Mons. Delpini: il valore civile ed ecclesiale di sant’Ambrogio

Nella solennità di sant’Ambrogio, nella Basilica a lui intitolata, l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha celebrato la Messa pontificale, nella quale ha sottolineato il valore della convivenza civile: “La convivenza pacifica, l’appartenenza all’unica fraternità è drammaticamente compromessa fin dall’inizio dei tempi, fin da quando la vocazione all’amore fraterno è stata contrastata dall’insofferenza e dalla gelosia: il rapporto fraterno è stato spezzato con violenza, l’uomo è diventato come un lupo per il suo fratello.

Non è quindi una novità che l’umanità sia dispersa e rapita da forze ostili alla pace, ma il ripetersi del dramma non lo rende meno doloroso, non toglie che sia scandaloso. La vicenda drammatica di popoli fratelli che si fanno la guerra, la vicenda straziante di discepoli dell’unico Signore che scavano solchi invalicabili, ferite che sembrano insanabili sono vicende che continuano a essere dolorose e scandalose”.

L’omelia del Pontificale si è trasformato in sguardo di speranza aperto sul futuro: “Per quanto possa risultare impossibile allo sguardo ottuso degli uomini, per quanto possa essere descritto persino come una via pericolosa, una eventualità da contrastare, Dio vede l’umanità come una vocazione comune: le genti sono chiamate in Gesù Cristo, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e a essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo … ecco il progetto eterno che Dio ha attuato in Cristo Gesù. La vocazione di tutti i popoli è di essere un corpo solo, di essere un solo gregge guidati da un solo pastore”.

Eppure Dio ‘si ostina’ a vedere l’umanità come una vocazione comune, quella ‘di diventare un corpo solo, di essere un solo gregge guidati da un solo pastore. Ma a quale prezzo?’, si è chiesto l’arcivescovo: “L’intenzione di Dio di riunire tutti nella fraternità si attua con l’attrattiva dell’amore. Amati fino al dono della vita, fino al consegnarsi del Figlio nelle mani dei violenti, allo scherno degli sciocchi, al risentimento dei potenti che sentono minacciato il loro potere dalla chiamata all’umiltà che si fa servizio”.

Il riferimento è al Santo che proprio il 7 dicembre del 374, veniva consacrato vescovo: “Ambrogio si è reso docile al comando del Signore ed è stata immagine viva del buon pastore: ha dato la vita perché la Chiesa fosse unita, segno della vocazione universale a quella vita che rende fratelli. Ha consumato le sue fatiche, le sue sostanze, ha impegnato la sua intelligenza, per liberare la Chiesa dalla dispersione, dalla divisione, dalla rassegnazione, dall’arrendersi alla conflittualità”.

Ed additando l’esempio del patrono milanese l’arcivescovo ha chiesto di essere fedeli alla missione di Gesù: “Conoscere le pecore, le persone che stanno intorno, non per quello che appaiono, non per quello che hanno fatto o detto, ma per come le guarda il Padre; conosciute non con i titoli accademici, non in base a un’etichetta, ma come persona che il Padre chiama perché torni a casa”.

Poi ha invitato i cittadini a far sentire la propria voce: “Gli uomini e donne che cercano di trovare un rimedio alla dispersione, devono avere qualche cosa da dire, pronunciare una parola che accenda il fuoco, che possa essere ascoltata, che offra speranza, che convinca a conversione, che convinca ciascuno a tornare a casa”.

Ha concluso l’omelia riflettendo sulla propria missione di vescovo: “Sento tutta la sproporzione di fronte all’impresa che mi è stata consegnata. Io da solo, vescovo di Milano, successore di Ambrogio, non riuscirò a ricondurre il gregge disperso; non è possibile compiere niente di ciò che il Signore mi ha comandato se ciascuno di voi non si fa avanti per fare della propria vita un dono”.

Al termine della celebrazione mons. Delpini ha visitato la mostra dedicata a papa Francesco, realizzata per la XXXIX Edizione del Meeting di Rimini, che sarà visibile fino al 16 dicembre.

