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Sinodo: pubblicato documento in vista dell’Assemblea sinodale del 2028
Nei giorni scorsi è stato pubblicato dalla Segreteria Generale del Sinodo il documento ‘Verso le Assemblee 2027-2028: tappe, criteri, strumenti in vista delle Assemblee del 2027-2028’, con cui sono precisati calendario, la metodologia e i criteri con cui le Chiese locali di tutto il mondo, i loro raggruppamenti nazionali e continentali sono chiamati a condividere i frutti del cammino avviato dopo il Documento finale del Sinodo 2021-2024, fino alla celebrazione dell’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028.
Il cammino si suddivide in quattro tappe: ‘Fare memoria’ — primo semestre 2027. Assemblee di valutazione nelle Diocesi ed Eparchie, chiamate a rileggere l’esperienza di attuazione del Documento finale attraverso un resoconto narrativo e una lettera alle altre Chiese; ‘Interpretare’ — secondo semestre 2027. Assemblee delle Conferenze Episcopali (nazionali o regionali), che elaboreranno una relazione teologico-pastorale e una lettera alle altre Chiese locali; ‘Orientare’ — primo quadrimestre 2028. Assemblee continentali, dalle quali emergerà un rapporto di prospettiva capace di individuare priorità e orientamenti condivisi; ‘Celebrare’ — ottobre 2028. Assemblea ecclesiale della Chiesa tutta, in Vaticano, insieme al Santo Padre: il cammino compiuto sarà ricondotto a unità e consegnato al discernimento dell’intera Chiesa.
La Segreteria Generale precisa inoltre che “le prime due Assemblee (quelle a livello locale e nazionale) elaborano due testi complementari: un documento di rilettura (il resoconto narrativo per le Diocesi ed Eparchie, la relazione teologico-pastorale per le Conferenze Episcopali) ed una lettera alle altre Chiese locali, redatta durante l’Assemblea stessa.
E’ quest’ultima lo strumento concreto dello scambio di doni: ogni comunità offre quanto ha maturato e si dispone ad accogliere quanto le altre Chiese le offrono. Le Assemblee continentali, invece, elaboreranno un rapporto di prospettiva che servirà per l’elaborazione dell’Instrumentum laboris (documento di lavoro) dell’Assemblea ecclesiale 2028”.
Per quanto riguarda la selezione delle Assemblea si sottolinea che “nella selezione dei partecipanti andrà assicurata un’adeguata attenzione al rapporto tra uomini e donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale (includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di associazioni, movimenti e nuove comunità, fedeli non inseriti in strutture organizzate) e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità. Una cura particolare è riservata al coinvolgimento dei parroci. Dove opportuno, potranno partecipare anche rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane o di altre religioni”.
E’ anche precisato che “la responsabilità del processo spetta al vescovo diocesano o eparchiale per le Assemblee locali, al presidente della Conferenza Episcopale per quelle nazionali o regionali, e ai responsabili delle istanze continentali per quel livello. Le équipe sinodali, attivate a tutti i livelli, ne curano organizzazione e coordinamento. Quello che proponiamo alle Chiese locali non è un compito aggiuntivo, ma un tempo di discernimento condiviso e di rendimento di grazie, in cui rileggere insieme ciò che lo Spirito sta facendo crescere nella Chiesa e riconoscere i passi che siamo chiamati a compiere.
Le Assemblee non coincidono infatti con una consultazione sociologica né con una dinamica deliberativa, né sono una verifica tecnica, ma piuttosto una forte esperienza ecclesiale e spirituale di discernimento: un momento di sintesi e di rilancio del cammino, perché lo scambio di doni tra le Chiese diventi esperienza concreta e la sinodalità si traduca sempre più in stile ordinario della vita ecclesiale al servizio della missione”, ha commentato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo.
