Il Centro Astalli racconta la precarietà dei migranti

Nel 2018 nel mondo sono stati oltre 68.000.000 i richiedenti asilo e i rifugiati; in particolare, attraverso il mar Mediterraneo sono giunte in Europa circa 116.000 persone; di queste, più di 23.000 sono sbarcate in Italia, dove si è registrata una riduzione degli arrivi di circa il 90%. Questi sono alcuni dati emersi nella presentazione del 18° rapporto annuale del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, che ha avuto luogo al Teatro di largo di Torre Argentina.

Ad arricchire la pubblicazione un inserto fotografico dedicato al lavoro quotidiano della Rete territoriale del Centro Astalli, attivo in sette città italiane (Roma, Palermo, Catania, Trento, Grumo Nevano in provincia di Napoli, Vicenza e Padova): un racconto fatto di volti, incontri e luoghi che parla di accoglienza e integrazione, valorizzato dai commenti di Liliana Segre, Simonetta Agnello Hornby e padre Federico Lombardi.

Il Rapporto è uno strumento per aiutare a capire quali sono le principali nazionalità dei rifugiati che giungono in Italia per chiedere asilo, quali difficoltà incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione internazionale e per l’accesso a misure di accoglienza e inclusione sociale. Dalla lettura del Rapporto si evince un aumento delle vulnerabilità cui corrispondono difficoltà maggiori nel vedersi garantiti diritti basilari.

Gli arrivi di migranti forzati via mare in Italia nel 2018 sono diminuiti dell’80% rispetto all’anno precedente e la cosiddetta emergenza sbarchi può certamente dirsi conclusa: “Purtroppo il sistema di protezione italiano continua a non essere in grado di rispondere efficacemente ai bisogni delle persone presenti sul territorio e anzi, in un anno di accompagnamento dei migranti forzati in Italia, il Centro Astalli ha registrato un aumento del disagio sociale, della marginalizzazione, degli ostacoli frapposti all’ottenimento di una protezione effettiva.

Negli ultimi mesi dell’anno tutti i servizi hanno registrato che la vita delle persone assistite è segnata sempre di più dalla precarietà. L’abolizione della protezione umanitaria, il complicarsi delle procedure per l’ottenimento di una residenza e dei diritti che ne derivano e, più in generale, il moltiplicarsi di ostacoli burocratici a tutti i livelli finiscono per escludere un numero crescente di migranti dai circuiti d’accoglienza e dai servizi territoriali”.

La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, pacchi alimentari, vestiario) è forte su tutti i territori: circa 4.000 utenti alla mensa di Roma, più di 900 nuovi utenti al centro diurno a Palermo. A Trento per la prima volta si è sentita la necessità di attivare un servizio di accoglienza di bassa soglia e uno sportello di assistenza dedicato ai richiedenti asilo senza dimora.

Tra gli utenti dell’ambulatorio di Roma è aumentata la presenza di cittadini maliani (41% persone in più rispetto al 2017, con un aumento del 128% delle visite richieste), migranti giovani (il 72% ha meno di 30 anni), solitamente presenti in Italia da almeno un anno. Molti di loro, esclusi dai circuiti di accoglienza, vivono in condizioni di grave marginalità e la loro salute ne risente.

Eppoi un focus sulla Libia collegato alle diminuzioni degli arrivi in Italia: “Siamo anche consapevoli che la diminuzione degli arrivi è soprattutto legata all’incremento delle operazioni della Guardia costiera libica: l’85% dei migranti soccorsi o intercettati nel Mediterraneo sono stati riportati in Libia e lì detenuti in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili.

Anche quest’anno molte delle persone che si sono rivolte al centro SaMiFo sono state vittime di gravi violenze nei centri di detenzione libici. Riferiscono di essere state torturate con bastoni, sigarette o scosse elettriche mentre erano al telefono con i familiari, a scopo di estorcere loro denaro, ma anche di percosse indiscriminate a scopo punitivo od intimidatorio, per esempio per prevenire proteste per le condizioni di prigionia e per i lavori forzati a cui sono state costrette. Gli sforzi per impedire l’accesso dei rifugiati al territorio riguardano tutti gli Stati d’Europa”.

