Scoperta una meraviglia nei depositi della Reggia di Caserta: scultura di Sanmartino creduto “perduta”, raffigurante l’infante reale Carlo Tito di Borbone

È stata ritrovata in un deposito della Reggia di Caserta – una miniera d’oro che può riservare ancora sorprese -, durante i lavori per il riallestimento degli appartamenti reali, la scultura di S.A.R. il Principe Don Carlo Tito di Borbone, Duca di Calabria, neonato erede al trono del Regno di Napoli. La scultura era presente negli antichi inventari di fine 1800 della Reggia di Caserta poi se n’era persa traccia. Raffigurante il real infante Carlo Tito, morto a tre anni di vaiolo, la statua fu realizzato nel 1775, in pietra tenera dalle venature rosate, dall’autore del Cristo Velato, Giuseppe Sanmartino. Sarà esposta nella Cappella Palatina della Reggia di Caserta domani, domenica 3 ottobre 2021, in occasione della XVIII Giornata Nazionale degli Amici dei Musei. Poi, sarà nuovamente esposta in una mostra apposita durante il periodo natalizio.

Gli Stabilimenti Vaccinici: così i Borbone vinsero la guerra contro il vaiolo

Sua Altezza Reale il Principe Don Carlo Tito Francesco Giuseppe di Borbone, Duca di Calabria, nasce nel Palazzo Reale di Caserta il 4 gennaio 1775, figlio di Ferdinando IV di Borbone, Re di Napoli [*] e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena. Muore di vaiolo (esattamente come poi sarebbe accaduto ai fratelli Maria Cristina e Giuseppe [**]), quando stava per compiere i 4 anni, il 17 dicembre 1779, nel Casino Vecchio di San Leucio (frazione di Caserta), a cui piedi si trova la Vaccheria, nata nel 1750 per volere di Ferdinando IV, un luogo pieno di storia. Il palazzo- una piccola casa signorile di campagna – fu abbandonato in seguito alla morte di Carlo Tito. Proprio questa tragedia spinse il sovrano a incentivare le ricerche per il vaccino, un’attività che portò alla nascita degli Stabilimenti Vaccinici e alla prima grande campagna vaccinale della storia.

Il sovrano nel 1802 fece sorgere gli Stabilimenti Vaccinici, attraverso un Dispaccio della Reale Segreteria delle Finanze del 22 luglio dello stesso anno, la cui sede era il Reale Albergo dei Poveri. Essi erano guidati da due pugliesi: Michele Troja, chirurgo personale del Re originario di Andria, e Antonio Miglietta, medico originario di Carmiano, in Provincia di Lecce. La Direzione Vaccinica era l’organo composto da 10 professori vaccinatori che non solo hanno provveduto alle vaccinazioni nella capitale, ma anche nelle altre province del Regno e perfino nelle campagne.

Nel 1803, per dimostrare agli scettici che il vaccino contro il vaiolo funzionasse, la Direzione Vaccinica organizzò una serie di “controprove” all’ospedale della Santissima Annunziata di Napoli, la principale istituzione del Regno incaricata ad accogliere i bambini senza genitori. La malattia flagellava in special modo i piccoli di età portandoli alla morte o, se sopravvivevano, lasciando orrendi segni sul volto fino alla cecità. Davanti a numerosi testimoni alcuni medici chirurghi non appartenenti al Corpo de’ Pubblici Vaccinatori inocularono il vaccino a 18 ragazzi: 6 proveniente dalla Ruota degli Esposti, 6 dall’Albergo dei Poveri e 6 dal popolo. “Per lo spazio di un mese – scriveva Antonio Miglietta – si fè mostra al Pubblico da tempo in tempo di quegl’individui innestati ad arte; e l’ultimo prodotto del travaglio fu quello di riconoscere in essi un’immunità inalterabile in faccia al vaiolo”.

