Papa Francesco a Medellin: la Chiesa non chiuda la porta a chi cerca

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Nella penultima giornata colombiana papa Francesco ha invitato i fedeli a prendersi cura di chi ha fame di Dio: “Oggi sono molti quelli che hanno fame di Dio, fame di dignità. E, come cristiani, dobbiamo aiutarli a saziarsi di Dio”. Il tweet è stato ripreso nel mattino a Medellin durante la celebrazione eucaristica in cui ha ricordato la memoria di san Pietro Clavier ha chiesto di essere una chiesa aperta ed accogliente, come racconta il vangelo di san Luca nella chiamata dei dodici apostoli:

“Che cosa ricordano gli Evangelisti tra i due avvenimenti? Che questo cammino di sequela ha richiesto nei primi seguaci di Gesù molto sforzo di purificazione. Alcuni precetti, divieti e comandi li facevano sentire sicuri; compiere determinati riti e pratiche li dispensava dall’inquietudine di chiedersi: Che cosa piace al nostro Dio? Gesù, il Signore, indica loro che obbedire è camminare dietro a Lui, e che quel camminare li poneva davanti a lebbrosi, paralitici, peccatori”.

Il papa ha invitato a non fermarsi alla norma in senso letterale ma di portarla a compimento: “La libertà di Gesù si contrappone alla mancanza di libertà dei dottori della legge di quell’epoca, che erano paralizzati da un’interpretazione e da una pratica rigoristica della legge. Gesù non si ferma ad un’attuazione apparentemente ‘corretta’; Egli porta la legge al suo compimento e perciò vuole porci in quella direzione, in quello stile di sequela che suppone andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi. Sono tre atteggiamenti che dobbiamo plasmare nella nostra vita di discepoli”.

Ma superare la legge non significa la rottura, ma significa instaurare una relazione: “Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita. Nemmeno il nostro discepolato può essere motivato semplicemente da una consuetudine, perché abbiamo un certificato di battesimo, ma deve partire da un’esperienza viva di Dio e del suo amore.

Il discepolato non è qualcosa di statico, ma un continuo movimento verso Cristo; non è semplicemente attaccarsi alla spiegazione di una dottrina, ma l’esperienza della presenza amichevole, viva e operante del Signore, un apprendistato permanente per mezzo dell’ascolto della sua Parola”.

La Parola di Dio chiede il rinnovamento del cuore e della mente, perché la Chiesa è sempre da riformare: “Non si rinnova a suo capriccio, ma lo fa fondata e ferma nella fede, irremovibile nella speranza del Vangelo che ha ascoltato. Il rinnovamento richiede sacrificio e coraggio, non per sentirsi migliori o impeccabili, ma per rispondere meglio alla chiamata del Signore.

Il Signore del sabato, la ragion d’essere di tutti i nostri comandamenti e precetti, ci invita a ponderare le norme quando è in gioco il seguire Lui; quando le sue piaghe aperte, il suo grido di fame e sete di giustizia ci interpellano e ci impongono risposte nuove. E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace”.

Infine il vangelo odierno chiede a ciascuno il proprio coinvolgimento: “Coinvolgersi, anche se per qualcuno questo può sembrare sporcarsi, macchiarsi. Come Davide e i suoi che entrarono nel tempio perché avevano fame e i discepoli di Gesù entrarono nel campo di grano e mangiarono le spighe, così oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, fame di Dio, fame di dignità, perché sono stati spogliati.

E, come cristiani, aiutarli a saziarsi di Dio; non ostacolare o proibire loro questo incontro. Non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello ‘proibito il passaggio’, né considerare che questo spazio è mia proprietà, impossessandomi di qualcosa che non è assolutamente mio. La Chiesa non è nostra, è di Dio; Lui è il padrone del tempio e della messe; per tutti c’è posto, tutti sono invitati a trovare qui e tra noi il loro nutrimento”.

Nel pomeriggio il papa ha visitato la Casa famiglia ‘San Josè’, festeggiato calorosamente con canti, balli e da alcune testimonianze dei bambini. La Casa famiglia, gestita dall’arcidiocesi, è stata istituita nel 1942 e fa capo alla fondazione ‘Hogar de San José’ che la Compagnia di Gesù stabilì in Spagna nel 1941, per venire incontro agli orfani di Guerra e ai bambini senza famiglia. Diffusa ormai in varie parti del mondo, la fondazione ha nella casa famiglia di Medellin un luogo sicuro per i bambini vittime del conflitto armato che ha scosso il dipartimento di Antioquia, ma anche più in generale un luogo dove i bambini disagiati vittime della violenza e dell’abbandono possono ricevere aiuto, con assistenza medica e psicologica e formazione scolastica.

