Dal Mozambico una lezione di pace e sviluppo

La Comunità di Sant’Egidio ha festeggiato in modo particolare la festa di san Francesco, ricordando il 25^ anniversario della firma a Roma degli Accordi Generali di Pace per il Mozambico, che posero fine ad una guerra civile durata 16 anni che aveva fatto 1.000.000 di morti, avvenuta il 4 ottobre 1992. La firma concludeva un lungo processo negoziale, durato più di un anno, nella sede della Comunità di Sant’Egidio.

La pace ha messo in moto un processo di normalizzazione della situazione e di crescita economica e sociale, tanto che oggi il Mozambico è uno dei cosiddetti ‘leoni africani’, uno dei paesi subsahariani dalla crescita più robusta e più veloce. Finita la guerra, in tutti questi anni la Comunità di Sant’Egidio è rimasta vicina al Mozambico: dalle Scuole della Pace al programma ‘Dream’ per la cura dell’Aids, dal programma ‘Bravo’ per la registrazione anagrafica dei bambini alla crescita del movimento dei Giovani per la Pace nelle scuole e nelle università.

La storia è semplice: a Trastevere, alcuni membri della Comunità di Sant’Egidio (il fondatore, Andrea Riccardi, e un prete, don Matteo Zuppi, oggi arcivescovo di Bologna), un vescovo mozambicano (mons. Jaime Gonçalves, vescovo di Beira recentemente scomparso) e un ‘facilitatore’ espressione del governo italiano (Mario Raffaelli), avevano pazientemente tessuto un dialogo tra chi si combatteva in nome dell’ideologia e del potere.

Avevano imbastito un quadro negoziale all’insegna dell’unità del popolo mozambicano, alla ricerca di ciò che unisce e non di ciò che divide. Con l’Accordo Generale di Pace si stabiliva la consegna delle armi della guerriglia alle forze dell’ONU, l’integrazione degli ex combattenti nell’esercito regolare, le procedure di sminamento e di pacificazione delle zone rurali, una serie di passi destinanti a trasformare il confronto armato tra le parti in una competizione fondata sulle regole costituzionali e democratiche.

Le elezioni del 1994, le prime veramente libere nella ex colonia portoghese, avrebbero sancito il successo dell’intero percorso negoziale e consegnato al Mozambico a una stagione nuova, fatta innanzitutto di pace. La pace ha messo in moto un processo di normalizzazione della situazione e di crescita economica e sociale.

Un percorso non semplice e non lineare, ma anche una grande success story, un esempio di come uno stato può lasciarsi alle spalle le gigantesche difficoltà e sofferenze di una guerra civile, per affrontare le sfide sempre complesse, ma più piccole e più gestibili, quelle dell’economia, dei rapporti internazionali nel mondo globalizzato, della diversificazione sociale, del rafforzamento di una coscienza civile.

Alla firma della pace di Roma i leader mozambicani ereditavano un Paese stremato da 30 anni di guerra, prima anticoloniale e poi civile. Il Mozambico era tra i paesi più poveri del pianeta, malgrado il vasto territorio fosse potenzialmente assai ricco di risorse e opportunità economiche: enormi riserve di carbone, ma soprattutto di gas naturale e probabilmente di petrolio, oltre che di oro e diamanti.

Con la liberalizzazione dell’economia gli investitori hanno gareggiato per acquisire le attività privatizzate, per operare appunto nel settore energetico e minerario, per lanciare progetti turistici sulle coste mozambicane. La storia di questi decenni di dopoguerra è stata caratterizzata da una dialettica politica aspra, e con punte di aperta conflittualità (tra il 2013 e il 2014 Dhlakama, non sentendosi garantito, aveva ritrovato la via della foresta e costretto la comunità internazionale a un nuovo sforzo di mediazione).

Ma anche dall’accettazione da parte dei presidenti succedutisi a Maputo delle regole costituzionali: dopo aver vinto le elezioni del 1999 Chissano ha rinunciato a candidarsi per un terzo mandato; il suo successore, Armando Guebuza, vincitore nei turni del 2004 e del 2009, si è anch’egli ritirato al termine del secondo mandato, lasciando la carica al presidente attuale, Felipe Nyuzi.

In un convegno per ricordare lo storico accordo il prof. Andrea Riccardi ha affermato: “In 25 anni, il Mozambico ha compiuto grandi progressi economici. Nel 1992 era il paese più povero al mondo, con un reddito annuo pro capite di 60 dollari. Negli ultimi anni ha oscillato tra 400 e 600. Dalla pace il PIL è cresciuto a una media del 6% annuo.

La mortalità infantile è scesa dal 162 al 60 per mille, e la speranza di vita è passata da 44 a 52 anni e sarebbe molto più alta senza l’AIDS, contro cui oggi lotta Sant’Egidio. I mozambicani non hanno raggiunto la prosperità. Accanto ad una ristretta fascia di ricchi, vi è una grande massa di popolazione sotto la soglia della povertà, due terzi degli abitanti”.

Inoltre il prof. Riccardi ha offerto un’interpretazione di quello che è l’eredità del questo processo di pace, definito all’epoca da Nelson Mandela: ‘Un modello, una speranza per tutta l’Africa’: “Qualche lezione dalla pace mozambicana del 4 ottobre 1992? Anzitutto, gli strumenti ‘semplici’ del dialogo, del contatto umano e del ragionamento politico non sono all’insegna dell’embrassons-nous. Servono accordi articolati, complessi, ponderati, che però necessitano della comprensione delle ragioni e dei sentimenti”.

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