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Riccardo Moro: ‘La remissione del debito è il nome della pace’

L’associazionismo cattolico e laico ha raccolto l’appello di papa Francesco che, nel messaggio per la 58ª Giornata Mondiale della Pace del 1º gennaio, ha scelto il titolo: ‘Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace’ in un incontro organizzato, nei primi giorni dell’anno, all’Università Lateranense dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace ‘Giuseppe Toniolo’, in collaborazione con Azione Cattolica Italiana, Pontificia Università Lateranense, Forum Internazionale di Azione Cattolica e Caritas Italiana, aperto dal  prof. Giulio Alfano, delegato del ciclo di studi in ‘Scienze della Pace e Cooperazione Internazionale’ dell’Università Lateranense.

I promotori hanno spiegato che il messaggio di papa Francesco richiama con urgenza la necessità di condonare i debiti e di promuovere modelli economici fondati su giustizia e solidarietà; la remissione del debito si inserisce nel contesto del Giubileo, ispirandosi alla tradizione giubilare ebraica: “E’ un passo essenziale per liberare i popoli oppressi da vincoli economici iniqui, che soffocano il presente e ipotecano il futuro”.

Negli interventi il prof. Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica, ha dichiarato: “La speranza non è semplice ottimismo, ma si concretizza nei gesti e nei segni che possiamo compiere. Questo Giubileo è un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la casa comune. Guerre, cambiamento climatico, disuguaglianze: è il momento di cambiare rotta”. Mentre da Bangkok, Sandro Calvani, presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Toniolo, ha ribadito: “Dio ci ha affidato la custodia della creazione. Il primo passo per ristabilire la pace è il perdono, spinta iniziale per riattivare il motore delle relazioni”.

Don Paolo Asolan, teologo e docente alla Pontificia Università Lateranense, ha approfondito il tema della remissione dei peccati e della cancellazione dei debiti in chiave giubilare e l’economista Riccardo Moro, docente di Politiche dello Sviluppo all’Università Statale di Milano, ha ricordato il percorso iniziato nel 2000 con la cancellazione del debito di alcuni Stati africani: “All’epoca si era raggiunto un risultato storico, ma oggi ci ritroviamo con le stesse problematiche. Le crisi economiche, la pandemia e nuovi prestiti spesso predatori hanno aggravato la situazione”, proponendo di creare presso le Nazioni Unite un forum dedicato alla gestione delle crisi di sovraindebitamento, integrando anche il debito climatico.

Infine Chiara Mariotti, rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, ha evidenziato che “il debito è un ostacolo insormontabile per il progresso verso giustizia sociale e diritti umani. Nel 2023, i Paesi in via di sviluppo hanno accumulato un debito estero di $ 8.000.000.000.000, con più di 3.000.000.000 di persone che vivono in nazioni dove si spende più per interessi sul debito che per servizi pubblici”.

Sull’importanza del messaggio per la pace di papa Francesco avevamo incontrato, nei giorni precedenti al convegno, il prof. Riccardo Moro, invitato all’Abbadia di Fiastra di Tolentino da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica della diocesi di Macerata, il Sermir di Recanati ed il Sermit di Tolentino: per quale motivo papa Francesco abbina la remissione dei debiti alla pace?

“Per avere pace abbiamo bisogno di condizioni di vita, in cui la dignità di tutti gli esseri umani sia riconosciuta e sia consentita. In questo momento abbiamo una clamorosa disparità nelle condizioni di vita tra Paesi ricchi e Paesi a basso e medio reddito, che generano condizioni di vulnerabilità nei Paesi più poveri, che hanno un debito verso l’estero molto consistente, come era successo già 25 anni fa, perché questi Paesi possano investire nella salute, nell’istruzione e nelle infrastrutture necessarie a cambiare le condizioni di vita, è necessario che dispongano di risorse finanziarie.

