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Da padre Dalle Carbonare un appello per la pace nel Sudan
Vista la paralisi diplomatica, molte realtà impegnate per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan (Acli, Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio, Focolari, Focsiv. Amnesty International Italia, Aoi, Fondazione Nigrizia, Emergency, Medici senza frontiere, Missionari comboniani in Italia, Rete italiana pace e disarmo, Arci, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità sudanese in Italia, Emergency, Un Ponte Per) nelle settimane scorse hanno lanciato un appello di fronte al rapido deteriorarsi del conflitto che ha provocato quella che per l’Onu è diventata ‘la peggiore crisi umanitaria del mondo’ con almeno 150.000 morti e 14.000.000 di persone sfollate in un contesto in continuo peggioramento. Nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco, i combattimenti si sono intensificati con attacchi indiscriminati contro la popolazione civile in una escalation di orrori attraverso rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e reclutamenti di minori.
Inoltre le associazioni hanno chiesto che gli aiuti promessi dal governo italiano arrivino nelle zone controllate da entrambi i belligeranti, in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan, prendendo posizione contro chi sostiene i contendenti: numerose indagini indipendenti, provano il supporto degli Emirati Arabi uniti alle forze di supporto rapido (Rsf), responsabili di attacchi contro civili, infrastrutture mediche e convogli umanitari nonché dell’uso della fame come arma di guerra.
Per queste ragioni le organizzazioni firmatarie hanno chiesto al Governo italiano di intervenire con misure concrete: sospendere tutte le esportazioni militari verso gli Emirati arabi uniti e altri Paesi coinvolti nel conflitto; revocare le autorizzazioni già concesse che possano agevolare triangolazioni verso il Sudan; promuovere iniziative diplomatiche urgenti in sede europea e internazionale per aprire corridoi umanitari e avviare un negoziato multilaterale credibile e che coinvolga anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria; garantire la consegna reale e tempestiva degli aiuti umanitari annunciati, con l’impegno di metterne a disposizione altri, dando priorità alle regioni del Darfur e nelle aree a maggiore rischio di carestia; garantire l’erogazione dei fondi promessi e promuovere l’aumento dei fondi in sede europea e internazionale per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite ad oggi sotto-finanziato.
Per comprendere meglio cosa sta avvenendo in questo Stato africano abbiamo contattato p. Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan: “Una guerra tra l’esercito regolare e le forze di supporto rapido che sono nate come forza paramilitare, che rispondeva solo al presidente, negli anni in cui Bashir ha portato avanti le sue politiche di pulizia etnica nel Darfur, Purtroppo, quando Omar Hasan Ahmad al-Bashīr (presidente del Sudan fino al 2019, ndr.) è stato rimosso dal potere, questa forte compagine paramilitare è rimasta molto potente, tanto da essere il numero due dopo l’esercito.
La guerra tra queste due parti è una guerra per il potere e di fatto adesso la Nazione risulta divisa tra zone in cui si combatte, soprattutto nel Darfur e nel Kordofan, in cui le forze di supporto rapido continuano a far valere la loro presenza e continuano ad imporre forza; dall’altra parte il Nord e l’Est del Sudan rimangono saldamente in mano all’esercito e qui la vita cerca di andare avanti con una certa normalità: le scuole hanno riaperto e la vita economica e sociale ha ripreso e si cerca di andare avanti. Comunque è un Paese che soffre moltissimo il peso di una guerra, dove i civili soffrono molto, perché è una guerra che ha dilaniato il Paese.
E’ una guerra iniziata nella capitale, un conglomerato urbano con circa 15.000.000 di abitanti; quindi ha causato enormi spostamenti di rifugiati interni ed un alto costo umano di vite. Quello che sta avvenendo in Sudan è detto dalle agenzie ONU da più di due anni: questa è la più grande crisi umanitaria al mondo, arrivando a 14.000.000 di persone che hanno abbandonato le proprie case: 12.000.000 sfollati interni e 2.000.000 che hanno abbandonato il Paese, fuggendo in Egitto, Ciad e Sud Sudan. Inoltre nel Paese 7.000.000 minori non frequentano le scuole e 25.000.000 persone su 45.000.000 vivono la carenza alimentare, di cui 5.000.000 soffrono la fame. Sono numeri enormi che parlano di una sofferenza indescrivibile da parte dei civili”.