Gli uffici del JRS hanno concluso nel 2018 un lavoro di monitoraggio lungo le frontiere esterne dell’Unione europea: sono state realizzate117 interviste in Sicilia, a Malta, in Grecia, in diverse località di confine in Romania, Croazia, Serbia e nell’enclave spagnola di Melilla, in Marocco. Dalle esperienze raccolte sono emerse molte situazioni di respingimenti, anche violenti, e, più in generale, di mancato rispetto dei diritti e della dignità delle persone.

Le realtà della rete territoriale del Centro Astalli nel 2018 hanno ospitato complessivamente 1.018 persone, secondo un modello di intervento (per lo più nell’ambito dello SPRAR) che mette al centro la promozione della persona in tutte le sue dimensioni e che costruisce integrazione dal primo giorno. La prospettiva di un sistema di accoglienza pubblico che si frammenta e rimanda le opportunità di inclusione a una ‘seconda fase’, accessibile a pochi preoccupa molto:

“Accompagnare individualmente le persone può fare davvero la differenza per la riuscita di un percorso di inclusione sociale. I primi frutti di una politica meno inclusiva sono già visibili. Più della metà delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio non risultava iscritta al Servizio Sanitario Nazionale:

nella maggior parte dei casi si tratta di rifugiati che vivono in Italia da tempo, ma che per difficoltà relative alla residenza o al titolo di soggiorno non sono riusciti ad accedere o hanno perso l’accesso all’assistenza sanitaria pubblica. Diventa più difficile motivare persone che hanno a disposizione tempi di accoglienza più brevi e che hanno fretta di trovare un’occupazione a investire tempo nell’apprendimento della lingua italiana e nella formazione”.

Nonostante tutto il Centro Astalli continua a ritenere che investire nell’integrazione sia una priorità, anche se nel 2018 ha trovato meno sostegno su questo tema da parte delle istituzioni: “Il Piano integrazione per i titolari di protezione internazionale, presentato a settembre 2017, non ha avuto nel 2018 alcuna tangibile applicazione. Il servizio di accompagnamento all’autonomia è stato rafforzato”.

el 2018 a Roma sono state sostenute 521 persone, il 35% in più rispetto al 2017, e da luglio 2018 il servizio ha ampliato gli orari di apertura. Anche a Palermo lo ‘sportello lavoro’ ha registrato un aumento dell’80% del numero degli interventi effettuati. A Roma 119 persone si sono rivolte al progetto ‘Comunità di Ospitalità’ in cerca di soluzioni alloggiative e 61 nuovi beneficiari sono stati inseriti nel programma che il Centro Astalli gestisce in collaborazione con 29 congregazioni religiose e che nel 2018 ha accolto143 migranti forzati, tra singoli e nuclei familiari.

I progetti realizzati dal Centro Astalli nel 2018 sono stati centrati sul potenziamento dei servizi e delle attività finalizzate all’inclusione sociale, con un’attenzione particolare per i migranti forzati che si trovano in condizione di particolare vulnerabilità: minori non accompagnati, famiglie monoparentali, persone con traumi importanti.

Durante la presentazione del rapporto il presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti, la crescente precarietà di vita dei migranti: “La precarietà di vita di molti richiedenti e titolari di protezione internazionale giovani ha chiare ripercussioni sulla loro salute. Per esempio tra gli utenti dell’ambulatorio di Roma (1354 utenti, 2673 visite) è aumentata la presenza di cittadini maliani (+41% persone in più rispetto al 2017, con un aumento del 128% delle visite richieste), migranti giovani (il 72% ha meno di 30 anni), solitamente presenti in Italia da più di un anno.

Molti di loro, esclusi dai circuiti di accoglienza, vivono in condizioni di grave marginalità e la loro salute ne risulta compromessa. Un’evoluzione analoga ha avuto negli anni anche il gruppo di nazionalità afghana, che continua a essere all’ambulatorio una delle comunità più rappresentata. Anch’essi usciti negli anni dai circuiti dell’accoglienza, molti ritornati in Italia da altri Paesi europei sono in situazione di grave difficoltà esistenziale.

