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Banca Etica e Cei per una ‘pace disarmante’
“Il presente documento, Educare a una pace disarmata e disarmante, invita a riscoprire la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia, e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti; dall’ ‘inutile strage’ di persone, per lo più civili e bambini; da una mentalità che rincorre la strategia della deterrenza degli armamenti, che può cambiare l’economia e la cultura dei nostri Paesi; da una violenza diffusa che rischia di diventare una cultura che affascina soprattutto i più giovani”: nello scorso novembre l’Assemblea Generale della CEI aveva approvato la nota pastorale ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, pubblicata il 5 dicembre.
Nella nota i vescovi sottolineavano la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia, e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti. Inoltre c’è un costante riferimento agli ‘artigiani ed architetti della pace’, che in ogni epoca sono stati l’esempio più vero che ‘la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione’. Alla loro testimonianza le comunità cristiane sono sempre chiamate ad attingere esempi e parole efficaci anche nel nostro tempo.
Per questo il Gruppo Banca Etica accoglie con piena condivisione la nota Pastorale della CEI, come ha sottolineato il presidente di Banca Etica: “In un’epoca segnata da conflitti e dalla corsa al riarmo, l’intervento dei vescovi italiani non è solo un richiamo etico, ma una bussola politica ed economica necessaria per allontanare l’umanità dalla pericolosissima china bellicista intrapresa e riportarla verso la costruzione di un benessere condiviso.
Per il movimento della finanza etica, che opera quotidianamente affinché il denaro sia uno strumento al servizio della giustizia sociale e non della distruzione, il documento della CEI rappresenta un’autorevole incoraggiamento per tutte le persone e le organizzazioni convinte che la pace non è un’astrazione, ma il risultato di scelte concrete, a partire da quella su dove orientare i flussi finanziari e il nostro risparmio.
In particolare, il Gruppo Banca Etica sottolinea tre passaggi cruciali della Nota: “Il contrasto alla corsa globale agli armamenti e all’attivismo bellicista europeo: Banca Etica, come la CEI, ha espresso forte preoccupazione per la strategia di riarmo che sta investendo l’Unione Europea. La spinta verso la produzione e il commercio di armi, incluse quelle nucleari, segna un pericoloso arretramento rispetto ai trattati di non proliferazione siglati nei decenni recenti. Trasformare l’Europa in un hub militare non significa solo tradire la sua vocazione di progetto di pace ma sottrarre risorse vitali alla transizione ecologica e al benessere delle comunità. Indirizzare i risparmi privati dei cittadini e delle cittadine verso questa folle corsa al riarmo è scellerato”.
Il presidente Aldo Soldi ha sottolineato che ‘le armi non sono mai neutrali: concordiamo con forza con tutti coloro che denunciano la fragilità della posizione che considera le armi strumenti moralmente neutri. Ogni arma è intrinsecamente ‘orientata all’uccisione e al ferimento’, la sua stessa esistenza non è un atto neutrale”.
Da qui la sottoscrizione ad una responsabilità di investitori e risparmiatori: “Chi sostiene finanziariamente queste imprese contribuisce, anche inconsapevolmente, a un’economia di guerra che condiziona le agende dei governi. La presa di distanza dall’industria bellica è oggi un dovere civile e una forma di obiezione di coscienza finanziaria”.
Il Gruppo Banca Etica, oltre a non dare credito e a non investire nel settore della produzione e commercio di armi, promuove la pace e le organizzazioni che operano per consolidarla, favorendo il contrasto alle disuguaglianze e l’inclusione sociale: “Esercitare il ‘disarmo’ significa anche scegliere dove orientare il risparmio. Solo togliendo ossigeno finanziario all’industria bellica potremo educare a una pace che sia, finalmente, disarmante”.
Per questo il Servizio della CEI per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, grazie ai fondi 8xmille, ha finanziato dal 1991 più di 18.000 progetti in 111 Paesi per € 2.600.000.000, di cui oltre la metà (58,2%) ha riguardato Paesi in guerra (57,6% dei fondi messi a disposizione).
Fra Valenzisi racconta la Parola di Dio in ‘carne ed ossa’
Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’ (acquistabile solo su Amazon: https://amzn.eu/d/4PnJ6go): è questa la sfida che fra Manuel Valenzisi, frate dell’Ordine dei Frati Minori, raccoglie nelle pagine del suo nuovo libro ‘In carne e ossa: Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo’, nato da un corso di esercizi spirituali ed ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.
Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali ed i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo (Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana) e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.
Chi legge si accorge presto che la Parola di Dio non è semplicemente spiegata, ma quasi ‘cucinata’, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.
Quindi il libro è una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola di Dio, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.
A lui chiediamo di spiegarci cosa significa incontrare Cristo ‘in carne ed ossa’: “Incontrare Cristo in carne ed ossa significa riconoscere che Dio si è fatto Uomo, uno di noi, nella storia concreta. Ogni scelta, incontro e gesto di Gesù ha un senso: è lì per parlarci oggi. Fermarsi sulla Parola significa non trattarla come teoria, ma come storia viva. La sequela di Gesù passa attraverso persone reali: Maria, Giuseppe, i discepoli, e chiunque ha incontrato. La Chiesa stessa è parte costitutiva di questa Incarnazione.