Dopo il racconto di alcuni bambini della propria vita e la spontaneità di altri bambini che volevamo salutarlo e giocarci, il papa ha invitato tutti ad imitare Giuseppe, esprimendo la sua gioia di essere con loro come Gesù in mezzo ai bambini: “Sono contento di trovarmi con voi in questo ‘Hogar de San José’… Ascoltando tutte le difficoltà che hai passato, mi veniva alla memoria del cuore la sofferenza ingiusta di tanti bambini e bambine in tutto il mondo, che sono stati e sono ancora vittime innocenti della cattiveria di alcuni”.

Il papa ha paragonato questi bambini a Gesù Bambino: “Anche Gesù Bambino è stato vittima dell’odio e della persecuzione; anche Lui ha dovuto scappare con la sua famiglia, lasciare la sua terra e la sua casa, per sfuggire alla morte. Veder soffrire i bambini fa male all’anima perché i bambini sono i prediletti di Gesù. Non possiamo accettare che siano maltrattati, che siano privati del diritto di vivere la loro infanzia con serenità e gioia, che si neghi loro un futuro di speranza”.

Però il papa non ha deluso i bambini perché ha affermato che Gesù non abbandona nessuno e li ha affidato alla protezione di Giuseppe per fare assaporare il ‘calore di una famiglia’: “E mi piace molto che questa casa porti il nome di San Giuseppe, e gli altri ‘Gesù lavoratore’ e ‘Betlemme’. Direi che siete in buone mani! Ricordate quello che scrive san Matteo nel suo Vangelo, quando racconta che Erode, nella sua follia, aveva deciso di uccidere Gesù appena nato?

Come Dio parlò in sogno a San Giuseppe, per mezzo di un angelo, e affidò alla sua custodia e protezione i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria? Dice Matteo che, appena l’angelo gli parlò, Giuseppe obbedì immediatamente e fece quanto Dio gli aveva ordinato… Sono sicuro che come san Giuseppe ha protetto e difeso dai pericoli la santa Famiglia, così pure difende voi, vi custodisce e vi accompagna. E con lui anche Gesù e Maria, perché san Giuseppe non può stare senza Gesù e Maria… Gesù e Maria, insieme a san Giuseppe, vi accompagnino e vi proteggano, vi colmino di tenerezza, di gioia e di fortezza”.

Il papa ha terminato la giornata, con la gente in festa nelle strade, incontrando oltre 12000 sacerdoti, religiosi e consacrati nello stadio coperto ‘La Macarena’, accolto con festosi canti, ascoltando le testimonianze ed invitando a cercare la santità attraverso gli esempi di alcuni santi:

santa Laura Montoya, le cui reliquie sono a Medellin, che si è prodigata per l’educazione degli indigeni; beato Mariano di Gesù Euse Hoyos, uno dei primi alunni del seminario di Medellin; quello di sacerdoti e religiosi della Colombia di cui si sta discutendo ora la causa di beatificazione; e quello di migliaia di colombiani anonimi che hanno saputo donarsi per il Vangelo.

Poi ha suggerito tre modi per rimanere con Gesù. Il primo modo è di toccare l’umanità di Cristo, che “contempla la realtà non come giudice, ma come buon samaritano; che riconosce i valori del popolo con cui cammina, come pure le sue ferite e i suoi peccati; che scopre la sofferenza silenziosa e si commuove davanti alle necessità delle persone, soprattutto quando queste si trovano succubi dell’ingiustizia, della povertà disumana, dell’indifferenza, o dell’azione perversa della corruzione e della violenza”.

Il secondo modo è di “contemplare la divinità di Cristo, incontrando la Sacra Scrittura”, con l’auspicio “che tutto il nostro studio ci aiuti ad essere capaci di interpretare la realtà con gli occhi di Dio, non sia uno studio evasivo rispetto a ciò che vive la nostra gente e neppure segua le onde delle mode e delle ideologie. Che non viva di nostalgie e non voglia ingabbiare il mistero; non cerchi di rispondere a domande che nessuno si pone per lasciare nel vuoto esistenziale quelli che ci interpellano dalle coordinate dei loro mondi e delle loro culture”.

Il terzo modo è rimanere in Cristo per vivere per la gioia, perché “la chiamata di Dio non è un carico pesante che ci toglie la gioia. Dio non ci vuole sommersi nella tristezza e nella stanchezza che vengono dalle attività vissute male, senza una spiritualità che renda felice la nostra vita e persino le nostre fatiche. La nostra gioia contagiosa dev’essere la prima testimonianza della vicinanza e dell’amore di Dio. Siamo veri dispensatori della grazia di Dio quando lasciamo trasparire la gioia dell’incontro con Lui”.

La giornata si è conclusa, come ogni serata, con uno ‘scambio’ di saluti con i presenti alla Nunziatura Apostolica di Bogotà.

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