Il sovrano con il Decreto N. 141 del 6 novembre 1821 diede ufficialmente il via alla prima campagna vaccinale della storia, quella contro il vaiolo, prevedendo non solo pene severe per i trasgressori ma anche dei premi, a sorteggio, per chi si sottoponeva alla somministrazione. I parroci avevano il compito di scrivere su un foglio il nome di tutti i vaccinati e inserirli in un’apposita urna, dalla quale veniva estratto il fortunato vincitore di una somma in denaro. Ai vaccinati veniva consegnato un cartellino, una sorta di passaporto vaccinale ante litteram che dimostrava l’avvenuta somministrazione. Non solo: Ferdinando, fermo sostenitore dei vaccini, combatté i no-vax dell’Ottocento anche facendo sottoporre a vaccino i suoi stessi figli.

Superato lo scoglio dei no-vax del tempo, tra il 1808 e il 1809 furono eseguite più di 400mila vaccinazioni a Napoli e nelle province, più del 17% dei nati vivi del Regno. Nel solo 1822, quando il vaccino era diventato obbligatorio, il numero delle vaccinazioni fu di ben 103.079: un numero enorme considerato che parliamo di due secoli fa.

Grazie al lavoro dei medici del tempo e soprattutto di Antonio Miglietta, il quale fu il più strenuo sostenitore della campagna vaccinale del tempo e che dovette combattere contro la resistenza di genitori diffidenti e medici inerti, la vaccinazione divenne per la prima volta una profilassi di massa costituendo un vero e proprio punto di svolta nella storia. La guerra al vaiolo proseguì negli anni e la scuola napoletana operò anche dopo l’Unità d’Italia, salvando la vita a milioni di persone.

Ritratto delll’infante reale Carlo Tito di Borbone, Duca di Calabria, miniatura conservata nell’Hofburg (l’ex principale palazzo imperiale della dinastia degli Asburgo) a Vienna.

Il Duca di Calabria, erede al trono del Regno di Napoli

Alla nascita il Principe Carlo Tito fu creato Duca di Calabria, tradizionale titolo dell’erede al trono del Regno di Napoli. La sua nascita, primogenito principe ereditario, permise alla madre un seggio nel Consiglio di Stato, centro della politica statale, come previsto da una clausola del contratto matrimoniale. I suoi nonni paterni furono Carlo III di Spagna e Maria Amalia di Sassonia; i suoi bisnonni paterni Filippo V di Spagna e Elisabetta Farnese.

Carlo Tito è sepolto con il resto della famiglia nella Real Cappella dei Borbone a Santa Chiara in Napoli, riaperta il 9 marzo 2020 alla presenza dell’attuale Duca di Calabria, Capo della Real Casa delle Due Sicilie, dopo i lavori di restauro storico-artistico e conservazione architettonica, commissionati dalla Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio [La riapertura della Real Cappella dei Borbone a Santa Chiara – 10 marzo 2020].

Il rinvenimento della statua del real infante Carlo Tito

In una conferenza stampa è stato raccontato il rinvenimento di “una piccola scultura raffigurante un bambino dormiente, eseguita in una pietra tenera dalle venature rosate”. La bellezza struggente dell’opera, testimonianza di una fattura di alto pregio artistico, ha indotto il Direttore Tiziana Maffei a chiedere alla struttura interna di approfondirne la conoscenza e di individuare il possibile autore. La funzionaria della Reggia Valeria Di Fratta racconta: “Qualche mese fa il direttore Tiziana Maffei mi chiese di venire in deposito perché c’era una statua di un neonato dormiente che le sembrava di pregevole interesse artistico. Appena la vidi rimasi folgorata, mi sembrò subito di grandissima qualità, e dai tratti, pensai che l’autore potesse essere rintracciato tra i maggiori rappresentanti della scultura napoletana del ‘700. Il primo nome che mi venne in mente era quello di Giuseppe Sanmartino. Consultando la monografia, nei documenti si riportava di una scultura del principe ereditario appena nato, ovvero Carlo Tito di Borbone, primo figlio maschio dei regnanti delle Due Sicilie, scultura presente nelle collezioni della Reggia almeno dal 1879“.