Dopo la conquista di El Fasher da parte di RSF, avvenuto il 26 ottobre è di nuovo guerra etnica?
“Purtroppo la conquista di El Fasher fa capire che la guerra è molto lontana dalla conclusione. Il fatto che i media non ne abbiano parlato ha suggerito l’idea anche in Europa che la guerra stesse scemando. In realtà nel Darfur continua con molta violenza. Io spero che si possa evitare di arrivare alla guerra etnica, ma è chiaro che le componenti che sono in lotta si identificano con gruppi etnici e tribali diversi. Purtroppo anche questa guerra si sta rivelando una ‘scusa in più’ per incitare al linguaggio dell’odio tra etnie diverse e non tanto tra religioni, in quanto coloro che combattono sono tutti mussulmani. La linea di demarcazione che attraversa il Sudan è quella del mondo arabo; e su queste linee si ‘gioca’ l’identità della gente; purtroppo questa guerra non aiuta a creare un dialogo od una riconciliazione, ma riapre spesso vecchie ferite”.
Perché questa è una guerra ‘dimenticata’?
“Sicuramente è una guerra dimenticata dall’Europa e dall’Occidente, perché non tocca gli interessi geopolitici o non li tocca in maniera lampante come in Ucraina od in Medio Oriente; però è un fatto che la destabilizzazione del Sudan mette molto a rischio la via marittima del Mar Rosso, nodo centrale nella geopolitica mondiale, ed ha sollevato un’enorme ondata migratoria, che risulta problematica in Europa. Gli interessi per la pace dovrebbero esserci; purtroppo (questa è l’impressione che ci stiamo facendo sul ‘campo’) è quella che gli interessi della guerra sembrano essere più grandi degli interessi della pace, perché intanto che la guerra continua fanno soldi i mercanti di armi.
Questa non è una guerra fatta con pistole vecchie riciclate o kalashnikov vecchi di 40 anni, ma fatta con droni ed armi molto sofisticate, di cui molte (temo) di produzione europea. Purtroppo la guerra conviene ai fabbricanti di armi, perché parlare di pace a loro non conviene. Alla fine la domanda importante da porsi: chi prende le decisioni in Europa? Quindi se l’Europa e l’Occidente sono silenziose forse è perché a loro conviene così”.
Esiste una speranza ad una possibilità di pace?
“Penso che la speranza sia legata ad una educazione. Tornando a Khartoum nel tentativo di riaprire le nostre missioni, ci siamo resi conto che nei quartieri dove c’è un po’ di vita e la situazione sta tornando un po’ alla normalità, sono quartieri dove si vede i bambini giocare per strada; quindi sai che la vita sta tornando ad una certa normalità; mentre in altri quartieri, dove non vedi nessuno per strada e le case sono abbandonate, sai che c’è una forte tensione di guerra. I bambini sono l’emblema della speranza, per cui riaprire le scuole è un messaggio molto importante, che parla da sé.
Per noi missionari la riapertura delle scuole e delle chiese sono piccoli segnali di speranza: lunedì 8 dicembre abbiamo riaperto la parrocchia dell’Immacolata ed è stato molto bello che il nuovo parroco suonasse la vecchia campana che san Comboni aveva portato nel 1877 ed ancora suona, nonostante qualche crepa, per affermare che la Chiesa è ancora accanto alla popolazione: anche se pochi, continuiamo la nostra vita di comunità cristiana. Ci siamo e vogliamo fare la differenza”.
Allora, in quale modo la Chiesa e la congregazione comboniana supportano la popolazione?
“La Chiesa cattolica cerca di operare al meglio delle proprie possibilità; ricordo che in Sudan essa è una minoranza molto esigua in una popolazione al 97% mussulmana. Nel poco che si riesce a fare la Chiesa aiuta le persone che ci chiedono aiuto, soprattutto nelle prime necessità come salute ed educazione. Abbiamo aiutato molte famiglie ad ‘evacuare’. Offriamo aiuto anche attraverso la generosità dei benefattori che ci permettono di rispondere a questo tipo di esigenze, però a livello molto individuale, non avendo grandi strutture. Come comboniani continuiamo la presenza e recentemente ad Omdurman abbiamo riaperto le scuole: questo è un grande servizio che offriamo alla società civile in un periodo in cui c’è bisogno di far studiare i bambini”.
