Per la Chiesa occorre accompagnare i giovani al matrimonio

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Nei primi giorni di novembre con la famiglia sono andato a Lecco per partecipare ad una festa di matrimonio particolare: Giuseppe e Maria Mantella hanno festeggiato in chiesa il loro sessantacinquesimo anniversario di matrimonio insieme ai loro figli, nipoti e pronipoti. Oltre alla bella festa è stata anche un’occasione per riflettere sul significato di un’unione che dura nel tempo, ‘nella gioia e nel dolore’, sempre fedeli a quella promessa iniziale. Qualcuno potrebbe obiettare che i tempi sono cambiati e che ora è un po’ più complicato ‘mettere su famiglia’ per la mancanza di un lavoro stabile, per il problema della casa, per la mancata conciliazione tra i tempi del lavoro e la famiglia. Insomma tutto all’insegna ‘erano belli quei tempi’.  Discorsi che potrebbero non fare una piega… ma alla fine lasciano qualche dubbio sulla loro validità. Infatti anche 65 anni fa non doveva essere facile la vita di famiglia; infatti per trovare lavoro sono emigrati dalla Calabria in Lombardia, prima uno, giovane sposo, a cercare un lavoro (spesso quello che magari chi abitava in quella regione rifiutava) in fonderia, con turni massacranti ed anche notturni, ed intanto inviando i risparmi al luogo di origine; poi una volta stabilitosi avveniva il ‘trasloco’ di tutta la famiglia con lo sradicamento dal proprio alveo familiare, senza nessun supporto per aiutarti ad allevare i figli.

 

 

Questa festa mi ha dato occasione di riflettere sull’importanza che ha sempre rivestito nella Chiesa il matrimonio, che in questi giorni ha offerto ai propri fedeli un nuovo documento dal titolo ‘Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia’, di cui il presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita e vescovo di Parma, mons. Enrico Solmi, sottolinea lo scopo: “Educare all’amore e accompagnare nel percorso del fidanzamento sembrano, oggi, imprese particolarmente difficili, per alcuni, addirittura, improponibili, ritenendo che i mutamenti culturali e sociali siano tali da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa dell’istituto del matrimonio”. Il documento dei vescovi è motivato dalla considerazione che “la comunità cristiana conosce bene queste posizioni e le scelte che ne derivano, ma riconosce ancor più e ribadisce il valore e la fiducia nella persona umana come essere educabile all’amore totale, unico, fedele e fecondo, come è l’amore degli sposi, attraverso un percorso progressivo e coinvolgente”. Infatti il documento afferma che la preparazione al matrimonio non è qualcosa d’improvvisato, ma ‘un cammino graduale e continuo’, da proporre ‘per tempo’: solo così i fidanzati possono giungere a considerare la loro come una ‘relazione umanamente matura’ in cui si ravvisino i tre elementi della ‘identità’, della ‘reciprocità’ e della ‘progettualità’ di famiglia.

Nella premessa il documento ribadisce il principio dell’accompagnamento al matrimonio da parte della comunità: “Come efficace antidoto alla frammentarietà della vita moderna e all’abitudine di intraprendere relazioni superficiali e strumentali, occorre che li sosteniamo in un cammino di crescita, orientato a costruire gradualmente un vero e proprio progetto, che corrisponda sempre più alla scoperta del disegno di Dio su di loro. E’ importante allora che nella comunità parrocchiale, nelle zone pastorali, o per lo meno a livello diocesano, si individuino coppie di sposi, persone consacrate e laici che, insieme ai presbiteri, si formino per essere, accanto ai giovani, autentici compagni di viaggio nelle varie tappe dell’amore. Allo stesso tempo è necessario che la comunità cristiana riconosca nei due giovani una preziosa risorsa perché, impegnandosi con sincerità a crescere nell’amore e nel dono vicendevole, possono contribuire a rinnovare il tessuto stesso di tutto il corpo ecclesiale: la particolare forma di amicizia che essi vivono può diventare contagiosa, e far crescere nell’amicizia e nella fraternità la comunità cristiana di cui sono parte”.

Scorrendo le pagine, il documento parla del matrimonio come un impegno ‘definitivo’ ed il fidanzamento è un ‘valore’ fondamentale, in quanto è un “tempo necessario e privilegiato per conoscersi tra innamorati, per compiere passi importanti e per accogliersi come dono reciproco, se questo è nel pensiero di Dio… Si vorrebbero infatti porre sullo stesso piano del matrimonio scelte diverse e meno impegnative, come la semplice convivenza o la scelta di rimanere sempre fidanzati, continuando ad abitare nelle rispettive famiglie di provenienza, offuscando l’orizzonte dell’amore, che per sua natura rende capaci del dono totale di sé. La Chiesa non giudica e non intende allontanare chi compie tali scelte; al contrario desidera entrare in un proficuo dialogo con loro e li invita a non allontanarsi dalla vita ecclesiale. Non può però rinunciare ad affermare che vi è una forma di relazione della coppia, quella matrimoniale, che non può essere comparata con le altre forme di convivenza o accompagnamento, perché basata sull’assunzione definitiva del proprio impegno nei confronti dell’altro”.

In base a questo vincolo stabile, che è il matrimonio, la famiglia rinnova la società: “Costruire la famiglia diviene così una tappa fondamentale per apportare alla comunità civile istanze di verità, di giustizia e di solidarietà, soprattutto attraverso la procreazione e l’educazione dei figli. Per questo, la famiglia, cellula vivificante e risorsa feconda, partecipa alla vita della società per far crescere in umanità i suoi membri, singoli e collettivi, rinnovando così lo sguardo della società stessa; infatti la comunione familiare alimenta la coesione sociale e ne è l’autentica sorgente”. Quindi in Chiesa non ci si sposa a caso, ma perché all’interno della comunità è sorta una vera fraternità, maturato durante il cammino di preparazione al matrimonio nella sobrietà: “Il contesto odierno ci pone davanti a due fenomeni contrastanti: un consumismo dilagante, che fa del possesso dei beni il parametro della felicità umana, e d’altra parte la crisi economica, che riduce fortemente la disponibilità finanziaria di molti. Ciò dovrà spingere chi ha di più ad atteggiamenti di sobrietà e condivisione, e ispirare in chi ha meno sentimenti di fiducia e valorizzazione dell’essenziale. La sobrietà che porta la solidarietà verso i poveri deve manifestarsi già nella celebrazione delle nozze e nella festa nuziale”.

Quindi la famiglia cristiana deve vivere anche la società quotidianamente: “La dimensione cristiana della famiglia non domanda soltanto un impegno di coerenza personale nella vita familiare e nella comunità cristiana, ma chiede anche di essere presente in modo attivo nella società civile e di contribuire al suo ordinato sviluppo… In particolare la famiglia cristiana ha a cuore un’equa e giusta distribuzione dei beni e delle risorse tra le singole comunità e le generazioni59. Allo stesso modo la società civile, per il principio di sussidiarietà, è chiamata a sostenere la famiglia fondata sul matrimonio con politiche familiari adeguate ed efficaci, che incoraggino i giovani fidanzati alla scelta sponsale”.

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