Inizia con Maria e con tutte le persone che Gesù ha voluto coinvolgere nella sua vita terrena. Tutte le persone che incontriamo nel Nuovo Testamento sono come il seme di una pianta: contengono tutti gli elementi della Chiesa e tutte le indicazioni per i cristiani che vogliono vivere la sequela di Gesù si trovano proprio in queste persone, che costituiscono la compagnia di Gesù. Incontrare Cristo vuol dire entrare in relazione con Lui attraverso queste persone, lasciandosi toccare e interrogare dalla loro esperienza”.
In quale modo la Parola di Dio può essere ‘cucinata’?
“La Parola diventa ‘cucinata’ quando viene meditata, scomposta e ricomposta in modo che possa nutrire. Come segnala p. Serafino Tognetti nella prefazione del libro, la Parola di Dio può essere ‘strizzata, sminuzzata, impastata e ricomposta’ per offrirla in un piatto fumante, digeribile e nutriente. Solo così, ‘inghiottendo’ la Parola di Dio, come fece Ezechiele con il rotolo, il cristiano lascia che essa diventi carne e ossa nella propria vita, producendo stupore, fecondità e trasformazione interiore”.
Allora, cosa significa credere in ‘obbedienza’?
“Credere in obbedienza significa prima di tutto rispondere fiduciosamente a Dio. L’obbedienza è Dio che si fida di me, e io che gli dico di sì. E’ innanzitutto lo sguardo fiducioso di Dio su di me: è Lui che si fida per primo, che affida qualcosa (una parola, una missione, un dono) ed io gli rispondo: ‘Sì, ci sto. Questo dono lo accolgo e lo custodisco’. Obbedire significa entrare in questo movimento di fiducia ricevuta e restituita, dove il primo a esporsi è Dio. Giuseppe accoglie il mistero di Cristo, custodendo e proteggendo il Figlio di Dio, mostrando che l’obbedienza permette al Signore di operare nella storia e di realizzare il suo progetto attraverso di noi”.
Questo è stato il motivo per cui tra tante donne nel libro è stato inserito Giuseppe?
“Infatti. La scelta non era quella di inserire un uomo tra le donne, ma Giuseppe mi è parsa la persona più adatta a parlare del tema dell’obbedienza. La predominanza di figure femminili nel libro invita a riflettere: nel Vangelo le donne spesso mostrano con particolare intensità apertura, fiducia e accoglienza della grazia, esprimendo un ruolo significativo nel cammino spirituale. Il loro esempio ci ricorda che ogni persona è chiamata a rispondere con fiducia alla proposta di Dio e a custodire il mistero della sua volontà nella propria vita”.
In cosa consiste la forma intensiva della vita cristiana?
“I consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) non sono un ‘di più’ riservato a pochi, ma la forma intensiva della vita cristiana, che custodisce e rende concreta la donazione a Dio. Nel corso della storia, soprattutto durante il Medioevo, si è talvolta distinto tra due perfezioni: quella dei precetti e quella dei consigli, rischiando di porre una distinzione non solo sui mezzi, ma anche sul fine da raggiungere. Allo stesso modo, riguardo alla chiamata alla santità, è stata fatta una distinzione tra le forme di vita, con i religiosi che apparivano come uno stato privilegiato.
Oggi, la riflessione biblico-teologica, sviluppata prima e subito dopo il Concilio Vaticano II, ha chiarito che non è così: né a partire dall’amore dell’uomo per Dio, né dall’amore di Dio che elegge l’uomo si possono derivare forme di vita ecclesiali privilegiate, perché l’invito all’amore perfetto è rivolto a tutti. Nell’amore non c’è distinzione tra dovere e volere: ciò che deve, l’amore lo vuole. Gesù non ha mai voluto dividere i suoi discepoli in due categorie ben distinte.
Le vocazioni paradigmatiche (celibato e matrimonio) in ogni condizione di vita esprimono i consigli evangelici in modi complementari. Attraverso figure bibliche come Maria, Giuseppe, la donna cananea o la vedova povera, possiamo entrare intimamente nella logica della vita cristiana: seguire, donarsi, custodire il mistero di Dio nel quotidiano, lasciandoci accompagnare dalla sua compagnia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Convegno Teologico sul ‘Sangue di Cristo ed Eucaristia’
Venerdì 21 novembre 2025, alle ore 14:30, presso l’Aula 200 della Pontificia Università Lateranense, si terrà il Convegno Teologico dal titolo: «Sangue di Cristo ed Eucaristia. L’“altra metà della cena”: una ricchezza da non perdere». Questo appuntamento è promosso dal Centro Studi Unione Sanguis Christi della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.
Don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana della Congregazione, afferma che «dal punto di vista storico, il Convegno del Centro Studi rappresenta una tradizione consolidata per noi Missionari del Preziosissimo Sangue, per le Adoratrici del Sangue di Cristo, e anche per altre famiglie spirituali legate alla devozione al Sangue di Cristo. Fin dagli anni Sessanta, i nostri missionari si sono impegnati nella ricerca scientifica e nello studio approfondito di questa spiritualità.
Conserviamo infatti importanti trattati teologici, spirituali, biblici, pastorali, antropologici e patristici sul Sangue di Cristo, un patrimonio di inestimabile valore. Desidero ringraziare personalmente don Giacomo Manzo, direttore del Centro Studi, che da qualche anno ha deciso di riprendere questa tradizione e portarla avanti con dedizione. Allo stesso modo, non posso tacere il ruolo fondamentale che in maniera inestimabile ricopre il prof. don Luigi Maria Epicoco nella realizzazione dell’evento, dalla scelta del tema ai contatti con i singoli relatori.
