 che dovrebbero dissuadere dall’aborto e soprattutto ringraziano e incoraggiano scrivono: Quanti si adoperano ‘per rimuovere le cause che porterebbero all’interruzione volontaria di gravidanza […] offrendo gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il parto’ (L. 194/78, art. 5), come i Centri di Aiuto alla Vita, che in 50 anni di attività in Italia hanno aiutato a far nascere oltre 280.000 bambini”.

In quale modo la medicina può essere al servizio della vita?

“Quante cose ci sarebbero da dire! In estrema sintesi, la base, il fulcro, il senso della medicina è (in una logica di servizio e non di potere) prendersi cura di ogni essere umano, cioè per ogni persona dal concepimento alla morte, senza distinguo, senza discriminazioni. La medicina è chiamata ad accettare la morte non a cagionarla. In questo discorso rientra il rifiuto dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio assistito, della distruzione di esseri umani allo stadio embrionale cosa che può avvenire con le tecniche di fecondazione artificiale, ma anche cosiddetto accanimento terapeutico come dell’abbandono del paziente.

Si apre tutto il vasto spazio della responsabilità e della presa in carico, dell’assistenza globale, dell’implementazione della medicina palliativa, della medicina perinatale, dell’umanizzazione della medicina in generale. Merita di essere letta e meditata ancora oggi l’enciclica ‘Evangelium Vitae’, ma anche la lettera ‘Samaritanus Bonus’ e la Nuova Carta degli Operatori Sanitari. Va da sé che nella prospettiva di una medicina a servizio della vita l’obiezione di coscienza all’aborto ha un ruolo fondamentale: non si tratta di ‘astensione da’, ma di ‘promozione di’ ovvero del valore della vita e della autentica tutela sociale della maternità”.

(Tratto da Aci Stampa)

La nascita del primo figlio: tra risorse della coppia e della comunità

Cosa implica la nascita del primo figlio in una relazione di coppia? E come il fare e l’essere famiglia arricchisce la comunità? Facoltà teologica del Triveneto e Centro della famiglia di Treviso organizzano un webinar gratuito per un qualificato servizio pastorale al territorio sui temi della vita familiare.  

Cosa implica la nascita del primo figlio in una relazione di coppia? È possibile una narrazione alternativa a quella corrente che sottolinea solo le fatiche e non la ricchezza dell’esperienza? Quali risorse una comunità mette in campo per sostenere il fare e l’essere famiglia in un momento cruciale della vita familiare come la nascita del primo figlio? E come il fare e l’essere famiglia arricchisce la comunità?

Nasce da queste domande il webinar gratuito La nascita del primo figlio. Tra risorse della coppia e della comunità promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto e dal Centro della famiglia di Treviso, in collaborazione con il Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia e con la Faculté de théologie et sciences religieuses – Université Laval (Québec, Canada), in programma lunedì 10 febbraio 2025, dalle ore 18 alle 19 su piattaforma Zoom. La partecipazione al webinar è libera, previa iscrizione al link https://bit.ly/42aQuRv entro lunedì 3 febbraio.

Il seminario sarà aperto dai saluti del preside della Facoltà teologica del Triveneto, Maurizio Girolami. Seguiranno gli interventi di Francesco Carotenuto (Centro della Famiglia): Il primo figlio: fattori critici e risorse inaspettate; Vincenzo Rosito (Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia): L’attivazione della comunità attorno ai nuovi arrivati. Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto) presenterà il progetto di ricerca ‘Primo figlio’. Modera Francesco Pesce (direttore del Centro della famiglia).

