Don Zeman: il martirio preludio della speranza

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A Bratislava il card. Angelo Amato, rappresentante del Papa e Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, insieme al Rettor Maggiore dei salesiani, don Ángel Fernández Artime, ha beatificato don Titus Zeman, salesiano slovacco, martire del regime comunista, alla presenza di due sorelle del sacerdote ed alcuni nipoti, amici ed exallievi, oltre a don Alois Pestun, 89enne, l’ultimo ancora vivente dei giovani salesiani per i quali don Zeman s’impegnò a salvare la vocazione.

I vescovi della Slovacchia avevano inviato una lettera pastorale su don Zeman già domenica 5 settembre: “Un dono prezioso per rafforzare la nostra fede, un dono in cui si cela un esempio di coraggio, determinazione e volontà di servire il prossimo”. Quando i comunisti chiusero i seminari perseguitando i religiosi e le religiose, don Tito Zeman ebbe l’idea di aiutare i seminaristi a completare i loro studi a Torino affinché potessero divenire sacerdoti. Conosceva bene i rischi connessi all’attraversamento illegale del confine dal comunismo alla libertà, ma l’obiettivo di salvare vocazioni sacerdotali, gli dette la forza di mettere in atto il suo piano.

Condusse segretamente due gruppi di seminaristi e sacerdoti in Italia per aiutarli a realizzare la loro vocazione spirituale. Ma la terza volta che tentò di attraversare il confine fu arrestato e torturato a morte. Ed i vescovi hanno proposto il salesiano, mettendo in luce l’impegno per gli altri:

“Anche se oggi viviamo in libertà, una libertà che molti hanno pagato con la vita, la nostra epoca è contrassegnata da una crisi decisionale… Don Tito Zeman brilla della luce del suo coraggio, fedeltà e determinazione nell’affrontare il più grande rischio. Rappresenta una sfida per tutti gli affezionati del divano, un invito affinché si rimettano in piedi e trovino il coraggio di impegnarsi in obiettivi più nobili al servizio degli altri”.

Zeman era nato il 4 gennaio 1915 da una famiglia cristiana, a Vajnory, presso Bratislava; fu ordinato sacerdote a Torino nel 1940, realizzando un desiderio nutrito sin da bambino. A Vajnory, suo paese natale, celebrò la sua prima messa. Fu studente di teologia presso l’Università Gregoriana di Roma e poi a Chieri, dove sfruttava il suo tempo libero per fare apostolato nell’oratorio. Quando, nell’aprile del 1950, il regime comunista cecoslovacco vietò gli ordini religiosi e iniziò a deportare consacrati e consacrate nei campi di concentramento, divenne necessario organizzare dei viaggi clandestini verso Torino per consentire ai religiosi di completare gli studi.

Don Zeman decise di incaricarsi di realizzare questa rischiosa attività. Organizzò così due spedizioni per oltre 60 giovani Salesiani. Alla terza spedizione, però, fu arrestato insieme ad altri fuggitivi. Il processo che subì fu durissimo: il sacerdote venne accusato di essere un traditore della patria e una spia del Vaticano, rischiando addirittura la morte. Tuttavia, in considerazione di alcune circostanze attenuanti, il 22 febbraio 1952 fu condannato a 25 anni di pena.

Visse il suo calvario con grande spirito di sacrificio: “Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio”. La libertà arrivò dopo 12 anni di reclusione, il 10 marzo 1964. Ma don Tito era irrimediabilmente segnato dalle sofferenze subite in carcere, tanto che morì cinque anni dopo, l’8 gennaio 1969.

Durante l’omelia il card. Amato ha proposto ai fedeli di ‘oggi’ il suo esempio: “La riconquistata libertà, unita a una certa dittatura del benessere e della trasgressione, non mortifichi o spenga gli ideali di chi vuole vivere in pienezza la scelta del bene”. Il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha ricordato come si viveva sotto il comunismo:

“L’infelice dittatura comunista del secolo scorso aveva trasformato la Slovacchia in un triste campo di prigionia: il rancore era rivolto soprattutto verso la Chiesa che manteneva viva l’identità del popolo slovacco, difendendone libertà e dignità”. Ed ha ricordato il ‘sangue’ versato dai cattolici, che non hanno abiurato la fede:

“Dopo il ritorno alla libertà la Chiesa slovacca ha celebrato la canonizzazione dei tre martiri di Košice nel 1995, e la beatificazione nel 2001 del redentorista Metod Dominik Trčka, del benedettino Pavel Peter Gojdič e del vescovo Vasil’ Hopko nel 2003. A loro oggi si unisce il salesiano Titus Zeman… Il martirio è la suprema manifestazione dell’amore a Cristo e alla Chiesa. Il sangue dei martiri congiunge il nostro tempo ai primi secoli cristiani. E’ Gesù il primo martire, che ci esorta a non aver paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”.

Donare la vita per i fratelli fu l’ideale del beato Zeman: “arrestato perché aiutava seminaristi e sacerdoti a espatriare per vivere il loro ideale apostolico. Egli fu condannato per alto tradimento ai lavori forzati, e destinato all’orrore della cosiddetta ‘torre della morte’, dove era costretto a lavorare a mano la pechblenda per ricavarne l’uranio, metallo altamente tossico e radioattivo”.

Per questo “don Zeman era diventato un ‘mukl’, un uomo cioè destinato all’eliminazione fisica: le pesanti irradiazioni, il freddo, l’usura delle forze e la consapevolezza di essere uomini da sopprimere come insetti, rendevano il cosiddetto ‘posto di lavoro’ un autentico campo di sterminio. Il salesiano seppe affrontare l’orrore della prigione con fede, coraggio e con la speranza che un giorno la verità avrebbe prevalso sulla menzogna”. Così, ha concluso l’omelia, trasformò “la prigionia in sacrificio di redenzione per gli altri”.

Nell’occasione il Rettor Maggiore ha evidenziato l’attualità ecclesiale della beatificazione di don Zeman in riferimento alla preparazione e alla celebrazione del prossimo sinodo dei vescovi dedicato al tema: ‘I giovani, la fede e il discernimento vocazionale’. Don Zeman attraverso i passaggi clandestini ha in un certo modo incarnato quei passaggi fondamentali del processo di discernimento, che è lo strumento principale con il quale si offre ai giovani la possibilità per scoprire e realizzare, alla luce della fede, la propria vocazione.

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