Questo impegno ci permette di crescere, come ci insegna Gesù nel Vangelo, nella verità e nella ricerca del bene dell’umanità. Il Sangue che ci ha redenti, riconciliati, santificati e giustificati continua a offrirci spunti di riflessione e di crescita non solo sul piano intellettuale, ma anche sul piano umano e cristiano, rendendo questo evento un’opportunità preziosa per tutti noi».
Don Giacomo Manzo, direttore del Centro Studi Unione Sanguis Christi, evidenzia che «quest’anno, il tema che abbiamo scelto è questo: “Sangue di Cristo ed Eucaristia – L’ ʻaltra metà della cenaʼ: una ricchezza da non perdere”. Approfondiremo, infatti, attraverso un percorso teologico, biblico, patristico, spirituale e soprattutto liturgico-sacramentario l’importanza, la specificità e, appunto, la ricchezza del significato del sangue nell’Eucaristia.
Vari studiosi della liturgia affronteranno questo tema, fino anche ad una riflessione sulla comunione e adorazione sotto le due specie. Già il padre della Chiesa san Cipriano, in una sua lettera molto celebre per noi Missionari (n. 63), scriveva: “Gli indugi dei fratelli dinanzi ai pentimenti della persecuzione, che ripetono la passione di Cristo, traggono origine da qui, dal fatto che già durante il sacrificio si sono assuefatti ad arrossire del sangue di Cristo … in che modo potremmo noi versare il sangue per il Cristo, se ci vergogniamo di bere il suo sangue?”.
Questo è solo un esempio per sottolineare, come ci disse Papa Francesco nell’udienza con la USC, che “il sangue di Cristo ci spinge a donare la vita per Dio e i fratelli senza risparmio…”, poiché appunto nessun altro segno rispetto a quello del sangue di Cristo è “così eloquente per esprimere l’amore supremo della vita donata agli altri”. Sarà un convegno ricchissimo di spunti di meditazione e di provocazioni per noi cristiani».
Molteplici saranno i docenti coinvolti nel Convegno come relatori: Riccardo Ferri (Pro-Rettore della Pontificia Università Lateranense), Ildebrando Scicolone, Giuseppe Midili, Valentina Angelucci, Daniele Pinton e Luigi Maria Epicoco.
Da Cascia per diffondere il ‘profumo’ di Cristo
“In un mondo lacerato dai conflitti, Santa Rita ci ricorda che la pace è una scelta quotidiana, fatta di perdono, ascolto e riconciliazione. La sua santità nasce da gesti concreti e profondamente umani: fu figlia, sposa, madre e monaca, sempre capace di restare in relazione con gli altri anche nel dolore. Oggi, mentre si conclude la Festa a lei dedicata, sentiamo il bisogno di rilanciare un appello accorato alla pace, soprattutto per l’Ucraina e la Terra Santa, dove regnano sofferenza e ingiustizia. Per Rita, la pace era responsabilità, un cammino costruito con misericordia, comprensione dell’altro e coraggio.
E’ questa la strada che dobbiamo tornare a percorrere: la cura dell’altro, il dialogo, la compassione che ci rende umani. Ogni vita è unica e sacra. Solo così potremo disarmare davvero i nostri cuori e quelli del mondo. Raccogliendo l’invito di Papa Leone XIV, che mercoledì ha chiesto ai fedeli di pregare il Rosario per la pace, la nostra comunità si unisce alla sua voce: preghiamo per la fine della violenza nella Striscia di Gaza, per l’ingresso di aiuti umanitari e perché prevalga il bene sul male”: con queste parole suor Maria Grazia Cossu, badessa del monastero Santa Rita da Cascia, ha commentato la conclusione dei festeggiamenti in onore della ‘santa degli impossibili’ con migliaia di pellegrini da tutto il mondo.
La giornata era stata aperta dal pontificale, concelebrato con mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, e con p. Angel Moral Anton, priore generale degli Agostiniani, del card. Baldassare Reina, gran cancelliere del Pontificio Istituto ‘Giovanni Paolo II’, che nell’omelia ha chiesto di guardare a santa Rita come ‘compagna’ di cammino: “Quotidianamente la Chiesa ci propone modelli di santità: fratelli e sorelle che godono la piena beatitudine in cielo. Non per farci immaginare una santità lontana o ideale, ma per ricordarci che anche noi siamo chiamati alla santità. I santi ci sono accanto come protettori e compagni di cammino. Santa Rita va guardata con questo stesso sguardo”.
E la santità è per tutti: “Ogni volta che celebriamo la festa di un santo, il rischio è quello di tenerlo a distanza, pensando che quella santità non sia per noi. Ma la santità è per tutti. Se oggi siamo qui è perché vogliamo crescere nella santità. E’ bello vedere la grande devozione che c’è verso Santa Rita, non solo qui a Cascia, ma nel mondo intero. E allora, lasciamoci ispirare dalla sua vita: una vita segnata da grandi prove, una scelta religiosa osteggiata, un matrimonio difficile, il dolore per l’assassinio del marito, la morte dei figli, la sofferenza della spina accettata nella vita religiosa. Non è stata una vita facile, quella di santa Rita. Dobbiamo guardarla nella sua realtà concreta, segnata profondamente dalla sofferenza”.