La proposta è destinata, in particolare, a docenti e studenti universitari, associazioni familiari, presbiteri, operatori e operatrici di pastorale familiare, ma è aperta a chiunque sia interessato al tema: “La proposta nasce dal desiderio di approfondire alcuni temi relativi alla vita familiare, spiegano gli organizzatori, con l’intento di offrire un più qualificato servizio pastorale al territorio, ma anche di aiutare le comunità cristiane a riscoprire la propria generatività in dialogo con quel nucleo generativo che è costituito da ciascuna famiglia. Si è scelto pertanto di partire da un tema circoscritto, antropologicamente rilevante ed ecclesialmente significativo: la nascita del primo figlio”.

Questo appuntamento apre un progetto ricerca che Facoltà e Centro della famiglia intendono portare avanti a partire dall’ascolto diretto delle famiglie (indagine qualitativa), con un’analisi antropologica, psicologica, teologica, che mira a chiarire che cosa significa “comunità generativa” e come le relazioni tra le comunità cristiane e le famiglie possano contribuire a consolidare questa dimensione in entrambi i soggetti collettivi coinvolti. Sullo sfondo sta anche la presa in carico dell’attuale pastorale battesimale, al fine di offrire un contributo per un suo approfondimento e per un eventuale rinnovamento.

Il comitato scientifico è composto da Francesco Pesce (Centro della famiglia), Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto), Francesco Carotenuto (Centro della famiglia), Paola Milani (Università di Padova), Vincenzo Rosito (Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia), Jean-François Lapierre (Université Laval, Québec – Canada), Maurizio Girolami (Facoltà teologica del Triveneto).

Terza Domenica del Tempo Ordinario: Eccomi a voi! Dio ha mantenuto la promessa!

Assai significativo il brano del Vangelo. Ogni volta che leggiamo il Vangelo ci segniamo la fronte, la bocca e il cuore ad indicare che la ‘Parola di Dio’ va meditata, proclamata con la bocca, custodita nel cuore. L’episodio del vangelo è semplice ed affascinante. Un giorno di sabato Gesù si reca nella sinagoga di Nazareth, sua città dove era vissuta per circa trenta anni; da tutti  conosciuto come il figlio di Maria e di Giuseppe, il falegname del paese; da tutti amato ed apprezzato.

I compaesani erano però alterati perchè Gesù mai aveva operato prodigi; andato via e stabilitosi a Cafarnao, folle intere andavano a trovarlo per ascoltarlo ed ottenere guarigioni. Gesù avvertì il bisogno di entrare anche nella sinagoga di Nazareth; vi rientra al momento della preghiera, prende il volume della Bibbia e legge il passo del profeta Isaia: ‘Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione   e mi ha mandato ad annunziare ai poveri il lieto annunzio…’. Terminata la lettura, chiude il libro e dice ai  presenti: ‘Oggi si è compiuta questa scrittura…’.

I compaesani restano trasecolati; conoscono Gesù come figlio di Maria e Giuseppe ma non certo come il Messia promesso da Dio. Se leggiamo il proseguo: Gesù alla fine andrà via  e non ritornerà più a Nazareth dicendo: ‘Nessuno è profeta accetto nella sua patria’. Chi è Gesù? Egli è l’atteso del popolo ebreo ma la sua presenza ha sempre suscitato ammirazione e, subito dopo, minacce di morte: nasce a Betlemme e mentre corrono a 4trovarlo i pastori e i magi, il re Erode si prepara a compiere la strage degli innocenti nella speranza di colpire Gesù.

Rientrato ora a Nazareth, dove era vissuto circa trent’anni, si ripete qualcosa di analogo: i Nazaretani restano quasi scandalizzati e Gesù è costretto ad andare via senza ritorno. Gesù si è presentato per la prima volta tra i suoi come il ‘Verbo di Dio’, la sapienza divina, il Figlio di Dio concepito per opera dello Spirito santo. Egli afferma chiaramente di essere il Messia promesso da Dio, il Salvatore. Parole assai ferme e forti ! Solo a chi non ha fede il cristianesimo appare un vero paradosso. La soluzione del paradosso sta solo in una parola: amore, l’Amore di Dio per l’uomo, creato a sua immagine.

