XXII Domenica del Tempo Ordinario: l’umiltà è la grande virtù del cristiano!

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Il brano del Vangelo non è una lezione di galateo, ma è una lezione vera di vita.  Gesù ospite in casa di un fariseo, mentre questi osservava Gesù per coglierlo in fallo, Gesù guarda attorno a sé e con due brevi parabole condanna l’arrivismo, che nota tra gli invitati dove tutti cercavano il primo posto  e dà due insegnamenti profondi per l’uomo di ieri e di oggi: l’umiltà e la carità. Gesù condanna l’arrivismo ambizioso radicato sul volere primeggiare a qualunque costo. Alla base dell’arrivismo c’è solo la volontà di volere primeggiare sugli altri. Gesù condanna soprattutto lo spirito di interesse e, quindi, l’egoismo. Esorta all’umiltà e al servizio disinteressato.   

Si vive purtroppo in un mondo colmo di arrampicatori sociali dove ognuno pensa di dovere essere il primo, meritare il primo posto. Gesù non condanna la valorizzazione della persona umana ma l’arrivismo ambizioso radicato nella sete di primeggiare senza badare a mezzi, senza temere di scalzare chi ha più talenti o più diritto. Una prova chiara si ha nelle consultazioni elettorali dove tutti avanzano solo titoli mentre si assiste alla corsa sfrenata per accaparrare voti dal popolo ma non per servire il popolo, la famiglia e la dignità della persona umana.

Per attirare lo sguardo benevolo di Dio e la simpatia dei fratelli è necessario mettersi alla scuola dell’umiltà, che è la scuola del Vangelo. L’umiltà è la lezione che Gesù vuole inculcare; l’umiltà è verità: ce lo inculca la Beata Vergine che alla cugina Elisabetta, che l’addita: “benedetta tu tra tutte le donne”, esclama: “L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio perché quello che ho, quello che è avvenuto, è solo opera divina”.

Nel secondo insegnamento Gesù condanna le azioni interessate: il vero bene va compiuto disinteressatamente. Gesù condanna lo spirito di interesse, di tornaconto: quando offri un pranzo, dice Gesù, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: questi non potranno contraccambiare nulla. La ricompensa va attesa solo da Dio grande e misericordioso. L’agire deve essere dettato solo dalla fede e dall’amore.

“Il Signore, si legge nel salmo,  mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella; a proclamare ai prigionieri la liberazione”; la carità vera, l’amore non mira a riscuotere interessi; questi si riscuoteranno alla banca del paradiso, dono del Padre, che sta nei cieli. L’umiltà è vera se è gratuita; Gesù dirà: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”.

L’umiltà è la disponibilità a scendere dal piedistallo per servire i fratelli, servire per amore e non per calcolo o in attesa di  vantaggi personali. La persona umile davanti a Dio si riconosce nei “poveri di Jahvè”: abbandonarsi nelle braccia di Dio grande e misericordioso. Questo atteggiamento è autentico se si concretizza nelle opere e nel quotidiano. L’umiltà non è certo la sapienza del mondo dove prevale l’arrivismo o il dominio a non cedere mai agli altri.

L’umiltà salva anche la famiglia e il matrimonio;  amare infatti è servire, ti amo significa: “ti voglio bene”, io cerco solo il tuo bene: in questo scambio di amore reciproco si rinsalda la famiglia. L’umiltà ci fa amare Dio e il prossimo perché figlio di Dio. La Vergine Maria “umile ed alta più che creatura”, come si esprime Dante (Par. 33,2), ci aiuti a riconoscerci ciò che effettivamente siamo e a gioire nel donare, aspettando solo da Dio l’auspicato premio.

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