E’ da sottolineare che per loro in molti Paesi quali la Germania, la Norvegia, l’Olanda e la Svezia sono in atto politiche di rimpatrio verso uno Stato, l’Afghanistan, ormai ritenuto, contro l’evidenza, non più instabile”.

Eppoi ha volto lo sguardo sulle imminenti votazioni europee: “Di solito incolpiamo l’Europa di quanto sta succedendo sul fronte migranti in realtà la responsabilità di questa situazione è la poca lungimiranza di ogni singolo Stato, di quelli ai confini ma anche di tutti gli altri: non investiamo abbastanza come Europa per la crescita del continente africano; abbiamo smantellato le operazioni per il soccorso e il salvataggio in mare, ultima l’operazione Sophia; esiste poca solidarietà tra gli Stati membri, come ha mostrato il tema del ricollocamento dei migranti.

Non pensiamo e agiamo veramente insieme come Europa, il rischio è di rinunciare al sogno di un Europa dei popoli, quel sogno che i migranti ci ricordano, perché per molti è il loro sogno che stiamo trasformando in uno dei peggiori incubi. Il Centro Astalli, insieme al JRS Europa, aderisce alla campagna #StavoltaVoto, certi che il voto di ognuno contribuirà a realizzare un futuro migliore per la nostra Europa casa comune”.

Alle relazioni sono seguite molte testimonianze di immigrati che si sono inseriti nella comunità italiana, come quella di Charity, rifugiata dal Camerun, che ha 25 anni e da 2 anni è in Italia: “Vivevo in Camerun, con la mia famiglia. Ho un fratello più grande e due sorelle più piccole.

Mio padre e mia madre sono due maestri della scuola elementare. Per loro la scuola è sempre stata una cosa molto importante, per noi figli e per il futuro del Paese. Sono laureata in Economia e Finanza. A Yaoundé, la capitale, lavoravo come contabile per una ong per i diritti delle donne e dei bambini vulnerabili.

Mi piaceva la mia vita in Camerun, facevo il lavoro che avevo sognato, avevo gli amici, la mia famiglia. Una vita normale. Poi però la passione politica di mio padre e di mio fratello mi hanno cambiato la vita. Mio padre e mio fratello hanno partecipato a una manifestazione pubblica per chiedere il diritto allo studio per tutta la popolazione, in tutto il Paese.

Sono stati arrestati e incarcerati. Di mio padre non abbiamo avuto mai più notizie. Di mio fratello dopo pochi giorni abbiamo saputo che era in un carcere nel Nord Ovest del Paese. Sono partita subito per andare a vedere se fosse davvero in quella prigione e chiedere la sua liberazione. Davanti a quel carcere eravamo tantissimi in cerca di notizie dei nostri cari.

Ci hanno arrestati tutti. Dopo tre giorni in quel carcere, alcuni manifestanti hanno fatto scoppiare un incendio. Nella confusione generale siamo riusciti a scappare. Mi sono rifugiata in un convento di religiosi, dove ho trovato un vecchio amico di mio padre. Grazie a lui dopo un mese sono salita su un aereo per lasciare il Paese. Da quel giorno ho cominciato la mia nuova vita.

A Roma ho trovato una donna camerunense che mi ha ospitato. Mi ha aiutato a presentare la domanda di protezione internazionale e chiedere un posto in un centro d’accoglienza. Oggi sono rifugiata, sto cercando lavoro perché mi devo mantenere da sola e presto dovrò lasciare il centro che mi ospita. Ma mi impegno anche molto per riuscire a fare gli esami necessari per il riconoscimento dei miei studi anche qui in Italia. Oggi sono disposta a fare qualsiasi lavoro onesto. La fatica non mi spaventa.

Ma non voglio abbandonare il sogno di fare il lavoro per cui ho studiato. Questo è l’unico modo che ho per ringraziare i mie genitori di avermi insegnato che lo studio e la cultura possono cambiare il mondo e che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini”.

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