Sciogliere i nodi. I temi del messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

La fame nel mondo

Le sfide dell’operatore di pace oggi sono moltissime. Si parla spesso della crisi finanziaria, e pochissimo della crisi alimentare. Eppure, i dati divulgati di recente dalla FAO sono eloquenti: sono 870 milioni di persone a patire la fame nel mondo, e si trovano soprattutto in Africa e in Medio Oriente. Il tema, afferma il Papa, deve essere “centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici, e a un insufficiente controllo da parte dei governi e della Comunità internazionale”.

La denuncia del Papa è suffragata da dati che nel testo del messaggio non ci sono, ma che sono – si potrebbe dire – l’architettura su cui si basa l’appello del Papa. E,a scorrere i dati, si scopre che i prezzi di molte materie prime agricole sono pericolosamente vicini al livelli del 2008 quando rivolte per il pane scoppiarono in una trentina di Paesi.  Eppure, avverte un’altra agenzia delle Nazioni Unite, l’UNCTAD , se i prezzi sono così volatili tanto da rendere difficile programmare gli investimenti in agricoltura, questo è soprattutto a causa della finanza, dove lo scambio di derivati sulle materie prime oggi è di circa 20-30 volte più ampio del mercato reale. Ma anche gli investimenti in aeree agricole in Paesi in via di sviluppo – sono dati Oxfam – sono cresciuti del 200 per cento nel 2008, e il 60 per cento di queste acquisizioni sono avvenute in Paesi dove si soffre la fame. Quegli ettari sarebbero bastati a sfamare un miliardo di persone. Sono stati usati per coltivare agro carburanti. Oppure per produrre le “ecologiche” buste con plastica derivata dal mais.

Quale la soluzione per fronteggiare la crisi alimentare? “Operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico”.

La crisi economico finanziaria

Un principio di sussidiarietà con il quale affrontare anche la crisi economica. “Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia – si legge nel messaggio – insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali”. E tra i diritti e doveri sociali “maggiormente minacciati” c’è – si legge nel messaggio – il diritto al lavoro. Il Papa più volte ha parlato del diritto al lavoro, esprimendo solidarietà verso quanti non avevano un lavoro che permettesse loro almeno la sussistenza. Senza lavoro non si può costruire il futuro, nemmeno una famiglia. Ma la denuncia del messaggio guarda forse anche oltre, alla Cina – dove i diritti sociali sembrano essere un’utopia – e all’Europa in crisi economica e di identità, dove si riducono i diritti sociali perché non ci sono le risorse. “Sempre più – si legge nel messaggio – il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati”. Si deve raggiungere l’obiettivo dell’accesso al lavoro e del suo mantenimento per tutti, come delineato dalla Caritas in Veritate. E nel frattempo, c’è bisogno di “una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori fondamentali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società”.

Una nuova evangelizzazione sociale

Quello di cui parla il messaggio è in fondo una nuova evangelizzazione sociale. Una evangelizzazione che parte da un presupposto: “Veri operatori di pace sono colo che amano, promuovono, difendono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente”. Sostenere la liberalizzazione dell’aborto significa “non apprezzare a sufficienza” la vita umana. E quanti lo sostengono “non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente non può mai produrre felicità”. In fondo – spiega il Papa – non si possono realizzare pace, sviluppo integrale dei popoli, persino la salvaguardia del creato, se “non viene creato il diritto dei più deboli”. Perché “ogni lesione della vita, specie nella suo origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace all’ambiente”.

La difesa della vita

La denuncia del Papa punta ancora più in alto. Dice che “non è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitri, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciando il diritto fondamentale alla vita”. Il riferimento – nemmeno tanto velato – è anche alla risoluzione “Mortalità e morbilità materna prevedibile e i diritti umani”, adottata il 21 settembre 2012 dal Consiglio dei Diritti dell’Uomo presso le Nazioni Unite, che apre in maniera subdola a un nuovo “diritto all’aborto”.

Ed è tutto un dizionario delle Nazioni Unite a dover essere cambiato. Lo aveva denunciato anche Silvano Maria Tomasi, osservatore della Santa Sede all’Onu di Ginevra, perché il cambio di dizionario – che data più o meno all’epoca della rivoluzione sessuale – aveva fatto sparire non solo il termine aborto – sostituito dai più neutri diritti alla salute riproduttiva -, ma anche quello di famiglia dal linguaggio delle Nazioni Unite, portando confini semantici così labili da rischiare di confondere la libertà religiosa con la libertà di espressione o di culto.

Promuovere la libertà religiosa

E allora – dice il Papa – “diventa sempre più importante che [il diritto alla libertà religiosa] sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come liberta da (ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religionema anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinari e i fini istituzionali che sono loro propri”.

Una pedagogia della pace

Ma come formare ad una cultura della pace? La cellula fondamentale è la famiglia, che ha “una naturale vocazione a promuovere la vita” perché “accompagna le persone nella loro crescita e la sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole” . Ma c’è bisogno anche delle istituzioni culturali, scolastiche e universitarie, alle quali “è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali”. La loro ricerca può anche “contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico”. Un tema che Benedetto XVI ha sviluppato nel discorso di ieri a sei nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede.

C’è bisogno, insomma, di “una pedagogia della pace”, che sia fatta anche di stili di vita e atteggiamenti appropriati, perché “le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interessa per la pace, educando ad essa”. Un lavoro lento, ma che alla fine permette “di rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi”. Invece, la pedagogia della pace implica “azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza”. In fondo, si tratta di portare a compimento le beatitudini. Che – ammonisce Benedetto XVI sin dall’inizio del messaggio – sono promesse, non sono solo raccomandazioni morali.

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