L’odio dei nuovi mostri per chi va bene a scuola. Invece è proprio il merito che permette ai poveri di salire in alto

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.12.2022 – Renato Farina] – C’è in corso una campagna culturale per il ritorno del ’68 nella scuola. A dire il vero non se n’era mai andato. Quel numero, sbianchettato dai discorsi pubblici, è rimasto sornionamente dominante nelle teste di chi tiene le redini del sapere, e racconta tuttora il succedersi degli avvenimenti con l’ideologia che aveva preso possesso di licei, università, giornali.

Siamo l’unico Paese del mondo dove la storia la scrivono gli sconfitti, i quali non mollano la presa sulla collottola del popolo che quei criteri ha votato per ribaltarli. Lucidano l’armatura dello spettro. L’offensiva è condotta in particolare dai quotidiani della Gedi-Agnelli, Repubblica, Stampa e giornali collegati. In un crescendo di energumeni del pensiero si sono passati la mazza Massimo Recalcati (28 novembre), Carlo Galli (29 novembre) e Gustavo Zagrebelsky (30 novembre) convinti di atterrare il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. È stato un triplice agguato che ha obbedito alle caratteristiche della falsificazione demonizzante.

1. Massimo Recalcati ha contestato su Repubblica il «bullismo istituzionalizzato dell’autorità» che il governo Meloni vorrebbe imporre attraverso i «lapsus» nelle aule scolastiche. Lapsus: la parola “umiliazione” da infliggere al bullo, usata e poi oggetto di scuse da parte di Valditara, diventava addirittura una prova freudiana di autoritarismo dell’istituzione. Il «bullismo selvaggio dei negligenti» (negligenti? Quelli distruggono vite) era pretesto per esercitare il bullismo di Stato. Del resto Recalcati è uno psicoanalista allievo di Lacan, il grande maestro della disarticolazione, destrutturazione di qualsivoglia autorità. Di tutte, meno che della sua e di Recalcati. Pura ideologia sessantottina.

2. La fiaccola passa su Repubblica a Carlo Galli. Basti il titolo: Umiliazione e autoritarismo: la Destra e il complesso del ciclista.

3. Ieri la torcia è passata a Gustavo Zagrebelsky. A lui è toccato appiccare le fiamme per il classico rogo del reprobo Valditara. Lo strumento è un’intervista di Annalisa Cuzzocrea apparsa sulla prima pagina de La Stampa. Il titolo: «Altro che merito e umiliazioni. In aula si cresce insieme. L’eccellenza è un inganno». Qui siamo alla perfetta rivendicazione dei criteri educativi promossi dal ’68. Nessuna autorità; se un ragazzo fa il bullo, la colpa non è sua ma della società; la meritocrazia è una aberrazione, una tortura che perpetua le disuguaglianze sociali, promuove «il passare sopra la testa degli altri», il puntare «sul mito dell’eccellenza» come fa Robin William nei panni del professore «isola, insuperbisce e conduce al disastro».

Vuoto di autorità

Accidenti, avrei detto che è stato il ’68, a promuovere l’isolamento dei dissenzienti, la superbia dei picchiatori rivoluzionari, e il disastro degli annidi piombo e dello smarrimento della missione formativa della scuola. Zagrebelsky non spende mai la parola «68» (come invece ha fatto Recalcati, illuminando il suo reliquiario domestico). Sa troppo bene che non si possono disgiungere i principi pedagogici propalati da Herbert Marcuse e da altri filosofi della “Scuola di Francoforte” con quel che è fiorito su quel terreno, che si è immediatamente intriso di maoismo, stalinismo e violenza.

Il vuoto di autorità lascia spazio all’insediamento dell’ideologia tirannica dove la persona è schiacciata, e assorbita come entità devitalizzata del collettivo. Ripete il mantra della sua giovinezza, Gustavo (come lo chiamava nei suoi articoli Eugenio Scalfaci). Demonizza chi ha un’altra concezione dell’educazione, invece di confrontarsi, si contrappone. E versa, come se stesse offrendo un vermouth in salotto, il veleno del voto politico. Spiega che negli ultimi anni di insegnamento universitario, l’unico voto che ha scritto sui libretti è stato 30. Uno è uguale a uno. E se uno si comporta da bullo, amen, i compagni bullizzati devono cordialmente avvicinarsi e chiedergli perché. Il singolo non ha colpe, qualsivoglia punizione non ha senso. Invece si cresce insieme – ma questo lo ha detto Valditara – se si riconosce di aver sbagliato, accettando la correzione. Usava così in famiglia. Niente sberloni. Ma per una settimana tocca a te sparecchiare la tavola. Umiliazione sì, ci si sente per un momento umiliati, ma si cresce anche così. Lo diceva sant’Agostino: «Buon per me che tu mi abbia umiliato: così imparo le vie della tua giustizia».

A proposito. Il merito e la meritocrazia sono il modo con cui si può arrivare dov’è arrivata la Meloni. Chi nasce povero per salire deve essere proprio bravo. C’è poi chi in alto lo ha già portato la cicogna. Bel merito.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

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