Dio ama l’uomo, suo capolavoro; e dopo il peccato originale disse a satana: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna e … verrà colui che ti schiaccerà la testa!’ Il Salvatore incarnato è proprio il Figlio di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità. è il Verbo eterno incarnato. Egli, pur essendo Dio, si è incarnato, assumendo in sè la natura umana nel grembo di Maria. Dio, amici carissimi, vuole tutti salvi ma rispetta sempre la libertà dell’uomo.

Alla grotta di Betlemme ciascuno di noi può scoprire la verità di Dio e la verità dell’uomo. Nel Bambino Gesù, nato dalla vergine Maria, scriveva papa Benedetto XVI, è coniugato l’anelito dell’uomo alla vita eterna ed il cuore grande e misericordioso di Dio, che non si è vergognato di assumere la condizione umana. Maria ha rivelato il Cristo Gesù ai pastori e ai Magi ed ha conservato nel cuore quanto si diceva di Lui.

Così Maria davanti alla cugina Elisabetta poté cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva’. A Nazareth Gesù ebbe a dire: ‘Sono venuto per portare ai poveri il lieto annunzio!’ Chi sono i poveri ai quali è annunciato il messaggio? 

La risposta si deduce da tutto il vangelo: non si tratta di uno stato sociale (è povero chi non ha soldi)  ma è un atteggiamento dello spirito umano; è povero   chi prende coscienza che quello che siamo ed abbiamo è solo dono di Dio; siamo depositari di questi doni e con umiltà dobbiamo riconoscere la mano misericordiosa di Dio.

Papa Francesco chiede di ricordare la data del proprio battesimo

“Questa mattina ho avuto la gioia di battezzare alcuni neonati, figli di dipendenti della Santa Sede e della Guardia Svizzera. Preghiamo per loro, per le loro famiglie. E vorrei chiedere al Signore, per tutte le giovani coppie, che abbiano la gioia di accogliere il dono dei figli e di portarli al Battesimo”: al termine della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato ai fedeli radunati in piazza San Pietro di aver battezzato 21 neonati nella Cappella Sistina.

E’stato un invito a riflettere sul battesimo: “La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, ci fa pensare a tante cose, anche al nostro Battesimo. Gesù si unisce al suo popolo, che va a ricevere il battesimo per il perdono dei peccati. Mi piace ricordare le parole di un inno della liturgia di oggi: Gesù va a farsi battezzare da Giovanni ‘con l’anima nuda e i piedi nudi’.

E quando Gesù riceve il battesimo si manifesta lo Spirito e avviene l’Epifania di Dio, che rivela il suo volto nel Figlio e fa sentire la sua voce che dice: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’. Il volto e la voce”.

E’ stato un invito a contemplare il volto ed ad ascoltare la voce di Dio: “Cari fratelli e sorelle, la festa di oggi ci fa contemplare il volto e la voce di Dio, che si manifestano nell’umanità di Gesù. E allora chiediamoci: ci sentiamo amati? Io mi sento amato e accompagnato da Dio o penso che Dio è distante da me? Siamo capaci di riconoscere il suo volto in Gesù e nei fratelli? E siamo abituati ad ascoltare la sua voce?”

In conclusione ha invitato a ricordare la data del proprio battesimo: “Vi faccio una domanda: ognuno di noi ricorda la data del suo Battesimo? Questo è molto importante! Pensa: in quale giorno io sono stato battezzato o battezzata? E se non lo ricordiamo, arrivando a casa, chiediamo ai genitori, ai padrini la data del Battesimo. E festeggiamo la data come un nuovo compleanno: quella della nascita nello Spirito di Dio. Non dimenticatevi! Questo è un lavoro da fare a casa: la data del mio Battesimo”.

