Papa Francesco: la santità è per tutti

‘Il ricordo dei Santi ci induce ad alzare gli occhi verso il Cielo: non per dimenticare le realtà della terra, ma per affrontarle con più coraggio e speranza’: il tweet di papa Francesco nella festa di tutti i Santi mette in correlazione il Cielo con la Terra, ricordando che la santità è per tutti.

Significato sottolineato anche nell’Angelus: “I Santi e le Sante di ogni tempo, che oggi celebriamo tutti insieme, non sono semplicemente dei simboli, degli esseri umani lontani, irraggiungibili. Al contrario, sono persone che hanno vissuto con i piedi per terra; hanno sperimentato la fatica quotidiana dell’esistenza con i suoi successi e i suoi fallimenti, trovando nel Signore la forza di rialzarsi sempre e proseguire il cammino. Da ciò si comprende che la santità è un traguardo che non si può conseguire soltanto con le proprie forze, ma è il frutto della grazia di Dio e della nostra libera risposta ad essa. Quindi la santità è dono e chiamata”.

Ai fedeli radunati in piazza san Pietro il papa ha sottolineato che la santità è un dono di Dio: “In quanto grazia di Dio, cioè dono suo, è qualcosa che non possiamo comperare o barattare, ma accogliere, partecipando così alla stessa vita divina mediante lo Spirito Santo che abita in noi dal giorno del nostro Battesimo.

Il seme della santità è proprio il Battesimo. Si tratta di maturare sempre più la consapevolezza che siamo innestati in Cristo, come il tralcio è unito alla vite, e pertanto possiamo e dobbiamo vivere con Lui e in Lui da figli di Dio. Allora la santità è vivere in piena comunione con Dio, già adesso, durante questo pellegrinaggio terreno”.

Ma è anche una chiamata: “Ma la santità, oltre che dono, è anche chiamata, è una vocazione comune di tutti noi cristiani, dei discepoli di Cristo; è la strada di pienezza che ogni cristiano è chiamato a percorrere nella fede, procedendo verso la meta finale: la comunione definitiva con Dio nella vita eterna.

La santità diventa così risposta al dono di Dio, perché si manifesta come assunzione di responsabilità. In questa prospettiva, è importante assumere un quotidiano impegno di santificazione nelle condizioni, nei doveri e nelle circostanze della nostra vita, cercando di vivere ogni cosa con amore, con carità”.

Ed ha ricordato i Santi della ‘porta accanto’ che costituiscono la ‘Città santa’: “Essi costituiscono la ‘Città santa’, alla quale guardiamo con speranza, come alla nostra mèta definitiva, mentre siamo pellegrini in questa ‘città terrena’. Camminiamo verso quella ‘città santa’, dove ci aspettano questi fratelli e sorelle santi. E’ vero, noi siamo affaticati dall’asprezza del cammino, ma la speranza ci dà la forza di andare avanti. Guardando alla loro vita, siamo stimolati a imitarli”.

A tal proposito il giorno precedente il papa ha inaugurato una mostra dedicata al card. Jean Louis Tauran, la cui ultima missione, prima della sua morte, fu lo storico viaggio in Arabia Saudita, dove poté celebrare messa, grazie ad un incontro avvenuto a Vienna nel 1993. Inaugurando la mostra papa Francesco ha ricordato l’evento del Patto Educativo Globale, che si svolgerà il 14 maggio:

“Educare alla pace richiede di dare sollievo e risposta a coloro che i conflitti e le guerre condannano a morte o costringono ad abbandonare gli affetti, le abitazioni, i Paesi d’origine. Dobbiamo farci carico delle attese e delle angosce di tanti nostri fratelli e sorelle. Non possiamo restare indifferenti, limitandoci a invocare la pace. Tutti, educatori e studenti, siamo chiamati a costruire e proteggere quotidianamente la pace, rivolgendo la nostra preghiera a Dio perché ce ne faccia dono”.

Per il papa, quindi, il patto educativo è necessario per ‘fornire strumenti’ in grado di ‘superare conflitti’: “La pace, la dignità umana, l’inclusione e la partecipazione evidenziano quanto sia necessario un patto educativo ampio e in grado di trasmettere non solo la conoscenza di contenuti tecnici, ma anche e soprattutto una sapienza umana e spirituale, fatta di giustizia, rettitudine, comportamenti virtuosi e in grado di realizzarsi in concreto”.

Ed ha avvertito anche che le religioni parlano di pace in astratto: “Addirittura proprio un habitat che si definisce ‘religioso’, ma in realtà è ideologico, genera in alcune persone sentimenti di violenza e persino desiderio di vendetta. Di fronte alla mancanza di pace, non basta invocare la libertà dalla guerra, proclamare diritti o anche utilizzare l’autorità nelle sue diverse forme. Occorre soprattutto mettersi in discussione, recuperare la capacità di stare tra le persone, dialogare con esse e comprenderne le esigenze, magari con la nostra debolezza, che poi è il modo più autentico per essere accolti quando parliamo di pace”.

Perciò la pace ha bisogno di dialogo: “Non solo i credenti, ma tutti coloro che sono animati da buona volontà sanno quanto sia necessario il dialogo in tutte le sue forme. Dialogare non serve solo a prevenire e risolvere i conflitti, ma è un modo per far emergere i valori e le virtù che Dio ha scritto nel cuore di ogni uomo e ha reso evidenti nell’ordine della creazione. Cercare ed esplorare ogni opportunità per dialogare non è solo un modo per vivere o coesistere, ma piuttosto un criterio educativo. Il dialogo è un criterio educativo”.

Inaugurando la mostra ‘Calligrafia per il Dialogo: promuovere la cultura di pace attraverso la cultura e l’arte’ dell’artista Othman Alkhuzaiem, intitolata alla memoria del card. Jean-Louis Tauran, ha ricordato le sue caratteristiche sante: “La sua vita è stata tutta proiettata nella prospettiva del dialogo. Anzitutto il dialogo con Dio, che il cristiano, il sacerdote, il vescovo Tauran ha coltivato, a cui ha ispirato le scelte e le azioni e nel quale ha trovato conforto durante la malattia.

Il secondo è il dialogo tra i popoli, i governi e le istituzioni internazionali per il quale il diplomatico Tauran si è prodigato favorendo la conclusione di accordi, di mediazioni o proponendo soluzioni, anche tecniche, a conflitti che minacciavano la pace, limitavano i diritti dell’uomo e offuscavano la libertà di coscienza. Il terzo, il dialogo tra le religioni, che ha visto il cardinale spendersi non per riaffermare i punti già in comune, ma per ricercarne e costruirne di nuovi”.

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