“Ma perché sei così piciu? Siamo così piciu che se ci fosse un campionato dei piciu noi arriveremmo secondi… Perché?”

Una frase in un post sul diario Facebook dell’amico Mauro Visigalli (“Un’amica irriverente mi scrive che Onfale non è affatto malvagia ed Ercole è un ‘piciu’”) mi ha fornito il suggerimento per la parola del giorno di oggi, ovvero il sostantivo singolare maschile “picio”.
Si tratta di una parola tipicamente piemontese che si scrive “picio”, ma si pronuncia “piciu”, mi è stato detto, visto che in piemontese la “o” si legge “u” e la u si legge come la u francese (per leggere “o” si deve scrivere “ò”).
All’avvertimento – dopo aver esternato la mia intenzione di occuparmi della parola – “mi pare un po’ ‘azzardata’”, ho risposto, che quasi sempre, quando si scrive, si tratta di una “azzardata”. Però, le forme gergali dialettali sono diffusissime (e vengono usate correntemente – ho orecchie per sentire e memoria per ricordare – nonostante che hanno accezione volgare) e quindi, non essendo madrelingua e soprattutto avendo ricevuto un’educazione “per bene”, m’incuriosiscono, provo a capire il loro modo d’uso, come valutarlo… senza ipocrisia o falso pudore.
Quindi, pazienza, se nelle righe che seguono, si saranno delle parole gergali volgari. È nella forza delle cose. Oltrettutto, nessuno viene obbligato a proseguire con la lettura. E chi prosegue, lo fa a proprio rischio e pericolo.
Mi ricordo che, nei primi tempi del mio arrivo in Italia, metà degli anni ’80, quando iniziò a leggere dei giornali in italiano (con pochissima conoscenza della lingua a disposizione), non riuscì a venir a capo del significato della parola “pizzo” (perché non era presente nei dizionari italiano-neerlandese… invece “pizza” si e dal contesto di quanto leggevo, riuscì a capire che certamente non si trattasse di un termine culinario). Quindi, la parola rappresentava un grattacapo, perché non disponevo di riferimenti nella mia cultura di origine, per capire quella parte della “cultura” italiano, a cui apparteneva come termine gergale criminale. E me lo sono fatto spiegare.
Non ho mai perso la curiosità per significato e uso delle parole della bellissima lingua che è l’italiana (e delle lingue e dialetti regionali).
Quindi, la parola scritta “picio” e pronunciata “piciu” – mi è stato assicurato – è piemontese, che non è mai stata di uso comune in Lombardia, per esempio (e lo prendo per vero). Ovviamente, non vuol dire che non può essere in uso al di fuori del Piemonte e che non è usato anche altrove per offendere, oppure – ma solo con amici stretti con cui si scherza in un certo modo – per apostrofare simpaticamente una persona (o ridere di se stesso).

Ho trovato anche una pagina Facebook (non più aggiornato da alcuni anni) “Ma perché sei così piciu” (“Siamo così piciu che se ci fosse un campionato dei piciu noi arriveremmo secondi… perché? perché siamo piciu”).

