Il Natale e i morti di Corinaldo

Ogni anno, si sa, nei primi giorni di dicembre si è occupati con la preparazione del Natale: l’albero da allestire, il presepe da preparare in casa, gli addobbi e così via. E tutto concorre a creare quel clima – quello natalizio appunto – che vorremmo non si affievolisse mai, come se dovessimo vivere proprio per quel clima.

E va tutto bene, finché non arriva una notizia come quella di qualche giorno fa, di quei ragazzi morti sotto la calca di una discoteca, che spazza via quel clima e ritorna, inesorabile, il buio della vita, quell’oscurità che ci inquieta e ci inghiotte. Pensavamo di averla vinta per sempre, mentre allegramente mettevamo gli addobbi nell’alberello.

Non stiamo qui a dire di chi è la colpa di una strage così assurda e incomprensibile. Non servirebbe a un bel niente. E’ un fatto che ci interroga, profondamente, e ci mette al muro. Scorrendo le notizie e i commenti dei giornali mi ha colpito quella madre quarantenne in discoteca quella notte insieme a sua figlia che ha preferito morire lei pur di salvarle la vita; e quel padre che davanti alla morte di suo figlio dice: ‘è finita la vita a me e a mia moglie…’.

Come l’urlo disperato di chi ha perso sé stesso perché ormai non è più padre. Che bisogna dire? Che la spirale di morte che sta avvolgendo i nostri giovani non conosce una fine? Che sono finiti i valori? Che c’è bisogno di regole? Ma non è tutto ancora una volta retorico tutto questo? Che se ne fa un padre che ha perso un figlio in un modo così assurdo di queste ‘sagge’ considerazioni?

Saranno esse sole in grado di restituirgli suo figlio? Oppure di restituire a lui una speranza? O forse questi fatti sono solo la punta di un iceberg che affonda in un mare invisibile ma non per questo meno pericoloso e inquietante che è la cultura del niente che stiamo dando tranquillamente in pasto ai nostri ragazzi?

Scrissi tempo fa in occasione della morte di Desirée: “la vita ci presenta sempre il conto e ci chiede come e per che cosa l’abbiamo spesa. E vediamo che i conti non tornano. Non solo, ma ci mette davanti un carro pieno di adolescenti morti e di tanto cinismo”. Qualcuno si chiederà: ma che c’entra tutto questo con il Natale? E’ così, solo così, che mi accorgo del Natale, cioè del mistero di questo uomo-Dio che viene come una cosa nuova, totalmente nuova e inimmaginabile.

E viene proprio per me, per quel vuoto, per quel ‘nulla’ che sta divorando le nostre notti e si sta portando via non solo i corpi dei nostri ragazzi ma la speranza e il desiderio di una vita bella e piena per noi e per loro. Ma non basta. A che serve che lui venga se non trova in me un cuore aperto ad accoglierlo?

Come per Maria, la ragazza si Nazareth che Dio preferì tra tante e la scelse per portarci il senso del vivere: se lei non avesse avuto un cuore aperto non avrebbe conosciuto chi poteva dare un senso non appena alla sua vita ma soprattutto a quei disperati che incontrò suo Figlio sulle strade della Palestina. Anche oggi è lo stesso. Non si può ritrovare la speranza e il gusto di vivere se non li si vede risplendere in qualcuno. Un Natale diverso non lo potrei proprio immaginare.

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