A 40 anni dalla morte di Aldo Moro il prof. Formigoni rilegge la sua azione civica

Nelle conclusioni del volume, pubblicato da Il Mulino, ‘Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma’, il prof. Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea all’Università IULM di Milano, ha scritto: “Il giudizio sugli esiti della sua parabola esistenziale può essere anche molto diverso a seconda dei punti di vista e dei criteri storici, ma questo non dovrebbe impedire di considerare l’originalità delle sue intenzioni e delle sue motivazioni.

Molti aspetti della sua esperienza e della sua biografia restano da conoscere meglio o almeno da approfondire, ma pare di poter dire che il segno lasciato dalla sua parabola umana sia stato di tutta rilevanza nella storia d’Italia e probabilmente anche dell’Europa e del mondo contemporanei”.

Quindi partendo da tale conclusione, a 40 anni dal suo omicidio avvenuto il 9 maggio 1978 ad opera delle Brigate Rosse, abbiamo chiesto al prof. Formigoni di spiegarci le finalità per cui ha scritto un libro su Aldo Moro: “Il mio tentativo di sintesi biografica ha soprattutto il significato di provare a recuperare la memoria della sua vita, nell’interezza delle diverse dimensioni (il credente, l’uomo e i suoi rapporti personali e familiari, l’intellettuale e il docente, e poi soprattutto il politico).

Tutte dimensioni che negli ultimi decenni sono sembrate in qualche modo nascoste dietro l’enormità della vicenda del sequestro e dell’assassinio. Naturalmente il fatto che quella tragedia della democrazia non abbia avuto la sua catarsi con una ricostruzione complessiva che meriti di essere considerata veritiera e affidabile (soprattutto per le reticenze dei brigatisti autori del gesto), ha prolungato questa situazione di incertezza, moltiplicando le illazioni, le ricostruzioni fantasiose, i dibattiti con poco costrutto, le fiction più incredibili e anche godibili.

Non sto sostenendo che il dibattito sui 55 giorni sia inutile, naturalmente. Anzi, è molto importante in sé, soprattutto se mantenuto all’interno di una ricerca serrata e non sensazionalistica: il quarantesimo anniversario di quegli eventi qualche contributo importante l’ha portato e lo sta portando. Ritengo però pericoloso che la ricerca su Moro venga assorbita tutta nell’evento finale, trascurando i precedenti.

Invece Moro è stato una figura essenziale nella storia del nostro paese e mettere in luce il suo ruolo è fondamentale per un assestamento critico della memoria collettiva della Repubblica. Cosa di cui un paese serio ha vitale necessità. Bisogna restituire al paese i 62 anni precedenti, uscendo tra l’altro da schematiche interpretazioni che ancora circolano anche negli ambienti intellettuali, e che sono troppo dipendenti dal dibattito contemporaneo e dalla battaglia politica aspra che circondò il protagonista (il Moro ‘oscuro’, il Moro lento e accidioso, l’affossatore delle riforme del centro-sinistra…).

Al di là di un dibattito serrato sulla classe dirigente dell’epoca che forse è sempre fisiologico (non dimentichiamo che gli anni ‘70 vedevano un’accusa alla Dc molto ampia nella società e nella stampa italiana), Moro aveva i suoi detrattori accaniti, che erano per lo più i rappresentanti di quella destra magmatica nella società italiana che lui voleva combattere. Quindi c’è un’eredità di queste visioni polemiche che ha condizionato anche la ricerca.

Non so se la mia biografia sia riuscita nell’operazione di sottrarsi a questi schemi senza cadere nell’agiografia, ma mi conforta molto il fatto che sia ripresa una ricerca storiografica e un dibattito complessivo, anche sulla base di una disponibilità ampia (ancorché sempre provvisoria…) di nuova documentazione originale, che è sempre il pane degli studi storici. In questo senso, il mio lavoro ha potuto basarsi su molteplici contributi e studi che sono stati per me aiuti fondamentali: è un’impresa che ha un background collettivo di cui non posso che essere convinto e grato”.

Cosa era la politica per Aldo Moro?
“Moro ebbe un rapporto particolare con la politica, nel senso che vi si avvicinò dopo la Liberazione (a Bari gli alleati arrivarono nel 1943), da giovane intellettuale e professore già abbastanza avviato nella sua professione. Non entrò da subito nella Dc nascente, ma solo attraverso un percorso complicato di alcuni anni. Anche quando poi fu eletto alla Costituente (come rappresentante dei movimenti intellettuali di Azione cattolica nelle liste democristiane), iniziando un percorso di responsabilità istituzionale che non doveva più interrompersi per 32 anni, non si concepì mai soltanto come un politico di professione.

E’ un paradosso, certo, data la sua immagine tutta interna alla dimensione del potere, ma ci dice molto della personalità. Mantenne sempre l’insegnamento e più volte meditò di abbandonare la politica (ne abbiamo contezza sicura nel 1950, nel 1968, nel 1974, forse anche nel 1976). Vi fu poi sempre richiamato, come risposta a quello che in qualche modo concepiva come un dovere. In questi aspetti biografici che qui richiamo sinteticamente, prendono però le basi visioni che egli espresse molte volte in termini di riflessione e di contributi intellettuali alla politica.

