Venezia: il patriarca Moraglia invita ad abitare con Gesù

Giovedì 25 aprile, quindi, quest’anno, in piena ‘ottava di Pasqua’, è ricorsa la festa di san Marco, particolarmente sentita nella città e nella Chiesa di Venezia, presieduta nella basilica cattedrale marciana dal patriarca Francesco Moraglia, che partendo dalla preghiera della Colletta ha ricordato che le parole di Gesù sono impegnative con una considerazione particolare per le vittime cristiane nello Sri Lanka:

“Oggi a ricordarci in modo drammatico quanto siano impegnative le parole del Vangelo ci sono le immagini del sacrificio di tanti fratelli e sorelle di fede che, insieme ad altre persone, hanno trovato la morte negli attentati che hanno insanguinato lo Sri Lanka, e in modo particolare alcune sue chiese, proprio il giorno di Pasqua”.

Ed ha ricordato la testimonianza durante la via crucis nella città lagunare del card. Joseph Coutts, arcivescovo metropolita di Karachi: “Noi cristiani siamo chiamati ad essere testimoni di una Chiesa sofferente… Prima potevamo anche noi fare una Via Crucis e delle processioni per le strade, ma dopo l’11 settembre 2001 tutta la nostra vita è diventata una specie di Via Crucis. Sì, è cambiato tutto. La vita normale è diventata una Via Crucis. Da quel momento… ci sono stati tanti attacchi di estremisti a modo di kamikaze”.

Ha quindi ricordato che l’evangelista ha come punto di riferimento l’apostolo Pietro: “Pietro è l’apostolo a cui Gesù domanda se lo ama più degli altri e al quale affida il suo gregge preannunciando, a chi aveva rinnegato, che gli avrebbe reso la testimonianza suprema: ‘Gli disse per la terza volta: Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?’. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: ‘Mi vuoi bene?’… Pietro, nella sua prima lettera, si riferisce a Marco in modo molto familiare e lo chiama ‘figlio mio’. Tramite tale familiarità appare il legame che l’evangelista ha con Gesù anche se non faceva parte della cerchia dei Dodici”.

Il patriarca ha sottolineato che l’evangelista introduce il credente in intimità con Cristo: “Il Vangelo di Marco ci introduce nelle profondità del mistero di Cristo attraverso un cammino ecclesiale. La festa dell’Evangelista sia, quindi, occasione per entrare in un rapporto più vivo con Gesù, come fu per altri prima di noi.

Le testimonianze dei Vangeli sono, ad un tempo, storiche e teologiche e danno degli eventi una visione di fede che va oltre al criterio della pura verificabilità delle scienze sperimentali. Il genere letterario ‘Vangelo’ è originale e non attestato prima del cristianesimo, una creazione di Marco”.

Sottolineando che il vangelo marciano, essendo quello più ‘antico’, ha alcune particolarità: “Il Vangelo di Marco e quello di Giovanni -scritti a molti anni di distanza, in contesti diversi, da autori differenti, per comunità con storie e culture diverse- qui dicono la stessa cosa, ossia che i discepoli, prima di tutto, devono stare con lui e abitare in Lui.

E così allo ‘stare con Lui’ di Marco corrisponde il ‘dimorare’ e il ‘rimanere con Lui’ di Giovanni. Questa è la situazione del discepolo che si caratterizza per il rapporto personale col Signore. I discepoli, infatti, lasciano tutto per Gesù: case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli, campi…; per i discepoli, quindi, è essenziale ‘stare’ col Signore, ‘dimorare’, ‘rimanere’ con lui”.

In questo modo la scelta di vivere da cristiani è un incontro personale: “Così Marco ribadisce che Gesù non è una ideologia o una scelta etica; Gesù non lo si impara come una lezione, ma lo si incontra personalmente. E quando si lascia tutto e lo si segue, lo si fa per ‘stare’, ‘dimorare’, ‘rimanere’ con lui.

Questo è l’inizio del vero discepolato e questo dobbiamo riscoprire: il rapporto personale con Gesù. Marco dice quindi con forza, come Giovanni, che il discepolo, prima d’essere colui che fa qualcosa, è colui che ‘sta’ col Signore, ‘rimane’ e ‘dimora’ con lui. Il discepolo deve passare da una situazione in cui è ancora ‘esterno’ rispetto al Vangelo ad una in cui entra a far parte del mistero di Dio. Si tratta, allora, di andare verso il Signore Gesù; la conversione è evento permanente nella vita e riguarda il nostro modo di non essere ancora pienamente evangelici”.

E se uno ‘sta’ con Gesù cambia stile di vita: “E’ infatti Gesù, che deve rimanere, il criterio di discernimento per i discepoli e la Chiesa di ogni tempo… Se Gesù fosse una teoria o una decisione etica, sarebbe qualcosa di solo umano… No, Gesù è l’umanità di Dio, qualcosa che sfugge alle possibilità dell’uomo. Gesù Cristo, ovvero il Vangelo, è Colui al quale ci si avvicina con la propria storia, le proprie ferite, la propria fragile volontà di bene”.

Citando san Francesco di Sales, il patriarca ha infine ribadito che per vivere il cristianesimo occorre ‘abitare’ con Gesù: “Tutto nasce da discepoli che hanno un cuore desideroso di conversione, disposti a un cammino che conduca al cuore stesso del Vangelo attraverso la conversione; ciò che viene prima di ogni altra cosa è porre la propria vita a servizio del Regno, ossia di Gesù. Marco, col suo Vangelo, afferma con grande forza che l’unico atteggiamento per incontrare realmente Gesù è entrare nel suo mistero e ‘abitarvi’”.

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