(Tratto da Aci Stampa)
Due anni dal conflitto in Sudan: oltre 12.000.000 di donne a rischio di violenza
Dopo due anni di conflitto armato, il Sudan sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Nel 2024 è stato dichiarato lo stato di carestia per la prima volta in sette anni e 26.000.000 di persone affrontano quotidianamente livelli acuti di insicurezza alimentare. Numerosi casi di stupro e violenze ai danni di donne e ragazze sono stati denunciati, mentre il conflitto ostacola l’accesso alle cure mediche e al supporto psicosociale necessario per assisterle. Circa 12.000.000 donne e ragazze restano a rischio di violenza.
Dopo diversi sfollamenti forzati causati dalla guerra, Nahla (nome di finzione per proteggerne l’identità), madre di dieci figli, è stata costretta a fabbricare mattoni nel campo profughi di Eldaba, nel Darfur Centrale, per sostenere la propria famiglia. La sua giornata inizia alle ore 6:00 del mattino, quando esce per lavorare, e termina alle 22:00, al rientro dai suoi bambini.
La famiglia affronta gravi carenze alimentari: dieci figli condividono un unico piatto, mancano vestiti e non esiste un luogo dove dormire con dignità. Eppure, ogni forma di precarietà appare preferibile ai pericoli che una donna deve affrontare in tempo di guerra.
Il conflitto ha aggravato anche le violenze di genere: si stima che 12.000.000 di donne e ragazze in Sudan necessitino di supporto contro la violenza sessuale e di genere. Numerosi episodi di stupro sono stati denunciati pubblicamente, mentre la guerra continua a limitare drasticamente l’accesso ai servizi medici e psicosociali per le vittime. In questo clima di insicurezza, molte donne scelgono di abbandonare le proprie case nella speranza di un futuro più sicuro: solo nel 2024, hanno rappresentato oltre la metà dei rifugiati sudanesi.
A due anni dallo scoppio del conflitto, oltre 30.000.000di persone in Sudan necessitano di assistenza umanitaria e 26 milioni vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nell’agosto 2024, il Comitato di Revisione della Carestia (FRC) del sistema IPC ha confermato che la situazione nel campo di Zamzam, nel Darfur Settentrionale, ha superato la soglia della carestia. La valutazione, convalidata dalle Nazioni Unite, rappresenta la prima dichiarazione formale di carestia in oltre sette anni.
Le organizzazioni umanitarie, come Azione Contro la Fame, incontrano crescenti difficoltà nell’accesso alle persone in stato di bisogno: “E’ diventato per noi molto difficile operare in Sudan. Ogni giorno è sempre peggio, ma continueremo a lavorare per migliorare la situazione”, afferma Paloma Martin de Miguel, Direttrice regionale di Azione contro la Fame per l’Africa. “Impedire che gli aiuti alimentari raggiungano la popolazione e attaccare infrastrutture e mezzi di produzione e distribuzione alimentare rappresentano una violazione diretta della Risoluzione 2417 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Azione Contro la Fame, presente in Sudan dal 2018, ha intensificato i propri sforzi sin dall’inizio del conflitto per rispondere a una crisi umanitaria senza precedenti. Tra aprile 2023 e dicembre 2024, il nostro team ha supportato circa 820.000 persone con forniture sanitarie e nutrizionali in 15 località, tra cui Nilo Blu, Darfur Centrale, Mar Rosso, Kordofan Meridionale e Nilo Bianco. Le attività legate alla sicurezza e alla protezione hanno garantito assistenza a circa 12.000 persone colpite da violenza di genere, offrendo misure di protezione rafforzate e supporto diretto.
Azione Contro la Fame sollecita l’adozione immediata delle seguenti misure: l’adozione, da parte di tutte le parti in conflitto, di misure urgenti per fermare la crisi umanitaria in Sudan, astenendosi da attacchi, saccheggi e danni alle infrastrutture essenziali per la sicurezza delle comunità, come mercati, campi coltivati, pascoli e ospedali;
l’attivazione di meccanismi efficaci per garantire responsabilità per le violazioni dei diritti umani, in particolare quelle commesse ai danni di donne e ragazze, e il rafforzamento delle misure di protezione per prevenire nuovi episodi di violenza; obilitazione urgente di aiuti da parte della comunità internazionale e degli attori umanitari, data la gravità della situazione che richiede una risposta immediata.