Papa Leone XIV sollecita ad una più accurata formazione biblica
“La proposta formativa a cui partecipate corrisponde alla duplice missione del Pontificio Istituto Liturgico. Come auspicava il Santo Padre Benedetto XVI, esso prosegue con slancio il suo servizio alla Chiesa, nella piena fedeltà alla tradizione liturgica e alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, secondo le linee maestre della ‘Sacrosanctum Concilium’ e dei pronunciamenti del Magistero. Dall’altra parte, iniziative come questa danno attuazione ai compiti formativi enunciati nella Costituzione apostolica ‘Veritatis gaudium’, come quello di formare ministri e fedeli per prepararli al loro servizio nella pastorale e nella liturgia”: inizio settimana intenso per papa Leone XIV, che oggi ha incontrato la Federazione Biblica Cattolica, esortando a diventare ‘lettera vivente scritta non con inchiostro’ ma con lo Spirito di Dio, dando così testimonianza in un mondo in cui il Vangelo spesso non viene contemplato.
Ed ha sottolineato la necessità di una formazione biblica: “In effetti, nelle diocesi e nelle parrocchie c’è bisogno di tale formazione ed è importante, laddove non vi siano, iniziare percorsi biblici e liturgici. Il Pontificio Istituto Liturgico potrebbe qualificarli, per aiutare le Chiese particolari e le comunità parrocchiali a lasciarsi formare dalla Parola di Dio, spiegando i testi del Lezionario feriale e festivo, e anche per proseguire una iniziazione cristiana e liturgica che aiuti i fedeli a comprendere, per mezzo dei riti, delle preghiere e dei segni sensibili, il mistero di fede che si celebra”.
Formazione soprattutto per chi ha il compito di proclamare le letture: “A proposito della formazione biblica unita a quella liturgica, raccomando alla cura dei direttori degli uffici di pastorale liturgica la particolare attenzione verso coloro che proclamano la Parola di Dio. Assicurate una preparazione approfondita dei lettori istituiti e di quanti leggono le Scritture in modo stabile nelle celebrazioni. Le competenze bibliche di base, una dizione chiara, la capacità di cantare il salmo responsoriale, come pure di comporre le preghiere dei fedeli per la comunità sono aspetti importanti che attuano la riforma liturgica e fanno crescere il cammino del Popolo di Dio”.
Infatti la formazione liturgica è molto importante e non può essere trascurata: “Sappiamo bene che la formazione liturgica è uno dei temi principali di tutto il percorso conciliare e post-conciliare. Si sono compiuti tanti passi in avanti, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Non ci stanchiamo: riprendiamo con slancio le buone iniziative suscitate dalla riforma e al tempo stesso ricerchiamo nuove vie e nuovi metodi.
L’ufficio per la pastorale liturgica è responsabile in ogni diocesi della formazione liturgica permanente del clero e dei fedeli, della preparazione ai ministeri, della cura dei gruppi liturgici parrocchiali, dei ministranti, dei lettori, dei cantori. Si tratta di favorire una fruttuosa partecipazione del Popolo di Dio, come pure una liturgia decorosa, attenta alle diverse sensibilità e sobria nella sua solennità”.
Inoltre il papa ha invitato a non trascurare i momenti di preghiera a cui la Chiesa richiama sempre: “Tra gli aspetti legati al vostro servizio di direttori, desidero richiamare la promozione della Liturgia delle Ore, la cura per la pietà popolare, l’attenzione alla dimensione celebrativa nella costruzione delle nuove chiese e nell’adeguamento di quelle già esistenti. Sono temi che affronterete durante il corso e con cui vi cimentate ogni giorno”.
Eppoi i gruppi liturgici parrocchiali devono avere un consenso da parte della diocesi: “In molte parrocchie, poi, sono anche presenti i gruppi liturgici, che devono lavorare in sinergia con la commissione diocesana. L’esperienza di un gruppo, anche piccolo ma ben motivato, che si occupa della preparazione della liturgia è espressione di una comunità che cura le sue celebrazioni, le prepara, le vive in pienezza, in accordo con il parroco. In questo modo si evita di delegare a lui tutto e di lasciare solo a pochi la responsabilità del canto, della proclamazione della Parola, dell’ornamento della chiesa”.
Quindi ha invitato a rendere di nuovo ‘attraente’ la liturgia: “Col tempo, purtroppo, alcuni di questi gruppi si sono assottigliati fino a sparire, quasi avessero smarrito la loro identità; occorre allora impegnarsi perché questo ambito della vita della Chiesa torni a essere attraente, capace di coinvolgere persone competenti o almeno inclini a questo tipo di servizio”.
