Alberto Galimberti: i giovani cercano Dio

“Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo!”: inizia così l’Esortazione Apostolica postsinodale ‘Christus vivit’ di papa Francesco, firmata nella Santa Casa di Loreto e indirizzata ‘ai giovani e a tutto il popolo di Dio’.

Da questo cammino avviato dalla Chiesa che vuole coinvolgere i giovani Alberto Galimberti, laurea in Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano, dove collabora con la Cattedra di Politica e comunicazione; collaboratore de ‘La Provincia’ (Como, Lecco e Sondrio) e del mensile dell’Azione cattolica ‘Segno nel Mondo’, ha scritto il libro ‘E’ una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli’: un viaggio scandito dall’incontro di giovani impegnati, tra mille peripezie, a scovare il senso della propria esistenza, a non disertare il destino cui sono chiamati, coscienti che a volte le paure sono solo speranze in controluce.

Allora, la Chiesa è davvero per giovani?
“Quando mi è stato commissionato questo testo, di primo acchito, ho esitato: ‘giovani e Chiesa’ suonava piuttosto impegnativo come tema. Dopodiché ho iniziato un viaggio fecondo, il cui presupposto è stato l’ascolto, unito a uno sguardo aperto alla speranza. Non mi convinceva la tesi raffigurante scenari apocalittici: i giovani dipinti come inetti, abulici di esperienze furoreggianti, allergici alla Chiesa, maldisposti verso la fede, immersi in una società imbevuta di narcisismo e ‘prestazionismo’.

Alla luce del cammino intrapreso, direi al contempo ‘No’ e ‘Si’. No, se si guarda all’età anagrafica degli ‘effettivi’, al crollo dei fedeli, alla rarefazione delle vocazioni, alla fine del cattolicesimo sociologico. Sì, se si considerano gli spazi, i percorsi, le progettualità a disposizione delle pastorali e dell’associazionismo cattolico”.

Dall’ascolto dei giovani quale Chiesa emerge?
“I giovani si aspettano autenticità e ascolto, anzitutto. Tornare al cuore pulsante della fede: il Vangelo, citando Chiara Giaccardi, è un messaggio che si rinnova sempre, come il miracolo quotidiano di un nuovo giorno che sorge. Dopodiché spazi, percorsi, progettualità. I più vicini alla Chiesa chiedono maggiore partecipazione; mentre coloro che si sono allontanati invocano maggior coerenza al dettato evangelico da parte di preti e laici”.

Quali difficoltà incontrano i giovani nel rapporto con le istituzioni della Chiesa?
“In generale, come confida Alessandro D’Avenia nella sua intervista (il libro, oltre alle 10 storie di giovani, ospita i colloqui intavolati con Alessandro Rosina, Franco Garelli e Chiara Giaccardi), i giovani hanno il cuore di sempre, si ripiegano su se stessi se non offriamo loro progetti di vita anziché oggetti che si rompono: il loro desiderio di felicità parte da un like di facebook ma culmina nell’unico like non provvisorio, quello di Dio. La sfida delle istituzioni ecclesiali pertanto è aiutarli a concepire la loro vita come un inedito, una novità assoluta: sono promesse da compiere”.

Al termine del viaggio tra i giovani, essi cosa cercano?
“Rispondo, tracciando i profili dei giovani intervistati. Francesca Mapelli, vicepresidente di Ac ambrosiana, che mi ha raccontato la sua esperienza di ‘Adoro il lunedì’ oltreché di dottoranda all’estero, dove affiorano insieme il carattere dell’universalità e della quotidianità del cattolicesimo.

Sara e Fabio, che lavorano con i rifugiati riconoscendo nell’educazione cattolica uno snodo cruciale della propria formazione, sebbene da tempo non frequentino più le liturgie. Marco, che, dopo aver vinto il tumore al cervello, continua a ritenere il mondo senza senso: troppo crudele per concepire l’esistenza di un Dio amorevole. Laura, nata da un rapporto extraconiugale, sopravvissuta a maldicenze e giudizi farisaici, nonché alla morte del padre, che trova nella fede un’ancora di salvezza, rinfoderando la tentazione del rancore.

Ivan, bestemmiatore incallito, risucchiato da un’adolescenza furoreggiante, che si è convertito, sgranando nervosamente un rosario e pronunciando a fior di labbra il nome di Maria, madre. Gabriele che, invece di raccogliere il testimone dell’impresa di famiglia, sceglie la via del sacerdozio. Davide, che le peripezie della vita hanno spinto in Australia e non stima la Chiesa, sfregiata dall’operato dei preti pedofili, tuttavia afferma di fare silenzio quando deve chiedere aiuto.

Maria Grazia Furlan, che ha scovato nella propria vocazione, la musica, un talento da non blindare nel segreto di una camera, bensì da condividere con gli altri, suonando note di felicità sullo spartito di Dio.

Per chiudere. Ho incontrato giovani capaci di abbracciare la realtà nella sua struggente bellezza così come negli abissi di dolore e sofferenza che, talvolta, la feriscono, rivaleggiando persino con l’ombra della morte. Non abdicano ai desideri più veri e potenti, anche quando la vita assesta loro colpi micidiali. Non sono rassegnati, ma resilienti. Consapevoli che alle volte le paure sono solo speranze in controluce”.