Soffermandosi sulle letture odierne ha invitato i fedeli a vincere il ‘male con il bene’: “E’ un messaggio che contiene una profonda saggezza: il nostro cuore è fatto per il bene, non per il male. E’ fatto per amare, non per odiare. I sentimenti negativi possono anche entrare nel nostro cuore, ma non sono fatti per abitarlo. Il principio di vincere il male con il bene è quanto mai attuale. Santa Rita avrebbe potuto vendicare l’assassinio del marito. Avrebbe potuto rispondere al male con altro male e forse avrebbe anche ricevuto l’approvazione degli altri.
Ma ha scelto una strada diversa: ha scelto la via del Vangelo. Ha scelto di perdonare. Ed allora, guardiamo anche al nostro tempo. Un tempo segnato da un crescendo preoccupante di violenza, come ricordava l’arcivescovo all’inizio della Messa. papa Francesco parla di una ‘terza guerra mondiale a pezzi’. E papa Leone, affacciandosi dalla loggia subito dopo la sua elezione, ha invocato il dono della pace”.
E’ stato un invito a non abituarsi alla violenza: “Ci siamo talmente abituati alla violenza che abbiamo perso il senso di ribellione, di indignazione. Non riusciamo più nemmeno a dire: ‘Non è giusto. Non si fa. Non si tocca’. Ed invece no: la vita umana non si tocca. Che sia una donna, un bambino, un marito, una moglie, un lavoratore… la vita non si tocca.
Tra i tanti messaggi che santa Rita ci lascia, ce n’è uno che oggi non possiamo dimenticare: provare a vincere il male con il bene. Il male esiste, ci tocca, ci attraversa. Gli antichi lo chiamavano ‘mysterium iniquitatis’, il mistero del male. E’ un mistero, prima di tutto, per noi stessi. Perché nessuno di noi, al mattino, si alza con l’intenzione di fare il male. Eppure, lo facciamo”.
Per questo sono di estrema attualità le parole di papa Leone XIV a disarmare le parole: “Supera sempre con il doppio di amore. Non con il doppio di odio. Questo è un messaggio profetico. Qualche giorno fa, Papa Leone ha detto con chiarezza: ‘Dobbiamo disarmare il linguaggio’. E noi oggi lo sentiamo come un appello urgente: abbiamo bisogno di disarmare il linguaggio, i sentimenti, il cuore. Abbiamo bisogno di immaginare strade nuove, di costruire relazioni che siano davvero umane, prima ancora che cristiane.
Forse stiamo perdendo il ‘bene dell’intelletto’, stiamo perdendo la capacità di costruire una società che sia davvero a misura d’uomo. E se questo messaggio può sembrare forte, lo è. Ma è necessario. E allora, come si fa a perdonare? Come si fa ad amare il nemico? Gesù ce lo ha detto nel Vangelo: ‘Rimanete in me’. Rimanete nel mio amore. Come il tralcio che resta unito alla vite. Se rimaniamo in Lui, se osserviamo le sue parole, porteremo frutto”.
Ecco il motivo per cui il cristianesimo va vissuto quotidianamente: “Il cristianesimo non può essere la religione delle occasioni. Arriva la domenica, arriva il Natale, arriva la Pasqua, arriva una festa… ci ricordiamo di essere cristiani, ci avviciniamo a Dio, magari facciamo la Comunione. Ma poi? Il resto della vita non è toccato da quel Vangelo. Immaginate una vigna che potesse portare frutto semplicemente accostando il tralcio alla vite ogni tanto. Un contadino arriva, mette il tralcio lì accanto e spera in qualche grappolo d’uva. Non accadrà mai. Perché affinché arrivi il frutto, il tralcio deve essere profondamente, intimamente innestato alla vite”.
Questa è la grande ‘lezione’ di santa Rita: “E qui ritorna un altro messaggio forte della vita di Santa Rita. Una donna che ha vissuto un rapporto così intimo con il Signore Gesù da portare nel suo corpo i segni della sua Passione. Rimanere in Lui non significa avere una vita facile. La fede non è magia. Il cristianesimo non è magia. Siamo cristiani, sacerdoti, monache, consacrati e consacrate a vario titolo… e abbiamo vite complicate. Vite segnate dalla malattia, dalla fatica, da qualche fallimento, dalla tentazione. Esattamente come Santa Rita. E la fede è proprio ciò che ci aiuta ad affrontare tutto questo, con la consapevolezza che Dio è con noi. Che non ci abbandona. Rimanere in Lui. Mettere davvero radici in Dio. Sentirci a casa in Dio, non di passaggio”.
Quindi il ‘segreto’ è rimanere in Lui: “Possiamo essere provati dall’inizio alla fine della nostra vita, ma se siamo in Dio, siamo nella gioia. E sarà capitato anche a voi (come è capitato a me) di incontrare persone consacrate, sacerdoti, religiose, con la luce negli occhi. Non per l’assenza di problemi, ma perché avevano Dio. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di tornare a mettere Dio al centro, di andare in profondità”.
Concludendo l’omelia il card. Reina ha invitato a portare il ‘profumo di Cristo: “Non limitiamoci alla rosa che oggi è viva e domani appassisce. Il mondo ha bisogno di un altro profumo: non quello artificiale, ma il profumo della santità, della fraternità, della gentilezza, dell’accoglienza, del sentirsi famiglia. Cascia può essere quel centro da cui questo profumo si diffonde. Chiediamo a Santa Rita, insieme, che la sua intercessione faccia arrivare questo profumo fino ai confini della terra. Preghiamo per il mondo intero, per la Chiesa, per il Santo Padre”.