Mentre alla Federazione Biblica Cattolica il papa ha ripreso la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, ‘Dei Verbum’, di cui ricorre il 60^ anniversario: “In questi giorni di riflessione, vi incoraggio a riesaminare la vostra fedeltà personale ed ecclesiale a questo mandato, che non è altro che la proclamazione del kerygma, il mistero salvifico di nostro Signore Gesù Cristo. Infatti, la vostra missione e la vostra visione dovrebbero sempre essere ispirate dalla convinzione che la Chiesa non trae vita da se stessa, ma dal Vangelo…
Allo stesso tempo, è essenziale garantire un facile accesso alla Sacra Scrittura a tutti i fedeli, affinché tutti possano incontrare il Dio che parla, condivide il suo amore e ci introduce nella pienezza della vita. A questo proposito, le traduzioni delle Scritture rimangono indispensabili e vi ringrazio per il vostro impegno nel promuovere la lectio divina e ogni iniziativa che incoraggi la lettura frequente della Bibbia”.
Inoltre è necessario comprendere il modo di comunicare la Parola di Dio alle nuove generazioni: “Tuttavia, oggi le nuove generazioni vivono in nuovi ambienti digitali dove la Parola di Dio viene facilmente messa in ombra. Le nuove comunità si trovano spesso in spazi culturali in cui il Vangelo è sconosciuto o distorto da interessi particolari. Dobbiamo quindi chiederci: cosa significa ‘facile accesso alla Sacra Scrittura’ nel nostro tempo? Come possiamo facilitare questo incontro per coloro che non hanno mai ascoltato la Parola di Dio o le cui culture rimangono estranee al Vangelo?..
In definitiva, la vostra missione è quella di diventare ‘lettere vive… scritte non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente’, testimoniando il primato della Parola di Dio sulle molteplici voci che riempiono il nostro mondo”.
Infine ai partecipanti al seminario di etica nella gestione sanitaria, organizzata dalla Pontificia Accademia per la Vita, il papa ha messo in guardia dalle manipolazioni: “Strumenti efficaci come l’intelligenza artificiale possono essere manipolati, addestrati e diretti in modo tale che, per ragioni di opportunità o di interesse personale (siano essi economici, politici o di altro tipo) si generi un pregiudizio, a volte impercettibile, nell’informazione, nella gestione e nel modo in cui ci presentiamo o ci approcciamo agli altri”.
Quindi l’esortazione è quella di cambiare la prospettiva di veduta: “Le persone cadranno così in una manipolazione perversa che le classificherà in base alle cure di cui hanno bisogno e al loro costo, alla natura delle loro malattie, trasformandole in oggetti, dati, statistiche. Credo che il modo per evitare questo stia nel cambiare prospettiva, nel percepire il valore del bene con una visione ampia, nel vedere, se vogliamo, come vede Dio, per non concentrarci sul profitto immediato, ma su ciò che sarà meglio per tutti, sapendo essere pazienti, generosi e solidali, creando legami e costruendo ponti, lavorando in modo collaborativo, ottimizzando le risorse, affinché tutti possano sentirsi protagonisti e beneficiari dell’opera comune”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita a celebrare bene la liturgia
‘Come nei giorni scorsi, la notte è trascorsa tranquilla e il Papa ora sta riposando’: lo ha reso noto la Sala Stampa Vaticana nell’aggiornamento di stamani, 28 febbraio, sullo stato di salute del Pontefice ricoverato dal 14 febbraio al Policlinico Gemelli. Anzi nei giorni scorsi ha inviato anche un messaggio ai partecipanti al ‘Corso internazionale di formazione per responsabili delle celebrazioni liturgiche del vescovo’ svoltosi a Roma in cui ha invitato a studiare la liturgia:
“Tale dimensione tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale. Perciò il responsabile delle celebrazioni liturgiche non è soltanto un docente di teologia; non è un rubricista, che applica le norme; non è un sacrestano, che prepara ciò che serve per la celebrazione. Egli è un maestro posto al servizio della preghiera della comunità. Mentre insegna umilmente l’arte liturgica, deve guidare tutti coloro che celebrano, scandendo il ritmo rituale e accompagnando i fedeli nell’evento sacramentale”.
