Che effetto fa leggere la storia col senno di poi?

La domanda del titolo mi è stato posta ieri sera dallo Staff del Blog dell’Editore, dopo la pubblicazione della notizia del giorno: Il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha condannato l’ex presidente dello IOR Angelo Caloia & Co – 21 gennaio 2021, attirando la mia attenzione su tre articoli: il primo e il secondo del 21 gennaio 2021, rispettivamente di Rai News e del Fatto Quotidiano; e il terzo un po’ datato (ma attualissimo), dal blog di Sandro Magister su L’Espresso di sedici anni fa, del 18 giugno 2004. Il nesso tra tutti e tre c’è, innanzitutto per due nomi: Angelo Caloia e Karol Wojtyła.

Iniziamo con l’articolo di Rai News online Tribunale Vaticano: caso Ior, Caloia e Liuzzo condannati a 8 anni e 11 mesi Reati di riciclaggio e appropriazione indebita aggravata, dentro il quale è infilato un paragrafo che certamente agli attenti lettori non sarà sfuggito: «A seguito delle notizie sull’emergere dell’inchiesta, nel dicembre del 2014, Angelo Caloia, esponente della finanza cattolica lombarda e dirigente di prima grandezza nel sistema bancario italiano, pur dichiarandosi totalmente estraneo alle accuse e “vittima di operazioni architettate da altri”, si è dovuto dimettere da tutte le cariche societarie e accademiche in Italia e anche dalla presidenza della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano».

Qui, Rai News torna indietro al 2014, ricordando la genesi del processo che ha portato alla sentenza di ieri e sottolineando tre punti:
1. Caloia e il suo ruolo:
a. nella finanza cattolica lombarda;
b. nel sistema bancario italiano.
2. Caloia si dichiara:
a. totalmente estraneo alle accuse;
b. “vittima di operazioni architettate da altri”.
3. Caloia si è dovuto dimettere:
a. da tutte le cariche societarie e accademiche in Italia;
b. dalla presidenza della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano.
Son cose di non poco conto in così poche righe, infilate – lo sottolineiamo – in un paragrafo sospeso. Questo vorrà pur dire qualcosa.

Poi l’amico e collega Francesco Antonio Grana inizia il suo articolo sul Fatto Quotidiano online Ior, gli ex vertici dell’era Wojtyla condannati dal Tribunale Vaticano a 8 e 11 mesi con la frase ripresa nel titolo: «Sentenza storica per gli ex vertici dello Ior dell’era Wojtyla» e conclude: «La decisione, che pure cade in un clima complessivamente poco favorevole a chi si difende, non accoglie l’ipotesi massimalista dell’accusa e pronuncia assoluzione con riferimento alla maggior parte degli immobili” dicono i difensori di Caloia – gli avvocati Domenico Pulitanò e Rosa Palavera – che hanno già presentato la dichiarazione di appello. “Il dispositivo della sentenza è molto articolato e resterà poco decifrabile fino al deposito delle motivazioni».

Francesco Antonio Grana sottolinea due punti:
1. Ieri, con la condanna di primo grado di Caloia& Co. [a proposito, l’ex avvocato dell’Istituto per le Opere di Religione Gabriele Liuzzo ha 94 anni e l’ex presidente Angelo Caloia ne ha 78, quindi difficilmente li vedo fare un giorno di carcere. V.v.B.] non è stata scritta la parola fine, visto che si andrà in appello (tenendo presente anche Rai News punto 2).
2. Si tratta degli ex vertici dell’era Wojtła.

Tutti questi punti evidenziati, ci portano alla domanda del titolo: «Che effetto fa leggere la storia col senno di poi?», andando a vedere nello specifico l’articolo di Sandro Magister su L’Espresso N. 25 del 18-24 giugno 2004 Il banchiere del papa racconta: “Ecco come ho risanato lo IOR”, di cui va sottolineiato innanzitutto l’incipit – ma va letto per intero, con particolare attenzione a tutte le parti, e anche alle aggiunte sul blog Chiesa.espressoonline.it di Sandro Magister del 18 giugno 2004 – in riferimento a quanto titolato da Grana: «Giovanni Paolo II non s’è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s’è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati».