(Foto: Fondazione Santa Rita da Cascia)
Vocazioni cristiane: una visione nuova e inclusiva dal Mistero di Cristo
La riflessione sulla vocazione cristiana ha trovato un nuovo impulso grazie all’opera del teologo francescano p. Manuel Valenzisi, che nel suo ultimo libro, ‘Matrimonio e celibato. Per una teologia nuziale del cristiano’, offre un’analisi innovativa e profonda sul significato del matrimonio e del celibato alla luce del Mistero di Cristo. Questa prospettiva teologica, che affonda le sue radici nell’offerta sponsale di Cristo per la Chiesa, propone una visione organica e inclusiva delle vocazioni, individuandone il fondamento nel Mistero dell’Alleanza nuziale tra Dio e l’umanità.
Con un approccio che intreccia teologia dogmatica, spiritualità e diritto canonico, p. Valenzisi analizza criticamente la nozione tradizionale di ‘stati di vita’, dimostrandone le origini socio-giuridiche piuttosto che teologiche. Da questa analisi nasce un nuovo vocabolario per comprendere e vivere le vocazioni cristiane, intese non come ruoli statici ma come modalità dinamiche di partecipazione al Mistero nuziale di Cristo.
Il matrimonio e il celibato per il Regno sono al centro della riflessione dell’autore, presentati come vocazioni ‘paradigmatiche’ che si completano reciprocamente. Questa impostazione valorizza anche il celibato dei cosiddetti single, anche se nella Chiesa nessuno è solo, spesso trascurato o oggetto di stereotipi, offrendo un’interpretazione che include tutte le forme di vocazione come espressione di fecondità spirituale.
Dio ha stretto un’alleanza con il suo popolo, che è come un legame di nozze, puro e fedele. Quando il popolo tradisce questa alleanza, Dio manda i profeti a ricordarla: alcuni con il loro matrimonio, altri vivendo come celibi, per denunciare l’infedeltà di Israele. Con Maria e Giuseppe c’è un cambiamento importante: nel loro matrimonio, sponsalità e celibato non sono separati ma si uniscono, diventando un segno perfetto dell’alleanza tra Dio e l’umanità. Il loro legame non è solo una convenzione culturale, ma un esempio vivo di amore sponsale e dedizione verginale.
Maria e Giuseppe mostrano che matrimonio e celibato possono esprimere insieme il Mistero di Cristo. Nel loro rapporto, il matrimonio diventa un segno cristiano e il celibato un dono fecondo, entrambi orientati al Regno dei cieli. La loro relazione, benedetta dallo Spirito Santo, illumina ogni vocazione e ci invita a vivere come sposi o celibi in comunione con Dio.
L’opera culmina in una visione profonda dell’Eucaristia, considerata fonte e culmine del Mistero nuziale che illumina sia la vocazione matrimoniale sia quella celibataria. In questa prospettiva, l’Eucaristia diventa il luogo in cui l’unione con Dio si manifesta pienamente, trasformando le diverse vocazioni in espressioni di una stessa chiamata all’amore e alla comunione.
Il libro di p. Valenzisi si rivolge a chi è in cerca della propria vocazione o desidera approfondirla, offrendo uno strumento di riflessione inclusivo e ricco di spunti. La sua analisi, radicata nella tradizione e aperta al futuro, si nutre della comunione dei santi e del dialogo con la comunità di fede. Il volume si distingue per il linguaggio chiaro e il rigore teologico, rendendolo accessibile sia agli studiosi sia ai fedeli desiderosi di comprendere più a fondo il significato della propria vocazione.
Con questa proposta, p. Valenzisi non solo arricchisce il dibattito teologico, ma apre nuove vie per una pastorale vocazionale capace di abbracciare tutte le forme di vita cristiana, superando pregiudizi e visioni limitanti. Un’opera che invita la Chiesa a riscoprire la bellezza e la profondità del battesimo nel quale tutti siamo coniugati a Cristo, ciascuno nella propria forma di vita.
Booktrailer: https://youtu.be/7z7kc9ADdyE?si=DcPX2_i5e2clJ4ZJ Link per l’acquisto:
Egidio Bandini: don Camillo in dialogo con Cristo è la lezione di Guareschi
“Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone…Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel pò. Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna. ‘Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale’, annunciò con fierezza Peppone. ‘Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. E’ un fenomeno’. ‘Lo so. Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia’, ammise don Camillo”.
Prendiamo spunto dal racconto del presepe, raccontato da Giovannino Guareschi in ‘Giallo e Rosa’ apparso nel settimanale umoristico ‘Candido’ del 21 dicembre 1947, per presentare il volume ‘In dialogo con Cristo. La lezione di don Camillo’, a cura dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’: “Questo libro è strutturato in modo molto semplice: le istruzioni per l’uso le ha scritte il nostro presidente; a queste segue un’introduzione scritta diversi annetti or sono da uno dei maggiori scrittori italiani: Alessandro Baricco.
Ad essa seguono interventi di grandi personaggi che non sono più con noi: i cardinali Biffi e Maggiolini, oltre all’indimenticabile amico di sempre Giorgio Torelli e, per spezzare la monotonia Frate Indovino. Quindi la più straordinaria introduzione mai scritta per il Don Camillo: quella di Michele Serra per la biblioteca di Cuore. Di qui si procede in ordine alfabetico con docenti universitari esteri: il professor Alan R. Perry dell’Università di Gettysburg e la professoressa Olga Gurevich dell’Università di Mosca, traduttrice in russo del Don Camillo e della Favola di Natale”.