E’ stato un invito alla cura liturgica delle celebrazioni: “Come mistagogo, predispone ogni celebrazione con saggezza, per il bene dell’assemblea; traduce in prassi celebrativa i principi teologici espressi nei libri liturgici; affianca e sostiene il Vescovo nel ruolo di promotore e custode della vita liturgica. Così coadiuvato, il pastore può condurre dolcemente tutta la comunità diocesana nell’offerta di sé al Padre, a imitazione di Cristo Signore”.
Per questo è importante la cura della preghiera: “In ogni vostra mansione, non dimenticate che la cura per la liturgia è anzitutto cura per la preghiera, cioè per l’incontro con il Signore. Proclamando Santa Teresa d’Avila dottore della Chiesa, san Paolo VI ne definiva l’esperienza mistica come un amore che diventa luce e sapienza: sapienza delle cose divine e delle cose umane.
Questa grande maestra della vita spirituale vi sia di esempio: infatti, preparare e guidare le celebrazioni liturgiche significa coniugare tra loro sapienza divina e sapienza umana. La prima si acquisisce pregando, meditando, contemplando; la seconda viene dallo studio, dall’impegno di approfondire, dalla capacità di mettersi in ascolto”.
E’ stato un invito a ‘guardare’ i fedeli: “Per riuscire in questi compiti, vi consiglio di tenere lo sguardo rivolto al popolo, del quale il Vescovo è pastore e padre: questo vi aiuterà a capire le esigenze dei fedeli, come pure le forme e le modalità per favorire la loro partecipazione all’azione liturgica”.
Per celebrare bene occorre coniugare dottrina e pastorale: “Poiché il culto è opera di tutta l’assemblea, l’incontro tra dottrina e pastorale non è una tecnica opzionale, bensì un aspetto costitutivo della liturgia, che deve sempre essere incarnata, inculturata, esprimendo la fede della Chiesa. Di conseguenza, le gioie e le sofferenze, i sogni e le preoccupazioni del popolo di Dio possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare.
Mi piace richiamare, a riguardo, quanto scriveva il primo preside del Pontificio Istituto Liturgico, l’Abate benedettino Salvatore Marsili. Era il 1964: con lungimiranza egli invitava a prendere coscienza del messaggio del Concilio Vaticano II, alla luce del quale non è possibile una vera pastorale senza liturgia, perché la liturgia è il culmine a cui tende tutta l’azione della Chiesa”.
Però per il mercoledì delle Ceneri le celebrazioni saranno presiedute dal Penitenziere Maggiore il Cardinale Angelo De Donatis, e in prospettiva si attendono gli esercizi spirituali della Curia Romana che iniziano la prima domenica di Quaresima.
Come annunciare il Kerygma? La risposta da 150 catechisti di Marche ed Umbria
Nello scorso maggio circa 150 catechisti dell’Umbria e delle Marche hanno partecipato al convegno, che si è tenuto alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli di Assisi, sul tema ‘Celebrate il Signore perché è buono? Una comunità che celebra e testimonia il Kerygma’, le cui riflessioni saranno consegnate alla CEI che, dopo aver ricevuto tutte le proposte delle altre regioni d’Italia, avvierà una nuova progettazione per la catechesi a livello nazionale, come ha affermato mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, delegato della Conferenza Episcopale Umbra per la catechesi:
“Adesso si tratta di non dissipare questo patrimonio che abbiamo messo insieme. Delle tante proposte effettuate, mi piace sottolineare quella di non desistere da questa collaborazione e provare a creare un forum interregionale Umbria-Marche sulla catechesi, che potrebbe essere anche appoggiato da quale laboratorio di rinnovamento pastorale, nel quale fare un costate aggiornamento, un approfondimento e anche una operatività verificata per evitare che i nostri convegni siano solo parole”.
