A Milano la Chiesa delle genti nella strada di sant’Ambrogio

Durante la celebrazione eucaristica vigiliare della festività della Presentazione del Signore al Tempio, l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha promulgato con un decreto il Sinodo minore, ‘Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive’, corredandolo di una lettera introduttiva: ‘Ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’agnello’, per richiamare la prospettiva a partire dalla quale rileggere il cammino fatto.

Il testo del Decreto e la lettera che ne spiega le ragioni teologiche sono accompagnati da altri due documenti: ‘Le ragioni di un sinodo’, che riprende il Documento finale approvato dall’Assemblea sinodale il 3 novembre 2018 e gli ‘Orientamenti e norme’ per l’attuazione del Decreto stesso. Con questo atto si conclude il percorso ecclesiale, aperto dall’Arcivescovo di Milano il 27 novembre 2017. Le nuove costituzioni entreranno in vigore il 1 aprile 2019, sostituendo quanto stabilito dal capitolo XIV del Sinodo diocesano 47°, ‘Pastorale degli esteri’.

Nella lettera introduttiva l’arcivescovo di Milano ha scritto di una tradizione cristiana ambrosiana: “La nostra tradizione cristiana vive con una pacificata naturalezza la storia: non ne soffre come di una prigione, non l’idealizza come un paradiso, non vi si perde come in una confusione inestricabile.

Vive i momenti di euforia con un certo scetticismo, vive i momenti di depressione senza rasse-gnarsi. Le nostre terre hanno conosciuto tempi di prosperità e di miseria: i nostri padri hanno fatto fronte a tutto, si sono dati da fare di fronte alle sfide più drammatiche, hanno percorso strade inedite, talora geniali, talora discutibili.

Hanno sempre confidato nella provvidenza di Dio. Le nostre terre hanno visto giorni in cui si andava altrove per guadagnarsi il pane e hanno visto giorni in cui gente da ogni parte del mondo è venuta qui a guadagnarsi il pane: i nostri padri ci hanno insegnato a non negare il pane all’affamato e, nello stesso tempo, a non fare sconti agli sfaticati. Insomma si può definire il nostro modo di vivere da cristiani, dai tempi di Ambrogio ai giorni nostri, come un trovarci a nostro agio nella storia”.

Eppoi ha sottolineato le ‘nuove’ sfide a cui i milanesi sono chiamati: “Noi i problemi li chiamiamo sfide, le difficoltà le chiamiamo prove, le emergenze le chiamiamo appelli, le situazioni le chiamiamo occasioni. Siamo accompagnati da una fiducia radicale, che viene dall’esperienza e dalla fede, dagli esempi del passato e dalla compiacenza per quello che i nostri giovani riescono a fare, anche perché sono sostenuti dagli adulti.

Ci rendiamo conto di aspetti inediti che turbano la nostra società e la comunità cristiana, non siamo ingenui né superficiali: preferiamo però l’impegno al lamento, la riflessione pratica e propositiva al ripiegamento sui sensi di colpa e alle accuse e recriminazioni. Si intuisce che la Chiesa sta cambiando perché cambia il mondo, perché cambiano i cristiani, perché la missione di sempre si confronta con scenari nuovi, con interlocutori diversi, con insidie per le quali siamo impreparati.

Continuiamo a fidarci di Dio e ad essere attivi nel cambiamento. Alcuni corrono con impazienza ed entusiasmo, altri resistono con esitazioni e prudenza, alcuni dichiarano superata la tradizione, altri segnalano gli aspetti problematici delle innovazioni. Tutti, se sono onesti, si sentono insoddisfatti delle loro posizioni, per quanto ne siano convinti. Infatti nessuno presume di avere una formula risolutiva”.

Per questo motivo l’Incarnazione di Gesù è un grido che interpella l’uomo: “L’incarnazione del Verbo di Dio non è stata un adattarsi alla storia: la rassegnazione non è una parola cristiana. Di fronte alla morte, Gesù ha gridato la sua protesta, di fronte al soffrire innocente Gesù ha espresso la sua compassione e ha steso la mano per toccare il male ripugnante e liberare il malato, di fronte alla religione pervertita a mercato Gesù ha reagito con rabbia e parola profetica.

La partecipazione al dramma della storia, alle sue insopportabili asprezze, non è stata per Gesù soltanto un grido di protesta, piuttosto si è fatto carico del soffrire e del morire celebrando proprio in questo il sacrificio della nuova alleanza, l’alleanza tra Dio e gli uomini, squarciando il velo che nascondeva nel tempio il Santo dei Santi e l’alleanza tra gli uomini, distruggendo in se stesso l’inimicizia”.

Ed infine l’invito a contemplare la Città Santa, luogo di incontro delle genti: “La contemplazione della città santa, immagine del compimento delle promesse di Dio e dell’esito felice della storia umana nella comunione eterna con Dio, continua a ispirare l’interpretazione della vicenda umana come il pellegrinaggio.

Il popolo pellegrino non cerca sicurezza nella sosta, ma nell’andare verso il Signore, nell’invocare che venga il Regno del Padre, nel vigilare perché quel giorno non ci sorprenda addormentati. Il popolo pellegrino resiste alla tentazione della nostalgia, del volgersi indietro: non perché dimentichi il suo passato, anzi ne custodisce l’eredità più preziosa, ma perché crede nel Signore che continua a chiamare alla missione e alla speranza.

La certezza che le profezie della convocazione universale si realizzano nella nuova Gerusalemme alimenta una simpatia per tutte le nazioni, per tutti gli uomini e le donne, perché in tutti legge la vocazione alla fraternità”.

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