Potremmo riassumere così: innanzitutto la politica ha senso al servizio di un grande disegno di cambiamento. Egli rimase per tutta la vita legato all’idea che il problema fosse sviluppare e attuare quell’intuizione che da giovane costituente aveva provato ad abbozzare con altri nella prima parte della Costituzione: il modello di uno Stato democratico-sociale avanzato, in cui le masse popolari fossero progressivamente integrate in modo molto più ampio ed equo rispetto alla tradizione liberale. Sono le sue radici dossettiane.

Il secondo aspetto era però una politica concepita come prudente avanzamento, in dialogo con la società, capace di portarsi dietro la società anche nelle sue componenti moderate e resistenti al cambiamento, cogliendo sempre con attenzione i modi per evitare che ci fossero contraccolpi alle scelte condotte: la famosa capacità di mediazione di Moro, che lo condusse a convincere spesso dei passi necessari anche compagni di partito o interlocutori internazionali perplessi se non contrari.

Sia la sua strategia per avviare la stagione del centro-sinistra nei primi anni ’60 che quella per rendere possibile la (molto più complessa) ‘solidarietà nazionale’ con il Pci alla metà dei ’70 sono due vicende cruciali in questo senso. Successi costruiti a prescindere da ogni forzatura decisionista e da ogni illusione di onnipotenza.

Ecco il terzo elemento: la riflessione continua condotta sul limite della politica, sulla sua necessità di aprirsi a contributi altri e di dover sempre dipendere da elementi esterni per dare il meglio di sé. Lo disse con forza in un’intervista all’Espresso nel 1965: senza ‘una solida tradizione e un profondo senso civico’ diffusi nella società, il compito di sintesi della politica era difficilissimo da realizzare al meglio”.

Quando influirono la fede e l’adesione all’Azione Cattolica nella sua formazione politica?
“Beh, la fede cristiana per lui fu un abito di vita profondo, interiorizzato fin da giovane, in confronto anche con una situazione familiare pluralistica, dato che la madre era una convinta credente e il padre invece piuttosto un agnostico di cultura razionalista. L’adesione all’Ac e ai suoi movimenti intellettuali negli anni ’30 fu occasione di una formazione esigente e più approfondita di quella consueta nel popolo cristiano dell’epoca.

Una formazione che gli permise di incontrarsi con il modello e il magistero di Giovanni Battista Montini, che aveva introdotto una visione della cultura cristiana in dialogo approfondito e senza censure con la modernità. Il che rimase per Moro un’attitudine mentale, fin dai primi approcci agli studi giuridici e al rapporto con il totalitarismo: si vede in lui la presa di distanza dallo statalismo di Gentile, ma una inedita valorizzazione dell’importanza moderna dello Stato, che usciva del tutto dal classico antistatalismo cattolico.

Questo approccio rimase decisivo in tutta la sua vita. Egli non compiva mai scelte politiche in nome di una visione ideologica della fede, mentre sapeva dialogare in modo serrato e anche critico con la gerarchia ecclesiastica (cruciale fu l’interlocuzione sull’ ‘apertura a sinistra’ verso i socialisti, quando era segretario della Dc, contestata apertamente dalla maggioranza dell’episcopato e della curia romana).

Scaturiva da quella impostazione una coscienza di laicità e autonomia dell’azione politica dei credenti, che non comportava un distacco dalla fede, ma una rielaborazione interiore e coscienziale delle ragioni dell’appello evangelico, per coglierne le conseguenze sempre nuove e diverse nell’agire concreto (con un’inevitabile ‘salto’ e un altrettanto inevitabile aspetto soggettivo e opinabile delle scelte).

In questa direzione, comunque, un vertice indubbio restò la sua riflessione sull’ispirazione cristiana in politica, fissata nel congresso democristiano del 1973 nella formula del ‘principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale. E come forza di liberazione, accanto ad altre…’. Una lettura molto stimolante ancora oggi, penso”.

A 40 anni dalla sua uccisione il suo metodo di confronto è ancora valido?
“A questo proposito bisogna intendersi: la sua vicenda umana è lontana nel tempo. 40 anni sono un’era geologica nei nostri mondi. Il contesto è totalmente cambiato, la politica è mutata in modo radicale, le categorie fondamentali e gli strumenti sono diversissimi.

Credo siano in questo senso cattive operazioni sia la nostalgia di un bel mondo andato, sia la pretesa di astrarre da quell’esperienza lontana qualche giudizio vago sull’attualità o di interpretare ‘quello che Moro avrebbe detto oggi’. Bisogna prendere sul serio la lontananza e l’inattualità. Ma una volta fatto questo, riflettere su tale inattualità può portare anche a effetti”.

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