Dice emozionata il Direttore Tiziana Maffei: “Quando vidi la statua mi dissi che era troppo bella per non sapere chi raffigurasse e di chi fosse e poi per noi donne ha anche un altro significato. Quando è stata scoperta, Valeria Di Fratta aveva da poco avuto un figlio, e mi inviava le foto della statua continuamente. Dietro il rigore e lo studio c’è sempre l’emozione e la vita delle persone”. Maffei sottolinea poi “l’importanza di valorizzare depositi come il nostro, che sono luoghi di approfondimento e di studio che possono coinvolgere un intero territorio. Uno dei tanti temi della Reggia è poter iniziare a narrare questa nostra storia, del regno dei Borboni, dell’Unità d’Italia; con questo pezzettino di storia, viene ribadito quanto sia fondamentale il centro di documentazione borbonica”.

Le origini della scultura

Le cronache settecentesche raccontano che, nel 1775, alla nascita del primogenito maschio di Ferdinando IV e Maria Carolina, la regina, per la grazia ricevuta, volle far realizzare un ritratto a grandezza naturale del neonato principe ereditario, che avrebbe dovuto assicurare la continuità dinastica dei Borbone sul trono dei Regni di Napoli e Sicilia. Carlo Tito, poi, morì prematuramente, prima di aver compiuto quattro anni, a causa del vaiolo. Il ritratto commissionato da Maria Carolina doveva essere tradotto in argento per essere donato, come ex voto, all’antico convento napoletano di San Francesco di Paola, santo al quale la regina era particolarmente devota. Data l’importanza della commissione, Maria Carolina volle che il ritratto fosse eseguito dal primo scultore del Regno, Giuseppe Sanmartino, divenuto artista di gran fama dopo aver realizzato il Cristo Velato per la Cappella napoletana di Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero. I precedenti studi su Sanmartino, pur registrandone l’esistenza, consideravano ormai perduto questo modello.

Il restauro

La statua “ritrovata” sarà restaurata all’interno dei Laboratori di Restauro della Reggia di Caserta da Anna Manzone, supportata da consulenza specifica di un restauratore con esperienza trentennale nel settore, resa possibile grazie al contributo dell’Associazione Amici della Reggia di Caserta.

Ritratto del Padre di Carlo Tito, Ferdinando I di Borbone, Re delle Due Sicilie (1751-1825), dipinto da Gennaro Maldarelli, conservato nel Museo di Capodimonte a Napoli.

[*] Ferdinando I di Borbone delle Due Sicilie nacque nel Palazzo Reale di Napoli il 12 gennaio 1751 da Carlo III di Borbone, Re di Napoli e di Sicilia, e da Maria Amalia di Sassonia. L’assunzione del trono del Regno di Spagna da parte di suo padre portava Ferdinando su trono del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, a soli otto anni (però, dal 1759 al 1767 ci fu il Consiglio di reggenza, che doveva occuparsi della sua formazione e – insieme coi Segretari di Stato – del governo dei Regni, in stretto rapporto con le direttive del suo padre da Madrid, fino al raggiungimento della maggiore età, a 16 anni). È stato Re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché Re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l’unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I, Re del Regno delle Due Sicilie. È il primo sovrano della casata dei Borbone di Napoli nato nel Regno, ma terzo Borbone a regnare sulle Due Sicilie dopo il padre Carlo di Borbone (primo Borbone a regnare sulle Due Sicilie indipendenti), nato a Madrid nel 1716, e il nonno Filippo V di Spagna, nato nel castello di Versailles nel 1683. Il suo regno, durato oltre sessantacinque anni, è uno dei più lunghi nella storia degli Stati preunitari italiani ed è al nono posto nella classifica dei regni più lunghi della storia.

Ritratto della madre di Carlo Tito, Maria Carolina d’Hasburgo-Lorrena (1752-1814), figlia dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Francesco I dell’Imperatrice Maria Teresa I d’Austria, regina consorte di Napoli per il matrimonio con il Re Ferdinando IV di Borbone, 1768 circa, olio la sua tela 130 cm x 98 cm, Museo del Prado, Madrid.

[**] Secondo l’abitudine dell’epoca, la coppia reale ebbero 17 figli, ma solo 4 riuscirono a sopravvivere ai loro genitori.

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