La maggior parte delle loro risorse finanziarie è, oggi, sottratta dal pagamento dei debiti, quindi è necessario trasformare i debiti in modo che non ostacolino questi interventi. Finché ci sono queste condizioni di disparità e di vulnerabilità non si ha una pace autentica. La cancellazione del debito è uno degli strumenti che concorrono a creare condizioni perché la pace possa diventare autentica”.

Quali cambiamenti culturali chiede il papa?

“Richiede un lavoro che ragioni sulle qualità delle nostre relazioni, da quelle politiche ed internazionali a quelle finanziarie, ma anche a partire dalle nostre relazioni personali ed all’interno delle nostre comunità. Nel momento in cui orientiamo le relazioni al rispetto della dignità dell’altro, cioè si fanno carico dell’umanità dell’altro, noi costruiamo pace, mentre nel momento in cui non lo facciamo la pace non è alimentata: per questo il papa parla anche di relazioni riconcilianti, che dobbiamo avere”.

Inoltre nel messaggio il papa propone alcune azioni da compiere: in quale modo?

“Da un lato occorre sostenere il percorso che i soggetti del dialogo politico hanno: ci sono le reti di società civile che si stanno muovendo per dialogare con governi ed istituzioni internazionali su una definizione di nuove regole del debito e la conseguente cancellazione di esso, che è diventato insostenibile. Dall’altro lato, con un percorso sul territorio di formazione culturale, che serve ad un’animazione del tempo del giubileo per quanto riguarda la comunità cristiana e dall’altro lato serve a formare la nostra comunità civile per costruire consenso più consistente intorno a leggi nazionali ed internazionali improntate alla solidarietà. Da questo punto di vista sta nascendo una campagna, che si chiama ‘Cambiamo la rotta’, lanciata durante il convegno da parte di molte aggregazioni laicali del mondo cattolico”.    

E’ ripetibile un’operazione come quella proposta da san Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000?

“Bisogna essere obiettivi. Le condizioni sono diverse rispetto a 25 anni fa. Nonostante le regole, prestatori spregiudicati hanno cominciato a concedere soldi facili a leader altrettanto spregiudicati soprattutto nelle zone in cui si concentrano risorse minerarie di interesse strategico per le economie progredite. Quindi l’indebitamento è aumentato di nuovo, con la differenza rispetto al 2000 che ora spesso i creditori non sono più i governi o il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, ma soggetti privati e gruppi finanziari con i quali è molto più difficile imbastire un dialogo politico come avvenne allora”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il Principato di Monaco ha firmato la campagna di Rondine ‘Leaders for Peace’

Nei giorni scorsi il Principato di Monaco ha firmato la campagna ‘Leaders for Peace’, lanciata da Rondine Cittadella della Pace il 10 dicembre 2018 alle Nazioni Unite. La firma è stata posta oggi nella sede del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale del Principato, alla presenza della ministra degli Esteri Isabelle Berro-Amadeï e del presidente e fondatore di Rondine, Franco Vaccari.

Covid 19: fuga dalla città

Appena lo 0,3% dei contagi colpisce le campagne dove in molti sognano di trasferirsi per sfuggire ai pericolosi assembramenti delle grandi città senza limitare la possibilità di movimento, grazie ai grandi spazi disponibili.

E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio da Covid 19 al 31 dicembre 2020 registrate dall’Inail che evidenzia come la percentuale più bassa di contagi tra le diverse attività si sia verificata proprio in agricoltura dove peraltro non si è mai smesso di lavorare durante l’anno per garantire le forniture alimentari degli italiani, come ha sottolineato la Coldiretti:

“Il lavoro in campagna risulta essere più sicuro perché garantisce il rispetto delle distanze che nelle aree rurali si misurano in ettari e non in metri ma ad essere meno pericolosa è anche la vita nei borghi rispetto alle metropoli segnate da una forte densità di popolazione.