In conclusione della sessione don Calogero Di Leo, direttore dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Perugia-Città della Pieve, coordinatore della commissione per la catechesi della Conferenza episcopale umbra, ha sintetizzato in tre parole quelle giornate: “La prima è bellezza: abbiamo vissuto un’esperienza di gioia, di gaudio, di amicizia, di pace, di condivisione. La seconda è lavoro: abbiamo lavorato molto bene, abbiamo condiviso idee, esperienze, buone pratiche, ma soprattutto la vita. E infine la terza parola è proposta: dai tre grandi settori su cui ci siamo confrontanti (la comunità, la liturgia e l’annuncio) sono emersi suggerimenti su come poter essere Chiesa nuova, con i piedi saldi nella tradizione, in questo cambiamento di tempo”.
In quale modo celebrare la bontà del Signore?
“Certamente la bontà del Signore si celebra in tantissimi modi, grazie all’infinita fantasia dello Spirito. Il nostro convegno ha voluto sottolineare alcune tra le più importanti modalità espresse nel sottotitolo: ‘Celebrate il Signore perché è buono? Una Comunità che celebra e testimonia il Kerygma’. La liturgia e la vita pulsante di una comunità sono vie per comunicare la bontà del Signore. E’ opportuno però che venga riformulato sia il concetto di ‘celebrazione’ che quello di ‘testimonianza’.
Per celebrazione non intendiamo soltanto il culto liturgico sacramentale, che ha nella Eucarestia domenicale il suo punto di ‘fons’ e ‘culmen’, secondo la costituzione sulla sacra liturgia ‘Sacrosanctum Concilium’; occorre anche riscoprire il culto nel suo significato paolino, ‘offrire i vostri corpi in sacrificio soave a Dio, questo è il vostro culto spirituale’.
Non ci dimentichiamo che i gesti liturgici sacramentali provengono da parole, riti e materiali presi in prestito dalla vita quotidiana: il mangiare, il bere, il lavarsi, lo stare a tavola, il riposo, la festa, il pane, il vino, l’olio…
Facciamo un esempio concreto con i sacramenti della Iniziazione Cristiana (battesimo, cresima ed eucarestia) che definiscono sia l’identità cristiana che l’ingresso nella vita della comunità. I gesti e i materiali provengono dalla ‘Iniziazione della vita’. Nel battesimo veniamo purificati dall’acqua, con la cresima veniamo profumati dall’olio e con l’eucarestia veniamo nutriti. Non sono i tre momenti della venuta al mondo di ciascuno di noi? Dopo essere nati veniamo lavati con l’acqua, veniamo profumati con l’olio ed infine veniamo portati al seno della mamma per essere nutriti. Culto liturgico e culto della vita camminano insieme: l’uno illumina e rimanda all’altro.
Da qui comprendiamo allora dove è nato il corto circuito nelle nostre comunità: l’aver anteposto (forse sostituito) al culto della vita (culto spirituale), quello prettamente liturgico sacramentale.
Riscoprire che la bontà del Signore viene celebrata non soltanto in chiesa, nel culto liturgico, ma anche nella vita mediante la testimonianza nei vari ambiti della quotidianità (relazione di coppia, genitorialità, lavoro, responsabilità civile) significa sanare una grande ferita. Ma si celebra la fede anche nella carità verso i fratelli e le sorelle in condizioni di bisogno attraverso la vicinanza affettiva, il servizio generoso e la condivisione materiale. Un lavoratore che fa bene il proprio mestiere esprime la bontà del Signore nel servizio al bene comune, espressione dell’amore al prossimo che ha in Dio la sua sorgente e il suo modello. Così un genitore che sa ben educare i figli, è a tutti gli effetti celebrazione della paternità e maternità della bontà del Signore. Gli esempi posso essere tantissimi.
Il nostro Convegno, tenutosi nei giorni 10-12 maggio, è stato un tentativo di far ri-camminare insieme l’unica bontà del Signore attraverso l’unico culto comprendente sia quello liturgico che quello della vita, allargando la consapevolezza che la missione di rendere presente e sperimentabile la bontà di Dio non è prerogativa di preti o suore, ma di ogni battezzato, cioè di tutta la comunità cristiana, seppur nella specificità delle competenze”.
Come una comunità può testimoniare il kerigma?
