A Bologna la Comunità di Sant’Egidio per i ponti di pace

Con un messaggio di papa Francesco a mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna si è aperto l’incontro di preghiera per la pace, organizzato da ben 32 anni ogni anno dalla comunità di sant’Egidio:

“Esso si pone nella scia dello storico incontro che ebbe luogo nell’ottobre di trentadue anni fa ad Assisi. Da allora, gli scenari della storia sono ampiamente mutati, spesso in maniera drammatica; questi incontri sono invece rimasti, come un filo rosso che lungo gli anni testimonia la continua necessità di implorare insieme, senza stancarsi, il dono della pace”.

Il titolo scelto è ‘Ponti di pace’ ed il papa ha sottolineato l’architettura dei portici di Bologna, che richiama le connessioni che aiutano a superare i conflitti: “E’ urgente elaborare assieme memorie di comunione che risanino le ferite della storia, è urgente tessere trame di pacifica convivenza per l’avvenire. Non possiamo rassegnarci al demone della guerra, alla follia del terrorismo, alla forza ingannevole delle armi che divorano la vita.

Non possiamo lasciare che l’indifferenza si impadronisca degli uomini, rendendoli complici del male, di quel male terribile che è la guerra, la cui crudeltà è pagata soprattutto dai più poveri e dai più deboli. Non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità di credenti, chiamati, a maggior ragione nell’odierno villaggio globale, ad avere a cuore il bene di tutti e a non accontentarsi del proprio stare in pace”.

Ed ha sottolineato il compito delle religioni nel perseguimento della pace: “Le religioni, se non perseguono vie di pace, smentiscono sè stesse. Esse non possono che costruire ponti, in nome di Colui che non si stanca di congiungere il Cielo e la terra. Le nostre differenze non devono perciò metterci gli uni contro gli altri: il cuore di chi veramente crede esorta ad aprire, sempre e ovunque, vie di comunione”.

Nel ricordo del trentennale assisate il papa ha sollecitato i responsabili delle religioni a coinvolgere i giovani nella costruzione delle vie di pace: “Vorrei invitarvi proprio a coinvolgere, in maniera audace, i giovani, perché crescano alla scuola della pace e diventino costruttori ed educatori di pace.

In questi giorni la Chiesa Cattolica si interroga in modo particolare sulle giovani generazioni. Il mondo che abitano appare spesso ostile al loro futuro e violento con chi è debole: molti non hanno ancora visto la pace e tanti non sanno che cosa sia una vita dignitosa.

Come credenti, non possiamo che avvertire l’urgenza di cogliere il forte grido di pace che si leva dai loro cuori e di costruire insieme quel futuro che a loro appartiene. Perciò è necessario costruire ponti tra le generazioni, ponti sui quali camminare mano nella mano e ascoltarci”.

Nel saluto iniziale ai capi religiosi il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ha sottolineato la necessità delle religioni nell’opera di pace: “Eppure c’è bisogno di una visione globale ed ecumenica per vivere, respirare, fare pace e stare in pace: è la coscienza che tutti formiamo un’unica umanità.

Le religioni, in un mondo spaventato, diviso e arrabbiato, sono un soffio sereno che alimenta la coscienza del destino comune tra i popoli. Insegnano che gli uomini compiono un grande viaggio verso un destino comune. Lo dicono in tanti modi e diverse lingue spirituali. E’ coscienza basilare, semplice come il pane e necessaria come l’acqua, solida e rasserenante…

Purtroppo, talvolta, la coscienza di comune umanità si perde nell’intrico degli odi e degli interessi, nelle distanze, nelle tortuosità quotidiane, nelle propagande urlate, nei fanatismi, nelle logiche dell’odio. Non si riconosce l’umanità dell’altro. Risorgono disprezzi antichi appena riverniciati, come i nazionalismi che sembravano sepolti o i discorsi sulla razza”.

Fra gli ospiti, che hanno inaugurato l’incontro, la profuga siriana Nour Essa, arrivata in Italia attraverso i ‘corridoi umanitari’ ha portato la propria testimonianza: “La Siria prima della guerra era un simbolo di convivenza nella pace. Tra i miei migliori amici ci sono dei cristiani, dei drusi e degli alawiti. Festeggiavamo il Natale e l’Eid, la festa islamica, tutti insieme.

In Siria prima della guerra io e mio marito lavoravamo anche piuttosto bene, io lavoravo come biologa e lui era un architetto di giardini. Quando è iniziata la guerra abbiamo pensato che fosse una cosa momentanea, che non durasse, ma poi ha preso una città, poi un’altra.

La guerra rovina l’anima di un popolo, mi sono resa conto che tutti cominciamo a guardare male gli altri. Noi siamo scappati molto tardi, era già il 2016, abbiamo resistito con mio marito non volevamo lasciare la Siria, la nostra casa, i nostri lavori, la nostra vita, i nostri affetti”.

Concludendo la testimonianza, ha lanciato un appello per la pace in Siria: “In questo giorno vorrei lanciare il mio appello per salvare il nostro popolo, chi è rimasto. La Pace non potrà arrivare attraverso l’invio di missili, ma solo attraverso il dialogo. L’uso delle armi non è una soluzione. Prego perché tanti bambini siriani abbiano il diritto di vivere come gli altri bambini nel mondo. Mio figlio ha ritrovato il sorriso dopo un anno”.

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