Al presidente dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’, Egidio Bandini, condirettore del mensile ‘Candido’, abbiamo chiesto di raccontarci il mondo di Giovannino Guareschi: “Un mondo antico e sempre nuovo, fatto di valori irrinunciabili come la fiducia nel prossimo, il reciproco rispetto, la ricerca della verità, il coraggio di affrontare anche le situazioni più drammatiche, la solidarietà e la compassione, l’amicizia incondizionata e, alla base di tutto, la fede nella Divina Provvidenza e nelle leggi di Dio che, assieme alla Patria e alla Famiglia (entrambe con l’iniziale maiuscola) rappresentava il fondamento del piccolo mondo guareschiano che, però, dovrebbe essere grande come il mondo”.
A Firenze papa Francesco così aveva ‘dipinto’ Guareschi: ‘Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente… Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto’. Per quale motivo don Camillo era un pastore con l’odore delle pecore?
“Perché era sempre dentro, insieme, legato al suo gregge. Riferimento per tutti, fedeli e non, credenti e scettici, don Camillo conosce tutti i suoi parrocchiani, le loro angosce e i loro dolori, le loro gioie e i loro desideri: piange con loro e ride con loro. Proprio quello che ha detto papa Francesco”.
In quale modo don Camillo risvegliava la coscienza?
“Lascio rispondere Giorgio Vittadini: … non ho potuto fare a meno di pensare ai dialoghi tra don Camillo e il Cristo del suo crocefisso, passaggi cruciali dell’opera ‘Mondo Piccolo’ di Giovannino Guareschi. Come ebbe a scrivere lo stesso autore, ‘chi parla nelle mie storie non è il Cristo, ma il mio Cristo cioè la voce della mia coscienza’. Don Camillo parla con Cristo di quello che gli accade, mettendo a tema le vicende tristi e liete della vita quotidiana, sue e delle persone intorno a lui: la povertà, il lavoro, la giustizia sociale, la meschinità, la sete di vendetta e in generale il male procurato dagli uomini e quello che viene dalla natura, la politica locale e quella globale. Il linguaggio della ‘coscienza di Guareschi’, espressa dal Cristo nei racconti è quello dei Vangeli. Non si impone con violenza e autoritarismo, ma partendo dall’osservazione dei fatti spinge don Camillo, spesso con ironia, a riflettere, a ragionare, utilizzando la verità che è dentro di lui”.
Quale era il rapporto di don Camillo con Dio?
“Lo stesso di Guareschi: amore sconfinato e obbedienza assoluta alle leggi divine che, in quanto tali, non possono essere messe in discussione”.
Chi era Cristo per don Camillo?
“La voce della sua coscienza che, poi, era la coscienza di Giovannino Guareschi perché, non dimentichiamolo, don Camillo è null’altro che il suo stesso autore”.
Quale è la ‘lezione’ di don Camillo in dialogo con Cristo?
“Lascio ancora una volta la parola a Giorgio Vittadini: Guareschi, in controtendenza, fa del dialogo continuo e personale con il Cristo che parla la radice stessa della personalità di Don Camillo. Don Camillo obbedisce senza sé e senza ma alla Chiesa universale, ma non può fare a meno di paragonare tutto quel che sente e tutto quel che gli capita con questa misteriosa Presenza. Così scopre che Gesù non è una idea, un concetto, una astrazione ma una Presenza reale il compagno, l’amico, l’autorità vera che lo accompagna, lo conforta, lo corregge”.
Concludiamo con la ‘favola di Natale’, un particolare racconto di Guareschi: “Nel dicembre 1944 Guareschi scrive la favola che viene letta e rappresentata il 24 dicembre insieme all’amico Coppola il quale ‘con la fisarmonica accompagnava le canzoncine di cui io avevo scritto il testo e che vennero eseguite da un gruppo di pezzenti come me, pieni di freddo, di fame, di nostalgia. In quella squallida baracca zeppa di altri pezzenti come noi’. Per Guareschi era il secondo Natale in prigionia e scrisse la favola per resistere con l’allegria alla tristezza sua e quella tra i compagni del lager. La nostalgia che divorava i prigionieri, era, a suo modo, nostalgia di futuro non del passato.
A guerra conclusa Guareschi illustrerà la favola con stupendi disegni riprodotti che ne fanno una sorta di inedito fumetto. Tra fame e freddo Guareschi scrive la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, e delle piccole creature (buone o cattive) che vivono e parlano in un bosco fantastico. Il bambino, la nonna e il papà si incontrano a metà strada nel bosco dove, solo nella notte di Natale, si incontrano creature e sogni di due mondi nemici e rivali. Con questa convinzione si svolge il pranzo di Natale dove il panettone ha il sapore del cielo e del bosco, dove nella notte si rinnova il miracolo di Dio che si fa uomo tra gli uomini”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Raspanti: san Francesco segno di Cristo
Nel giorno del Transito di san Francesco, ha avuto ufficialmente inizio ‘La Sicilia ad Assisi’, le iniziative legate ai festeggiamenti in onore del Santo assisate che hanno invitato in Umbria oltre 5.000 pellegrini dalla Sicilia, ai quali si aggiungono molti che hanno raggiunto Assisi in autonomia o, comunque, senza una organizzazione legata alle diocesi.
