Francesco Postorino e l’invito ai giovani di vivere la città

“Basta un attimo per trasmettere quella verità che viaggia oltre il tempo e lo spazio. La verità degli uomini liberi, di chi ha capito e non torna indietro. La verità di un gesto, di un sorriso, di una lezione, di un’ora trascorsa a inseguire l’incanto dentro di te. Forse è questo il segreto che intende svelare la sceneggiatura di Tom Schulman, perfezionata dall’occhio artistico di Peter Weir e soprattutto dal talento di un ‘professore’ che, sul finire degli anni ’80, ha ispirato e continua a ispirare chi non si arrende al superfluo.

L’Attimo fuggente è una poesia che dura dall’inizio alla fine. Poco importa se i campioni del realismo dicono di lasciar perdere, di pensare alle ‘cose serie’, alle faccende pratiche, a quella che nei miei scritti chiamo la ‘prima vita’, cioè il mondo del qui. Mentre i laureati in cinismo o in ‘scienza del buon senso’ suggeriscono la via più facile, John Keating e Robert Frost indicano l’altra direzione, quella ‘meno battuta’, e te la fanno amare. Rimangono al tuo fianco e non chiudono i loro consigli nella cassaforte dell’indifferenza, ma ti proteggono in attesa che il momento drammatico del presente ceda il posto al mattino.

Se qualcosa va storto (un suicidio, una spiata al potente) si soffre sul serio e si ricomincia con la poesia, con i sogni, con il linguaggio dei bambini e dei gabbiani, con una lezione esibita all’aria aperta, a contatto con le stelle e con l’odore verde degli alberi. Utopia? Assolutamente sì. Dead poets society ci costringe a nutrirci di utopia, del possibile, dell’ ‘ansia di un’altra città’, di un altrove che può essere afferrato la notte, assaporando insieme i versi e aspettando la rêverie, quella tensione tra il buio e la luce vissuta con timidezza ed errori dalle anime belle”.

Partiamo da questa riflessione apparsa nel suo blog ‘Dio è morto’ per parlare di filosofia e poesia e di come esse possano incidere nella vita quotidiana con Francesco Postorino, giovane filosofo italiano ricercatore presso l’Università Paris 1-Sorbonne ed autore dei libri ‘Carlo Antoni. Un filosofo liberista’ e ‘Croce e l’ansia di un’altra città’.

Partendo dalla riflessione citata gli chiediamo di definirci la parola ‘libertà’: “Non puoi definirla. Lei stessa sorride quando proviamo a intrappolarla in qualche enunciato normativo. E’ una legge interiore, come sostengono i padri della morale; oppure è un ‘fatto’, come direbbe il filosofo Jean-Luc Nancy? E’ il succo della partecipazione politica, oppure è ‘stare sopra un albero’? Credo che nessuno sia in errore.

Vedo, ad esempio, della libertà nel giocare con i colori delle farfalle tra il prato e il cielo, e quindi fuori dalla città e da quel ‘pan-politicismo’ sbeffeggiato da chi ama la politica sul serio. Chi ama la politica, infatti, sa riconoscerne il limite strutturale. Non voglio essere frainteso. Mi definisco un repubblicano. Con Gramsci odio l’indifferenza e il cattivo isolamento”.

C’è allora differenza tra isolamento e solitudine?
“Direi di sì! La solitudine è la pace dell’anima, ed è un momento spirituale che risiede al confine tra la vita del qui e l’intima esigenza di un altrove. La solitudine può splendere ovunque, nella fase embrionale dell’alba, in una panchina, sotto le lenzuola e persino in compagnia degli altri.

Servono occhi speciali per rileggere la propria interiorità e occorre tanto silenzio. L’isolamento, invece, è un inganno, parla l’errore dentro di te; è il timore di un incontro, un fastidio verso la comunità, il rischio qualunquista che caratterizza l’epoca triste che stiamo vivendo”.

A tal proposito, ti chiedo: quali possono essere le coordinate per un giovane che voglia avvicinarsi alla politica?
“Spegnere la televisione, i telefonini e vivere la strada con il brivido della fede. Bisogna eludere il sistema al fine di rinnovarlo, e perciò non piegarsi all’arrivismo in voga. L’essenza della politica non si trova nei Palazzi postmoderni e nell’avanspettacolo. Non significa indossare una cravatta e parlar bene. Se adottiamo il lessico di Kant, si può dire che il ‘noumeno’ (la cosa in sé) andrebbe sempre premiato a scapito dell’apparire fenomenico.

Ma andrebbe aggiunto che il primo ha finalmente un volto, ed è quello che nel mio volume (‘Croce e l’ansia di un’altra città’) definisco il ‘lui’, un ente elusivo che vuole diventare ‘tu’. Questa trasformazione non la può realizzare l’establishment, i parrucconi (magari un tempo libertari sessantottini) e neppure i nuovi trentenni, spesso in attesa di una chiamata dall’alto. Solo i quindicenni di oggi, lontanissimi dalla nausea novecentesca, possono un domani conseguire l’obiettivo: rendere il mondo migliore e più giusto per tutti”.

Nel pensiero 1953 dello Zibaldone Giacomo Leopardi ha scritto che la politica non soddisfa mai l’animo umano: quanto aiutano la poesia e la filosofia ad orientarsi nella città?

“Molto. La poesia, abitualmente restia al carcere di questa città (la realtà cosi com’è), si nutre di purezza, di incanto e di dio. La filosofia non è soltanto lo sguardo razionale del mondo, ma è la domanda di senso e parimenti la risposta in fieri contenuta in un dialogo che sfugge alle regole del bon-ton istituzionale”.

Ma è presente l’ ‘ansia di eterno’ nell’uomo contemporaneo? Leggendo il tuo libro sembra proprio di no.
“Dopo l’annuncio profetico della ‘morte di Dio’ pare che non ci sia via di scampo. Siamo condannati a essere liberi, uguali e ‘sereni’ nei luoghi della post-verità. In questi luoghi vale tutto e il contrario di tutto. L’ ‘ultimo uomo’, la scimmia di Zarathustra e gli attori nichilisti del mercato riattivano un altro tipo di ansia: la depressione del relativo. Se muore Dio, viene meno quel bisogno di rinominare la verità entro il sentiero umanistico praticato dai figli di Socrate”.

Cosa bisogna fare per ‘ripristinare’ Dio nell’epoca nichilistica?
“Sussurrare di nuovo il Suo nome spogliandoci di ogni retorica. Significa vivificare gli ideali, l’eterno, i valori irrinunciabili, il messaggio del vangelo e di San Francesco, il segreto immortale della laicità e del rispetto verso ogni essere venuto alla terra. Significa nuotare con gioia nelle acque della diversità e rivendicare l’unica identità: l’umanità.

Il suo Nome, variamente inteso, andrebbe appiccicato sulle mura di ogni apartheid. Nel mio libro parlo di ‘ansia di un’altra città’: una buffa espressione intenzionata a risvegliare le coscienze all’indomani della tremenda sentenza di Nietzsche”.

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