Al telefono con il Papa

E’ ancora il “telefono” il coprotagonista degli ultimi episodi che raccontano due conversazioni con Papa Francesco, intercorse attraverso il famoso dispositivo di comunicazione vocale.
Nel primo episodio Papa Bergoglio, venuto a sapere che nel giardino della cattedrale di Buenos Aires – quella che era la sua chiesa prima della nomina papale – è stata collocata una statua per omaggiare il cittadino pontefice ha preso in mano la cornetta del telefono per chiederne l’immediata rimozione. Bisogna “toglierla immediatamente”, ha detto Bergoglio! Una scelta, questa, che non vuole certamente mortificare l’amorevole ossequio dei connazionali e l’artista – Fernando Pugliese, autore di altri monumenti dedicati a Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta – che ha realizzato l’opera. Vi è, piuttosto, nella fulminea telefonata del Pontefice, l’intento di proteggere l’immagine del papa da un inappropriato culto della persona.
La seconda telefonata l’ha ricevuta recentemente Jorge Milia, lo scrittore, giornalista ed ex alunno di Bergoglio, che nel sito terredamerica.com curato dal giornalista Alver Metalli racconta alcune dettagli del dialogo avvenuto con Papa Francesco. Jorge Milia e Jorge Bergoglio si danno familiarmente del tu; Milia lo chiama addirittura “el viejo”, il vecchio, con quel carattere affettuoso che la parola richiama. “Abbiamo chiacchierato molto – spiega lo scrittore –; per me è un piacere scambiare idee con lui”. Nelle parole di Jorge Milia è possibile riconosce la gioia di un particolare rapporto di amicizia vissuto con l’Arcivescovo di Buenos Aires che continua ancora oggi. Tra i dettagli della conversazione telefonica, Jorge Milia riferisce la particolare stima nutrita da Papa Francesco nei confronti del pontefice emerito Benedetto XVI. “Gli ho detto – dichiara – che avevo iniziato a leggere l’enciclica Lumen Fidei e lui ha declinato ogni merito personale. Ha commentato che Benedetto XVI aveva fatto la maggior parte del lavoro, che era un pensatore sublime, non conosciuto o capito dalla maggior parte delle persone. (…) E davvero quando parla di Ratzinger lo fa con riconoscenza e tenerezza. A me fa un po’ l’effetto di uno che ha ritrovato un vecchio amico, un ex compagno di classe, di quelli che si fanno vedere di tanto in tanto, che a scuola frequentavano uno o due corsi dopo il nostro e che in qualche modo ammiravamo, magari con le differenze che il tempo aveva levigato, ammorbidito”. La conversazione tra i due Jorge si fa ancora più esplicita e gli attestati di stima nei confronti di Papa Ratzinger inequivocabilmente mirati: “Non ti immagini l’umiltà e la saggezza di quest’uomo” – mi ha detto. “Allora tienilo vicino …” gli ho ribattuto.“Non ci penso nemmeno a rinunciare al consiglio di una persona del genere, sarebbe sciocco da parte mia!”.
Milia riconosce a Papa Francesco la capacità di entrare immediatamente in sintonia con tutte le categorie di persone che ogni giorno affollano Piazza San Pietro, per incontrare il Pontefice, avvicinarlo, toccarlo e potergli parlare. “E come no? – risponde Papa Bergoglio – Certo, lo devono poter fare! È mio dovere ascoltarli, confortarli, pregare con loro, stringergli le mani perché sentano che non sono soli …”; ma mi ha assicurato – sottolinea Milia – che non è stato facile riuscire a farlo accettare da tanti che gli stanno attorno. “Non è stato facile, Jorge, – mi ha ripetuto – qui ci sono molti «padroni» del Papa e con molta anzianità di servizio”. “Poi ha commentato che ogni cambiamento che ha introdotto gli è costato degli sforzi (e, suppongo, dei nemici…) Tra questi sforzi la cosa più difficile è stata di non accettare che gli gestissero l’agenda. Per questo non ha voluto vivere nel palazzo, perché molti Papi hanno finito con il diventare «prigionieri» dei loro segretari”.
“Mi ha detto – prosegue nel suo racconto Jorge Milia – che i Papi sono stati isolati per secoli e che questo non va bene, il posto del Pastore è con le sue pecore. (…) Alla fine mi ha chiesto, come sempre, di pregare per lui”.

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