Ad Assisi, già dalla mattinata del 3 ottobre, il Custode della Porziuncola, fr. Massimo Travascio, ha accolto gli ospiti nel Refettorietto del Convento di Santa Maria degli Angeli, che ha rivolto un messaggio di benvenuto a tutti i convenuti nella sala e alle autorità presenti; la concelebrazione eucaristica è stata officiata da mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, rievocando le parole di Thomas Merton:
“Siamo in questa basilica, pellegrini di quell’immagine di Cristo povera e umile che è Francesco, perché vogliamo seguirne le orme, che con sicurezza ci rendono veri discepoli del divino Maestro. Venuti dalla Sicilia, siamo una porzione di Italiani che cerca in questo Frate del Medioevo un sicuro orientamento per il proprio cammino lungo una strada che appare piena di insidie.
L’olio che portiamo in dono raffigura noi stessi perché esprime il nostro desiderio di rimanere vicini a lui nelle sue spoglie mortali, qui custodite, per attingere alla sua ispirazione spirituale, conservata dai Frati, e non smarrire la giusta direzione”.
Riprendendo la lettera di san Paolo ai Galati mons. Raspanti ha affermato che san Francesco ha ricevuto il ‘segno’ di Cristo: “Questo segno fu concesso anche a Francesco ottocento anni fa, nel settembre 1224, quando ‘nel crudo sasso intra Tevere e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno’, secondo la descrizione di Dante nella Commedia.
Così fu noto a tutti quanto egli fosse intimamente unito al Signore, il quale lo rendeva partecipe della propria dona zione amorosa per l’umanità e sigillava la missione di Francesco di ricostruire la sua Sposa, la Chiesa”.
Per questo san Francesco è patrono d’Italia: “I Padri della Repubblica, di tradizioni culturali e fedi diverse, i governanti e il popolo italiano hanno ben colto il nocciolo di questo messaggio, accogliendo Francesco quale patrono d’Italia dichiarato tale da papa Pio XII. Noi italiani tutti desideriamo così attingere alla sorgente della pace e della concordia per berne direttamente e diffonderla.
Siamo consapevoli di non essere qui dinanzi a valori, per quanto alti e preziosi, come la concordia e la fraternità, ma siamo dinanzi alle spoglie di un uomo con un vissuto che lo rende eccellente testimone e profeta che indica la sicura via della pace”.
E’ stato un invito al rinnovamento interiore: “Forse potremmo rischiare di dire che non riusciamo nell’odierna convivenza sociale ad accogliere il migrante, a frenare la violenza, a curare i deboli e i poveri, a respingere il malaffare proprio perché non riusciamo a raggiungere la sorgente dei valori, cioè il perdono e la riconciliazione, l’umiltà e la mitezza.
Se il risanamento non accade nel profondo delle radici, non vedremo mai i frutti dell’albero. Cristo crocifisso e Francesco, piccolo e stigmatizzato, hanno raggiunto il fondo risanando e inaugurando la nuova creazione”.
Mentre nei Primi Vespri del Transito di san Francesco mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e vicepresidente della Conferenza Episcopale Siciliana, aveva sottolineato la ‘spoliazione’ del Santo: “Nelle prime due spoliazioni Francesco sveste il suo corpo delle vesti, rimanendo nudo, ma nell’ultima (con il sopraggiungere di ‘sorella morte’) si spoglia anche di ‘fratello corpo’ nudo… Per essere restituiti alla terra e all’abbraccio paterno e fraterno originario. La morte segna la totale consegna del suo corpo a Dio e ai fratelli”.
Tale Transito è un ammonimento a vivere ‘bene’ la morte, che conduce alla Vita: “La memoria del transito di Francesco, ci ridesta al nostro essere creature mortali, figli e fratelli/sorelle: creature, non Creatore, mortali non eterni; figli amati, non schiavi; fratelli/sorelle, non nemici catapultati nel mondo campo di battaglia. Fratelli e sorelle dell’unico Padre che ci affida la Terra come ‘Casa comune’ fraterna fragrante d’amore e di pace, come ‘Giardino fecondo’ con al centro l’albero sempreverde della Vita… Fatti di terra, per ritornare in nuda terra, per essere plasmati dalle mani di Dio cittadini della nuova Creazione, della Casa comune trasfigurata. Anche noi, come Francesco, con Francesco”.
Quindi tale Transito è un momento particolare per la conversione di molti: “Su quanti oggi hanno dimenticato di essere creature mortali e seminano nella Casa comune guerre, divisione, odio, parole aggressive, distruzione e morte violenta, soprattutto dei piccoli e degli inermi, la memoria del luminoso Transito di Francesco, Fratello universale, verace testimone di Cristo e di un cammino di piena e autentica umanità, sia audace segno profetico di conversione di mentalità e di cambiamento di rotta per il bene dell’umanità, per il bene della Casa-Terra”.
In occasione della festa del Transito è stato consegnato il riconoscimento di ‘Frate Jacopa, Rosa d’argento 2024’ a suor Alfonsina Fileti: questo premio non è solo un segno di stima per il servizio svolto da suor Alfonsina a favore delle famiglie in difficoltà, dei minori a rischio e delle donne vittime di violenza domestica, ma è anche un richiamo al ruolo importante che la Chiesa e le comunità locali svolgono nel sostenere i più vulnerabili.
(Foto: Conferenza Episcopale Siciliana)
XXIV Domenica del Tempo Ordinario: Gesù, Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo!