In occasione di questo tragico anniversario, Azione Contro la Fame, in collaborazione con DAUD, presenta un ciclo di illustrazioni dal titolo “La donna che piange”, una storia immaginaria di Samira, ispirata alle esperienze reali di milioni di sudanesi che affrontano quotidianamente, con resilienza e coraggio, gli orrori della guerra.
DAUD è un artista e illustratore spagnolo con sede a Dakar. Vede nell’illustrazione uno strumento di trasformazione sociale. Il suo lavoro nasce da una prospettiva umanistica, maturata nel rappresentare e dare voce ai contesti dimenticati del mondo. Le sue opere spaziano tra media, campagne di advocacy, comunicazione per ONG e CSR, manifesti urbani, murales, workshop, mostre e progetti che valorizzano la creatività e il talento di bambini e giovani.
Come contribuire: Bonifico bancario IBAN: IT98 W030 6909 6061 0000 0103 078 – CF: 97690300153; Conto corrente postale 1021764194 – Causale: Donazione spontanea; Online www.azionecontrolafame.it; Aziende – Contattare Licia Casamassima: lcasamassima@azionecontrolafame.it. Tutte le donazioni godono dei benefici fiscali previsti per le ONLUS. A marzo sarà inviato un riepilogo delle donazioni effettuate nell’anno fiscale.
‘Azione Contro la Fame’ è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame. Specialisti da 46 anni, prevedie fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. L’ong è in prima linea in 56 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guida con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiuta 21.000.000 persone.
(Foto: Azione contro la Fame)
Papa Francesco invita i cattolici ad annunciare il Vangelo
“E vorrei ringraziare, in questo momento di gioia, questi ragazzi e ragazze del circo. Il circo esprime una dimensione dell’anima umana: quello della gioia gratuita, quella gioia semplice, fatta con la mistica del gioco. Ringrazio tanto queste ragazze, questi ragazzi che ci fanno ridere, ma anche ci danno un esempio di allenamento molto forte, perché per arrivare a quello che arrivano loro, occorre un allenamento forte, molto forte”.
Campagna 070: Ivana Borsotto spiega l’impegno della cooperazione internazionale
Destinare, entro il 2030, lo 0,70% del reddito nazionale lordo italiano alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile: è l’obiettivo della Campagna ‘070’ promossa da Focsiv, AOI, CINI e Link 2007, le più grandi reti e federazioni di Ong di cooperazione internazionale della società civile italiana, con il patrocinio di AsVis, Caritas Italiana, Forum Nazionale del Terzo Settore e la fondazione ‘Missio’:
Terremoto in Siria e Turchia: un appello alla solidarietà
Una forte scossa di terremoto di magnitudo 7,9 ha colpito alle 4:17 di lunedì 6 febbraio la zona al confine tra la Turchia e le Siria, con epicentro nel distretto Pazarcık di Kahramanmaraş. Dopo il terremoto si sono verificate molteplici scosse di assestamento, tra cui una molto forte, di magnitudo 7,7. Oltre 6.000 i morti accertati, ancora migliaia le persone intrappolate sotto le macerie. Un bilancio ancora provvisorio che, secondo le Caritas locali, crescerà ancora drammaticamente: in Turchia la zona interessata è molto vasta e difficile da raggiungere, anche per le rigide condizioni climatiche. In Siria il sisma ferisce un Paese già dilaniato dalla guerra e dove oltre l’80% della popolazione vive in povertà.
Terremoto in Turchia ed in Siria: partiti gli aiuti umanitari
E’ di oltre 3000 morti il bilancio provvisorio, destinato ad aumentare, del violento terremoto che colpito il Sud della Turchia e la Siria nella notte di lunedì 6 febbraio, che ha fatto crollare anche la cattedrale di Iskenderun, mentre si sono attivate subito le reti di solidarietà della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Ordine di Malta. Papa Francesco ha fatto avere il suo cordoglio ad entrambi i Paesi colpiti con un telegramma firmato dal Segretario di Stato, il Cardinale Parolin.




