Nei 5500 piccoli comuni italiani con meno di 5.000 abitanti il distanziamento è infatti garantito per i 10.000.000 di abitanti che dispongono di oltre il 54% del territorio nazionale mentre i restanti 50.000.000 devono dividersi il resto dello spazio.

Il risultato è che si è verificato un aumento del 29% delle ricerche di case in campagna, nei borghi e nei piccoli comuni per la voglia di maggior sicurezza e ma anche di una migliore qualità della vita, secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Idealista rispetto al periodo pre-Covid”.

Un situazione di maggiore tranquillità riconosciuta dallo stesso ultimo DPCM che, come chiarito dalla FAQ del Governo, consente a chi vive in un Comune fino a 5.000 abitanti di spostarsi anche entro i 30 km dal confine del proprio Comune (quindi eventualmente anche in un’altra Regione o Provincia autonoma), con il divieto però di recarsi nei capoluoghi di Provincia:

“Inoltre anche a chi vive in città è offerta la possibilità di muoversi per lo svolgimento di attività lavorativa su superfici agricole, anche di limitate dimensioni, adibite alle produzioni per autoconsumo, non adiacenti a prima od altra abitazione anche al di fuori del Comune ovvero della Regione di residenza, sia per i residenti nelle zone rosse che arancioni.

Una precisazione importante che consente gli spostamenti per 1.200.000 italiani che fanno gli agricoltori solo per passione coltivando appezzamenti di terreno pubblici o privati per garantirsi cibo genuino e trascorrere un po’ di tempo all’aria aperta.

Accanto a chi esprime la propria passione in orti e giardini ci sono anche molti che non si accontentano e coltivano almeno un ettaro di terreno a uso familiare. Si tratta in larga maggioranza di famiglie che hanno ereditato aziende o pezzi di terreno da genitori e parenti dei quali hanno voluto mantenere la proprietà per esercitarsi nel ruolo di coltivatori e allevatori, piuttosto che venderli come accadeva spesso nel passato.

Ma ci sono anche tanti che hanno acquistato terreni o piccole aziende agricole anche in aree svantaggiate per ristrutturarle e avviare piccole attività produttive, dall’olio al vino, dall’allevamento delle galline a quello dei cavalli”.

Inoltre sono oltre 291.000 i bar, i ristoranti, le pizzerie e gli agriturismi costretti a stare chiusi nella nuova mappa delle regioni rosse e arancioni per l’emergenza Covid, secondo l’analisi della Coldiretti che evidenzia che oltre alla Provincia Autonoma di Trento i locali sono aperti solo in Campania, Basilicata, Molise e Toscana che restano gialle.

Per questo la Coldiretti ribadisce le regole che occorrono rispettare: “Il risultato è che sono chiusi piu’ di 8 locali su 10 (81%) presenti in Italia fra bar, ristoranti, delle pizzerie e agriturismi, con un drammatico impatto su economia ed occupazione.

Nelle regioni rosse o arancioni è consentita la consegna a domicilio o l’asporto, con limitazioni fino alle 18 per i bar che riducono ulteriormente la sostenibilità economica per giustificare le aperture tanto che in molti preferiscono mantenere le serrande abbassate”.

Però la situazione è preoccupante: “Una situazione che rischia di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani fuori casa che nel 2020 sono scesi al minimo da almeno un decennio con un crack senza precedenti per la ristorazione che dimezza il fatturato (-48%) per una perdita complessiva di quasi € 41.000.000.000.

Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato”.

(Foto: Coldiretti)

Chiesa: il turismo per uno sviluppo rurale

Il 27 settembre di ogni anno è il World Tourism Day, la Giornata mondiale del turismo. La Giornata, voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha avuto il suo battesimo nel settembre del 1979 e dunque oggi compie 41 anni.  Non è un bel compleanno, però. I dati dell’UNWTO, United Nations World Tourism Organization, l’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite che monitora e promuove il turismo,  non regalano buone notizie, anzi mostrano con la forza dei numeri il grave impatto che COVID-19 ha avuto sul settore.

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