Mentre nel giorno precedente la festa del patrono, mons. Delpini aveva rivolto il tradizionale discorso alla Città alla presenza di autorità civili, militari, religiose e al mondo dell’economia e del lavoro, chiedendo ad ognuno di non abdicare al pensiero:

“Siamo autorizzati a pensare. E’ questa la sostanza della riflessione che mi permetto di offrire alla città in occasione della festa del patrono sant’Ambrogio. E’ questo il percorso promettente che mi dichiaro disponibile a continuare insieme con tutti coloro che abitano in città e ne desiderano il bene. Siamo autorizzati anche a pensare!”

Un testo denso, che entra nel vivo del dibattito pubblico, proponendo una lettura della società e del vivere civile che va in netta controtendenza rispetto alle paure, ai populismi, alle emotività: “L’emozione non è un male, ma non è una ragione. Forse in questo momento l’intensità delle emozioni è particolarmente determinante nei comportamenti. Ciascuno si ritiene criterio del bene e del male, del diritto e del torto: quello che io sento è indiscutibile, quello che io voglio è insindacabile”.

Ed ha invitato chi ‘presta un servizio pubblico alla comunità’ alla pazienza: “Ci vogliono molta pazienza, capacità di relazione, predisposizione all’empatia e alla comprensione, autocontrollo nelle reazioni, per portare alcune richieste a buon fine, mentre alle spalle premono impazienti molti altri che pure hanno diritto a essere serviti.

Desidero esprimere il mio apprezzamento per gli operatori che sanno accogliere con particolare attenzione coloro che si trovano in condizioni di necessità, sprovveduti e smarriti di fronte alle procedure per ottenere le prestazioni cui hanno diritto, imbarazzati davanti a operatori con cui è faticoso intendersi”.

L’arcivescovo ha stigmatizzato la diffusione di una modalità di comunicazione pubblica deformante: “Nel dibattito pubblico, nel confronto tra le parti, nella campagna elettorale, il linguaggio tende a degenerare in espressioni aggressive, l’argomentazione si riduce a espressioni a effetto, le proposte si esprimono con slogan riduttivi piuttosto che con elaborazioni persuasive…

Credo che il consenso costruito con un’eccessiva stimolazione dell’emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali, non giovi al bene dei cittadini e non favorisca la partecipazione democratica”.

Quindi la qualità del tessuto democratico sta molto a cuore all’arcivescovo, che ha sollecitato un cambio di rotta: “Credo sia opportuno un invito ad affrontare le questioni complesse e improrogabili con quella ragionevolezza che cerca di leggere la realtà con un vigile senso critico e che esplora percorsi con un realismo appassionato e illuminato”.

E per indicare il futuro, l’arcivescovo ha richiamato al grande sogno dell’Europa unita: “Credo che, quanto agli aspetti comuni di una visione di futuro, si possa convergere su quel cammino che porta a una convivenza pacifica e solidale e che intenda l’Europa come convivenza di popoli.

La complessità e le problematiche che hanno segnato il concreto configurarsi dell’Unione Europea richiedono una ripresa delle intenzioni originarie: i cittadini d’Europa erano e sono persuasi che siano da preferire l’unione alla divisione, la collaborazione alla concorrenza, la pace alla guerra.

Siamo impegnati e motivati per una partecipazione costruttiva alle vicende europee: vogliamo dare volto all’Unione Europea dei popoli e dei valori, che pensi i suoi valori e le sue attese nella concretezza storica del tempo presente e di quello a venire, e che non si occupi di beghe e di interessi contrapposti”.

Altro passo significativo è stato il richiamo alla centralità della Costituzione e dei suoi valori per la costruzione del bene comune: “La Carta costituzionale, in quella prima parte dove formula princìpi e valori fondamentali, non può essere ridotta a un documento da commemorare, né a un evento tanto ideale quanto irripetibile, ma deve continuare a svolgere il compito di riconoscere e garantire ‘i diritti inviolabili dell’uomo’, al fine di promuovere ‘il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’ (art. 3)…

Il testo della Costituzione ci ricorda innanzitutto un metodo di lavoro, che vale anche per noi: le differenze si siedono allo stesso tavolo per costruire insieme il proprio futuro”.

Ed ha concluso il discorso con l’appello all’impegno comune: “Invito coloro che hanno responsabilità nella società civile ad affrontare con coraggio le sfide, nella persuasione che questo territorio ha le risorse umane e materiali per vincerle. E nella mia responsabilità di vescovo di questa Chiesa confermo che le nostre comunità sono pronte, ci stanno, sono già all’opera”.

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