“A mio avviso una comunità cristiana può testimoniare il Kerygma se parte dalla consapevolezza (senza meravigliarsi o scandalizzarsi) che anche l’Italia, come il resto del mondo occidentale, è di nuovo terra di missione. Per cui la postura che ogni comunità – ma anche ogni famiglia o ogni singolo battezzato – deve assumere è quella della missionarietà.
Questa situazione è stata compresa e prefigurata a suo tempo nella felice espressione del documento ecclesiale dell’episcopato italiano più significativo e concreto di questi ultimi anni: ‘Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali’ (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 6).
Il primo annuncio in senso stretto non consiste solamente nella proclamazione verbale del kerigma, come si è fatto per intere generazioni, riducendo il cristianesimo a dottrina o a morale. Qui ci viene incontro papa Francesco quando nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ esplicita in un modo creativo il contenuto del kerygma stesso: ‘Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti’ (164). Ci sono ‘alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna’ (165)’.
Una comunità può testimoniare il kerygma in modo autentico e credibile solamente se ha fatto esperienza dell’amore di Cristo, che è per sua natura diffusivo, non soltanto mediante gesti di carità ma soprattutto mediante relazioni di fraternità che sappiano toccare le corde fondamentali del cuore umano. E’ nella prossimità fattiva che il cristianesimo diventa credibile quale risposta alle domande, alle esigenze e ai desideri dell’animo umano, altrimenti Cristo viene ridotto a un bel discorso in chiave morale.
Per questo una delle caratteristiche del Convegno è stata quello di non rimanere incastrati nelle analisi che da decenni stanno zavorrando la Chiesa italiana, ma di indicare proposte nuove e creative nel campo della evangelizzazione e della catechesi, soprattutto per famiglie e giovani”.
In quale modo essere Chiesa in un tempo che cambia repentinamente?
“Oggi viviamo in un cambiamento d’epoca come ci ricorda papa Francesco. Il segno evidente di questo cambiamento è che siamo arrivati all’apice di quel processo iniziato dopo il Medioevo, con il Rinascimento, l’Umanesimo e soprattutto l’illuminismo, di separazione tra vita e fede. Questo fenomeno, che ha generato il relativismo e la scristianizzazione, ha portato al collasso quel tipo di società in cui siamo nati e cresciuti e che si riconosceva nei valori cristiani; in poche parole non viviamo più in un regime di società cristiana. Come scriveva lo scrittore francese Charles Peguy nella sua opera ‘Veronique’: ‘Noi siamo la prima generazione di una società dopo Gesù, senza Gesù’, l’affermazione finale fa tremare i polsi, perché dice ‘la verità è che ci sono riusciti’. Dentro questo panorama, la questione della «Comunità» oggi è la questione per eccellenza, al punto tale che uno dei relatori (il vescovo di Gubbio – Città di Castello, mons Luciano Paolucci Bedini), ha affermato che: ‘Occorre non tanto puntellare quelle esistenti mettendo una toppa qua e là, ma generane di nuove’. Infatti dice Gesù, che non si può mettere una stoffa nuova su un vestito vecchio. Questo è il grande problema che come Chiesa occidentale stiamo vivendo. Occorre partire da una domanda: Quale modello di comunità oggi ci aiuta meglio a rendere sperimentabile il volto di Gesù?
Papa Francesco ha indicato alcune caratteristiche di questa nuova comunità, quali: ‘Chiesa in uscita’, ‘Ospedale da campo’ o/e ‘Chiesa sinodale’. Il rischio è però quello di ridurre il tutto a puro slogan. Credo in un mondo che cambia rapidamente come quello odierno, il volto nuovo della Chiesa deve essere quello di una ‘Comunità della prossimità’, dove ‘I care’ di don Milani o il sogno della ‘Chiesa del Grembiule’ di don Tonino Bello diventano il segno distintivo.