Mentre nella celebrazione eucaristica ha pregato i genitori di sostenere nel cammino della fede questi 21 bambini neo battezzati: “È importante che i bambini si sentano bene. Se hanno fame, allattateli, che non piangano. Se hanno troppo caldo, cambiateli… Ma che si sentano a loro agio, perché oggi comandano loro e noi dobbiamo servirli col Sacramento, con le preghiere. Adesso incominciamo questa cerimonia tutti insieme. Oggi, ognuno di voi, genitori, e la Chiesa stessa date il dono più grande, più grande: il dono della fede ai bambini.

Andiamo avanti, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Continuiamo questa cerimonia del Battesimo dei vostri figli. Chiediamo al Signore che loro crescano nella fede una vera umanità, nella gioia della famiglia. E adesso continuiamo”.

Inoltre, in occasione del VI centenario dell’arrivo del Popolo Gitano in Spagna (gennaio 1425-2025), ha inviato un messaggio indirizzato a ‘queridos primos y primas, tíos y tías, querido Pueblo Gitano de España’: “Nel 2025 commemoriamo i 600 anni della vostra presenza in Spagna. Vorrei cogliere questa occasione per dimostrarvi il mio affetto, riconoscere i vostri valori e incoraggiarvi ad affrontare il futuro con speranza”.

Nel messaggio ha ricordato la loro storia, fatta di emarginazione: “Sono consapevole che la vostra storia è stata segnata da incomprensioni, rifiuti ed emarginazione. Ma anche nei momenti più difficili hai scoperto la vicinanza di Dio. Dio, infatti, percorre la storia insieme all’umanità e si è fatto nomade insieme al popolo zingaro. Anche Gesù nacque a Betlemme sotto il segno della persecuzione e dell’itineranza”.

Ma ha ricordato anche i ‘passi’ verso l’integrazione: “E’ anche giusto riconoscere gli sforzi compiuti negli ultimi decenni dal popolo zingaro, dalla Chiesa e dall’intera società spagnola, per intraprendere un nuovo cammino di inclusione che rispetti la vostra identità. Questo cammino ha prodotto molti frutti, ma bisogna continuare a lavorare, perché ci sono ancora pregiudizi da superare e situazioni dolorose da affrontare: famiglie in difficoltà che non sanno come aiutare i figli in difficoltà, giovani che hanno difficoltà a studiare, giovani persone che non riescono a trovare un lavoro dignitoso, donne che subiscono discriminazioni in famiglia e nella società”.

Inoltre ha ricordato il messaggio di papa san Paolo VI, pronunciato nel 1965, in cui affermò che essi sono nel ‘cuore’ della Chiesa: “Sono figli della Chiesa, di questa Chiesa nella quale tante persone, zingari e non zingari, si sono impegnate con responsabilità e amore per lo sviluppo integrale del popolo zingaro; di questa Chiesa che desidera continuare a spalancare le sue porte, perché tutti possiamo sentirci a casa; una Chiesa nella quale potete crescere nella fede cristiana senza rinunciare ai valori migliori della vostra cultura”.

E’ un invito a percorrere la strada di alcuni beati gitani: “Guardiamo avanti con speranza, seguendo le orme della beata Emilia Fernández Rodríguez, la cestista, e di Ceferino Giménez Malla, lo zio Pelé. Pur non volendolo, furono e continuano a essere maestri di fede e di vita per zingari e non zingari, come tante persone umili che aprono con fiducia la loro piccolezza alla grandezza di Dio”.

Questi beati ricordano l’importanza della preghiera: “Svelando i misteri del Rosario, entrambi i beati ci ricordano l’importanza della preghiera, dell’incontro con Dio, fonte di gioia, fraternità, speranza e carità. Entrambi hanno rischiato e perso la vita per amore di Dio e per cercare il bene degli altri: lo zio Pelé per aver difeso un prete ingiustamente detenuto, la cestaia per aver protetto i suoi catechisti. Entrambi furono missionari umili e coraggiosi”.

(Foto:  Santa Sede)

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