Papa Francesco ai gesuiti: la Grazia non è ideologia

Dal 6 all’11 settembre scorso papa Francesco in Colombia, a Cartagena ha incontrato in forma privata una rappresentanza delle comunità della Compagnia di Gesù composta da 65 religiosi. Nell’ultimo numero ‘La Civiltà Cattolica’, diretta da padre Antonio Spadaro, pubblica il testo inedito del dialogo privato tra il papa e alcuni gesuiti colombiani vertente sul concetto di come essere ‘popolo di Dio’, essere giovani in movimento e sull’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’.

Sul primo argomento del dialogo, che è stato quello del ‘popolo di Dio’, il papa ha affermato: “Purtroppo, a volte noi abbiamo la tentazione di fare evangelizzazione per il popolo, verso il popolo, ma senza il popolo di Dio: Tutto per il popolo, ma niente con il popolo. Questo atteggiamento, in ultima istanza, risale a una concezione liberale e illuminista dell’evangelizzazione. E certo, il primo schiaffo a questa visione lo dà la Lumen gentium: la Chiesa è il santo popolo di Dio.

Per questo, se vogliamo sentire la Chiesa, dobbiamo sentire il popolo di Dio. Popolo… Oggi bisogna fare attenzione quando si parla di popolo! Perché qualcuno dirà: ‘Finirete per diventare populisti, e si cominceranno a fare elucubrazioni’. Ma bisogna capire che quella di ‘popolo’ non è una categoria logica. Se si vuole parlare di popolo con schemi logici si finisce per cadere in un’ideologia di carattere illuminista e liberale oppure ‘populista’, …, comunque si finisce per chiudere il popolo in uno schema ideologico.

Popolo invece è una categoria mitica. E per comprendere il popolo bisogna starci immersi, bisogna accompagnarlo dall’interno. Essere Chiesa, santo popolo fedele di Dio in cammino, richiede pastori che si lascino portare da quella realtà del popolo che non è ideologica: è vitale, è viva. La grazia di Dio che si manifesta nella vita del popolo non è una ideologia”.

Alla domanda sulla pastorale giovanile, in vista del prossimo Sinodo dei vescovi, il papa ha risposto: “Mi viene da rispondere, per dirla in maniera un po’ intellettuale: metterli in spiritualità di Esercizi. Che cosa voglio dire? Di metterli in movimento, in azione. Oggi la pastorale giovanile dei gruppetti e della pura riflessione non funziona più. La pastorale di giovani quieti non ingrana.

Devi mettere il giovane in movimento: sia o non sia praticante, va messo in movimento. Se è credente, guidarlo ti riuscirà più facile. Se non è credente, bisogna lasciare che sia la vita stessa a interpellarlo, ma stando in movimento e accompagnandolo; senza imporgli niente, ma accompagnandolo… in attività di volontariato, in lavori con anziani, in lavori di alfabetizzazione… tutti i modi adatti a un giovane.

Se mettiamo il giovane in movimento, lo poniamo in una dinamica in cui il Signore comincia a parlargli e comincia a smuovergli il cuore. Non saremo noi a smuovergli il cuore con le nostre argomentazioni; tutt’al più lo aiuteremo, con la mente, quando il cuore si muove”.

Quindi per coinvolgere i giovani c’è bisogno di una Chiesa in movimento: “Quel che vi dico è di mettere i giovani in movimento, inventare cose che li facciano sentire protagonisti e, poi, li inducano a chiedersi: ‘Che succede, che cos’è che mi ha cambiato il cuore, perché ne sono uscito contento?’…

Ma per riuscirci bisogna avere la pazienza di star seduti ad ascoltare chi viene quando pone questioni, e bisogna sapersi però destreggiare quando chi viene ti vuole infilare in discussioni infinite. I giovani stancano, i giovani discutono; allora bisogna avere questa mortificazione continua di starli ad ascoltare sempre e comunque. Ma per me il punto chiave è il movimento”.

Il Papa poi, parlando della riflessione filosofica e teologica nella Chiesa, ha citato papa Benedetto XVI: “Benedetto XVI parlava della verità come incontro, ovvero non più una classificazione, ma una strada. Sempre in dialogo con la realtà, perché non si può fare filosofia con la tavola logaritmica, che peraltro è ormai in disuso. E lo stesso vale anche per la teologia, ma questo non vuol dire imbastardire la teologia, al contrario.

La teologia di Gesù era la cosa più reale di tutte, partiva dalla realtà e si innalzava fino al Padre. Partiva da un semino, da una parabola, da un fatto… e li spiegava. Gesù voleva fare una teologia profonda, e la realtà grande è il Signore. A me piace ripetere che per essere un buon teologo, oltre a studiare, bisogna avere dedizione, essere svegli e cogliere la realtà; su tutto questo bisogna riflettere in ginocchio”.

Infine ha lasciato anche un commento sull’esortazione ‘Amoris Laetitia’, per dovere di giustizia e di carità: “Infatti, sento molti commenti, rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati, sull’Esortazione apostolica post-sinodale. Per capire l’Amoris laetitia bisogna leggerla da cima a fondo. A cominciare dal primo capitolo, per continuare col secondo e così via… e riflettere. E leggere che cosa si è detto nel Sinodo.

Una seconda cosa: alcuni sostengono che sotto l’Amoris laetitia non c’è una morale cattolica o, quantomeno, non è una morale sicura. Su questo voglio ribadire con chiarezza che la morale dell’Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso. Potete parlarne con un grande teologo, tra i migliori di oggi e tra i più maturi, il cardinal Schönborn. Questo voglio dirlo perché aiutiate le persone che credono che la morale sia pura casistica. Aiutatele a rendersi conto che il grande Tommaso possiede una grandissima ricchezza, capace ancora oggi di ispirarci. Ma in ginocchio, sempre in ginocchio”.

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