Il brano del Vangelo ci offre la vera dimensione spirituale e sacramentale del Cristo. Essere discepoli del Cristo faceva sognare fama e potere, regno e possibilità di diventare i veri protagonisti dell’era nuova annunziata dai profeti e segnata dalla liberazione della Palestina. Basta pensare ai due discepoli di Emmaus che se ne andavano tristi, dopo la passione e morte di Gesù, perchè le attese sembravano a loro ormai svanite nel nulla. Gesù non vuole nè illudere nè deludere; un giorno lungo il cammino pone ai Dodici una duplice domanda: quale opinione si è formata la gente di Me?; Voi cosa pensate di me?
La prima domanda riguarda l’opinione della gente; la risposta è molteplice tutti pensano che sei un inviato da Dio, un profeta come uno dei più grandi profeti. Alla seconda domanda risponde Pietro a nome di tutti: ‘Tu sei il Cristo, il Messia atteso’ non perciò solo un profeta. Gesù impone severamente ai presenti di non parlare di Lui a nessuno perchè non era ancora il tempo; per adempiere la sua missione era necessario affrontare la violenza dei capi del popolo, morire in croce e poi risorgere.
Dal dialogo tra Gesù e i suoi discepoli emerge la vera immagine messianica di Cristo che aveva spinto gli stessi Apostoli a lasciare tutto per seguirlo. Oggi Gesù potrebbe rivolgere a ciascuno di noi la stessa domanda: Tu chi dici che io sia? o Chi sono Io per te? Ognuno di noi è chiamato a rispondere.
Siamo suoi veri discepoli se in noi c’è umiltà e amore; Gesù ci ricorda che per essere suoi veri discepoli è necessario rinnegare se stessi: ‘chi vorrà salvare la propria vita, la perderà’ la felicità vera la troveremo quando l’amore vero ci sorprende e ci cambia riscoprendo la nostra missione di fratelli tra di noi e di figli di Dio, tanto da invocare Dio dicendo: ‘Padre nostro che sei nei cieli’.
Gesù non è solamente quel Messia dolce, arrendevole, buono con tutti dinanzi al quale i ciechi vedono, i muti parlano, i morti risuscitano e con cinque pani e pochi pesci sfama una moltitudine di 5.000 persone; Egli è il Messia che dà la vita per salvare gli uomini, Egli dovrà morire in croce e risuscitare il terzo giorno per realizzare il regno di Dio: regno di giustizia e di amore.
Egli è il ‘servo sofferente’ che insegna a tutti: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua’. Le idee errate portano anche ad un Gesù ‘superstar’, affascinante, grandioso ma sempre uomo in mezzo agli uomini; è necessario invece pensare a Gesù alla maniera di Dio e non secondo gli uomini.
La vera fede prepara il discepolo ad essere un vero discepolo di Cristo risorto perchè vero Dio e vero uomo. Da qui il rimprovero di Gesù a Pietro, che vorrebbe distorglielo dalla sua missione: ‘Vai dietro a me, Satana, tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Seguire Cristo è facile se vogliamo vedere Gesù solo quando accarezza i bambini o compie prodigi; è difficile se vogliamo coglierlo in tutta la sua missione salvifica.
E’ difficile ma non impossibile: la prima radicale vittoria che Gesù impone è quella su se stessi: vincere la superbia, l’orgoglio, sconfiggere le false attese perchè trionfi l’amore. Per realizzare il progetto messianico c’è una sola strada: ascoltare Cristo ed innestarsi a Lui con il Battesimo. Questo avvenimento di grazia cancella tutte le divisioni etnico-religiose, le discriminazioni dovute alle diverse condizioni sociali, alla razza, al sesso: ‘Non c’è più giudeo nè greco, nè schiavo nè libero, nè uomo nè donna perchè tutti siamo uno in Cristo Gesù’.
Gesù ha realizzato questa unità con il sacrificio della croce, morendo in croce ‘per radunare insieme nell’unità i suoi figli dispersi’. La vergine Maria, madre di Gesù e nostra, che ha vissuto la fede seguendo il suo Figlio Gesù, aiuti anche noi a camminare sulla strada tracciata da Cristo Gesù amando Dio e i Fratelli.
I giovani sono ancora affamati di Cristo? L’anno dedicato a Giovanni Testori
L’anno testoriano si è concluso alla Fondazione ‘Ambrosianeum’ di Milano con la presentazione del volume ‘Giovani affamati di Cristo’, in cui sono pubblicate due conferenze, che esploravano il rapporto tra i giovani e la fede nel contesto dei turbolenti ‘anni di piombo’, tenute da Giovanni Testori in quel luogo a gennaio ed ottobre del 1979, proponendosi di arricchire ulteriormente l’affascinante esplorazione della fede e della cultura affrontata da Testori durante le conferenze. Gli autori dei contributi inclusi nel volume, Luca Bressan, Marina Corradi, Giuseppe Frangi, Fabio Pizzul e Alessandro Zaccuri, hanno offerto nuove dimensioni, prospettive e ricordi a questa rilevante indagine.
Papa Francesco: comunicare Cristo
Ancora qualche problema di salute per papa Francesco, come comunicato dallo stesso questa mattina ad un gruppo di comunicatori francesi, partecipanti al simposio ‘Université des Communicants en Église’: ‘Io vorrei leggere tutto il discorso ma ho un problema, un po’ di bronchite’, che, seppure con la voce affannata, comunque pronunciato i discorsi previsti nelle due precedenti udienze.




