Questi due frasi di Sandro Magister rappresentano un giudizio chiaro e definitivo sul governo di un grande Papa, che da Regnante non si è mai occupato del governo temporale della Chiesa Cattolica Romana, ma faceva suo mestiere, il Vicario di Cristo e Pastore Supremo della Chiesa Universale di Cristo, appunto [Al riguardo mi ricordo che un vescovo, dopo aver pranzato con il Papa all’Appartamento Pontificio nel Palazzo Apostolico mi disse, a parte che il pranzo era frugale, che mentre parlavano dello IOR, Giovanni Paolo II faceva la battuta, in riferimento agli eminentissimi membri della Commissione cardinalizia di vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione: “Voglio vedere come ne escono fuori”].

Quanto scritto da Magister, è un giudizio espresso nel 2004, in tempi non sospetti, prima che diventasse (di nuovo) moda attaccare Karol Wotyła, da parte di individui che primo di pronunciare il suo nome, devono pulirsi la bocca con l’acido muriatico (che non è solo utile per sturare le scariche idraulici ma uccide pure i topi). Ripeto, vale la pena di leggere quanto segue per intero.

E ringrazio lo Staff del Blog dell’Editore (che non dorme) per averci fatto le segnalazioni. Buona lettura e buona riflessione, con il senno di poi…

Il banchiere del papa racconta: “Ecco come ho risanato lo IOR”
Dopo quasi quindici anni di presidenza della banca vaticana, Angelo Caloia rompe il silenzio. Fa i nomi di amici e nemici. E accusa la finanza cattolica d’aver venduto l’anima per il potere
di Sandro Magister
Chiesa.espressoonline.it, 18 giugno 2004

ROMA – Giovanni Paolo II non s’è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s’è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati.

Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo IOR, Istituto per le Opere di Religione; l’APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c’è un cardinale. Ma con un’avvertenza. Perché allo IOR, la banca vaticana, c’è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un’eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia.

Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l’uno e l’altro autori di una doppia rivoluzione.

Anche nelle date Caloia e Ruini hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l’uno presidente dello IOR e l’altro presidente della conferenza episcopale all’inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto.

La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.

L’outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d’antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori, la stessa editrice dell’ultimo best seller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è “Finanza bianca” e si riferisce a quell’insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d’Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi finanziari laici caduti nelle loro mani o assediati.

Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d’aver venduto l’anima per ottenerli, d’aver smarrito la sua “identità cristiana”. La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una “Caporetto etica” dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo IOR. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, a far da baluardo di una finanza moralmente corretta.

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Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva condotto pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello IOR regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce “facilone, pressapochista, mal consigliato”, e un prelato italiano che è tra gli autori di quei cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo IOR è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di stato dell’epoca, li tacita una volta per tutte versando 242 milioni di dollari a titolo di “contributo volontario”, sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.

Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Nel gruppo figurano intellettuali destinati a ruoli di peso: come il gesuita GianPaolo Salvini, futuro direttore della “Civiltà Cattolica”, e Lorenzo Ornaghi, futuro rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della riscossa contro la finanza laica e il suo potentissimo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.

Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla CARIPLO, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c’è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. “Nemo propheta in patria”, dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo IOR.

Non solo. Casaroli gli chiede di riscrivere gli statuti della banca vaticana. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell’Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello IOR. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente dell’Union de Banques Suisses, vicino all’Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.

Ma alla macchina dello IOR resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.

De Bonis si allea in Vaticano con l’allora presidente dell’APSA, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell’organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire a Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, un suo candidato, l’americano Virgil C. Dechant, dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo IOR faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l’APSA.

Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della banca federale di Germania, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, e il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all’epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull’allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell’Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze, Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoccano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell’appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.

Nel 2000 Caloia è riconfermato presidente, e l’ultima parola a suo pro l’avrebbe detta Giovanni Paolo II: “Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane”. Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello IOR a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all’inizio della gestione Caloia. Oggi sono “molti, molti di più”.

Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più per cacciarlo. All’APSA c’è ora il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario il vescovo Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d’età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no Caloia presidente, il suo IOR, almeno questo, non passerà certo al nemico.

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Banca Intesa: così cattolica, così ingrata

L’Istituto per le Opere di Religione opera in tutto il mondo da un’unica sede, situata in Vaticano nel torrione di Niccolò V addossato al palazzo del papa.

Lo IOR non fa prestiti e non emette assegni propri. Il suo scopo essenziale è far fruttare i patrimoni perché siano impiegati in opere di bene. Una parte cospicua delle rendite è devoluta al papa.

I depositanti sono diocesi, parrocchie, ordini specie femminili, enti e privati con finalità religiose.

Lo IOR investe soprattutto in obbligazioni e opera sulle monete forti: dollaro, yen ed euro. Vanta risultati “d’assoluto rispetto anche in periodi difficili per i mercati finanziari”.

Ha smobilitato tutte le sue passate partecipazioni azionarie tranne una: quella col maggiore gruppo bancario privato italiano, Banca Intesa, di cui detiene oggi lo 0,8 per cento, tramite la finanziaria Mittel.

Quando questa banca, presieduta dal cattolico Giovanni Bazoli, era sotto l’assalto della laica Mediobanca, lo IOR l’aiutò portando temporaneamente la sua quota al 2 per cento.

Ma oggi Angelo Caloia, presidente della banca vaticana, è molto critico nei confronti di Bazoli. Lo accusa di “gigantismo” e di “distruggere ricchezza anziché crearne”. Nel 2002 la caduta in borsa di Banca Intesa “comportò una decurtazione del contributo dello IOR al Santo Padre nell’ordine di qualche decina di miliardi di lire”.

[Da “L’espresso” numero 25 del 18-24 giugno 2004]

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Il libro: Giancarlo Galli, “Finanza bianca. La Chiesa, i soldi, il potere”, Mondadori, Milano, 2004, pp. 230, euro 16.00.

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A norma degli statuti entrati in vigore nel 1990 lo IOR, Istituto per le Opere di Religione, è retto da un consiglio di sovrintendenza e da una commissione cardinalizia di vigilanza.

Compongono il consiglio di sovrintendenza:
Angelo Caloia, presidente;
Virgil C. Dechant, americano, dei Cavalieri di Colombo, vicepresidente;
Theodor E. Pietzcker, tedesco, della Deutsche Bank;
José Angel Sánchez Aslain, spagnolo, del Banco Bilbao-Vizcaya;
Robert Studer, svizzero, dell’Union de Banques Suisse.

La commissione cardinalizia di vigilanza è presieduta dal segretario di stato Angelo Sodano ed è composta dai cardinali Jozef Tomko, Eduardo Martínez Somalo, Adam Joseph Maida e Juan Sandoval Íñiguez.

Direttore generale è Lelio Scaletti, con Dario Sabbioni come vice.

Nel sito web del Vaticano lo IOR non c’è. In compenso, c’è una sezione speciale in più lingue dedicata all’Obolo di San Pietro:
Obolo di San Pietro

In passato la tradizionale offerta al papa si raccoglieva nelle chiese una volta all¿anno il 29 giugno, festa dei santi Pietro Paolo. Ma oggi l’Obolo non ha più una data esclusiva: può essere versato “in qualunque momento”, anche da casa con carta di credito. Con conseguente aumento del gettito.

Foto di copertina: moneta di 200 lire dello Stato della Città del Vaticano del 1990.

89.31.72.207