Durante la Settimana Santa di quest’anno diversi mezzi di comunicazione (cattolici e non) hanno evidenziato il fenomeno che sta accadendo in Francia e in Belgio, dove migliaia di giovani e di adulti hanno abbracciato la fede cristiana. Intervistati, molti di loro hanno detto che l’incontro con Gesù è avvenuto mediante comunità ‘gioiose e dinamiche’. Dobbiamo tendere a generare comunità gioiose e dinamiche in Umbria, nelle Marche e nel resto d’Italia. Comunità che ritornano a radunarsi attorno all’altare del Signore nel giorno del Signore, dove i pilastri della celebrazione eucaristica (Parola, Eucarestia e Fraternità) diventino i pilastri di una vita cristiana ed ecclesiale autentica”.
Quindi comunità capaci di essere ‘generative’?
“Io credo fermamente che il volto di Chiesa verso la quale stiamo andando, non per una convinta scelta pastorale ma per una realtà che si sta imponendo, è quello profetizzato dall’allora card. Joseph Ratzinger in un ciclo di trasmissioni radiofoniche in Germania nel lontano 1969, quando affermava che il futuro della Chiesa sarà nell’essere un ‘piccolo gregge’. Affermazione che poi da papa ha chiarito definendo questo piccolo gregge una ‘minoranza creativa’. Penso che come Chiesa italiana dovremmo approfondire questa modalità di Chiesa del futuro. Infatti in varie parti d’Europa è già una realtà, anche in quei paesi di antica tradizione cristiana. Interessante è l’esperienza vissuta in questi anni in Olanda e contenuta in un libro intervista al card. Willem Jacobus Eijk, ‘Dio vive in Olanda’”.
Come annunciare il Vangelo in un mondo sempre più social?
“Il mondo dei social è una realtà presente nella nostra vita e ogni giorno che passa conquista sempre più spazio, tanto che assistiamo anche a situazioni di totale dipendenza. Trascorriamo sempre più ore sui social e per molti quello non è un mondo parallelo a quello reale ma è una vera e propria realtà, anche se virtuale. Nessuno nega i tanti vantaggi che la tecnologia comunicativa ha portato nella nostra vita, diventando per tanti anche un lavoro ben retribuito come quello di ‘influencer’. Questo però non deve farci dimenticare anche i rischi che in tale mondo si annidano. Venendo alla domanda del come annunciare il Vangelo in un mondo sempre più social, non posso non citare un passaggio del discorso di papa Francesco in occasione del 60° anniversario di costituzione dell’Ufficio Catechistico Nazionale nel gennaio 2021 in cui afferma: ‘Non dobbiamo aver paura di parlare il linguaggio della gente, di ascoltare le domande, le questioni irrisolte, ascoltare le fragilità, le incertezze, di elaborare strumenti nuovi, aggiornati, che trasmettono all’uomo di oggi la ricchezza e la gioia del Kerygma e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa’.
Elaborare strumenti nuovi e aggiornati, che trasmettono all’uomo di oggi la ricchezza e la gioia del Kerygma e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa. In questa affermazione finale papa Francesco pone due importanti questioni:
a. Il giudizio positivo sui nuovi mezzi social. Questo è un nuovo campo di evangelizzazione e non solo di socializzazione; non è un mondo solo virtuale ma anche reale; milioni di persone vi trascorrono a vari livelli la loro vita, tanto che negli ultimi tempi è stata coniata l’espressione ‘on life’.
b. Nel suo discorso però papa Francesco utilizza una parola quanto mai significativa, di cui non possiamo non tenere conto, cioè la parola ‘strumento’. I social sono strumenti; seppur importanti, ma sempre strumenti.
Non dimentichiamoci che il cuore del cristianesimo è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi «carne» in una località ben precisa della geografia mondiale ‘Nazareth’. I padri della Chiesa affermavano “Caro Cardo Salus”, cioè la salvezza viene dalla carne. Non possiamo delegare in toto l’annuncio del Vangelo e la bellezza della vita cristiana al mezzo tecnico. In questo senso tutti abbiamo sperimentato il disastro ottenuto durante il periodo della pandemia Covid, quando abbiamo ‘abituato’ la gente a ‘vedere’ in Tv la santa Messa, ed ora facciamo fatica a farla tornare in chiesa.
