Mons D’Ercole chiede rispetto per i detenuti

“Il carcere va abolito, in quanto elemento di una società che va ripensata totalmente. Il carcere funziona solo se la società funziona aiutando i deboli: rischiamo altrimenti di caricare su di loro le colpe di tutti… Il carcere è un elemento possibile solo in un mondo in cui giustizia e società sono realtà che funzionano. Non è il nostro caso, per cui chiudiamolo e ripensiamo la giustizia”:

queste parole molto forti sono quelle pronunciate dal vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole, già cappellano del carcere minorile di Roma, alla casa circondariale di Ascoli Piceno in occasione della seconda tappa del ‘Meeting nazionale dei giornalisti cattolici e non’ sul tema ‘Giornalismo di Pace – La verità oltre le sbarre.

Quindi per mons. D’Ercole il carcere va ripensato e questo cambiamento è il punto di arrivo di un percorso inserito nel ‘DNA della giustizia’ e che passa per lo sviluppo delle misure alternative che al di là di eventi limitati hanno dimostrato di funzionare. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che dalle pagine del quotidiano della Cei che entra in 7500 copie nelle carceri italiane, prova a fare una informazione diversa, più sensibile senza mai dimenticare però le notizie, ha sottolineato:

“Ci sono uomini dietro quelle sbarre che prima di tutto sono persone… La verità oltre le sbarre sta nel fatto che ci sono persone, uomini e donne, e scrivere di loro significa coinvolgere anche i loro familiari all’esterno. Nel nostro paese oltre alla certezza della pena, serve anche una certezza delle regole per tutta la società civile…

Non bisogna mai dimenticare che a una verità giudiziaria si abbina la vita delle persone. noi siamo le nostre relazioni, anche se il nostro è un mestiere un po’ cinico non possiamo dimenticarlo. Parlare dentro un carcere non può farci dimenticare che i Italia ancora abbiamo l’ergastolo. In altri Paesi hanno il massimo di pena, ad esempio 22 anni, magari ripetibile. Ma c’è un obiettivo di fine che spinge il detenuto a cercare di cambiare”.

Infine hanno portato la loro testimonianza anche tre detenuti, denunciando che “in troppi muoiono per colpa di una giustizia lenta, per i tempi così dilatati che se anche dovessero uscire dal carcere le persone sono già morte e soprattutto restano condannate”.

E secondo un’indagine di OpenPolis l’Italia è ultima, tra i grandi paesi europei, nel ricorso alle pene alternative al carcere, nonostante i tentativi del legislatore che negli ultimi anni ha cercato di incentivare ed estendere l’uso delle misure alternative al carcere. Infatti la legge 199 del 2010 ha dato la possibilità di passare alla detenzione domiciliare per coloro che hanno una pena residua inferiore ai 18 mesi.

In seguito altre riforme, ultima la legge 67 del 2014, hanno potenziato i lavori di pubblica utilità al posto del carcere, norme che hanno avuto un significativo effetto sul sistema penitenziario italiano, anche se non sono stati sufficienti a colmare il gap con molti altri paesi europei. L’Italia resta ultima tra i grandi paesi europei per utilizzo delle misure alternative. Mentre in Italia la maggioranza dei condannati finisce in carcere (55%), in Germania sono solo il 28%, il 30% in Francia, il 36% in Inghilterra e Galles e il 48% in Spagna.

Ed all’interno delle 193 carceri italiane sono detenute 54.000 persone, a fronte di una capienza massima di 50.000 posti. Ogni 100 posti disponibili ci sono attualmente 108 detenuti. La Sicilia è la regione che ospita il maggior numero di carceri (23), mentre la Lombardia è prima per numero di detenuti (quasi 8.000). Due terzi dei 54.000 detenuti sono italiani, mentre i restanti 18.000 sono stranieri, cioè il 33,6%.

Per questi ultimi si registra un sensibile calo rispetto al 37% di pochi anni fa, dovuto ai provvedimenti che hanno ridotto la carcerazione per le pene fino a 3 anni, commessi con maggiore frequenza da stranieri. La popolazione carceraria è in stragrande maggioranza maschile (solo il 4,2% è donna). Il paese da cui proviene il maggior numero di detenuti non italiani è il Marocco con 3.085 carcerati, il 17% di quelli stranieri. Seguono Romania (2.825 carcerati, pari al 15,6%), Albania (2.485, 13,7%) e Tunisia (2.009, 11,1%).

Sono meno di 1.000 i detenuti provenienti da ciascuno degli altri paesi. I detenuti nati in Italia sono circa 35.000, due terzi del totale. Di questi, la maggioranza proviene dalle regioni del Sud, in particolare quelle dove è più forte la criminalità organizzata. Il 28% è nato in Campania (9.847 persone), il 19,9% in Sicilia (7.011), l’11% in Puglia (3.885) e il 9,7% in Calabria (3.422). Seguono Lombardia (7,4%) e Lazio (6,7%). Sotto la quota del 5% tutte le altre regioni.

Le fasce d’età più consistenti sono quelle centrali: 8.394 detenuti hanno tra i 50 e i 59 anni, e altri 8.281 hanno tra i 35 e i 39 anni. La maggioranza dei detenuti, 30.723 su circa 54.000, è accusata o condannata per reati contro il patrimonio, tra cui furti, rapine, frodi e danneggiamenti. I reati contro la persona, come lesioni e omicidi o anche diffamazioni, sono la seconda fattispecie più frequente. Al terzo posto, le violazioni del testo unico sugli stupefacenti.

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