Originariamente, la parola “picio” indicava in ambito anatomico, letteralmente, ma in modo scherzoso, l’organo genitale maschile (forse con riferimento a “piccolo”). Per estensione, con senso figurato in modo metaforico (volgare), è diventato un insulto, solo tendenzialmente scherzoso, per indicare una persona di poco conto, o stupida, ingenua, inaffidabile, insulsa (“Sono stato veramente un picio a credere a quella storia”. “Non è una cattiva persona, è solo un po picio”). Detto con un più cattiveria, “picio” diventa sinonimo di cretino (“Quello lì è veramente un picio!”). Vezzeggiativi: piciurell, piciurilu (per indicare un bambino prepubero). Peggiorativo: piciàs.
Definire una persona “piciu”, difficilmente vuol significare, che si tratta di una persona importante, ma invece di un “coglione”, “testa di cazzo”, ”cazzone”,“bigul”, “pirla”, “pistola”, “belinone”, “bischero”, “minchione”. Sono tutti termini dialettali volgari, provenienti dai dialetti lombardi orientali, bresciano e bergamasco, veneto, istriano, genovesi, toscano-fiorentini, siciliani, ecc. che significano o derivano dalle definizioni locali dell’organo genitale maschile. Spesso detti con accento piuttosto bonario ed affettuoso, possono tuttavia anche essere usati in senso dispregiativo e col tono aspro dell’invettiva.
Al contrario, l’uso gergale volgare del sostantivo maschile singolare “fico” (settentrionale “figo”), secondo il Treccani, forse con riferimento furbesco al femminile fica, aggiunge, nel linguaggio giovanile, è riferito a persona abile, astuta, che si fa ammirare per qualche sua particolare capacità, o anche elegante, di bella presenza (“Quanto sei fico!”), anche come sostantivo maschile (“Il tuo amico è proprio un fico”); di cosa o persona che piace molto, bello, forte (in toscano “ganzo”).
I diminutivi “fichetto”, “fichino” (o “fighetto”, “fighino”) sono riferiti soprattutto, come sostantivi, a un ragazzo frivolo, che ostenta abbigliamento e atteggiamenti legati alla moda.
E così siamo tornato alla frase iniziale, in cui la Regina di Lidia Onfale è considerata “non affatto malvagia” ed Ercole invece è definito “un ‘piciu’” [*].
Quindi, resta a capire, perché si dice per una cosa brutta o mal riuscita, una sciocchezza, una stupidaggine, una fesseria, che si tratta di una “cazzata”, “minchiata”, “pirlata” (e chi le fa è definito un “picio”) e per una cosa molto bella, una cosa eccezionalmente riuscita, si dici che è una “figata” (smorzamento del termine “ficata”). Ovvero, perché si associa il sesso maschile ad una persona o cosa insulsa e l’organo genitale femminile ad una persona o cosa brillante? “Figata” ha origine dal significato contrario in senso esteso di “sfigata” (termine gergale di chi non ha vita affettiva e sessuale; in antropologia e sociologia di chi non ha fortuna; per estensione in senso figurato chi non vede oltre, senza continuità rispetto alla propria esistenza, che non evolve; per estensione spregiativo senza massa muscolare, debole, brutto e con rancore), derivato dal prefisso “s-“ (con il significato di senza) e da “figa” (variante settentrionale di “fica”). Il termine “sfigata” ha origine nel linguaggio giovanile all’inizio degli anni ottanta dello secolo scorso, usato in modo canzonatorio fra gli adolescenti per indicare chi non aveva ancora avuto e non aveva relazioni amorose, ovvero non aveva la “figa”, “la donna”, una ragazza e quindi per estensione sfortunati. L’idea di ritenere sfigato o sfortunato un uomo senza un partner femminile deriva dalla convinzione di molti sistemi sociali secondo cui, soprattutto prima del matrimonio, gli uomini sono autoritari e poco tolleranti e le donne no. La formazione della parola “figata”, chiaramente è contraria alla consuetudine, che vede la “s-“ privativa anteposta al lemma principale “figa”, in questo caso a formarsi per prima è la parola “sfiga” nel senso esteso di sfortuna e perdendo la “s-“ diviene l’aggettivo “figata”, nel senso di cosa bella, eccezionale, grandiosa (come è, in fondo, per un giovane “la figa”).

[*] “Ercole e la regina di Lidia” è un film peplum del 1959 diretto da Pietro Francisci, con Steve Reeves nel ruolo di Ercole e Sylvia Lopez nel ruolo di Onfale, e il soggetto liberamente tratto dalle opere “Edipo a Colono” di Sofocle e “I sette a Tebe” di Eschilo. Era il seguito de “Le fatiche di Ercole”, diretto nel 1958 sempre da Francisci, che aveva riscosso grande successo in tutto il mondo.
Durante il viaggio di ritorno a Tebe, Ercole e Ulisse si fermano per fare una sosta. L’eroe, dopo aver bevuto dell’acqua da una fonte, cade in un innaturale e profondo sonno. Ulisse, accorso in suo aiuto, si vede all’improvviso circondato da numerosi soldati: fingendosi sordomuto, si lascia prendere prigioniero facendosi passare per il servo dell’eroe dormiente che, a sua volta, viene preso e portato via su una nave che lo conduce in Lidia, dalla regina Onfale. La donna, che rapisce i suoi amanti per sottometterli fino a quando non perde interesse per loro, è intenzionata a uccidere anche Ercole, che diventerà – da morto – uno dei numerosi corpi imbalsamati di cui lei fa collezione. Al suo risveglio, l’eroe ha perso del tutto la memoria e anche la sua forza.

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