Per alcune cose i mezzi social sono ottimi «strumenti», ma la fede cristiana si trasmette come il virus, da persona a persona. Questo significa che è imprescindibile il rapporto umano e l’appartenenza ad una comunità ‘gioiosa e dinamica’, non per un gusto vintage, ma perché è il metodo stabilito e vissuto da Dio in Cristo Gesù.
La Chiesa è la carne di Cristo, è il suo corpo; nessun mezzo tecnico può sostituire questo metodo. Noi siamo chiamati a mangiare un corpo e a bere un sangue che sono espressione massima di un rapporto carnale con il Signore, e quindi tra di noi.
Certamente le nuove tecnologie sono una opportunità, ma anche una sfida nel diventare nuove frontiere di evangelizzazione. Pensiamo ad esempio all’Intelligenza Artificiale, realtà presente nella nostra vita ad es. con il navigatore. Una sfida al rapporto uomo – macchina – fede. Ripeto non possiamo fare a meno della dimensione fisica della fede anche all’interno del mondo dei social”.
E’ possibile una collaborazione tra le due regioni ecclesiastiche per una nuova progettazione della catechesi?
“Non solo è possibile, ma di fatto si è realizzata. Il Convegno ne è una testimonianza ed anche un frutto certamente di un cammino e di un lavoro di più largo respiro. Per questo il primo sentimento con il quale tutti i partecipanti hanno vissuto quei giorni è stato quello di una grande gratitudine a Dio per la bella esperienza «sinodale»: due regioni ecclesiastiche che celebrano un convegno insieme, evento unico in Italia. Questo evento è, senza ombra di dubbio e a pieno titolo, frutto del percorso sinodale che come Chiesa italiana stiamo vivendo, così come ci ricorda papa Francesco ‘il Cammino sinodale è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio’.
Ma è stato anche un evento di gioia e di bellezza: vedere tanti delegati, provenienti da città, storie ed esperienze diverse ascoltarsi e confrontarsi avendo come unico scopo quello di conoscere e di far conoscere Gesù. Per questo sono risuonate nel cuore e nelle orecchie le parole del salmista quando celebra la gioia nel Signore: ‘Come è bello e come è gioioso che i fratelli stiano insieme’ (Sal 133).
La fraternità che si era creata è stata di fatto una modalità di testimonianza della bontà del Signore; in poche parole, senza accorgerci, stavamo ‘realizzando’ il tema del convegno con il semplice esserci prima ancora del fare o del dire certe cose.
Certamente il cammino ci proietta anche nel futuro e i prossimi passi saranno:
– innanzitutto l’elaborazione della sintesi da inviare alla Segreteria dell’Ufficio Catechistico Nazionale, quale contributo (insieme a quello delle altre regioni) per la elaborazione di un progetto catechistico e di eventuali strumenti catechistici a livello nazionale;
– la pubblicazione degli atti del Convegno, da cui prendere elementi significativi per un lavoro di iniziative comuni. C’è ancora tanta strada da fare ma, come comunemente si dice, ‘chi ben comincia è a metà dell’opera’.
In tutto questo percorso non posso non ringraziare due amici in modo particolare, con i quali abbiamo formato l’equipe dei responsabili e che sono: don Emanuele Piazzai, delegato per la regione Marche, membro della Consulta Nazionale dell’UCN, e la dott.ssa Sabrina Guerrini, direttrice dell’Ufficio Catechistico Diocesano di Spoleto e membro della Consulta dell’UCN.
Siamo stati una squadra meravigliosa, affrontando gioie e dolori, fatiche e speranze. Anche qui abbiamo celebrato la bontà del Signore nel segno della nostra amicizia e della condivisione del lavoro”.
(Foto: CEU)
Le norme anti Covid 19 nella Chiesa
Con l’entrata in vigore degli ultimi decreti anti-Covid del Governo italiano, la CEI ha aggiornato le regole sanitarie per l’accesso in chiesa e nelle parrocchie italiane, non cambiando il protocollo sottoscritto da Cei e Governo il 7 maggio 2020 (poi aggiornato nel luglio 2021 dal presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi) ma vengono inserite alcune avvertenze e raccomandazioni per meglio adeguarsi alle misure nazionali:


























